la tenacia di Maya (Zero Dark Thirty)


Schermata 02-2456341 alle 08.29.08recensione del film:

ZERO DARK THIRTY 

Regia:

Kathryn Bigelow

Principali interpreti:

Jessica Chastain, Jason Clarke, Joel Edgerton, Jennifer Ehle, Mark Strong, Kyle Chandler, Edgar Ramirez, Jessica Collins, Callan Mulvey, Fredric Lehne, Harold Perrineau, Lee Asquith-Coe, Mike Colter, Mark Duplass, Scott Adkins, Chris Pratt, Stephen Dillane, Frank Grillo, Taylor Kinney  –  157 min. –  USA 2012.

Questo bel film ricostruisce in modo teso e avvincente, mescolando la storia documentabile con l’invenzione verosimile, la lunga caccia a Osama Bin Laden, che, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, si era rifugiato in una località del Pakistan, non lontana dai confini con l’Afganistan.La regista prepara molto bene gli spettatori alla cruda realtà delle prime scene, evocando, sullo schermo nero, le vittime innocenti dell’11 settembre, attraverso lo strazio delle loro ultime parole e delle loro ultime disperate conversazioni dai cellulari: questo incipit non costituisce il preambolo del film, ma è sua parte integrante, poiché, senza la memoria di quello strazio, credo, nessuno di noi potrebbe accettare le scene successive, quelle che realisticamente rappresentano la tortura dei prigionieri rinchiusi nelle carceri segrete americane a Islamabad. Il film, che, come il precedente della Bigelow, The Hurt Locker, è un film di guerra, racconta la guerra ai terroristi di Al Quaeda, senza risparmiarci nulla, parlandoci, oltre che dell’aspetto investigativo, logico e deduttivo, affidato in gran parte alla giovane Maya (splendidamente interpretata da Jessica Chastain), anche dell’aspetto più sporco di quella guerra, quello che non si può evocare senza suscitare la ribellione di qualsiasi coscienza civile. Maya è una ragazza, ufficiale della CIA, inviata in Pakistan per il suo carattere duro e determinato, ma anche per la sua intelligenza operativa e le sue capacità investigative, che le serviranno infatti a individuare, dopo dieci anni di lavoro, il rifugio segreto del ricercato, convincendo la Casa Bianca di Obama e di Hilary Clinton, dell’opportunità di autorizzare i soldati a concludere l’operazione, nonostante lo scetticismo e l’incredulità dello staff dei funzionari e degli impiegati suoi colleghi. Ha assistito con disgusto agli interrogatori sotto tortura, ma ha cercato di superare la propria repulsione in vista del risultato al quale si dedica completamente, utilizzando i mezzi diversi dell’indagine e della logica. Nello scenario diffidente e ostile del territorio pakistano, in cui muoversi è rischiosissimo, Maya lavora in assoluta solitudine, sia perché, come gli altri americani in servizio in questa zona, subisce la difficoltà di trovarsi fra persone potenzialmente nemiche e infide, sia perché è cosciente del proprio isolamento anche all’interno degli uffici della CIA, dove, pur senza che qualcuno apertamente glielo dica, viene considerata imprudente e un po’ fanatica, e percepita generalmente come estranea all’ ambiente, per tradizione maschile, in cui prevalgono comportamenti pregiudizialmente misogini, ma anche opportunistici, in vista della carriera e del quieto vivere. Amarezze, dolori, delusioni, che hanno accompagnato il suo lavoro per  anni, sembrano aver fine, grazie al successo dell’operazione molto rischiosa che, permettendo la cattura e l’uccisione dell’uomo più ricercato al mondo, lascia che, per un momento, la donna ritrovi se stessa e le sue fragilità a lungo compresse: le sue lacrime, alla fine del film, tuttavia, mentre indicano lo sciogliersi della tensione, segnalano anche lo smarrimento per il venir meno dello scopo a cui la sua vita era stata interamente dedicata. Gli ultimi quaranta minuti della pellicola si soffermano sull’intervento al buio (Zero Dark Thirty significa mezzanotte e mezza) dei corpi speciali che, allontanatisi dal vicino Afganistan, su un aereo reso non rilevabile dai radar, si dirigono verso la presunta casa- fortezza di Bin Laden, sperando di riuscire a trovarlo e a ucciderlo. Il volo, lungo il paesaggio oscuro dei massicci asiatici, è certamente uno dei più suggestivi e poetici che il cinema abbia rappresentato, anche perché il suo ondeggiare incerto fra le forre e le gole scurissime del paesaggio sottostante racconta simbolicamente gli alterni sentimenti di paura, di timore e di speranza che attraversano gli uomini al suo interno, che, anche se sono molto ben addestrati e armati, non diventano mai superuomini indifferenti né supereroi. L’ umanità dei diversi protagonisti del film, dunque, ci impedisce di vederlo esclusivamente come un film d’azione in cui la tensione narrativa sale alle stelle: questo è e rimane il bellissimo racconto di una guerra difficile e dolorosa, fatta di sofferenze e di sangue e anche di successi, che in qualche modo lasciano in bocca un sapore molto amaro.

Il film, molto coinvolgente, è condotto con mano sicura dalla regista, che ha ricostruito, insieme allo sceneggiatore  Mark Boal, giornalista e compagno della sua vita, con estrema accuratezza, una vicenda in cui le informazioni erano scarse e reticenti. In una bella e interessante intervista, concessa ai Cahiers du Cinema, il 18 gennaio 2013, la regista afferma che l’intento suo e di Mark Boal, in questo film, (così come era avvenuto per il precedente, The Hurt Lockerera stato quello di far luce sui lunghi anni opachi dopo l’attentato al World Trade Center, senza possibilità di accesso alle informazioni. Il primo maggio del 2011, la notizia della cattura di Osama costrinse Mark a modificare il progetto del film e a riscriverlo parzialmente, ritardandone l’uscita, perché gli sviluppi della vicenda richiesero nuove ricerche e nuovi studi. Questa precisazione è importante per capire come e quanto la regista tenesse a un film, sia pure non strettamente documentaristico, sostanzialmente veritiero, in cui ombre e luci fossero presenti, non per un suo malvagio volere, ma perché effettivamente richieste dalla verità storica. Aver mostrato la tortura nella sua crudeltà, all’inizio del film, è parte appunto di questo desiderio di far luce e di far conoscere, non celando e non giustificando, ma narrando semplicemente i fatti; la regista, anzi, rivendica che, grazie a questo suo film, venga rilanciato quel dibattito sulla tortura che, aperto dopo il 2002 negli Stati Uniti, successivamente si era spento, respingendo con decisione l’accusa che rappresentare una nefandezza così disumana voglia dire sostenerla e compiacersene. 

2 pensieri su “la tenacia di Maya (Zero Dark Thirty)

  1. Ho visto il film e mi ha interessato. Due ore e mezzo filate, senza tregua: un thriller mozzafiato. Se c’è, come credo ci sia, una parte inventata, questa è credibile e rende credibile l’azione della Cia. Sulla tortura credo alla tesi della Bigelow (vedi intervista da te citata), tuttavia la considera perché la sua agente sta sì ad osservare ma partecipa agli interrogatori dei terroristi, ma gli Usa non ne sono esenti nelle loro carceri speciali e normali, che arrestino terroristi, gangsters, ladri o persone qualunque. Basta leggere i rapporti di Amnesty International. Film intelligente da vedere sicuramente.

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  2. La Bigelow, secondo quanto ha dichiarato, intendeva far luce su un periodo di opacità e di cose non dette, ma anche di mancanza di informazioni. Il film si colloca a metà fra verità storica e invenzione, necessariamente, sia perché la scarsità di documenti accessibili ha lasciato lo spazio a ricostruzioni congetturali, sia perché l’aspetto umano dei personaggi non sempre emerge dai documenti.
    Purtroppo la tortura durante gli interrogatori di polizia è diffusa negli USA, ma non solo lì.

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