Laurence Anyways


Schermata 2015-08-16 alle 18.31.13recensione del film:
LAURENCE ANYWAYS

Regia:
Xavier Dolan

Nathalie Baye, Melvil Poupaud, Yves Jacques, Catherine Bégin, Suzanne Clément, Monia Chokri, Patricia Tulasne, Guylaine Tremblay, Sophie Faucher, Mario Geoffrey – 159 minuti -Canada, Francia 2012.

Sul numero 680 dei Cahier du Cinéma (luglio/agosto 2012), Stephane Delorme raccolse, in una lunga intervista a Xavier Dolan, alcune sue dichiarazioni molto interessanti su Laurence Anyways, che era stato da pochissimo presentato con grande successo a Cannes e che ora veniva distribuito nelle sale francesi. L’interesse nasce dal fatto che le parole del regista non solo illuminano la curiosa origine di questa insolita e staordinaria pellicola, nonché la difficoltà della sua elaborazione, ma ci dicono molto di lui, del suo modo di lavorare, della sua concezione del cinema e del ruolo che egli intende esercitare all’interno dei suoi film.
Egli racconta, dunque, che all’origine di questo lavoro è un episodio vero: stava lavorando da due giorni alle riprese di J’ai tué ma mère (il suo primo film-rivelazione, uscito nel 2009)quando una donna dello staff gli aveva confidato la propria grave depressione: il suo compagno l’aveva lasciata, avendo deciso di cambiare sesso. “De retour chez moi, j’ai écrit trente pages d’un jet” * L’urgenza di trasformare in cinema una vicenda colta al volo da un racconto occasionale non potrebbe essere detta meglio. Aveva in mente già un titolo: Laurence Anyways (Lorenzo, in ogni caso). Dolan nella medesima intervista preciserà che Laurence in lingua canadese è un nome proprio maschile e anche femminile, al contrario di quanto avviene in francese, in cui il nome Laurence è femminile (il corrispettivo maschile è Laurent). Molto interessante che, fin dal titolo, il regista-ragazzino intendesse mettere in evidenza l’umanità del personaggio, che, al di là del sesso (o del genere, come molti usano dire), è se stesso, cioè una persona che conserva nel tempo il suo carattere mite, i suoi affetti, la sua vasta cultura e soprattutto l’amore per la donna con la quale aveva condiviso un certo periodo della propria esistenza.  Il protagonista del film è Laurence Alia (Melvil Poupaud), un professore di letteratura che nel giorno del suo trentasettesimo compleanno aveva deciso di farla finita con le ipocrisie, diventando, finalmente, la donna che aveva sempre desiderato di essere. La sua vita, che fino a quel momento sembrava dirigersi lungo il percorso tranquillo del successo letterario (aveva vinto un importante premio), della serietà professionale e della pienezza amorosa con Frédérique (Suzanne Clément), ne sarebbe stata sconvolta. Il regista ci risparmia le tappe della sua trasformazione fisica, ma ci parla del suo calvario, della progressiva emarginazione dalla famiglia d’origine, dalla scuola, e, infine, dalla società degli uomini veri e delle persone per bene, che dopo averlo respinto, con molta violenza, ricorrendo anche all’aggressione fisica, rifiutavano di accettarlo anche a trasformazione compiuta, quando al suo passaggio in abiti femminili quasi tutti continuavano a osservarlo quasi fosse un fenomeno da baraccone. Frédérique, detta Fred, la sua compagna, il grande amore della sua vita, invece, dopo il comprensibile e umanissimo disorientamento iniziale, decide di aiutarlo nell’impresa, di difenderlo, ma soprattutto di continuare ad amarlo, senza condizioni, com’era accaduto prima di conoscere la verità, quando il loro rapporto era fatto di tenerezza, amicizia, condivisione, confidenza e, naturalmente, di attrazione profonda. L’aspetto più straordinario di questo bellissimo film è proprio nel racconto di questo amore tenace, vivo per tutti i dieci anni durante i quali si andava completando la trasformazione di lui e durante i quali entrambi avevano dato una svolta alla propria vita, come se, anche lontani nello spazio e per lungo  tempo, l’antica fiamma non si fosse mai spenta. Rivedendosi, infatti, essi ritrovavano la magia di un tempo, e si amavano ancora con immutata passione, con la stessa volontà di condivisione, con la tenerezza, l’amicizia e anche le baruffe che avevano caratterizzato fin da subito il loro rapporto, cosicché il film, che inizia presentandoci Laurence ormai diventato donna, termina circolarmente evocando il momento del loro primo incontro, con un flash back sorprendente per bellezza e naturalezza, che ci riporta alla sostanza di un amore che non può finire, anyways, appunto!

Dolan, che non ha ruolo d’attore in questo film, precisa nell’intervista di aver accompagnato con la propria recitazione ad alta voce, l’interpretazione dei due bravissimi attori protagonisti, per avere il pieno controllo di ogni aspetto del film, nonché di aver lavorato duramente in fase di montaggio sia per contenere la durata della pellicola (che nonostante ciò sfiora le tre ore, senza mai annoiare, però!), sia per fare in modo che le immagini e le situazioni della prima parte del film trovassero le loro corrispondenze simboliche, cromatiche e musicali nella seconda parte in un continuo richiamo, emotivamente significativo per gli spettatori. Il risultato di tutto ciò è un film stupefacente per lo splendore delle immagini, delle musiche e per l’intensità delle emozioni che è capace di suscitare negli spettatori, anche se certamente non è privo di difetti e di ridondanze: il regista, d’altra parte, non aveva che ventitre anni, all’uscita del film!

*Al mio ritorno a casa ho scritto trenta pagine di getto

6 pensieri su “Laurence Anyways

  1. Oh, ci sono amori che non possono finire, anyways, appunto.
    Sì, ci sono.
    Che recensione dettata dal cuore, Laulilla cara.
    Film da vedere. Senza alcun dubbio.

    Grazie.
    gb🙂

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      • E il film muove anche le corde del cuore.
        Buon pomeriggio, cara, e grazie a te.🙂
        gb
        Quando avrò letto il libro di Pascal Quignard segnalato da Claudio te ne parlerò.

        Mi piace

        • Cara Gb, ” Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto”. Così l’illuminista (assai più che romantico) Manzoni alla fine dell’VIII capitolo dei Promessi sposi. Come probabilmente ti ho già detto, credo che le recensioni vadano scritte soprattutto con la testa, anche se poi, in qualche modo, riflettono i moti del cuore di chi scrive, e questo di Dolan è un film che appare fin dall’inizio molto coinvolgente per il modo eccezionale della sua costruzione. Ho trovato e letto nonché brevemente commentato sul blog di Claudio il piccolo saggio di Quignard. Se vuoi leggere il mio parere, là lo trovi, sempre sulla Morte e la fanciulla di Schubert. Sarò lieta di leggere il tuo parere! Buon pomeriggio!🙂

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          • Certo che le recensioni vanno scritte con la testa perché è pur sempre la testa che svela sulla carta/video ciò che il cuore sente.
            Sì, so che è da vedere questo film.
            Lo farò se appena riesco con grande piacere.
            Io ho ordinato il saggio di Quignard.
            Sono abbastanza lunga nel leggere perché leggo e rileggo.
            Appena avrò un parere, te lo comunicherò.
            Parleremo, sì.
            Grazie, Laulilla.🙂
            gb

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