orrori quotidiani (Miss Violence)


Schermata 11-2456601 alle 17.22.39recensione del film:
MISS VIOLENCE

Regia:
Alexandros Avranas

Principali interpreti:
Themis Panou, Rena Pittaki, Eleni Roussinou, Sissy Toumasi, Kalliopi Zontanou, Constantinos Athanasiades, Chloe Bolota, Maria Skoula, Giorgos Gerontidakis, Maria Kallimani, Anna Koutsaftiki, Rafika Chawishe, Stefanos Kosmidis, Christos Loulis
– 99 min. – Grecia 2013.

Le prime scene del film ci immettono subito nel cuore del racconto con l’agghiacciante immagine della bimba undicenne, Angeliki, che, dopo aver spento le candeline sulla torta del proprio compleanno, scavalca la ringhiera del balcone e si butta nel cortile morendo all’istante. Gli spettatori che, dapprima inorriditi, poi sempre più sgomenti, vengono gradualmente accompagnati dal regista a conoscere la famiglia (in apparenza normale, come tante altre) della piccola suicida, si rendono conto presto che molte cose non vanno: c’è un nonno, che sembra pacifico e sereno, ma che non ha mai per i nipoti un sorriso o una carezza; c’è una nonna piuttosto acida e rancorosa che pare molto più vecchia di lui; c’è una madre abulica e spenta, quasi priva di amore verso i figli; non c’è, invece, il padre dei piccoli, né di lui si sa alcunché. Col procedere delle sequenze, il mistero, anziché chiarirsi, diventa più intricato: quello strano capofamiglia, in quella singolare casa disadorna, quasi spoglia, è il padrone degli averi e delle vite dei suoi congiunti: li tiranneggia con una volontà inflessibilmente perversa e decide, lui per tutti, che cosa e quando ciascuno possa mangiare; se e quando i più piccoli possano giocare, se potranno stare insieme agli altri bambini o se saranno puniti al buio; se potranno vivere in pace o se saranno schiaffeggiati dalla sorellina che ha ricevuto l’ordine di farlo, se potranno, almeno in bagno, avere un po’ di riservatezza, o se subiranno anche l’umiliazione di essere privati della porta dello stanzino. La nostra angoscia cresce con l’infittirsi delle efferatezze e dei maltrattamenti: quelle porte, che all’interno debbono restare aperte, in modo che tutto possa essere controllato e che nessuno possa trovare spazi per sé, verso l’esterno devono essere ben chiuse, in modo da rinserrare dentro la casa, ora impenetrabile fortilizio, tutti i suoi abitanti, le loro paure, la loro complicità e la loro omertà. Le porte diventano quindi metafora dell’arbitrio, simbolo dell’autoritarismo reazionario che domina quella famiglia, di cui il film fa emergere, con molta precisione, le difficili e regressive dinamiche interpersonali, simili a quelle che vediamo presenti, purtroppo, in tutti i casi di violenza domestica. Il finale del film è aperto e ambiguo, e lascia intravedere anche una possibile lettura politica degli eventi che il film ha raccontato, come se, riferendosi alla terribile storia di una famiglia, il regista greco Avranas, (che ha sostenuto di essersi ispirato a un fatto di cronaca avvenuto in Germania) in realtà avesse voluto parlare della società greca contemporanea e dei rischi conseguenti all’esercizio di poteri sottratti al controllo democratico, che dall’esterno decidono le condizioni di vita di quell’infelice popolazione: dopo la catarsi, infatti, la porta verso l’esterno di quella casa viene nuovamente chiusa, isolando di nuovo la famiglia ai cui componenti potrebbe ancora riproporsi, forse in forme diverse, un futuro privo di speranza. Vi si può forse leggere il timore per il futuro della Grecia, la cui popolazione sembra non capire le ragioni che l’hanno fatta cadere nella crisi attuale, e che perciò rischia di non riconoscere il precipizio in cui potrebbe cadere in futuro? Alcune dichiarazioni del regista lo farebbero pensare.

Leone d’argento per la miglior regia all’ultimo Festival di Venezia, nonché Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, grazie all’eccezionale recitazione di Themis Panou, nei panni del nonno sciaguratissimo, questo film, al di là delle intenzioni del regista Avranas, è in ogni caso molto interessante per il modo essenziale della narrazione, che riesce a creare, in uno stile raffinato e classicamente minimalistico, che mai ricorre a effetti speciali, l’impressionante clima di cupa tensione crescente, che cattura l’attenzione degli spettatori, congiuntamente alla pietà per le vittime, deboli e indifese delle perversioni molto interessate del capofamiglia. Lo stile asciutto e sobrio, quasi impassibile, della regia ricorda quello di Haneke, soprattutto nel bellissimo film Il nastro bianco, che quasi certamente Avranas ha avuto presente e di cui sembra, in qualche misura, ripercorrere qualche orma, anche se, in quel caso, il tema politico era assai più chiaramente suggerito, almeno all’inizio del film.

A questo link, potete leggere, nel caso vi interessasse, un’intervista ad Alexandros Avranas

QUI, invece, troverete una serie di interviste al regista e agli attori. E’ interessante, ma richiede un po’ di tempo (16 minuti e 32 secondi!)

4 pensieri su “orrori quotidiani (Miss Violence)

  1. E alla fine chi ha perso la vita è stato ciò che rappresentava il futuro, a cui, forse, nessuno della famiglia, era interessato, in tutt’altro affaccendato, per esempio ad alimentare i propri rancori.
    Mi ricorda un po’ l’incredibile e triste storia della candida Erendira e della sua nonna snaturata”. Anche lì, chi patisce la grettezza della vecchia generazione è la nuova, cioè Erendira.
    Non mi lancio in un altre considerazioni perché potrei andare fuori tema…….
    Ciao! E ancora grazie per le tue recensioni.
    A.

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    • Temo davvero che tu sia non tanto fuori tema, quanto fuori strada. Io non posso dire molto di più per non togliere il gusto di vedere il film che è un thriller, minimalista quanto vuoi, ma teso e serrato, che va visto senza sapere molto altro. La storia è sordida, assai peggiore di quella di Erendira, che rimane una figura un po’ leggendaria. Qui siamo in pieno orrore: le cose raccontate sono tremende e vengono costruite con realismo, anche se senza alcun compiacimento. Il guaio è che la giovane generazione non sembra migliore della vecchia, perché sembra aver introiettato e considerato normale quel vivere terribile, come mi è parso dall’ambiguo finale del film. Ciao e grazie a te.

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  2. Devo confessare che, nonostante la trucida sostanza del film, le corde dei miei sentimenti e delle mie emozioni non sono mai emersi, se non nella scena della bambina piccola che chiama sommessamente la mamma che finge di dormire per non sentirla e su tutte veglia l'”enigmatica” nonna. Il distacco dalla storia voluto dal regista ha funzionato, la mia indignazione non è emersa. Che sia insensibile??

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    • Che dire? Non credo che tu sia insensibile, e non credo che per essere bello un film debba necessariamente emozionare; credo che la materia per l’indignazione ci fosse ampiamente e credo che indignarsi in fondo sia un’emozione. Il distacco è invece ciò che impedisce alla materia trucida di essere repellente, l’Apollineo vs il Dionisiaco (non per nulla il regista è greco!).
      In ogni caso, non è detto che un film debba necessariamente piacere a tutti. Grazie del commento. Ciao, Ivetta!

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