Novecento


Schermata 07-2456864 alle 21.22.18recensione del film:
NOVECENTO
(Atto primo)

regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:
Gerard Depardieu, Robert de Niro, Burt Lancaster, Romolo Valli, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Francesca Bertini, Laura Betti, Donald Sutherland, Sterling Hayden, Roberto Maccanti, Paolo Pavesi, Pietro Longari Ponzoni, Werner Bruhns – 318 minuti Italia, Francia 1976

Bernardo Bertolucci, evocando in una lunga intervista il tempo in cui venne girato questo bellissimo film, ricostruisce il clima politico e culturale della fine degli anni ’70, quando, dopo il grande successo internazionale del suo precedente L’ultimo tango a Parigi, gli si aprirono le porte degli Stati Uniti. Lì, il regista ottenne, infatti, cospicui finanziamenti a scatola chiusa, che gli permisero di creare questa nuova opera nel modo e col tempo che gli parvero necessari, avvalendosi, oltre che di un numero enorme di personaggi popolari, anche di un cast molto prestigioso e blasonato (i nomi più famosi all’epoca erano quelli di Burt Lancaster, Alida Valli, Francesca Bertini, cui si aggiungevano lo straordinario Sterling Hayden, nonché i giovani e bellissimi Gerard Depardieu e Robert De Niro, il quale aveva al suo attivo, comunque, già alcuni film di tutto rispetto, fra i quali la seconda parte del Padrino di Coppola). Questa illimitata apertura di credito non impedì tuttavia che, all’uscita del film, proprio dal produttore americano arrivassero al regista i primi violenti attacchi: troppo lunga la proiezione di più di cinque ore per il pubblico americano; troppo ideologico l’insieme; troppe bandiere rosse nel film. Eravamo nel 1976, in piena guerra fredda!
Schermata 08-2456876 alle 23.31.00In Italia, invece, dove si decise di dividere il film in due parti che furono proiettate separatamente, il film ebbe un sicuro successo di pubblico, ma anche alcuni problemi giudiziari che, dopo le vicissitudini incredibili del suo film precedente, sembravano essere diventati inseparabili da Bertolucci. L’assoluzione piena non gli alleviò l’amarezza per la gelida accoglienza da parte della sinistra del tempo, di quel PCI cui il giovane regista avrebbe voluto dedicare quest’ultima sua fatica: erano i tempi del compromesso storico berlingueriano e dei timori che il richiamo identitario al popolo della sinistra avrebbe potuto nuocere a quella strategia. Quasi una ennesima dimostrazione della perenne inattualità degli artisti!

Il film inizia con la rappresentazione della “festa d’aprile” nella campagna emiliana presso Parma (l’ambiente in cui si svolgono le vicende raccontate). E’ il 25 aprile 1945, il giorno della Liberazione dell’Italia dal dominio nazifascita: dalle fattorie e dai poderi accorrono numerosi i contadini, mentre, ancora armati e violenti, gli uomini più compromessi col fascismo di Salò cercano scampo alla loro ira, alcuni ancora sparando e uccidendo. Il festoso e drammatico racconto del ritorno alla vita democratica costituisce la premessa dell’intero film, indispensabile per ricostruire i primi decenni del ‘900, così come erano stati vissuti in quelle campagne sia dai proprietari della famiglia Berlinghieri, il vecchio Alfredo (Burt Lancaster) e suo figlio Giovanni (Romolo Valli), sia dai numerosi lavoratori agricoli, che alle loro dipendenze sopportavano condizioni di pesante sfruttamento, sorretti dalla fierezza dell’appartenenza di classe, che condividevano col vecchio Leo Dalcò (Sterling Hayden), patriarca amato e rispettato da tutti

La morte di Verdi, avvenuta nel gennaio del 1901, aveva chiuso definitivamente, in ogni senso, il secolo XIX. La notizia si era sparsa velocemente nelle campagne, urlata dal deforme “Rigoletto” paesano, ed era stata immediatamente seguita, nella narrazione del film, dagli auspici beneauguranti di due nascite: stavano per vedere la luce, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, Olmo (Roberto Maccanti / Gerard Depardieu), l’ultimo nipote di Leo, e Alfredo (Paolo Pavesi / Robert de Niro), l’erede atteso dei Berlinghieri. Dopo essersi soffermato sulle litigate fra i due bambini, così diversi per collocazione sociale, il regista si appresta a tratteggiare, con grande finezza analitica, il complesso rapporto di amicizia e di ostilità che li connota e che costituisce, forse, il tema centrale di tutto il film, quello attraverso il quale egli filtra gli eventi storici straordinari del primo ventennio del ‘900.
Educato con la severità autoritaria comune alle famiglie patriarcali, vestito sempre come un piccolo lord, col suo collettino inamidato, il piccolo Alfredo prova ammirazione e anche un po’ d’invidia per la libertà anarchica di Olmo, sempre libero di sporcarsi, di non avere paura dei disagi della vita naturale, di agguantare le rane per infilarle crudelmente nel proprio cappellaccio, di entrare vestito nelle acque stagnanti della campagna circostante. Olmo, inoltre, era capace di prodezze strabilianti, di atti di straordinario coraggio: sapeva stendersi sui binari al passaggio del treno, uscendone magari molto sporco, ma vivo, senza un graffio. Una vera delizia, poi, per Alfredo, poter allontanarsi dalle tensioni familiari, dal padre prepotente, dal parentado scroccone, dalla madre lamentosa, dal nonno molto affettuoso, ma anziano e trattato da demente. La drammatica morte di quest’ultimo, la farsa del testamento dettato al notaio compiacente, le fantasie di evasione nei mondi lontani dello stravagante e diseredato zio Ottavio (Werner Bruhns), la morte di Leo, il treno del Soccorso Rosso a sostegno dello sciopero dei contadini, scandiscono le tappe del tormentato e progressivo staccarsi di Alfredo dalla sua poco amata famiglia, simbolicamente rappresentato dalla coraggiosa decisione di sdraiarsi a sua volta sui binari al passaggio del treno pieno di bandiere rosse che sta portando a Genova Olmo insieme agli altri figli dei contadini in sciopero. Ora si dichiarano entrambi “socialisti dalle tasche buche”, ciò che li dovrebbe rendere molto simili, anche se lontani, in tutti i sensi: Alfredo non ha bisogno del Soccorso rosso e perciò non andrà a Genova.
Con un bellissimo passaggio, preceduto da un attimo di buio sullo schermo, ecco un altro treno: una sigaretta che si accende è sufficiente per illuminare le divise dei soldati di ritorno dal fronte della prima guerra mondiale, quelli più giovani, che erano stati arruolati negli ultimi mesi del conflitto. E’ così raccontato il ritorno di Olmo alla proprietà dei Berlinghieri, uno dei momenti emozionanti del film: poche le parole, ma tanta la gioia e la commozione: il lavoro lo aspetta. Che fine ha fatto Alfredo? Alfredo non è partito neanche questa volta, neppure per la guerra: ha indossato inutilmente la divisa da tenente e ha comprato inutilmente una lucidissima spada. I soldi del padre gli hanno evitato la partenza; si è allora accontentato di aspettare, in compagnia di Regina (Laura Betti), la cuginetta un tempo presuntuosa e insopportabile che ora egli cerca di allontanare da sé.
La vecchia amicizia con Olmo si rinnova, ma i tempi non sono più quelli. La guerra aveva privato la cascina di molte braccia: Giovanni aveva cercato di rimediarvi acquistando un certo numero di macchine e assumendo un fattore, servile, odioso e ambiziosissimo, Attila (Donald Sutherland), per controllare il raccolto e il lavoro dei contadini. Si diceva, però, che altri proprietari della zona avessero cominciato a sfrattare dalle abitazioni, per lunga tradizione assegnate a loro, le famiglie degli agricoltori “eccedenti”, magari tornati, feriti e invalidi, dal fronte. Il disagio era profondo e investiva davvero tutti: gli agrari che non intendevano ragione diversa da quella del profitto; i contadini che non avevano alcuna colpa di ciò che era successo e che ora si vedevano costretti a lasciare non solo il lavoro, ma le case avite. Questa volta, però, qualcuno sembrava finalmente in grado di organizzare una vera protesta: la Lega dei braccianti, animata dalla giovane maestra Anita Furlan (Stefania Sandrelli), profuga veronese, accolta dai Dalcò dopo che aveva perso nella guerra casa e parenti. Politicamente molto vicini e reciprocamente attratti, Anita e Olmo si innamorano.

Le ragioni degli sfrattati, dunque, erano riuscite a fermare l’esercito che i padroni avrebbero voluto si schierasse, come in passato, a difesa delle loro proprietà. In realtà si stava creando, e Bertolucci lo dice in modo impareggiabile col linguaggio del cinema, l’esplosiva miscela di violenza, odio, frustrazioni, arrivismo e invidia sociale che in breve tempo avrebbe portato all’affermarsi del fascismo. Una chiesa è lo sfondo del patto scellerato che agrari, preti, aspiranti nuovi padroni e frustrati di ogni specie stringeranno, in una scena memorabile, al fine di organizzare le prime squadre fasciste nelle campagne emiliane: è presente l’ambizioso Attila, è lì anche Regina, frustrata per essere stata estromessa dalle stanze del cugino, che avrebbe voluto sposare, c’è il conte Pioppi (Pietro Longari Ponzoni), il proprietario che aveva dovuto arrendersi davanti ai suoi contadini e c’è anche Giovanni, che lì aveva convocato imperativamente il fratello Ottavio e il figlio Alfredo, il cui allontanamento sdegnoso sarà, forse, l’elemento decisivo, quello che lo spingerà ad allinearsi alle posizioni più estremiste che in un primo momento sembrava aver rifiutato. I frutti di quella riunione non si sarebbero fatti attendere: la spaventosa violenza delle squadracce infierì con inaudita ferocia: l’incendio della casa del popolo e il rogo in cui morirono bruciati gli anziani che erano di guardia diffuse il terrore fra tutti gli altri, cosicché i funerali delle vittime si svolsero nell’indifferenza dei più, senza alcuna solidarietà della popolazione, ben barricata in casa, nonostante le invocazioni di Olmo e i pianti di Anita, che ora comprendeva la portata della sconfitta e intuiva la fine prossima di qualsiasi opposizione sociale.
E’ l’autunno triste delle lotte contadine: la piazza vuota, la banda con la solita musica, il corteo con le solite facce; è la fine di un’epoca, la cessazione di ogni forma di mediazione sociale, il trionfo dell’arbitrio e dell’arroganza, come la scena agghiacciante e simbolica del massacro del gatto, che conclude il primo atto del film, lascia chiaramente presagire.
La prima parte di questo lungo film è una vera grande epopea delle lotte contadine, priva di retorica, girata con cura e resa affascinante dalla bellissima fotografia che, grazie al restauro avvenuto qualche anno fa, siamo finalmente in grado di apprezzare pienamente. La seconda parte, che non è, almeno secondo me, altrettanto convincente, sarà oggetto della mia prossima recensione, insieme alla storia dell’amore molto tormentato fra Ada (Dominique Sanda) e Alfredo, che è probabilmente uno degli aspetti più interessanti del film.

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