Pulp Fiction ha vent’anni


Schermata 04-2456756 alle 23.46.52recensione del film
PULP FICTION

Regia:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Phil LaMarr, Maria de Medeiros, Peter Greene, Frank Whaley, Alexis Arquette, Paul Calderon, Christopher Walken, Quentin Tarantino, Duane Whitaker, Burr Steers, Bronagh Gallagher, Susan Griffiths, Steve Buscemi, Angela Jones, Brenda Hillhouse – 150 min. USA 1994

Sono passati vent’anni da quando Tarantino ha girato questo film: molte sale lo stanno riproponendo in questi giorni in Italia. Io l’ho rivisto sul mio DVD e ora, con questa modestissima recensione, contribuisco come posso alla sua interpretazione.

Il film inizia, nei pressi di Los Angeles, con una scena di vita quotidiana alquanto banale: due innamorati, Zucchino e Coniglietta (Tim Roth e Amanda Plummer) discutono animatamente, mentre fanno colazione in un motel. Si tratta, in realtà, di una coppia di balordi, piccoli malavitosi con esperienze di furti e rapine che, per ottenere il massimo guadagno con il minimo rischio, decidono di improvvisare una rapina anche lì dove si trovano, contando sulla sorpresa e sulla paura degli altri avventori. La scena a questo punto si interrompe, ma se ne apre un’altra: su un’automobile stanno viaggiando Vincent Vega (John Travolta), da poco tornato dall’Europa, e Jules Winnfield, (Samuel L. Jackson). Entrambi sono di ottimo umore e si stanno molto divertendo: Vincent parla con sghignazzante sufficienza delle bizzarre abitudini degli europei in fatto di cibi, di bevande alcoliche e di comportamento, mentre il suo compagno di viaggio lo ascolta con incredulità ironica e curiosa. Si tratta, in verità, di due killer al servizio di Marsellus (Ving Rhames), gangster potentissimo, per incarico del quale si accingono a uccidere un po’ di persone, allo scopo di impadronirsi di una valigetta dal contenuto misterioso. Nuovo cambio di scena: Vincent, un po’ riluttante, porta a ballare Mia (Uma Thurman), la giovane donna di Marsellus che, dovendo assentarsi per qualche giorno, lo ha pregato (si fida pienamente di lui) di farla un po’ divertire. Un twist ballato con impareggiabile e fantasiosa abilità fa guadagnare alla coppia l’ambitissimo trofeo in palio, ma il rientro a casa di lei viene sinistramente turbato da un incidente gravissimo, che manda all’aria i “buoni”propositi di lui.

Ora, la scena cambia di nuovo: è la volta di Butch (Bruce Willis), pugile corrotto: Marsellus se lo era comprato per fargli perdere l’incontro alla seconda ripresa. Il regista, però, ce lo mostra bambino, evocando in una scena di irresistibile comicità grottesca il momento in cui gli era stato consegnato da un commilitone del padre (Christopher Walken) l’orologio di famiglia, che, passando di generazione in generazione, aveva scandito il valore militare degli avi, eroi della prima (il bisnonno) e della seconda guerra mondiale (il nonno). Custodito con cura (sebbene in un luogo quanto mai … improprio) dal padre, durante la guerra del Vietnam, nella quale aveva trovato la morte, l’orologio era ora finalmente nelle mani del piccolo Butch, che anche da adulto non se ne sarebbe mai (o quasi mai) separato.
L’esito dell’incontro truccato, però, non era stato quello previsto e concordato con Marcellus, perché Butch, con un pugno violentissimo, aveva ucciso l’avversario, quasi senza volere, ciò che ora avrebbe davvero messo a rischio la sua vita.
Tutto il film ruota, principalmente, intorno a questi gruppi di personaggi: l’incrociarsi casuale dei loro percorsi deciderà del destino di ciascuno, indipendentemente dalle attese e dai progetti, sempre azzerati dall’imprevedibilità bizzarra del caso, non dominabile dalla forza della volontà. Le armi che sparano da sole o i pugni che colpiscono uccidendo, senza che ci sia intenzione di farlo, sottolineano l’irrilevanza tragicomica degli sforzi che ciascuno dei protagonisti mette in atto per indirizzare la propria esistenza secondo le personali aspirazioni, i gusti, i valori, le capacità. Si tratta, a mio giudizio, di una una delle più corrosive e taglienti negazioni dell’ideologia egemone negli Stati Uniti, quella del self-made man, di cui vengono colti ironicamente gli aspetti più contraddittori. Se Tarantino, però, si limitasse a questo, si muoverebbe (in ogni caso molto bene, con briosa e divertente lucidità) su sentieri già battuti da altri grandi registi americani, almeno a partire dagli anni ’80: i Coen, Scorsese, per alcuni aspetti Altman. Con questo film, invece il regista dà vita anche a un modo di raccontare del tutto nuovo, mescolando i generi e gli stili della cinematografia classica, nonché intervenendo sulla linearità del tempo del racconto e dando così luogo all’alternarsi stupefacente di passato e presente secondo un “disegno” “pulp”: così, infatti, venivano chiamate quelle raccolte disordinate di racconti e novelle o di saggistica popolare che davano l’impressione di mettere sullo stesso piano, in una allegra confusione di generi e di valori, le pagine di chi sapeva scrivere con quelle di chi inviava le proprie sgrammaticate impressioni e i propri sgangherati diari. Palma d’oro al Festival di Cannes del 1994.
I trailer dell’epoca si possono trovare su Youtube, ma quelli italiani sono davvero inguardabili, perché mostrano le preoccupazioni della censura nel presentare come assai edificante un film molto trasgressivo. Volendo esemplificare, però, quanto ho appena detto, circa la mescolanza dei generi, degli stili e dei tempi del racconto, penso che il finale del film, che circolarmente ci dice la conclusione della prima scena (lasciata sospesa per almeno due ore) sia assolutamente esemplare: una ossimorica lunghissima citazione biblica sulle labbra di un killer assai spietato come Jules Winnfield, il manigoldo compagno di delitti di Vincent (per altro da tempo morto per mano di Butch!). Nonostante l’apparente disgregarsi del racconto filmico, questo è uno dei film più attentamente controllati da un montaggio straordinariamente efficace nel mettere in luce una sceneggiatura impeccabile.

4 pensieri su “Pulp Fiction ha vent’anni

    • Recensirlo per me, che l’avevo visto e rivisto e ne avevo letto molto, è stata una scommessa con me stessa, ma ci ho voluto provare lo stesso. Ritengo, anzi, che a distanza di tempo si riesca a valutare meglio, forse. Geniale, comunque la si pensi: non credo ci possano essere dubbi. Grazie di essere passato da me!

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  1. Difficile scrivere su Pulp fiction, il capolavoro di Tarantino diventato cult. Ma è stato un vero piacere leggere questa ottima recensione. Estremamente interessante la riflessione circa la negazione dell’ideologia del self-made man.

    Ilenia

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    • Tante grazie, Ilenia. Ho particolarmente apprezzato la sottolineatura circa la negazione del self-made man, perché proprio su questa ho avuto una discussione con la mia amica Paola. Secondo me, infatti, questo è un aspetto molto vistoso del film. Grazie ancora. A presto😀

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