il grande Fitzgerald (Il grande Gatsby)


Schermata 05-2456434 alle 00.23.58recensione del film:

IL GRANDE GATSBY

Titolo originale The Great Gatsby

Regia:

Baz Luhrmann

Principali interpreti:

Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher -142 min. – Australia, USA 2013.

Tutte le citazioni fra virgolette sono tratte dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald Il grande Gatsby, nella traduzione italiana di Fernanda Pivano.

La vicenda del film è quella stessa del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, con la singolare aggiunta dello psichiatra, che esorta Nick Carraway, voce narrante nel film e anche nel romanzo, a scrivere le proprie memorie per liberarsi dei fantasmi del passato. Siamo a New York, nel 1922, cioè in uno di quegli anni che, dopo la grande guerra, furono caratterizzati dall’illusione dei facili arricchimenti, dalla voglia di farcela nonostante tutto, dal sogno americano, insomma. Migliaia di persone, animate da una sorta di ottimismo della volontà, si erano date l’obiettivo del riscatto sociale, nella convinzione che, nel paese delle opportunità, le origini familiari, per quanto umili, sarebbero state annullate dal successo, mentre la povertà sarebbe rimasta appiccicata addosso come una colpa. Sono, però, questi anni anche molto inquieti: ci si vuole arricchire in fretta, ma le vecchie classi dominanti diffidano dei nuovi ricchi, temono la loro concorrenza non solo negli affari e si chiudono in difesa delle loro posizioni privilegiate. Temono, inoltre, che, per il bisogno crescente di uguaglianza, si affermino pericolose tentazioni sovversive, che i “negri” pretendano i diritti dei bianchi: si fa strada una visione razzista e reazionaria di cui il personaggio di Tom Buchanan, nel romanzo, come nel film, è l’incarnazione: “Dipende da noi, che siamo la razza dominante, stare attenti; altrimenti queste altre razze prenderanno il controllo di tutto.” Del resto, la sua giovane e graziosa moglie, Daisy, gli fa eco: “Dobbiamo sterminarle”. Daisy era stata, cinque anni prima dei fatti raccontati, innamorata di Gatsby (che “la fissava come tutte le ragazzine desiderano essere fissate una volta o l’altra”), conosciuto quando si accingeva a partire, come ufficiale, per la guerra in Europa, dopo la decisione americana di intervenire (1917). Anche Gatsby era attratto da lei, per la sua bellezza, indistinguibile dal sentore di ricchezza che promanava persino dalla sua voce, che, secondo la definizione dello stesso Gatsby, era “piena di monete” (curiosa e significativa la sottovalutazione di di questo particolare nel film, indice dell’ eccessiva banalizzazione di tutta la vicenda, che non è solo la storia di un amore, perché Daisy è, sul piano simbolico, il sogno americano di Gatsby). La fanciulla sembrava ben decisa ad attendere il ritorno dalla guerra del bell’ufficiale, ma la sua agiata e importante famiglia era stata ancora più decisa a farle sposare Tom, uomo di Chicago, di favolosa ricchezza. Né il matrimonio, né la nascita di una bimba avevano però soddisfatto Daisy, che dopo un periodo di infatuazione per lui, si era resa conto di essere stata costantemente tradita, in modo piuttosto arrogante e sfrontato. La coppia, al momento del racconto, abita a New York, in una grande e lussuosa villa neoclassica nel verde, di fronte al West Egg di Long Island e proprio davanti al misterioso e sontuoso castello, fatto sorgere non casualmente proprio lì da Gatsby, che ora, dopo aver fatto fortuna per sentirsi degno di lei e della sua ricca famiglia, è deciso a riconquistarla, non ignorando le molte voci inquietanti e forse calunniose sul suo passato e sull’ ingente ricchezza, non si sa come accumulata. Le feste sontuose e aperte al bel mondo new-yorkese, che ogni venerdì sera si svolgono nel castello di West Egg, vengono offerte nella speranza di vedere, prima o poi, anche lei affacciarsi a quella porta. Solo la mediazione di Nick, vicino povero di Gatsby e cugino di lei, però, renderà possibile il primo ritrovarsi dei due e il successivo ingresso della bella Daisy in quella stravagante dimora, ricca di una biblioteca di libri mai letti, nonché di guardaroba traboccanti di magnifiche camicie di seta, ma piena di stanze inabitate e cupe.

Gli altri percorsi narrativi che, intrecciandosi strettamente alla vicenda dei due amanti e degli adultèri di Tom, porteranno all’epilogo tragico della storia di Gatsby, vengono sviluppati fin dalle prime pagine del romanzo e del film, ma, in quest’ultimo, subiscono un notevole rallentamento, dovuto all’irrompere, nel tessuto del racconto, di lunghissime sequenze descrittive, costruite con dovizia di particolari davvero smodata, secondo il gusto kitsch di cui Luhrmann aveva già dato prova nel bruttissimo (almeno secondo me) Moulin Rouge (2001). Egli accumula nella rappresentazione delle feste di casa Gatsby un eccesso di ori, lustrini, piume, musiche (non solo il jazz degli anni 20, ma, con vistosi anacronismi, pezzi anche famosi scritti in epoche successive), danze, wisky e champagne, che rispondono soprattutto al bisogno di riempire il suo horror vacui, in modo alquanto fastidioso e grossolano, senza rendere giustizia alla grazia del romanzo, che è sottile e difficile, pieno di simboliche corrispondenze. In molte sale il film addirittura è proiettato in 3D, così da suscitare ulteriormente l’ingenua meraviglia dello spettatore, quasi dovesse rivivere la poetica barocca di Giambattista Marino: E’ del poeta il fin la meraviglia… Il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald avrebbe meritato davvero qualcosa di meglio. Le trasposizioni cinematografiche delle grandi opere letterarie non sono affatto sempre deludenti: numerosi registi, anche di fronte a opere di grande bellezza, hanno saputo darne letture originali, o interpretazioni interessanti. Luhrmann, invece, si è limitato a illustrarne enfaticamente gli aspetti edonistici, e a parafrasare, senza infamia e senza lode, il resto del racconto, senza fornirne una chiave interpretativa originale. Peccato! Nel cast degli attori, molto notevole, spicca l’ eccellente prova di Leonardo Di Caprio.

Annunci

16 pensieri su “il grande Fitzgerald (Il grande Gatsby)

  1. Buongiorno, Laulilla! Ho apprezzato il film, perché penso che abbia saputo cogliere quel disagio che nel libro emerge attraverso le riflessioni del protagonista, ma che, in forma scritta, non rende quanto certe immagini e sequenze del prodotto cinematografico. Concordo però con te sull’eccesso di luci, fuochi d’artificio, musiche (soprattutto quelle contemporanee): riempiono di trambusto la trama. Nel complesso, comunque, ho gradito l’aderenza al libro, temevo che l’esigua mole del volumetto potesse lasciare spazio alle divagazioni filmiche, invece l’unica vera variazione, quella delle sedute psicanalitiche, mi ha decisamente soddisfatta.

    Mi piace

    • Intanto ti ringrazio del commento. Quando un’opera letteraria viene tradotta bene, di solito viene anche tradita, secondo quanto comunemente si dice (quanto più la traduzione è bella, tanto più è infedele: bella e infedele si disse, non a caso, della traduzione montiana dell’Iliade). Questo vale maggiormente per la “traduzione” cinematografica, cioè in un altro linguaggio artistico, che ha un proprio lessico, una propria sintassi, una propria grammatica. Le parafrasi, ti dico sinceramente, mi sembrano poco interessanti, quindi non apprezzo in genere questo tipo di fedeltà. Apprezzo invece lo sforzo interpretativo, che è sempre possibile se l’opera letteraria è di così grande ricchezza da consentire uno stratificarsi di interpretazioni, che non solo non ne intaccano la dignità, ma aprono nuovi orizzonti alla sua comprensione. Penso, ad esempio, al film di Visconti Morte a Venezia, o al Conformista di Bertolucci, o al felice “fraintendimento” pasoliniano del Decameron. Gli esempi potrebbero essere molto più numerosi, ma mi fermo qui. Di questo film, poi, trovo fastidiosi non solo gli eccessi che neppure tu ami, ma lo squilibrio che ne deriva, perché tutta la vicenda ne risulta banalizzata e schiacciata. Non mi pare, cioè, che questi eccessi si possano considerare un semplice incidente di percorso. Naturalmente, secondo il mio opinabilissimo parere.

      Mi piace

      • Io sono profana in confronto a te, Laulilla, ti invidio la straordinaria cultura cinematografica che dimostri, e di certo il tuo parere è più circostanziato del mio, per cui ne faccio tesoro! 🙂 Ho trovato gradevole il film, ma mai mi sbilancerei col definirlo un capolavoro o nel tentativo di dare un peso a certe scelte. Nella mia recensione, ho rilevato come quelle scelte rumorose ed esagerate costruiscano più uno strumento di comunicazione con la società dell’apparenza e degli abbagli di oggi e con il rapporto lusso-falsità che è alla base del disagio di Nick Carraway che con la vicenda di Gatsby e Daisy, che, effettivamente, rischia in molti punti di passare in secondo piano.

        Mi piace

        • Non invidiarmi, Cristina perché è la mia età, non proprio verdissima come la tua (questa sì invidiabile!), all’origine della mia “vasta” cultura cinematografica e del mio interesse per i legami fra cinema e letteratura, oltre che la passione per la decima musa che ho coltivato fin da giovane, cioè dai tempi dell’Università. Diffido però di quel tipo di strumenti di comunicazione, soprattutto perché non capisco bene che cosa Luhrmann volesse comunicare con quella strizzatina (o strizzatona 😀 ) d’occhio!

          Mi piace

          • Strizzatona, direi, vista la magniloquenza! 😀 In ogni caso, anche se le nostre impressioni sono state in parte diverse, leggere il tuo circostanziato parere è davvero piacevole e costruttivo. Anche perché, come dico sempre, la cosa più bella di cui dispongono gli esseri umani è la voglia di comunicare e di confrontarsi, e, se l’interlocutore è preparato come te, i frutti della conversazione sono colorati e gustosi! 😀

            Mi piace

  2. Moulin Rouge è l’apice della ” poetica” Lurhmanniana, la summa del suo cinema. Se non ti è piaciuto quello, non c’erano proprio speranze che questo Gatsby potesse colpirti positivamente…

    Mi piace

        • Grazie, Alessia. Ho letto il tuo pezzo e ti faccio i miei complimenti, perché è molto ben scritto e argomentato. Non mi ha convinta, ça va sans dire, perché evidentemente, faccio parte di chi da quella giostra barocca scende immediatamente, per dirla con le tue parole. E’ in effetti un film che divide il pubblico, ma io mi sento, comunque in ottima compagnia appartenendo alla schiera di chi apprezza un cinema diverso, pur rivendicando il diritto di vedere anche Luhrmann e di scriverne. Ciò che soprattutto gli rimprovero è di essere ” un uomo che, se vede una sfumatura, chiama immediatamente la sicurezza per farla buttare fuori dal suo set”. Le parole non sono mie, ma di Peter Bradshaw, critico cinematografico del The Guardian: sono state scritte proprio a proposito di questo film ed esprimono perfettamente quello che provo. Buona domenica

          Mi piace

  3. Non posso che darti ragione, laulilla. Ho visto il film e ne sono rimasta disorientata e delusa. Sono andata a rileggermi il romanzo (anche in inglese!) e e mi sono resa conto che il regista, pur attenendosi quasi alla lettera alla storia in esso contenuta, tuttavia se ne allontana in modo quasi esasperante. In realtà, ciò che viene evidenziato non è il “sogno americano”, così come simbolicamente descritto nel romanzo, ma il dramma di un amore nato nel passato e divenuto irraggiungibile, con il dovuto corredo di sangue, morte e disinganno. Un fatto personale che coinvolge tutti i protagonisti della storia che lo respingono isolandosi nel loro bel mondo dorato, ad eccezione ovviamente di Nick che ne rimane stravolto. Strano, perchè anche lui appartiene a quel mondo!!
    Come conciliare il rumore scintillante e volgare e superficiale di una società più o meno ricca con il silenzioso e nostalgico ricordo di sentimento d’amore?
    Bruttarello, questo film! E anche male interpretato.

    Mi piace

    • Grazie Maria! Nick è l’alter ego di Fitzgerald, non il malato di mente che ci presenta il regista (altro aspetto bizzarro e disorientante di questo film): in effetti, come scrittore, è la coscienza critica del bel mondo dorato, di cui scrive, anche se le sue origini sono quelle stesse. In tal modo Nick svolge il ruolo che è quello tradizionale, nel nostro mondo occidentale. Va detto che l’attore ha recitato al suo peggio, con una fissità nello sguardo incredibile. Lo stesso Di Caprio, una spanna sopra gli altri, in ogni caso, non riesce a uscire completamente dai panni del bamboccione mai abbastanza cresciuto, altro che eroe sconfitto per la sua generosità! Questo è un demerito del regista, mi pare! Possiamo, comunque, allarmarci per tempo: Di Caprio ha annunciato che lo stesso regista intende affidargli il ruolo da protagonista del suo prossimo film, nientemeno che il remake di Casablanca!
      Ridateci Humphrey Bogart, please! 😉 Sentiamoci!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...