il figlio, cinquant’anni dopo (Philomena)


Schermata 12-2456648 alle 17.21.52recensione del film
PHILOMENA

Regia:
Stephen Frears

Principali interpreti:
Judi Dench, Steve Coogan, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin, Ruth McCabe – 98 min. – Gran Bretagna, USA, Francia 2014.

Se Philomena, adolescente e ingenua, non si fosse innamorata di un bel giovanotto e soprattutto, per dirla con le suore che l’assistevano (si fa per dire!) durante il parto, se non avesse abbassato le mutandine, non avrebbe commesso quell’orribile peccato che ora si trova a scontare fra i dolori del travaglio, prova manifesta dell’ira di Dio nei suoi confronti! 
Non siamo nel medioevo, ma nella cattolicissima Irlanda del Novecento, quando alle ragazze che durante una notte appassionata si erano un po’ distratte non veniva più consentito di vivere in famiglia, che si sarebbe coperta di vergogna, né, tantomeno, di abortire legalmente, né erano previsti anticoncezionali di sorta che potessero prevenire indesiderati concepimenti: le poverette venivano ricoverate dalle suore in qualche convento in attesa della nascita del bébé, che, svezzato e un po’ cresciuto, sarebbe stato venduto a ricchi coniugi americani senza figli. Questa fu infatti la sorte del piccino che Philomena aveva messo al mondo, Tony , il quale, non avendo voluto staccarsi dalla bimba a cui si era affezionato nel provvisorio brefotrofio di quelle sciagurate suore, fu adottato insieme a lei, diventandone il fratellastro.
Per cinquant’anni Philomena si era tenuta nel cuore il segreto di questo figlio, tormentandosi continuamente e sperando che qualche miracolo glielo facesse rivedere: come si sa, però, i miracoli non avvengono facilmente, a meno che… A meno che un giornalista provvisoriamente disoccupato, di nome Martin, venuto casualmente a conoscenza della triste storia, decida di raccontarla, mosso sia dalla pietà per lei (poca), sia dallo sdegno nei confronti delle istituzioni religiose cattoliche (parecchio), sia dalla necessità di guadagnare qualche soldo (soprattutto).
La donna è disposta a rendere pubblici i propri dolori e le proprie angosce, solo a condizione che Martin l’accompagni negli Stati Uniti alla ricerca dell’ormai maturo “figlio della colpa”. Ha in tal modo inizio lo strano viaggio, che dovrebbe permettere di riannodare quel filo che si era spezzato, di cui però la donna teneva ancora saldamente, fra le mani, un capo, simbolicamente rappresentato dalla fotografia del bimbo in salopette, che di nascosto era riuscita a ottenere da una suora un po’ più umana delle altre.
L’aspetto più intrigante e curioso del film è soprattutto nello strano sodalizio che si creerà, durante il percorso americano, fra l’anziana Philomena (la mostruosamente brava Judy Dench) e il relativamente giovane Martin (Steve Coogan), che non potrebbero essere più diversi: laico, spregiudicato e colto lui; religiosissima (nonostante tutto) e priva di cultura lei, imbottita dei luoghi comuni dei romanzi rosa e della TV. Ne nascerà una bella amicizia grazie alla quale entrambi smussando le rispettive posizioni estreme (!) comprenderanno le reciproche ragioni.

Il film, ben diretto, formalmente impeccabile e ottimamente interpretato, è, a mio avviso, nonostante tutto il bene che se ne è scritto, abbastanza deludente sia per la scarsa originalità della vicenda, sia per il modo del racconto, che più tradizionale non potrebbe essere. Mi sembra, anzi, che traspaia da tutta la sceneggiatura la preoccupazione di piacere a troppi: ai cattolici, ma anche ai laici; ai clericali, ma anche agli anticlericali; agli anziani, ma anche ai giovani; ai gay ma anche agli etero; agli Irlandesi e (soprattutto, direi) agli Americani, specialmente se repubblicani, ma anche no…! Sono forse un po’ maliziosa, se penso che sia stato scritto e girato con un occhio agli Oscar prossimi venturi?

10 pensieri su “il figlio, cinquant’anni dopo (Philomena)

  1. Buona la tua analisi del film che, però, io non ho trovato così compiacente. Di questi tempi oscuri, in cui la Spagna, per esempio, torna indietro sull’aborto, in cui il cattolicesimo sembra riconciliato coi buoni sentimenti di papa Francesco, ricordare una storia come quella di Philomena e mostrare una società gretta, chiusa e perbenista non fa male. Non credo nell’Oscar futuro, però…

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    • Che faccia bene ricordare quei tempi, non c’è alcun dubbio, ma il messaggio, alla fine, non è così chiaro: anche le suore, poverette…E’ la morale di lei che riesce addirittura a far accettare a Martin, alla fine molto rabbonito, il suo punto di vista il che mi lascia molto dubbiosa. La società è certo gretta e chiusa, ma proprio perciò la conciliazione finale non mi convince, anzi, mi fa infuriare! Grazie del commento Ivetta. Qualche Oscar me lo aspetto, anche se ovviamente non lo auspico, ma il film potrebbe mettere d’accordo molti, proprio perché non scontenta nessuno.

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  2. Non sono riuscito a vederlo ancora. Pensa, ero giù in Puglia, vado al cinema all’ultimo spettacolo, solo che questo film alle 22.30 non veniva proiettato. In compenso c’era un film appena uscito ( Un boss in salotto ) che a quel punto ho visto sperando di trovare una simpatica commedia godibile.
    Sono uscito dal cinema con un senso di vuoto nella testa e con un senso di imbarazzo addosso.

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    • Comprendo il tuo imbarazzo per Il boss in salotto, avendone visto l’orrido trailer di presentazione, prima di American Hustle. Povero cinema italiano, come l’han ridotto! Se, come ti auguro, riuscirai a vedere Philomena, fammi arrivare il tuo giudizio. Come avrai capito, a me non è piaciuto troppo, anche se non nego che sia un film ben fatto e ben costruito. E’ un film molto “ruffiano” per i miei gusti, così come credo The Butler. In ogni caso, Philomena non ottunde il cervello, il che in questo paese di decerebrati sembra molto apprezzabile. Ciao, Adriano!

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      • Se la prossima settimana continua ad essere in programmazione vicino casa ci andrò e ti dirò volentieri la mia sul film.
        Quanto al cinema italiano, in effetti, sta messo maluccio. La magra consolazione a cui ci si vuole appigliare è un’eventuale candidatura all’oscar per La grande bellezza. Io ne sarei contento ma non cambierebbe di certo lo spessore generale del cinema italiano.
        A proposito di spessore, non so se hai visto su raiuno i primi due episodi de Gli anni spezzati. Io ho visto qualcosa ed ho avuto i brividi.

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        • Non li ho visti, perché è raro che veda la TV (mea culpa, ma mi fa dormire!), perciò illuminami. Perché hai avuto i brividi? Di che cosa parlano?

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          • Gli anni spezzati è una miniserie televisiva italiana composta da sei puntate. I primi due episodi intitolati “Il Commissario” ( andati in onda qualche giorno fa ) sono incentrati sulla vicenda del commissario Calabresi.
            Premetto che non ho visto molto delle due puntate ma quel che ho visto non mi è piaciuto particolarmente, sia per l’approfondimento storico ( carente) sia per la relativa rappresentazione ( poca cura dei particolari, sviluppo narrativo discutibile ).
            In generale, apprezzo che si voglia offrire ad un pubblico di spettatori più ampio la possibilità di conoscere momenti importanti della nostra storia però queste occasioni andrebbero sfruttate meglio.
            Insomma, per il futuro, si può fare di più.

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            • Ho capito, grazie. Le occasioni per raccontare il nostro passato più recente andrebbero certamente utilizzate bene, per non sprecarle. Bisognerebbe trovare registi seri e sufficientemente colti, ma non è sempre facile qui da noi. Ho visto il film di Pif sulla mafia ed è stato una lieta sorpresa, a questo proposito.

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