Tom à la ferme

Schermata 2015-08-05 alle 15.41.14recensione del film:
TOM A LA FERME

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Pierre-Yves Cardinal, Lise Roy, Évelyne Brochu, Manuel Tadros 105 minuti – Canada, Francia 2013.

In questo agosto, privo per lo più di buoni film nelle sale, vorrei dedicare alcuni post ai film del regista canadese Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema internazionale, che in Italia abbiamo finalmente potuto conoscere grazie alla proiezione di Mommy, ma che il pubblico degli spettatori  europei e americani conosceva da qualche anno, poiché Mommy era ormai il suo quinto film.
Tom à la ferme fu presentato al festival di Venezia nel 2013, dove ebbe accoglienze calorosissime da parte del pubblico e della critica, così come era accaduto un anno prima a Cannes con l’eccezionale Laurence Anyways. Io credo che la qualità del cinema di questo giovanissimo regista (nasce nel marzo 1989) meriti di essere conosciuta anche in Italia, dove è impossibile trovare i DVD dei suoi film, che pure sono ormai in libera vendita, raggruppati in un cofanetto, appena fuori dai nostri confini occidentali (ma senza sottotitoli: posso garantire che la comprensione del franco-canadese non è sempre facile!). Qualche distributore coraggioso, forse, potrebbe pensarci…

Tom (Xavier Dolan) arriva alla fattoria (ferme) in auto, attraversando le sterminate e semi-deserte campagne canadesi. Di lui si sa davvero poco, se non che è un ragazzo che viene da Montreal; apprendiamo quasi subito, però, che nella capitale egli aveva condiviso la propria esistenza con un collega di lavoro, Guillaume, che era stato anche il grande amore della sua vita. La fattoria alla quale è diretto all’inizio del film è quella della famiglia di Guillaume, la madre e anche un fratello, del quale Tom ignorava l’esistenza. Ora Guillaume è morto; anche di questo fatto si sa davvero poco, se non che Tom lo piange amaramente: ha preparato frettolosamente la scaletta di un discorso per ricordarlo in chiesa, il giorno dopo, alla cerimonia funebre per partecipare alla quale, appunto, egli è lì.
Giunto all’improvviso, Tom non trova chi lo accolga alla fattoria: la casa è vuota, né  si vede anima viva nei pressi o nelle grandi stalle che ricoverano gli animali. Più tardi, l’incontro con Agathe (la madre – Lise Roy) e soprattutto con Francis (il fratello – Pierre Yves Cardinal) non dissipano l’atmosfera cupa e inquietante di queste prime scene, che, abilmente costruite con un progressivo avvicinarsi della ripresa dall’alto sul protagonista, tratteggiano a grandi linee il suo percorso solitario dalla città alla campagna, che è anche la scoperta, a ritroso, del mondo del suo amante sfortunato.
Non si tratta di una scoperta felice: in quel mondo nessuno conosceva davvero Guillaume: Agathe ne ignorava l’omosessualità; il fratello la aborriva come una vergogna indicibile, da tenere ben nascosta, fra i segreti di famiglia, soprattutto ad Agathe, per non aggiungere il disonore al dolore per la perdita. Nessun discorso di Tom al funerale, dunque, per evitare l’emergere di qualsiasi sospetto, anche del più lontano, in merito: questo ordine di Francis, categorico e indiscutibile, è accompagnato da atti di violenza sadica e perversa, per ottenere non solo l’obbedienza di Tom, ma anche la sua umiliazione.
Da questo momento il film ci appare particolarmente spiazzante: le reazioni di Tom alla crudeltà di Francis diventano sempre più deboli: non solo egli ne accetta passivamente la malvagità, ma sembra che non voglia reagire, oscuramente attratto, come in una sorta di “sindrome di Stoccolma“, probabilmente per qualche senso di colpa o per un desiderio insano di espiazione, come talvolta accade quando il cuore straziato non si rassegna alla morte imprevista della persona amata.
L’atmosfera del film, ora, è quella di un noir sinistro, angoscioso e coinvolgente, che cattura fortemente la nostra attenzione, fino alla conclusione catartica, che corrisponde, sul piano simbolico, all’avvenuta elaborazione del lutto.

Tratto da una pièce teatrale di Michel Marc Bouchard, che l’ha sceneggiata per il cinema, insieme a Xavier Dolan, il film affianca alla vicenda, che è un thriller serrato ed emozionante, alcuni temi che le si legano assai strettamente: la contrapposizione città – campagna, principalmente, rovesciando, finalmente, però, il luogo comune, molto presente nella cultura occidentale, secondo il quale la vita della campagna, più vicina alla natura, sarebbe più adatta a chi apprezza l’autenticità e la verità. In realtà Francis, che in campagna  continuava a vivere e a lavorare, aveva fondato la propria esistenza sulla violenza, sulla sopraffazione e anche sull’ipocrisia: da questo era fuggito Guillaume e da questo, infine, si accingerà a fuggire anche Tom, a gambe levate, per rispetto di sé, della propria purezza ingenua e dell’amore che lo aveva legato a Guillaume, quell’amore che non aveva manifestato in chiesa, ma che avrebbe dichiarato a tutti, in una scena bella e dolorosa, fingendo di raccontare le confidenze di una donna. Un bel film potente e originale nella narrazione, accompagnata da una funzionale colonna sonora, realizzato grazie anche alla recitazione affiatata di tutti gli attori.

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8 risposte a "Tom à la ferme"

  1. gelsobianco 17 agosto 2015 / 22:01

    Tu riesci a stimolare il desiderio di vedere il film.
    E’ moltissimo, cara.
    Che bella canzone!
    Grazie.
    Un sorriso e buona serata
    gb

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    • laulilla 17 agosto 2015 / 22:16

      Ti ringrazio, Gelso: il tuo complimento è il più gradito a chi scrive per presentare un film: sono felice di essere riuscita a stimolare la voglia di vederlo! La canzone è bellissima. A presto rileggerti; buona serata anche a te!

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      • gelsobianco 17 agosto 2015 / 23:12

        Hai questa grande e viva capacità in te, cara.
        Sì, la canzone è bellissima.
        🙂
        gb

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          • gelsobianco 17 agosto 2015 / 23:33

            Oh, ci riesci perfettamente, oh sì. 🙂
            Hai una scrittura semplice, chiara, scorrevole e capace di far giungere le tue emozioni.
            E la semplicità, per me, è punto di arrivo in evoluzione sempre e non di partenza.
            gb

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            • laulilla 17 agosto 2015 / 23:37

              Sono molto d’accordo, cara: la semplicità e la chiarezza sono una conquista molto faticosa, spesso! In modo particolare lo sono per me, che vorrei esprimermi con semplicità senza banalizzare!

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              • gelsobianco 17 agosto 2015 / 23:54

                E la vera semplicità non è mai banale.
                Ecco questa è “punto di arrivo in evoluzione sempre” come ho scritto prima.
                Un sorriso
                gb

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