La dolce vita


Untitled-1recensione del film.

LA DOLCE VITA

Regia:

Federico Fellini

Principali interpreti:

Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anouk Aimée,Yvonne Fourneaux, Magali Noel, Alain Cuny, Annibale Ninchi, Valeria Ciangottini, Enzo Cerusico, Laura Betti, Jacques Sernas, Lex Barker, Adriano Celentano – 173 min. – Italia, Francia 1960.

Ogni tanto rivedere i vecchi film fa bene al cuore, soprattutto se si tratta di film bellissimi, che troppo spesso vengono indicati a sproposito come ispiratori  (di citazioni, in verità, si tratta) di altri, molto acclamati, ma davvero poco affini.

1960: rimarginate le ferite dolorose della guerra mondiale, anche in Italia il boom economico è alle porte, insieme all’impetuosa modernizzazione del paese. La capitale Roma sta cambiando velocemente: le sue periferie si estendono, diventando agglomerati di mostruosi casermoni anonimi, che sorgono come funghi, senza alcun riguardo per l’identità del luogo e senza legami con i bellissimi quartieri che portano le tracce della sua storia millenaria. La città storica, a sua volta, sta perdendo l’anima di un tempo: i primi ricchi turisti internazionali si aggirano ammirando la bellezza dei monumenti e si mescolano alla folla dei cineasti e degli attori che Cinecittà attira da tutto il mondo; nasce il divismo, la cronaca mondana, il giornalismo d’assalto, il paparazzo. La dolce vita muove dall’ampia carrellata sulle periferie in costruzione, mentre un elicottero le sorvola suscitando la generale curiosità, poiché trasporta, ben fissata con cavi robusti, l’enorme statua di un Cristo benedicente, che atterrerà in Vaticano. Un altro elicottero lo segue: trasporta Marcello Rubini, giornalista (Marcello Mastroianni) e Paparazzo, fotografo (Walter Santesso) che racconteranno la cronaca dell’evento; per ora si divertono a distribuire baci, saluti e complimenti alle belle romane che, in costume da bagno, sulla terrazza-giardino, prendono il sole. Marcello è un giovane di Cesena, ha una fidanzata, Emma (Yvonne Fourneaux), molto bella, troppo innamorata, troppo tradita: lo vorrebbe solo per sé, ma, per la verità, la loro storia procede a stento, fra furibondi litigi, fughe, botte, lacrime, sospetti e tentati suicidi. Marcello è arrivato a Roma per utilizzare il suo talento da scrittore: sta, infatti, lavorando come cronista mondano, avendo ridimensionato di molto le proprie ambizioni, ma ha ancora la speranza di scrivere, o prima o poi, il romanzo che gli darà la fama che attende. D’altra parte gli piace il suo lavoro, perché lo mette continuamente in relazione col mondo eccentrico ed eterogeneo del popolo della notte, che incontra in Via Veneto, quello dei principi orientali, dei nobili decaduti, delle donne ricche, belle, annoiate e pronte all’avventura, quello delle prostitute, ma soprattutto quello del cinema, dei produttori, dei registi e delle attrici bellissime, che arrivano, come Sylvia (Anita Ekberg), dall’America. Gli piace anche il mondo degli intellettuali di casa Steiner, nel salotto del quale egli ha modo di conoscere e osservare persone alquanto diverse da quelle di Via Veneto, forse, però, non meno frivole e vanesie, molte delle quali impegnate a interrogarsi sul senso del presente e sul futuro che si prospetta. Possono capitare, poi, notti del tutto difformi, come quelle dell’attesa apparizione della Madonna sotto la pioggia scrosciante, mentre i bambini, che dicono di vederla, vengono furbescamente manovrati da adulti senza scrupoli, che lucrano sul “miracolo”, organizzato come uno spettacolo, con tanto di registi che provano e riprovano le interviste, incuranti del dolore disperato dei malati, trasportati fin lì, esposti alla pioggia, nella speranza della guarigione impossibile: qualcuno ne morirà. La pornografia del dolore è offerta, in tal modo, alla morbosa curiosità del pubblico in cerca di nuove forti emozioni, come accadrà anche dopo il terribile infanticidio-suicidio di Steiner, quando l’orda dei giornalisti e dei fotografi impazziti si precipiterà alla caccia della vedova che sta rientrando in casa, ancora ignara dell’orrore che incombe sulla sua vita. Pietà l’è morta, forse; in ogni caso è sempre più superficiale e sedimenta sempre meno nel cuore di Marcello: tutto scivola via rapidamente: domani sarà un altro giorno, per lui, come per i nuovi consumatori delle gioie effimere, delle emozioni provvisorie. Ciò che tenacemente persiste, invece, nel suo cuore è il mondo della memoria, leitmotiv di ogni film felliniano, “amarcord” dei giorni felici dell’infanzia, mito contrapposto allo squallore presente, di cui egli ha piena coscienza, ma dal quale non riesce a staccarsi. Alla memoria dell’infanzia e della giovinezza è naturalmente legato l’ideale femminile di Marcello: una donna generosa e accogliente, capace di perdono e di tollerante pazienza. La figura della madre, pur non direttamente rappresentata, è evocata nell’episodio dell‘incontro col padre, desideroso di libertà e di scappatelle, ma sempre pronto a tornare fra le sue braccia indulgenti, e anche dall’icona seduttiva e teneramente materna (ah, quegli enormi seni protettivi!) di Sylvia, edipicamente rappresentativa del desiderio di Marcello, vero alter ego di Fellini.

I nostalgici vagheggiamenti del paradiso perduto dell’infanzia, per quanto evocati, non hanno alcuna consistenza e svaniscono, alla luce del giorno, quando cessano gli spettacoli lieti o malinconici che hanno accompagnato le finte gioie della notte: i clown smettono di suonare la loro trombetta stonata, le ballerine rientrano a casa, le luci si spengono e la forzata allegria lascia lo spazio alla cupa meditazione sul futuro e, soprattutto, sulla morte. La voce innocente della piccola Paola (Valeria Ciangottini), la cameriera del locale fuori mano nel quale Marcello aveva cercato la pace necessaria per cominciare il suo romanzo, ora sulla spiaggia, come lui e come i suoi notturni compagni di bagordi e di orge, accorsi a contemplare il mostro marino, invano cerca di arrivare a lui che, ubriaco e stordito dal rumore della risacca, non può riconoscerla e non riesce a sentirla. Con questa immagine finale, densa di significati allegorici e simbolici, il film si conclude, lasciandoci quasi una amarissima profezia. Forse non è un caso che insieme a Ennio Flaiano, Tullio Pericoli e Brunello Rondi abbia partecipato alla sceneggiatura del film anche il giovane Pier Paolo Pasolini.

Chi volesse approfondire la conoscenza del nostro grande regista (forse il più grande fra i nostri grandi registi) potrebbe cominciare da questa bella intervista condotta da Enzo Biagi:

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2 pensieri su “La dolce vita

  1. Ecco un film italiano che vale la pena di vedere anche sovente. Denso di significati. Dove c’è Flaiano c’è genialità, talento, ironia, lucida analisi fatta con una battuta secca ( I miei amici sono tutti comunisti. Io no: non me lo posso permettere…). La scena finale mi ricorda l’ingenuità di un paese che viene lasciata sull’altra sponda di una nuova storia. Ma anche un popolo che viene abbandonato dai suoi intellettuali. L’ingenuità sorrride. Il paese è stordito dal suo nuovo corso. Lo sviluppo, che Pasolini distingueva nettamente dal progresso, un’altra cosa, alla lunga non pagherà.
    Ed eccoci qua.
    Ciao Laulilla. Grazie per questa tua nuova efficace recensione. Ciao. A.

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    • Grazie del commento a questa faticosissima recensione, che avrei voluto molto più ricca e articolata, ma che infine ho ridotto di molto, per evitare il micro-saggio, più adatto alla carta stampata che a un blog. Dici bene che, alla fine, si può ravvisare la critica pasoliniana allo sviluppo, nonché la separatezza che si sta profilando fra intellettuali e popolo, quasi una “trahison des clercs”, per usare la famosa frase di Julien Benda. E’ sicuro che questo film segna la fine del modello narrativo del neorealismo, legato alla cultura rurale, che si andava a poco a poco perdendo, soppiantata dall’urbanizzarsi di larghissima parte della popolazione. Interessantissimo, comunque sarebbe indagare su questo “mostro” che continua a guardarci e da cui Marcello distoglie disgustato gli occhi. Che cosa potrebbe rappresentare? qui la ricchezza dei simboli richiederebbe davvero un lavoro molto più ampio. così come sarebbe interessante indagare su questa luce diurna che dissolve i sogni e le speranze. Vedrò se aggiungere una seconda parte alla recensione o se tornare sull’argomento di fronte agli stimoli che possono venire dai lettori.
      Ciao, A. (come ti chiami?). Buona notte

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