l’adultera (Anna Karenina)


Schermata 03-2456357 alle 22.54.01recensione del film:

ANNA KARENINA

Regia:

Joe Wright

Principali interpreti:

Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFadyen, Domhnall Gleeson, Ruth Wilson, Alicia Vikander, Olivia Williams, Emily Watson,Holliday Grainger, Michelle Dockery, Alexandra Roach, Bill Skarsgård, Eros Vlahos, Raphaël Personnaz, Kenneth Collard, Tannishtha Chatterjee, Kostas Katsikis, Emerald Fennell, Hera Hilmar, Max Bennett, Guro Nagelhus Schia – 130 min. – Gran Bretagna 2012 –   

Pare che questo sia il trentaseiesimo adattamento cinematografico del romanzo tolstoiano, che è anche ispiratore di innumerevoli fiction e serial televisivi. Qui assistiamo al tentativo, abbastanza originale, di individuare, nella miniera sterminata di argomenti contenuti in quel capolavoro, due temi che costituiscano la struttura portante della pellicola: il primo è quello, scontato, dell’adulterio di Anna, sullo sfondo della pettegola e perbenista società dell’alta borghesia di Pietroburgo e di Mosca; il secondo è quello della contrapposizione città-campagna, che si evidenzia nella organizzazione di una società secondo princìpi di giustizia e di uguaglianza, nella proprietà agricola di Konstantin Levin che, respingendo il modello proprietario delle “anime morte”, costruisce, insieme alla moglie Kitty, una piccola comunità utopica, in cui famiglia e società trovino nei valori della cristiana solidarietà il fondamento della loro saldezza. Il pensiero tolstoiano emerge, abbastanza coerentemente grazie all’originale impianto scenico del film: sullo sfondo delle quinte di un teatro si recita la commedia dell’ipocrisia della vita cittadina, dove uomini e donne non vivono “secondo natura”, dove i matrimoni vengono combinati in base a calcoli di convenienza e si è giudicati non per ciò che si è, ma per ciò che si mostra di sé. La finzione teatrale appare particolarmente adatta, perciò, alla rappresentazione di un ambiente in cui ciascuno si esibisce su un proscenio di  cui cambiano soltanto i quadri che fanno da sfondo. Qui la nobiltà feudale e quella delle cariche ministeriali, a Mosca come a Pietroburgo, si esibisce nelle danze, nei ricevimenti e nei pettegolezzi. All’alta  società russa appartengono Anna, suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin e anche l’uomo amato da lei,  Aleksej Wronskij, così come le dame titolate, che vedono e condannano senza appello le violazioni delle regole non scritte dell’appartenenza a quel mondo. La passione amorosa di Anna e Wronski, fin dall’inizio connotata da sinistri e simbolici presagi (l’uomo sotto il treno, la morte della bella e delicata cavalla Frou Frou, stremata dai colpi di Wronskij), si sviluppa fra la generale riprovazione del comportamento soprattutto di lei, che non vorrebbe nascondersi e rivendica la libertà di amare alla luce del sole; sarà costretta, invece, a ritirarsi in un luogo isolato per portare a termine la nuova gravidanza, mentre il marito cerca di impedirle di rivedere il bambino nato dal loro matrimonio. Manca, rispetto al romanzo tolstoiano, l’analisi del processo di  trasformazione inevitabile dell’amore passionale, che invano Anna vorrebbe mantenere intatto**. Nel film, pertanto, si parla molto dell’adulterio di lei, ma poco delle sue complesse e contraddittorie inquietudini, cosicché l’immagine della donna, pur con le già menzionate novità, non si discosta troppo da quella di molti  stereotipati racconti cinematografici precedenti. Il secondo tema, sviluppato dal romanzo, risulta, in ogni caso, molto schiacciato dal primo e ha come protagonista Levin, amico d’infanzia di Stiva,fratello di Anna.

Il giovane Levin è presente a una festa danzante, durante la quale inutilmente spera di ottenere la mano di Kitty, umiliata e offesa dal ballare scandaloso e interminabile di Anna con Wronskij, col quale avrebbe dovuto fidanzarsi. Levin si allontana velocemente e alquanto disgustato e, appena fuori, si imbatte nella cruda e ingiusta realtà del fratello miserabile e malato, che vive con la giovane ex prostituta che lo cura, nel disprezzo generale. A questa realtà fatta di dolore, di fame e di degrado, Levin intende allora dedicarsi con tutto se stesso, per combatterla e per riportare, almeno dentro la sua proprietà agricola, quei principi di giustizia e di uguaglianza che soli possono giustificare il possesso della terra, trovando in Kitty, che finalmente riesce a sposare, una tenace e convinta alleata. Nella realtà della campagna nessuno recita: tutti, proprietari compresi, partecipano col loro lavoro al progetto di rigenerazione sociale del quale sono pienamente convinti. Qui, allora, il film viene girato all’aria aperta, nella bellezza della campagna, dato che la vita secondo natura è incompatibile con l’artificio e non conosce menzogne, perbenismi, tradimenti.

Il film tenta, perciò, una operazione culturale complessa, cercando di avvicinare gli spettatori ai temi più interessanti del pensiero tolstoiano. Che il regista ci sia sempre e pienamente riuscito è da discutere. Lo spettacolo si vede, comunque, volentieri e può avere una funzione propedeutica, per chi non conosce ancora il romanzo che è, in ogni caso, di una ricchezza straordinaria e perciò da leggere, rileggere e meditare. Un cast di ottimi attori, ben diretti da Joe Wright, riesce a coinvolgere il pubblico che è molto numeroso, almeno qui a Torino.

**rifiutando la realtà più prosaica della vita quotidiana e non accettando la routine simile a quella matrimoniale, Anna, nel romanzo, diventa una donna possessiva, sospettosa, gelosa non solo di eventuali rivali, ma della vita stessa di Vronskij, rendendosi odiosa ai suoi occhi e rendendogli odiosa anche la casa-gabbia dorata in cui si sente intrappolato.

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4 pensieri su “l’adultera (Anna Karenina)

  1. Certo che il dualismo campagna/città (e quindi natura/cultura) come bene/male è estremamente discutibile, specie se si pensa alle condizioni di vita e sociali nelle campagne russe…

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    • Discutibilissimo, anche secondo me, ma presente nella cultura europea, almeno a partire dal settecento in modo particolare con Rousseau (il suo Discorso sulle scienze e le arti, ripreso e approfondito nei successivi saggi filosofici e anche nei suoi due romanzi, Emile e Julie ou La nouvelle Eloise, è del 1750). D’altra parte è assai opinabile che la vita secondo natura sarebbe migliore e renderebbe migliori gli uomini. Il discorso si farebbe molto lungo. Vorrei dire, tuttavia, che Tolstoij, anche attraverso il personaggio di Levin, è molto meno schematico. Il film semplifica e contrappone, in modo poco dubitativo, ciò che nel romanzo è molto più complesso: il personaggio vive di dubbi e contraddizioni, proprio come Anna. Il film non ne tiene molto conto. Io ho sempre sostenuto che le opere letterarie, anche molto belle, possono diventare bellissimi film, a patto che offrano una lettura interpretativa convincente (è accaduto con Morte a Venezia di Visconti,per esempio). Purtroppo qui assistiamo a una riduzione presentata in modo originale, più che a un’interpretazione. Un film gradevole, ma non molto di più.

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      • A mio giudizio, soprattutto, si tratterebbe di capire cosa vuol dire “secondo natura”, espressione abusata e spesso utilizzata per veicolare la propria visione ideologica di quello che dovrebbe essere lo status quo.
        Ho letto il romanzo di Tolstoj, ma non posso fare confronti con il film non avendolo visto; penso comunque sia molto più facile affrontare la riduzione cinematografica di un testo breve, rispetto a uno lungo, che verrà inevitabilmente sacrificato, potato, semplificato. Se, anziché Morte a Venezia, Visconti avesse deciso di raccontare Buddenbrooks, Der Zauberberg o Doktor Faustus, temo che il risultato sarebbe stato ugualmente discutibile e magari deludente.

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        • Quanto mi piacciono le tue osservazioni circa l’espressione secondo natura troppo acriticamente usata e spesso e volentieri in modo strumentale! E’un concetto molto fumoso e sostanzialmente conservatore: sono molto d’accordo!
          Sulla brevità del testo: non lo so, è difficile, infatti, ipotizzare su ciò che non è accaduto; mi pare però che Visconti non abbia ridotto per il cinema il racconto di Mann, ma che, pur mantenendosi fedele al testo, lo abbia interpretato per parlare d’altro, cioè della musica di Mahler e di quelle sensazioni di piacere malato e un po’ laido che, almeno a me, ma non solo a me, quella musica provoca. Questo intendevo dire, parlando di interpretazione. Certo, di fronte a un romanzo più ponderoso, come il Gattopardo, Visconti è alquanto deludente, anche se il film è certamente molto pregevole, soprattutto sul piano formale. Si tratta di una parafrasi del romanzo, però, più che di una interpretazione!

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