la memoria (Anita B.)

Schermata 01-2456674 alle 21.47.36recensione del film:
ANITA B.

Regia:
Roberto Faenza

Principali interpreti:

Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Nico Mirallegro, Clive Riche, Guenda Gloria, Moni Ovadia, Jane Alexander – 88 min. – Italia, Ungheria, USA 2014.

Questo bel film di Roberto Faenza, ispirato liberamente al romanzo di Edith Bruck, Quanta stella c’è nel cielo, ci fa rivivere la triste realtà dei pochi ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio che, al termine della guerra, si erano ricongiunti con quanto rimaneva della propria famiglia, sperando di trovarvi la calda accoglienza di cui avevano un disperato bisogno. Anita B., la ragazzina ebrea ungherese che era scampata alla morte, dopo Auschwitz e Bergen Belsen, aveva raggiunto, col treno, priva di documenti, il territorio cecoslovacco dei Sudeti, dove in un piccolo villaggio appena liberato dalla presenza dei tedeschi nazisti si era insediata la zia Monika col marito e il figlioletto, nonché Eli, fratello del marito. Qui la piccola Anita sarebbe stata accolta e aiutata a dimenticare, poiché in quel minuscolo alloggio quello era stato il compito che consensualmente tutti avevano accettato: dimenticare gli orrori dei genitori rastrellati e deportati sotto gli occhi di Monika, dimenticare la fidanzata bruciata viva sotto gli occhi di Eli. Era stato proprio Eli, infatti, ad avvisare Anita che, se avesse voluto vivere con gli altri, nella casa in cui tutti l’avrebbero accolta, avrebbe dovuto lasciarne fuori Auschwitz.
Il bagno a cui Monika l’aveva sottoposta, con crudele freddezza subito dopo il suo arrivo, aveva assunto perciò anche il significato simbolico di un lavacro purificatore che avrebbe cancellato ogni traccia di ciò che era stato: non era stato possibile, però, portare via col sapone il numero marchiato a fuoco sul suo braccio, né le ustioni del cuoio capelluto. Anche questi bestiali segni, per quanto occultati alla vista (un bel fazzoletto colorato sui capelli; le maniche lunghe per nascondere lo scandaloso numero impresso sul braccio) diventavano a loro volta simboli di una memoria dolorosissima e incancellabile, sulla quale a lungo avrebbe meditato Anita, che non solo non poteva, ma neppure intendeva annullare i ricordi sui quali, invece avrebbe voluto costruire la propria identità e il proprio futuro, rispondendo allo scandalo della Shoah e alle lusinghe di un’integrazione (possibile solo annullando se stessa e le proprie speranze), con l’assunzione di una dignitosa e cosciente responsabilità in terra di Israele.

Il tema dell’importanza della memoria, fondamento dell’identità di un popolo quasi cancellato dalla follia nazista, è stato fra i più dibattuti all’interno dell’universo ebraico, lacerato tra la tentazione dell’assimilazione (umanamente molto comprensibile, ma in grado di annullare, probabilmente, una millenaria cultura, che nonostante la diaspora era riuscita a conservare usi, tradizioni, canti, riti, e persino alimentazione simile in ogni parte dell’Europa) e la rivendicazione orgogliosa della propria storia, fatta anche di umilianti persecuzioni e infine purtroppo della Shoah. Il regista ci dà, col linguaggio del cinema, una rappresentazione visiva e raffinata di questa dicotomia, non facilmente risolvibile e, attraverso il ritratto di Anita e delle sue scelte dolorose, ci ricorda che il passato non può essere ignorato né dagli individui, né dai popoli, essendo parte costitutiva e incancellabile della nostra storia personale e della nostra appartenenza collettiva.
Splendidi gli attori, diretti con molta sensibilità ed equilibrio; bellissime le ricostruzioni ambientali nelle quali si respira l’aria della Mitteleuropa (come sempre Faenza è molto abile nel ricostruire atmosfere e ambienti: così era stato anche per il precedente e raffinato film su Gustav Jung e Sabine Spielrein, Prendimi l’anima, che ho sempre apprezzato più – non temo il linciaggio! – del pretenzioso e un po’ ridicolo A dangerous Method di Cronenberg, sullo stesso argomento).
Informo che il film è presente, per ora, solo in venti sale cinematografiche in tutta Italia (no comment!).

2 pensieri su “la memoria (Anita B.)

  1. “[…] (come sempre Faenza è molto abile nel ricostruire atmosfere e ambienti: così era stato anche per il precedente e raffinato film su Gustav Jung e Sabine Spielrein, Prendimi l’anima, che ho sempre apprezzato più – non temo il linciaggio! – del pretenzioso e un po’ ridicolo A dangerous Method di Cronenberg, sullo stesso argomento).”

    Ho trovato questa recensione mentre interrogavo Google alla ricerca di qualche parere che concordasse con me nel giudicare “A dangerous method” inferiore al pur mediocre “Prendimi l’anima” di Faenza.
    Ieri sera, infatti, mi sono imposta di rivedere per la terza volta il film di Cronenberg per cercare ostinatamente di comprendere quali siano i pregi di un’opera piaciuta molto alla critica (specialmente all’estero, ad essere sinceri), che a me non ha mai suscitato alcuna emozione, né curiosità intellettuale, né ammirazione dal punto di vista tecnico. Nonostante fossi animata da tutta la buona volontà possibile, tuttavia, debbo ammettere che nemmeno al terzo tentativo la mia opinione è cambiata. Semmai, anzi, è peggiorata.

    “A dangerous method” è un film gelido, superficiale e verboso. Al termine della visione si ha la sensazione che nulla sia rimasto, anche perché la pellicola tende a spiegare le cose a parole più che suggerirle con le immagini. E pure le interpretazioni sono tutt’altro che memorabili. Non solo quella assolutamente grottesca, oscillante tra smorfie scimmiesche e legnosità, di Keira Knightley, ma soprattutto quella di Michael Fassbender. Tra gli attori si salva in parte solo Viggo Mortensen, il cui Freud paternalistico, borioso, privo di qualunque apertura mentale e roso dall’invidia sociale è però riscattato da un certo senso dell’umorismo.

    Proprio Fassbender è, secondo me, il maggior punto debole del film, benché ammetterlo mi spezzi il cuore, essendo un attore che reputo tra i migliori – se non decisamente il migliore – della propria generazione. Il suo Jung, che del film è il vero protagonista, sembra solo un opportunista (che vive alle spalle della ricca e cornuta moglie) e un ambizioso, per nulla interessato o coinvolto dal proprio lavoro clinico e di vedute ristrettissime e borghesissime. Nelle pochissime scene in cui lo vediamo realmente all’opera la sua espressione nell’ascoltare il racconto delle esperienze e delle sensazioni di Sabine sembra essere quella di uno per metà scandalizzato e per metà schifato e ci si chiede come un individuo così giudicante abbia potuto sentire il desiderio di avvicinarsi alla psicoanalisi.

    E le cose non vanno meglio quando l’azione si sposta in camera da letto. Il grande amore di cui verbalmente ci viene raccontato sembra, in effetti, più un diversivo per sfuggire alla noia di una moglie detestabilmente angelicata. In Fassbender non c’è nessun tipo di trasporto, nessun tipo di calore, nessun tipo di conflitto interiore o senso di colpa né di rimorso (anche se, in alcuni momenti, a parole ci viene spiegato il contrario). E, per carità, le stesse cose mancano anche alla Knightley, ma in questo caso sono più incline al perdono, vista la sproporzione oggettiva tra i due a livello di talento.

    “Prendimi l’anima” è un film altrettanto sbagliato. Pretenzioso senza averne i mezzi, Faenza, scade in alcune scene francamente ridicole e grossolane (quella della caffetteria, per esempio, con il suo rozzo e mica tanto sottinteso riferimento al sesso orale, per citare solo la peggiore) e sdoppia la trama inventandosi una storia parallela ambientata nel presente che è a dir poco noiosa, superflua e mal recitata. Però, quello che ha azzeccato e alla grande – ed è la grazia che redime tutto il film rendendolo in alcuni passaggi addirittura memorabile – sono i due protagonisti. Perché Emilia Fox è magnifica come Sabine malata: fragile e spaventata, ma comunque curiosa e intelligente e pure dotata di una certa malizia, il che non rende difficile intuirne il valore e capire come possa aver fatto scattare qualcosa nel proprio terapeuta. Ed è altrettanto brava nel mostrarci la trasformazione della Sabine guarita, che diventa una donna sicura di sé e affascinante, con una mente brillante e il coraggio di sfidare convenzioni e pregiudizi.

    Dal canto suo, lo Jung di Iain Glen sovrasta quello di Fassbender sotto ogni aspetto. Con intelligenza e sottigliezza, Glen ci mostra un giovane medico entusiasta e sensibile, pieno di empatia e buona volontà, che si trova a dover procedere a tentoni in un percorso terapeutico del tutto nuovo. Jung è, in questa pellicola, come un funambolo senza rete, allo stesso tempo rafforzato (per quanto riguarda il versante professionale) e messo in pericolo (sul versante personale) dalla propria capacità di saper accogliere l’altro senza pregiudizi, cosa che nell’interpretazione di Glen traspare in maniera evidente ed efficace. E, quando la scena lo richiede, traspaiono e si colgono altrettanto bene anche le contraddizioni del personaggio e certe sue ipocrisie borghesi.

    Così, se tra Fassbender e la Knightley non si capisce bene da dove nasca l’attrazione (se non dall’avvenenza fisica di entrambi), tra la Fox e Glen (comunque non meno belli, anzi, nel caso di Glen probabilmente anche di più) non è difficile credere allo sbocciare dell’amore tra i due. Ed è su questo piano che il film di Faenza funziona e lascia nella memoria un ricordo migliore di quello di Cronenberg (che forse non ne lascia affatto uno…).

    Da parte mia, quindi, non c’è alcun rischio di linciaggio per aver espresso un’opinione che è decisamente impopolare, ma che condivido pienamente.

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