Paris Texas


Schermata 2015-02-28 alle 15.23.58recensione del film
PARIS, TEXAS

regia:
Wim Wenders

Principali interpreti:
Harry Dean Stanton, Hunter Carson, Justin Hogg, Nastassja Kinski, Dean Stockwell, Aurore Clément, John Lurie, Viva Auder, Bernhard Wicki, Tom Farrell, Sam Berry, Claresie Mobley, Socorro Valdez, Edward Fayton, Jeni Vici, Sally Norvell, Sharon Menzel, The Mydollis, Viva, The Mydolls, Sam Shepard, Brandy Tipton Drammatico – 150 min. – USA 1984.

Paris, Texas è stato riproposto, accuratamente restaurato, in molte sale italiane, insieme all’altro capolavoro  di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino, in occasione dell’Orso d’oro alla carriera, da poco assegnato durante la Berlinale a questo grande regista tedesco. E’ singolare che dopo più di trent’anni il film (1984) abbia mantenuto tutta la sua bellezza: non se ne  avverte l’età, se non per i cambiamenti ovvi, che nel corso del tempo hanno contrassegnato l’invecchiare degli attori di allora, ora davvero molto diversi. La storia è quella di Travis (Harry Dean Stanton), che, all’inizio del racconto, sta attraversando a piedi il deserto texano, ripreso da una nitidissima fotografia in tutta la sua scabra, eppur colorata bellezza. E’ un paesaggio dell’anima, senza tracce di vita, corrispettivo metaforico dell’aridità del protagonista,  che sembra aver abbandonato, insieme alla tanica dell’acqua, ormai vuota e inservibile, ogni residua volontà di vivere. Da quattro anni Travis si era separato dal consorzio umano e, lasciando al loro destino la giovane moglie e un bambino ancora molto piccolo, aveva fatto perdere ogni traccia di sé. Si era, probabilmente, messo alla ricerca di Paris,Texas, luogo misterioso e per lui mitico, che porta il nome della capitale francese, ma che essendo nel cuore del deserto texano, è prontamente seguito dalla precisazione geografica. Lì Travis era stato concepito e lì aveva comprato un lotto di terreno, investendo i pochi quattrini della famiglia, per costruire una casa a suo figlio: non un grande affare, certamente, e soprattutto un acquisto poco apprezzato, che aveva contribuito non poco al deteriorarsi dei rapporti fra lui e Jane (Nastassja Kinski), la madre molto amata di Alex (Hunter Carson), amatissimo figlio. Erano passati quattro anni, dunque, senza che egli fosse riuscito a trovare finalmente il proprio ubi consistam, il se stesso più vero, l’originario Travis nato dall’amore dei suoi genitori. Durante tutto questo tempo, egli aveva disimparato a comunicare con gli altri; il suo sguardo si era fatto sempre più assente; la sua lingua era diventata muta, il suo corpo era sempre più magro e prosciugato. In queste condizioni era stato trovato da un tale, sedicente medico, che aveva messo in piedi una clinica in quei luoghi dimenticati dagli uomini, e che era riuscito a rintracciare fortunosamente suo fratello Walt (Dean Stockwell), che nel frattempo si era amorevolmente preso cura di Alex.

Il soggiorno a casa del fratello e il lentissimo ritorno alla parola, nonché il cauto riavvicinamento al piccolo Alex, tappe difficili del nuovo percorso di Travis, costellate da altri tentativi di fuga, costituiscono la seconda parte del film, che contiene pagine, credo, fra le più emozionanti e indimenticabili di tutta la storia del cinema, dalla sfilata delle scarpe e degli stivali di famiglia, ben lucidati ed esposti al sole, alla struggente iniziale ripulsa di Alex che finge di non riconoscerlo, tanto appare impresentabile all’uscita della scuola, all’ammiccante e scherzoso procedere di entrambi su due marciapiedi paralleli, tutto ci testimonia del mutamento che si fa strada nel cuore di lui: non più il deserto, ora, ma la vita, con qualche luce: tornano anche le immagini serene del passato, l’Eden appena conosciuto e subito abbandonato. L’ universo delle corrispondenze simboliche che è in tutto il film, qui si fa più emozionante e profondo: il camminare incerto e faticoso lungo il percorso accidentato della vita diventa un poco più confortevole ripulendo le tracce del passato dallo sporco con cui egli aveva voluto nasconderle: tutto era sedimentato nel cuore di quell’uomo e restava lì a ricordargli chi era, quale ruolo aveva recitato e perché  era tanto cambiato. Il tempo trascorso non era quello mitico delle sue origini, però, ma quello popolato di ricordi veri, delle immagini di un tempo forse più felice, ora irrimediabilmente perdute, quelle che una vecchia e un po’ logora pellicola di un filmino amatoriale riporta alla memoria, con una grazia evocativa inarrivabile.
Con quel passato reale, dunque, Travis avrebbe dovuto fare i conti fino in fondo, riconoscendo le proprie colpe e cercando una riconciliazione con se stesso, prima di tutto, premessa indispensabile della riconciliazione con la vita.
Il finale del film, accuratamente preparato, non è lieto (sarebbe  stato impossibile), ma aperto alle nostre interpretazioni: attraverso il doloroso e necessario incontro – confessione con Jane (non mi ci soffermerò, ma credo che sia davvero tra le scene più alte del cinema di ogni tempo), egli può ora assumere le proprie responsabilità, prima di allontanarsi di nuovo, forse per sempre. Il viaggio che intraprende lo riporterà al suo iniziale vagabondaggio? Personalmente non riesco a crederlo: egli è finalmente un altro Travis, consapevole  di sé, essendosi liberato per davvero della rabbia e del rancore che sembravano averlo perduto.

Annunci

2 pensieri su “Paris Texas

  1. Cara L.
    Ho visto Paris, Texas quando è uscito e quello che più mi impressionò fu la fotografia. Questo film mi ha insegnato a cercare i momenti in cui la luce naturale si confonde con quella artificiale, quando i lampioni e le luci delle insegne si infilano nei tramonti. Certo, non con gli stessi risultati…. Poi la colonna sonora… e poi il film, di cui non ti saprei raccontare la trama a memoria come di altri, più semplici, ma che ha lasciato comunque un segno.
    Ma quello che mi piacque moltissimo fu Il cielo sopra Berlino. Andrebbe visto almeno 10 volte. E lo farò…
    Tra i tanti pensieri che gli angeli ascoltano, uno che mi ha colpito è quello del vecchio, alla biblioteca, che mentre sfoglia un librone pensa: “Cosa c’è nella pace che alla lunga non entusiasma, e che non si presta al racconto…” Notevole.
    Ogni frase è un elemento da cui partire per lunghe riflessioni.
    E poi, quando va a cercare Potsdamer Platz. E non c’era niente. Mentre oggi… ci sono stato quest’estate e… pensare al vecchio seduto sulla poltrona tra le erbacce…
    Posterò una foto del Sigessäule che ho scattato pensandola in bianco e nero.
    E magari una di Potsdamer Platz.
    Ti ringrazio tanto per la tua bellissima recensione.
    Ciao! A.

    Mi piace

    • Grazie a te, A. Anche a me era piaciuto Il cielo sopra Berlino che però non ho rivisto restaurato. Mi acquisterò il DVD e me lo riguarderò, ma ho poco tempo, in questo momento, perché sono indietro di almeno due recensioni. Ti chiederai perché me ne preoccupi! Credo che meritino almeno qualche cenno (una è per Birdman; l’altra è per il Boccaccio dei Taviani, che “maraviglioso” non mi pare, ma che è abbastanza interessante)
      Ti ringrazio della foto che ho appena ricevuto e che vado a commentare sul tuo blog.

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...