Sangue del mio sangue


Schermata 2015-09-09 alle 20.25.53recensione del film
SANGUE DEL MIO SANGUE

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Roberto Herlitzka, Pier Giorgio Bellocchio, Filippo Timi, Lidiya Liberman, Fausto Russo Alesi, Alba Rohrwacher, Federica Fracassi, Alberto Cracco, Bruno Cariello, Toni Bertorelli, Elena Bellocchio, Ivan Franek, Patrizia Bettini, Sebastiano Filocamo, Alberto Bellocchio – 107 min. – Italia, Francia, Svizzera 2015.

Collegando le due parti del film, Marco Bellocchio ha inteso raccontare (così afferma) la continuità della storia di Bobbio, il suo paese natale, di antichissime origini, essendo sorto nei primi secoli dopo Cristo nei pressi del monastero di San Colombano. La storia del film inizia nel 1600, quando il minuscolo agglomerato di case era diventato un  borgo di artigiani, muratori e commercianti a cui dava di che vivere il monastero, trasformato ora in convento di clausura femminile. Si aprivano su oscuri corridoi le celle spoglie e poco illuminate che ospitavano le giovinette, le quali, ufficialmente, volevano sacrificare all’amore di Dio e alla sua gloria la propria vita, che, invece, erano state rinchiuse in quel luogo, obbligate dalle loro ricche o nobili famiglie, che intendevano evitare la frammentazione del patrimonio, inevitabile qualora avessero dovuto provvedere alla loro dote*. Non è strano, perciò, che le piccole celle delle suore forzate nascondessero amori segreti e cuori spezzati: drammi grandi e piccoli, che, se scoperti, davano l’occasione per allestire processi e condanne “esemplari”, ciò che puntualmente si verificò allorché un alto prelato, della potente famiglia che dominava dal castello sulle colline intorno a Bobbio l’intera vallata del fiume Trebbia, si uccise, facendo emergere la “peccaminosa” storia del suo amore  per la bella suor Benedetta (interpretata da Lidiya Liberman).

Fu il fratello gemello di costui che, raccogliendo il dolore disperato della vecchia madre, si recò a protestare col priore del convento che non aveva concesso al suicida i funerali religiosi, cosicché ora, il suo corpo si trovava in terra sconsacrata.  Il giovane, Federico (Pier Giorgio Bellocchio), fu subito rassicurato: l’empia donna, cui si era provveduto a tagliare ben corti i capelli (Satana, come è noto, trovava facile asilo nelle chiome femminili!) avrebbe quasi certamente confessato la sua alleanza col demonio, dopo di che il funerale religioso sarebbe stato possibile. La vicenda del film prosegue in due direzioni: da una parte si descrivono con dovizia di particolari assai orripilanti le torture contro la presunta assatanata, dall’altra gli incontri furtivi fra il gemello superstite e la poveretta, che, dopo aver perso il suo innamorato, pareva consolarsi (invero velocemente!) con lui di tanto strazio. Non riuscirà, però, a superare la prova del fuoco: confesserà l’alleanza con Satana e riuscirà a non morire fra i tormenti delle fiamme; in compenso sarà murata viva per volontà del gruppo di inquisitori che darà, finalmente, il via libera ai funerali religiosi.

Nella seconda parte del film, ambientato ai nostri giorni, Bobbio è diventato un paesetto di qualche migliaio di abitanti; il convento non ospita più le tenere pulzelle sacrificate dalle famiglie, bensì un vecchio demente, chiamato il conte (Roberto Herlitzka), che passa il suo tempo a letto, circondato da servi e parenti mentre canta Ta pum, il ritornello del canto degli alpini della prima guerra mondiale. Dall’interno della sua dimora conventuale il vecchio non si muove mai, se non di notte, come i vampiri cui forse Bellocchio intende accostarlo, sia perché è la riproposizione di uno dei feroci inquisitori della prima parte del film, sia perché gli è rimasto un solo dente, sia perché nonostante la demenza, esercita su tutto il paese un oscuro potere attraverso i suoi legami con la massoneria locale. Dove sia il collegamento fra le due parti del film, probabilmente ce lo può dire solo Bellocchio: forse nel riproporsi degli stessi attori, alcuni dei quali sono sangue del suo sangue, nel senso che sono suoi figli? o forse nella scoperta che, finito il dominio dei religiosi, un altro dominio si esercita sugli uomini? Non pare una scoperta molto originale! Chi siano i nuovi dominatori degli uomini di Bobbio è un altro mistero del film: saranno i massoni che insieme al vecchio tramano per vendere il convento? Saranno i russi che vogliono comprarlo e farne un albergo? Come si vede un vero puzzle di difficile ricomposizione. L’incertezza nell’uso dei registri narrativi, poi, non aiuta a chiarire gli intenti del regista: tutta la prima parte all’interno del convento è un tentativo abbastanza serio di ricostruire una storia cupa e inquietante alleggerito da un solo sprazzo umoristico, di stampo boccaccesco, all’interno del castello, dove due donne per una sola notte condividono insieme a Federico i piaceri carnali, fra mille finte ripulse e falsi pudori (Alba Rohrwacher, Federica Fracassi). La seconda parte, invece, è raccontata con toni da commedia all’italiana assai grevi.

Recensire un film come questo diventa molto imbarazzante, essendo Bellocchio, piacciano o no i suoi film, uno dei più apprezzati registi italiani, nonché un intellettuale sempre molto lucido e attento ai problemi della nostra società. Egli ha dichiarato di avere un’età in cui finalmente ha potuto concedersi di realizzare i progetti più capricciosi e anarchici, che aveva lasciato a lungo nei cassetti. Bene per lui, molto meno bene per noi, che abbiamo assistito alquanto allibiti a una simile performance, molto pasticciata e insensata.

*Questa prassi, molto nota, è stata narrata più volte dalla letteratura e dal cinema. Credo, anzi, che dato il gran numero di film che narrano di interni conventuali, monache lussuriose, torture e processi alle medesime, condotti con perfidia sadica dai prelati maschi si potrebbe considerare di dar vita a un ennesimo genere cinematografico: quello conventuale.

2 pensieri su “Sangue del mio sangue

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