La legge del mercato


Schermata 2015-11-20 alle 00.31.54recensione del film:
LA LEGGE DEL MERCATO

Titolo originale:
La loi du marché

Regia:
Stéphane Brizé

Principali interpreti:
Vincent Lindon, Karine de Mirbeck, Matthieu Schaller, Yves Ory, Xavier Mathieu – 92 min. – Francia 2015.

Chiedo scusa ai lettori se ho, contrariamente alle mie abitudini, fatto qualche rivelazione sul finale del film, che in ogni caso è aperto anche a interpretazioni diverse.

Capita sempre più spesso che il continuo bisogno di stare sul mercato in modo competitivo induca le aziende a licenziare personale di mezza età per sostituirlo con giovani lavoratori meno stanchi e più propensi ad accettare contratti di lavoro più flessibili. Questo si sta verificando da parecchi anni dappertutto nel mondo, ed è uno dei risultati dell’imporsi del modello capitalistico e liberistico più duro dapprima nei paesi emergenti e successivamente, per fronteggiare la concorrenza economica di questi, anche nella vecchia Europa dello stato sociale e dei diritti. Questa realtà è quotidianamente sotto i nostri occhi e non è diversa da quella francese di cui si occupa questo film, che ci racconta la storia di un uomo sulla cinquantina, Thierry (Vincent Lindon), che dopo decenni di impiego da tecnico qualificato e di vita serena, si trova senza lavoro ed è costretto non solo a rimettersi in gioco, fra difficoltà di ogni genere, ma a constatare anche la debolezza delle risposte degli organismi istituzionalmente preposti ad aiutarlo. Il film ci introduce immediatamente in questa realtà: gli uffici pubblici, che avrebbero il compito di destinarlo ai corsi più utili alla sua riqualificazione per essere ri-immesso nel mercato del lavoro adeguatamente preparato, si rivelano carrozzoni autoreferenziali incapaci di creare una vera relazione tra la domanda e l’offerta di lavoro, mentre i sindacati, divisi fra loro, stentano a entrare nel merito del problema, e si perdono, accapigliandosi, tra molti discorsi di metodo e di procedura. In questo modo, per Thierry passano mesi senza che egli riesca a chiarire quale sarà la propria sorte, incalzato tuttavia dalla scadenza del mutuo (nessuna proroga da parte della banca, che lo invita anzi a spendere per garantire la propria famiglia attraverso un’assicurazione sulla vita) e dalle esigenze della moglie e di un figlio handicappato. Sarà un supermercato, infine, ad assumerlo come vigilante. Sembra che tutto proceda per il meglio: non si tratta, in fin dei conti, che di far molta attenzione ai taccheggiatori, tentati da un’esposizione delle merci che sembra quasi un invito a impadronirsene. In seguito egli dovrà occuparsi anche dei suoi colleghi cassieri che sono a loro volta tentati di compiere qualche irregolarità mentre maneggiano il denaro.
Qualcosa si inceppa, però, nel nuovo lavoro di Thierry: il meccanismo semplice e ben oliato della segnalazione delle colpe e dei colpevoli è in realtà assai delicato, poiché lascia scorgere casi umani molto dolorosi e drammatici, che pongono problemi e lacerazioni alla sua coscienza, cosicché, alla fine del film, la sua uscita di scena mentre si fa buio lo schermo pare alludere al suo rifiuto di rendersi complice di chi, sull’altare della legge del mercato, è pronto a sacrificare la propria compassione.

Vincent Lindon è molto bravo nell’interpretare il personaggio di Thierry, tanto che a lui è stata assegnata la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione maschile. Attorno a lui, il vuoto: la regia si avvale di persone della vita reale, che sono invitate a recitare se stesse, per brevi sequenze, negli ambienti reali nei quali lavorano quotidianamente, ciò che sembra fatto apposta per far emergere la performance del mattatore, per altro segnalatosi da tempo come uno dei migliori attori europei. Il film è interessante e racconta con toni molto asciutti, quasi documentaristici, un aspetto della dura realtà dei nostri giorni. Si può vedere.

2 pensieri su “La legge del mercato

  1. Assieme a DUE GIORNI UNA NOTTE dei F.lli Dardenne, LA LEGGE DEL MERCATO, è il film che meglio interpreta il clima che circonda il problema del lavoro in questo periodo della nostra storia. Io direi DA VEDERE.

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    • Guarda, Gianfranco, se il problema è quello di far vedere, lo dico citandoti:” il clima che circonda il problema del lavoro in questo periodo della nostra storia“, allora sono pienamente d’accordo con te! Il clima è quello; ormai si lavora col terrore di perdere il posto, e certo questo va detto e sotto quest’aspetto il film va conosciuto. Personalmente preferisco il film dei Dardenne, che mi sembra contenere più cinema: una buona sceneggiatura, un buon cast, elementi costitutivi che non sono solo pezzi di documentario, in cui si apprezza soprattutto il lavoro di montaggio. Un po’ poco, mi pare, perciò ho espresso qualche riserva. Ci sarebbe voluto Ken Loach, che ha parlato spesso di quegli stessi problemi, rimanendo nel cinema, senza sconfinare nel giornalismo televisivo anche se di buon livello. Grazie del commento.🙂

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