The Lobster


Schermata 2015-10-15 alle 22.14.29recensione del film:
THE LOBSTER

Regia:
Yorgos Lanthimos

Principali interpreti:
Colin Farrell, Rachel Weisz, Jessica Barden, Olivia Colman, Ashley Jensen, Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, John C. Reilly, Léa Seydoux, Michael Smiley, Ben Whishaw, Roger Ashton-Griffiths, Rosanna Hoult – 118 min. – Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Francia

The Lobster, ovvero l’aragosta: questo è l’animale che David vorrebbe diventare, al termine dei quarantacinque giorni di residenza coatta nell’albergo creato appositamente per i single come lui in una realtà sociale distopica, forse futura, in cui, per qualche misteriosa ragione, a nessuno, uomo o donna, è permesso di vivere da solo. Il potere dominante in quella società, è, infatti, molto ben organizzato per provvedere immediatamente alla cattura dei vedovi, delle vedove, o degli amanti che si sono lasciati, per ricoverarli in quell’hotel. Chiunque, alla fine del soggiorno, non abbia trovato la propria metà viene trasformato in un animale, secondo la scelta che ciascuno ha dichiarato prima di essere accolto, si fa per dire, nella struttura. Le regole a cui i “villeggianti” si devono attenere sono poche e semplici, né mancano di una qualche “correttezza” politica: sono accettati gli omosessuali, per esempio, per i quali, naturalmente, valgono le stesse leggi; non i bisessuali, però, che come i single non possono essere tollerati. Si comprende subito, allora, che quelle poche e semplici norme sono state create per favorire il controllo dei comportamenti, che è più difficile se le persone vivono da sole, oppure se il percorso della loro vita non segue i binari rassicuranti della “normalità”, secondo l’accezione comunemente accettata in una realtà dominata dalla paura della diversità in cui sono amate le definizioni nette e manichee, tanto quanto detestate le sfumature e le analisi sottili. Ecco, dunque, che il nostro David (un Colin Farrell perfetto per quel ruolo) entra in quella struttura accompagnato da un bel cane (così era stato trasformato suo fratello), senza molte speranze di trovare la partner giusta per lui. Riuscirà, però, fortunosamente, a fuggire e a ritrovarsi in mezzo a un bosco, accolto all’interno di una comunità di single irriducibili, guidata da una virago spietata (bravissima Léa Seydoux), ben decisa a far rispettare a qualsiasi costo la libertà (?) dei single che sono scampati alla metamorfosi animalesca. La situazione di David, com’è facilmente intuibile, non migliora di molto, essendo ora, per sua disgrazia, vittima di un altro fanatismo ideologico, rovesciato specularmente rispetto al primo, ma non perciò meno stupidamente tirannico. Nulla come le imposizioni e i divieti invogliano a trasgredire, soprattutto se si riferiscono a quella sfera di opzioni privatissime che riguardano l’amore, in cui ciò che è lecito o illecito non può essere deciso da chi è esterno a quell’esperienza: in men che non si dica, infatti, David si innamora d’una donna che a sua volta lo ama. La coppia si è questa volta formata liberamente: per sottrarsi alla nuova tirannia, però,  non le resta che fuggire alla ricerca di una libertà assoluta, cioè sciolta da vincoli e controlli sociali. E’ possibile questa condizione?

La domanda che costituisce, probabilmente, il tema centrale del film, non è nuova: aveva trovato una drammatica risposta in un film molto diversamente raccontato da Bernardo Bertolucci nel 1972, L’ultimo tango a Parigi. In The Lobster, dove l’intera situazione si invera in un’allegoria grottesca e spesso crudelmente umoristica, le conclusioni non sono meno drammatiche (non intendo ovviamente anticiparle) e mettono in risalto, simbolicamente, a quale insostenibile prezzo sia possibile.

Questo film, del regista greco Yorgos Lanthimos, quasi sconosciuto da noi, (nonostante sia alla sua terza pellicola), evidenzia, con un linguaggio nuovo, razionalistico e nero fino alla perfidia e davvero poco sentimentale, la precarietà dell’equilibrio di coppia, ma anche la fragilità del nostro equilibrio individuale, sottoposto di continuo alle sollecitazioni che vengono dalle attese che la società esprime nei nostri confronti, alle quali è difficilissimo se non impossibile sottrarsi del tutto. E’ uno di quei film che può molto divertire (come è successo a me), perché fa appello alla nostra ironia e alla nostra curiosità indagatrice, ma può anche molto irritare chi si aspetta di trovare altra cosa da un racconto filosofico condotto con la precisione di un teorema.

Bellissime e accuratamente selezionate le immagini del paesaggio irlandese del Kerry, sfondo dell’intera vicenda; bellissime e perfette le musiche; splendida la recitazione degli attori, guidati molto bene da questo bravo regista, premiato con premio della Giuria, per quest’opera, all’ultimo festival di Cannes. E’ troppo chiedere che si possano conoscere anche i suoi due film precedenti in questo nostro paese?

P.S.Vorrei aggiungere che il regista di questo film deriva qualche scena dal cinema di Bunuel, talvolta apertamente citato (l’ultima scena rimanda ad esempio a Un Chien andalou, alcune al Il fascino discreto della borghesia, altre a L’angelo sterminatore), ma che in fatto di citazioni è assai evidente quella del suicidio, che sembra tratta di peso da Miss Violence, del suo collega greco, Avranas.
Questo dimostra l’attenta conoscenza della tradizione cinematografica da parte di Lanthimos, che cita non a caso due registi di cui coglie appieno sia lo spirito dissacrante e anticonvenzionale, sia la rappresentazione assai spiazzante di un’umanità costretta a vivere senza libertà

10 pensieri su “The Lobster

  1. L’ho visto ieri. Un bel film. Ben girato, con delle atmosfere un po’ cupe, ma molto credibili. Se non fosse per il tema un po’ estremizzato, lo si potrebbe considerare un film normale, le cui “pratiche e procedure” avvengono già o sono avvenute nel mondo.
    Non mi è chiaro perchè alla fine anche lui decide di farsi lo stesso “trattamento”, se per evitare di essere separati o se per essere nella stessa condizione.
    P.S.: in alcune riprese di tipo architettonico ci vedo anche l’influenza di Antonioni. È presente, inoltre, il tema della scala inquadrata dall’alto (che a me piace tanto) solo che stavolta non è a spirale, ma tagliata su un lato. Se non ricordo male è presente in uno dei primi edifici di Loos, ma non ci scommetterei.

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    • Grazie di questo commento, che mi fa ripensare a un film tra i migliori dello scorso anno secondo me. Io credo che il finale, che ho trovato particolarmente significativo, riporti il tema dell’amore alla sua nuda essenza: la cecità, qui, è una bella metafora per spiegare l’amore: impone un sentire più profondo, spinge all’ascolto più attento dell’altro e anche di noi stessi, poiché aiuta a far luce nella nostra interiorità e a respingere le incrostazioni ideologiche che bene o male coartano la nostra libertà. Almeno, io così l’ho inteso. Le influenze architettoniche di certi film di Antonioni, personalmente non ce le ho viste, però ci potrebbero stare: ti sarei grata se volessi indicarmele. Quanto a Loos, non so davvero che dirti: è un campo di conoscenza abbastanza lontano per me, che purtroppo rimango una letterata. Ciao!😀

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      • Una cosa alla volta. Devo dire che purtroppo non seguo più il cinema come una volta, ma quando ho visto il film ho pensato di cercare la recensione sul tuo blog, per leggere cosa ne pensavi e mi ha fatto piacere trovarmi d’accordo con te.
        La storia della scala forse è solo una mia visione, perchè ho provato a vedere i progetti più importanti, ma non l’ho trovata.🙂
        Riguardo Antonioni, non riesco a dirti le scene precise, perchè non ho il DVD e non riesco a rivederle. Nell’ultimo periodo, mi sono messo ad analizzare il modo di riprendere l’architettura nei film. Ho visto diversi film di Antonioni e ho scoperto che il suo modo di filmare (anche a suo dire) metteva in risalto il paesaggio o gli ambienti e gli attori erano spesso una parte di esso e non il soggetto principale. Guardando i film in questa ottica ho scoperto che molti film dopo di lui in alcune parti si riconducono a questa concezione. Dai film “newyorkesi” di Woody Allen ad altri film, con la differenza che Antonioni ne faceva il suo modo di osservare. In questo film ho trovato alcune parti che me lo ricordavano. Se le troverò te lo farò sapere. Sto scrivendo un po’ troppo di cinema per non essere un esperto. Ultimamente ho provato a rimontare delle scene di filma analizzando degli elementi generali, come l’architettura, la strada o altre cose (un video è anche sull’ultimo post.. Non so se è utile a qualcuno o qualcosa, ma sono delle cose che mi vengono in mente e le faccio.🙂

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        • Grazie della risposta. Questa cosa di Antonioni mi intriga, perché il regista era sempre molto attento all’arte contemporanea, architettura compresa: mi viene in mente L’eclisse, per esempio, di cui però anche a me manca il DVD per fare le opportune verifiche. Non ho mai recensito nulla di lui e mi piacerebbe davvero farlo, ma penso che quando lo farò mi orienterò su Blow Up, che è il suo film londinese, di cui non ricordo particolari architettonici che mi abbiano colpita. Per me è anche il suo film più importante, per l’irrinunciabile riflessione sull’immagine e sulla fotografia, nonché sul rapporto fra questa e la realtà. Fai benissimo a scrivere di cinema! Prima di diventarne “esperto” devi gustarlo e amarlo. Scriverne può essere un modo di farlo, di analizzarlo, di acquistare esperienza. Guarderò il tuo video: l’avrei già fatto se non mi fossi impegnata a lungo nell’ultima recensione, che mi ha quasi distrutta. A presto!

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      • Dell’eclisse ti consiglio soprattutto le “passeggiate” di Monica Vitti, anche “Il deserto rosso” girato a Ravenna è particolare per le atmosfere e le inquadrature, magari ne parleremo, ma con calma. Rilassati nel frattempo.😀😀

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        • un po’, ma ho già in cantiere un’altra recensione molto impegnativa: Ma Loute di Bruno Dumont, che mi è molto piaciuto e che non è un film facile. Consigliato, però a chi ha apprezzato The Lobster.
          Deserto Rosso non lo ricordo quasi più. 😦

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