lo scrittore (Nella casa)


Schermata 04-2456401 alle 23.30.23recensione del film:

NELLA CASA

Titolo originale:

Dans la maison

Regia:

François Ozon

Principali interpreti:

Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emanuelle Seigner, Denis Menochet – 105 min.- Francia 2012.

Un professore di letteratura francese, Germain, tornando al lavoro dopo le vacanze estive, apprende dal preside che il suo liceo, il liceo Flaubert, è diventato una “scuola pilota”. In conseguenza di ciò, fra le altre novità, tutti gli studenti dovranno indossare una bella uniforme, per distinguersi dagli altri liceali, grazie alla loro appartenenza proprio a questa scuola. Al di là della divisa che li renderebbe tutti “uguali” (una bellissima sequenza animata ce li mostra così uguali che rassomigliano alle celeberrime zuppe Campbell dell’arte pop di Andy Warhol) si direbbe che quegli studenti appartengano soprattutto al poco glorioso mondo di chi impara poco e presume molto: non sanno scrivere correttamente, non sanno ragionare, non sanno far di conto, né se ne preoccupano; sembrano, anzi, sempre pronti a dar giudizi affrettati e superficiali sugli insegnanti e su quei rarissimi loro compagni che non si adeguano all’andazzo corrente. Uno di questi è Claude, il ritratto stesso della solitudine: abbandonato dalla madre, un padre invalido; nella classe è nell’ultimo banco (nessuno gli si siede accanto), gli piace apprendere e soprattutto sa scrivere molto bene, suscitando l’interesse di Germain, che, come molti colleghi, all’inizio del nuovo corso, aveva chiesto ai propri studenti, per conoscerli un po’ meglio, una breve descrizione del loro ultimo weekend. L’espediente retorico grazie al quale Claude riesce ad attirare l’attenzione del suo prof. è il modo curioso di chiudere la propria pagina: un interlocutorio Continua, fra parentesi, che fa pensare alla volontà di mantenere con l’insegnante un dialogo aperto, il che puntualmente avviene. Claude racconta della sua passione a osservare (e successivamente a descrivere), dalla panchina del parco di fronte, ciò che avviene nella casa del suo compagno Rapha, essendo attratto dall’apparenza piccolo borghese di quella sua famiglia, unita e tranquilla. Gli incontri fra Germain e Claude, che continua a raccontare per scritto ciò che vede e ciò che immagina nella casa di Rapha, diventano quasi un rito, dopo le normali lezioni, tra le pareti della scuola. Germain è uno scrittore fallito: ha scritto un libro che non ha avuto successo e ora è affascinato dal racconto che procede dalla penna di Claude, che riesce ad approfondire la conoscenza della famiglia di Rapha offrendosi di spiegargli la matematica, scusa con la quale può entrare nella sua abitazione, osservarla ben bene e insieme osservare i comportamenti dei genitori del suo compagno: Rapha padre (si chiama come lui il che non è senza significato) ed Esther, la graziosa madre casalinga dai troppi sogni irrealizzati.

Le correzioni di Germain si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica. Il film è molto bello, perché la riflessione sull’arte e sulla creazione artistica si trasformano in un racconto cinematografico, talvolta teso e inquietante, talvolta ironico e divertente e talvolta anche drammatico, pieno di una sua verità, che non è però la verità di tutti, ma quella esclusiva dell’artista che crea la sua realtà, componendo e scomponendo gli elementi che arrivano dall’osservazione. Il racconto è molto ben costruito, coinvolgente, ma non troppo, perché anche allo spettatore viene chiesto di distinguere fra realtà e finzione, in un gioco di specchi leggero e intelligente, interessantissimo sempre. Magnifiche le interpretazioni di Fabrice Luchini, il professore, e di Ernst Umhauer, lo studente solitario, che non rassomiglia a nessun altro.

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6 pensieri su “lo scrittore (Nella casa)

  1. Ho visto oggi il film e mi è parso molto ben fatto, molto ben recitato, ma molto artefatto e freddo. Il gioco di specchi che coinvolge le vite dei protagonisti non ha sufficienti motivazioni se non quelle della scrittura, la scrittura che, paradossalmente, manovra la vita. Questo gioco gelido mi lascia sconcertata e in qualche misura inorridita.

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  2. Ciao Gianna e grazie del commento, che mi fa molto piacere.
    Il film è, secondo me, una riflessione sulla scrittura e sulle mille diverse possibilità che allo scrittore si prospettano quando non intenda imitare la realtà, ma scomporla e ricomporla, secondo la sua soggettiva immaginazione, nella propria opera. Io l’ho inteso così, perciò non mi ha fatto né impressione, né orrore. Come dire che lo scrittore, ma più generalmente l’artista, nella sua totale libertà espressiva, non necessariamente fa coincidere la vita che vediamo con quella che egli rappresenta: l’arte è infatti il regno della libertà creativa e perciò della manipolazione della realtà. Non ho dato perciò molta importanza alle operazioni di invasioni del quotidiano della famiglia osservata, perché le ho ritenute l’espediente narrativo e metaforico di un discorso più generalmente filosofico, sul rapporto fra arte e realtà. L’arte non manovra la vita, ma certo manovra la vita immaginaria o fantastica delle creature che vivono sulla carta, al cinema, o anche sulla tela. Credo che si possa interpretare così, e che ciò venga detto nel finale abbastanza esplicitamente. Indubbiamente lo scrittore o il cinema, o l’arte in generale, può non direi manovrare la vita, ma influire sulla vita e sui comportamenti delle persone come si è sempre saputo, come è sempre accaduto (Noi leggevamo un giorno per diletto…) e addirittura come si è teorizzato da grandi scrittori, soprattutto da quelli che hanno sostenuto la necessità della funzione morale dell’arte (Dante, Manzoni, Tasso, per fare solo qualche esempio).

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  3. Anch’io ieri ho visto il film e sono uscita dalla sala convinta di non avere capito il film, se non come metafora dello scrittore, nel caso specifico, di un allievo che contende la strada della creatività al proprio maestro, il quale a sua volta gioca al rilancio. Il risultato pratico è che le due famiglie coinvolte nello studio del giovane sono costrette a cambiare la loro vita mentre lui, invece, ne esce immutato. Mah!, ci devo riflettere ancora, non è un film che si risolve sbrigativamente.

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  4. Infatti, non è un film facile; ma credo che non si debba cadere nella trappola di attribuire una realtà autonoma alla vita della famiglia osservata dal giovane studente, perché solo fino a un certo punto del film questa è oggetto di pura osservazione, per diventare poi proiezione della sua fantasia e delle sue fantasie. Quando vediamo il prof intervenire attivamente sulla scena raccontata, affiancando Claude nell’osservare, la famiglia di Rapha diventa oggetto di due diversi modi di vedere: quello del prof, e quello del ragazzo che riesce a trascinare l’insegnante sul suo terreno.Questo mi sembra apra ancora un altro tema alla nostra riflessione: l’adolescente, se noti, ha rifiutato i modelli letterari (i libri che il prof. gli presta e che lui non legge, mentre mostra di apprezzare il libro del prof. stroncato dalla critica) perciò a poco a poco trasferisce nella scrittura fantasie assai povere e banali, da romanzone anche ingenuo. Grave che l’insegnante non solo non glielo faccia notare, ma anzi stia al gioco, mettendo in evidenza una cultura letteraria molto superficiale. Indica la prevalenza della pseudo cultura (televisiva?) e il suo gradimento anche da parte degli intellettuali? Grazie Ivetta.

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  5. Interessante questo raffronto tra arte e vita e questa indagine sul ruolo dello scrittore. Ma io ho guardato il film attraverso una altra ottica: limmaginazione, fantasia e curiosità si introducono nella piccola società borghese odierna, vista attraverso il mediocre vissuto stereotipato di famiglie e scuola , interrompendone i fili conduttori, l’ordinarietà e la piatta linearità. La conseguenza dell’azione dello sguardo ironico dello studente (“il nuovo”) è costituita prima dall’attrazione fascinosa nei suoi confronti e poi dal suo respingimento (ci vuole troppo coraggio per annetterlo nella propria realtà)e poi dalla “fuga” .

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    • In realtà credo che la tua interpretazione integri la mia. Io non ho dubbi che il tema del film sia la riflessione sul rapporto arte – realtà, ma è indubbio, invece che l’attrazione per Claude, che ha una concezione della realtà abbastanza ovvia, si direbbe quasi filtrata attraverso i “fumeggiati” della TV (odore delle donne borghesi, insoddisfazione sessuale delle medesime, psicanalisi per massaie ecc) dissimula la scarsa cultura del prof., e qui hai ragione, legato a stereotipi piccolissimo borghesi, come la moglie, d’altra parte, che si muove in un ambiente “culturale”, ma è interessata soprattutto al denaro che può ricavare da quadri molto banali, che ovviamente piacciono a un certo tipo di pubblico, che non è quello che ama i pittori della domenica, ma quello che si illude, mettendosi in casa qualche crosta “furba”, di mostrare la propria raffinatezza culturale. Credo che siano molte le possibili letture di questo film.

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