padre e figlio (Father and son)


Schermata 04-2456753 alle 18.20.47recensione del film.
FATHER AND SON

Titolo inglese:
Like father, like son

Regia:
Hirokazu Koreeda

Principali interpreti:
Masaharu Fukuyama, Yôko Maki, Jun Kunimura, Machiko Ono, Kirin Kiki, Isao Natsuyagi, Lily Franky, Jun Fubuki, Megumi Morisaki – 120 minuti – Giappone 2013

Nella vicenda che ci viene raccontata, ambientata nel Giappone di oggi, Ryota è un architetto e manager di successo, molto indaffarato; ha una moglie che lo ama e un figlio, Keita, di soli sei anni. Per curarne l’educazione, la giovane madre gli si dedica a tempo pieno, con tenerezza e costanza, cosicché il piccino cresce nella prospettiva di diventare a sua volta un uomo affermato e ammirato, come il suo papà: egli segue, sia pure senza troppo entusiasmo, le lezioni di piano, così come si impegna attivamente per superare l’ammissione alla speciale scuola creata per selezionare i bambini più bravi e promettenti, quelli che si affermeranno nella vita. Raggiunti alcuni traguardi indispensabili al futuro vagheggiato per lui, tutto nella piccola famiglia sembra procedere senza problemi, nella lussuosa e grande dimora in cui si svolge la vita di ciascuno, allorché, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia che, per uno scambio in culla, avvenuto in ospedale, dopo il parto, il vero Keita vive ora presso un’ altra famiglia, che sta, a sua volta, facendo crescere un figlio non suo, col nome di Ryudi. L’invito degli psicologi e degli operatori sociali incaricati di seguire i quattro genitori coinvolti in questo brutto pasticcio è di iniziare a frequentarsi con amicizia, ospitando i figli scambiati, per riportarli a casa nel modo più naturale e indolore possibile: di nuovo uno scambio, dunque, in nome dei diritti del sangue, condivisi, con una certa riluttanza, solo da Ryota, ma poco accettabili per le due madri che vorrebbero continuare la vita di prima, come se nulla fosse successo. Le due famiglie, fra le altre cose, non potrebbero essere più diverse: Yudai, l’altro padre, è un uomo buono, molto tollerante e per nulla ambizioso; gestisce un piccolo negozio di materiali elettrici e si ritaglia molto tempo libero da dedicare ai figli (sono altri due, oltre a Ryusei), con i quali gioca volentieri, coinvolgendone l’entusiasmo e la fantasia. La madre, in questo caso, contribuisce col proprio lavoro alle spese della casa, che è assai modesta e in disordine, perché porta le tracce della vitalità dei tre bambini, ancora piccoli. L’amicizia “necessaria” delle due famiglie non è tra le più facili, con la conseguenza che il soggiorno concordato dei rispettivi figlioletti nelle due abitazioni, dapprima accettato come un bel gioco, presenta problemi crescenti quanto più si prolungano i tempi della permanenza: Ryusei, infatti, non è affatto disponibile a impegnarsi per diventare un uomo di successo, ma è sufficientemente autonomo per fuggire, tornando nei luoghi dove era sempre vissuto; Keita, che pure si era molto divertito ed era stato conquistato dai bei giochi dei fratellini e dal volo degli aquiloni, sente, infine, la mancanza degli studi e persino del pianoforte, a cui vorrebbe tornare. Di tutti i personaggi, è proprio lui il più consapevole dell’inganno e il più dolente, quello che vive con indicibile sofferenza l’ingiustizia crudele che sta subendo senza colpe e alla quale non è in grado di opporre alcuna forma di ribellione. Ritrovare il padre, alla fine della separazione insensata e simbolicamente rappresentata nel bellissimo finale del film, sarà sufficiente a sanare la piaga profonda che potrebbe aver minato gravemente le sue sicurezze infantili?

Ancora un film sullo scambio dei neonati, dunque: è di un anno fa la mia recensione dell’interessante Il figlio dell’altra che utilizzava il tema, assai antico, per dimostrare l’assurdità del contrapporsi di Israeliani e Palestinesi.
In questo ottimo lavoro il regista giapponese Hirokazu Koreeda si cimenta con lo stesso soggetto, riflettendo, però, sul significato del diventare padre e sviluppando l’ipotesi che, al contrario della maternità che sarebbe soprattutto un legame naturale, in quanto biologico, fra la donna e il proprio figlio, la paternità sia un legame difficile da accettare essendo principalmente un’acquisizione culturale. Il film ci dice, tuttavia, che si diventa padre assai lentamente e spesso con difficoltà, soprattutto se le famiglie mantengono una divisione rigida dei compiti fra i due genitori, così come era avvenuto in passato, mentre è più facile diventare padri consapevoli in una famiglia organizzata in modo meno convenzionale e meno rigido nella distribuzione delle funzioni genitoriali. La pellicola è molto bella; la narrazione è pulita e priva di retorica, delicata e assai coinvolgente nel parlarci del lungo processo di maturazione di Ryota, che gli farà accettare con piena convinzione la paternità di Keita, anche se non non è fondata sui legami del sangue. Per essere padri quello che conta oggi è la disponibilità ad accogliere e a comprendere che i figli hanno bisogno, soprattutto, dell’amore, fatto di tempo insieme a loro, dedicato ad ascoltarne problemi ed esigenze, magari condividendone la gioia di veder volare gli aquiloni.

8 pensieri su “padre e figlio (Father and son)

  1. Era ora che i distributori italiani si accorgessero dell’esistenza di Hirokazu Koreeda, regista dello splendido “Nessuno sa”. Peccato che nella zona in cui abito film come “Father and Son” non arrivino mai al cinema. Forse, però, è meglio così, dato che spesso i film stranieri (soprattutto quelli orientali) vengono rovinati dal doppiaggio, motivo per cui preferisco vederli in DVD in lingua originale. Ciao.

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    • Ciao, Ivan, grazie del commento. E’ in effetti un regista molto interessante sia per l’accuratezza delle realizzazioni (che danno l’idea di un serissimo lavoro di preparazione e di perfezionamento), sia per la profondità delle sue analisi dei problemi, soprattutto dei bambini, nel distratto e poco affettuoso mondo di oggi. Il guaio è una distribuzione assolutamente disinteressata (tranne rare eccezioni) al cinema di qualità, e invece molto attenta al botteghino. In queste condizioni è un miracolo se riusciamo a vedere, sempre in ritardo, film di bellezza indiscutibile, ma poco commerciali. Non parliamo, poi, del doppiaggio, che credo esista in pochi altri paesi europei e che, in ogni caso, ritarda di molto l’uscita dei film. E’ un peccato, perché il cinema è il luogo dove i film si vedono al meglio!

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  2. Che bel film deve essere!
    Lo consiglierò ad un mio amico e collega che si preoccupa molto di essere un buon padre e di non far mancare attenzioni e opportunità a suo figlio.
    E, se riuscirò, cercherò di vederlo anch’io.
    E ancora grazie per la tua recensione. Impeccabile, come sempre.
    Ciao.
    A.

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    • Il film è abbastanza eccezionale, creato dal regista che da pochi anni è diventato padre e che perciò si è interessato dell’argomento paternità, approfondendone molti aspetti. Da vedere sicuramente. Ciao e grazie dei tuoi lusinghieri giudizi sulle mie recensioni. Lilli

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    • Carissimi disoccupati illustri, grazie e accetto la nomina sperando di non essere obbligata a esporre nella home page qualche patacca – medaglia 😉 , perché tengo a mantenere pulita e sobria la grafica del blog. Nel caso dovessi per forza esporre le medaglie, aprirò una pagina intitolata PREMI, che raccolga la vostra ed eventuali altre se ne verranno. In passato non avevo dato corso a nomine di questo tipo, come forse avete letto, ora lo faccio per due ragioni fondamentalmente: perché mi lusinga il fatto che la nomina arrivi da un blog collettivo; e perché il vostro blog, che non conoscevo e che ora segnalerò nel mio blogroll, mi sembra molto ben organizzato e ben scritto, cosa che apprezzo sopra ogni altra. Grazie. Ditemi cosa devo fare, per piacere: basta copiare e incollare la procedura, le vostre domande, nonché indicare altri blog?

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