una vendetta tremenda (Pietà)


recensione del film:
PIETA’

Titolo originale:
Pieta

Regia:
Kim Ki-Duk

Principali interpreti:

Lee Jung-Jin, Jo Min-Su – 104 min. – Corea del sud 2012. Vietato ai minori di 14anni

Il film è adatto soprattutto a chi non si lascia impressionare troppo, perché le scene di efferata crudeltà, quasi sadica, sono numerosissime dall’inizio alla fine dello spettacolo, cosicché chi è abituato a coprirsi gli occhi o ad abbassare il capo, per non vedere gli orrori che scorrono sullo schermo, rischia di non vedere una grandissima parte del film.
Chi sa di non farsi troppo coinvolgere da quella che, in fin dei conti, è finzione (è sempre utile ricordare le parole di Magritte: “ceci n’est pas un pipe“), vedrà un film molto bello e interessante, ben scritto e ben diretto dal grande Kim Ki Duk, il regista di altri film indimenticabili (Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera, La samaritana, Ferro 3 ecc.).
Per analizzare questo suo lavoro, Leone d’oro a Venezia, quest’anno, può essere efficace anche un’altra citazione, ancora da un pittore del ‘900:

“È lei che ha fatto questo orrore?” “No, lo avete fatto voi ” (Risposta di Pablo Picasso all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita al suo studio, durante l’occupazione tedesca di Parigi, di fronte ad una fotografia di Guernica ). Questo mi pare un buon punto di partenza per interpretare il film: le cose che vengono rappresentate sono tremende, ma sono il frutto avvelenato dell’imporsi di una cultura estranea, quella americana, al corpo sociale coreano. I primi effetti del dilagare dell’ideologia del denaro e del suo primato si vedono a occhio nudo: sono le aree di Seul sottoposte a speculazione edilizia, dove sono sorti come funghi, in modo disordinato, senza gusto e senza alcuna razionalità urbanistica, i grattacieli e le anonime abitazioni dei nuovi ricchi che hanno devastato il territorio; altri effetti sono meno visibili ma non meno violenti: hanno riguardato le coscienze degli uomini di quella città sventrata: la loro indifferenza al dolore e alla povertà; la convinzione, anzi, che dalla povertà, considerata quasi una colpa, si possano ricavare soldi, non importa come.
E’ la logica cui si ispira il comportamento di Kang-do (Lee Jung-Jin), impassibile e freddo esattore del denaro prestato dagli usurai ad artigiani che, nelle loro botteghe ormai in grave crisi economica, non riescono a produrre a sufficienza per restituire. Il nostro giovanotto, con cura scrupolosa, annota nomi e abitazioni di coloro che, volenti o nolenti, dovranno ripagarlo: basta infliggere loro torture feroci, che lascino invalidità permanenti: le Assicurazioni rimborseranno più abbondantemente che se i poveretti morissero. Agli infelici non resterà che l’umilazione dell’elemosina, rimediata a stento, però, perché né pietà, né compassione albergano ancora nelle anime dei loro concittadini. Nella vita di Kang-do, squallida e solitaria, si insinua una donna, Mi-Sun (Cho Min-soo, attrice di eccezionale bravura), che riesce a farsi accettare da lui, rivelandogli che è sua madre e chiedendogli perdono per averlo abbandonato da piccolo. Dopo aver subito, senza quasi reagire, con la sopportazione delle antiche madri, umiliazioni e agghiaccianti crudeltà, grazie al suo affetto tenace e paziente, la donna riuscirà a trasformare Kang-Do in una persona del tutto diversa, preparando, però, segretamente, un piano di vendetta spiazzante e terribile, preludio di un finale altamente drammatico, e visivamente indimenticabile.
Il film è cupo, teso; il colore delle scene è per lo più di uno sporco e livido verde, che richiama il dolore, la solitudine e la morte. La fotografia molto bella ci comunica implacabilmente la paura angosciosa di chi teme Kang-do, nonché un senso di catastrofe inevitabile, perchè ovunque è diventato iperbolico ed enorme il potere del denaro, capace di schiacciare e azzerare la compassione e l’amore disinteressato, che la statua michelangiolesca della Pietà evoca e che il regista utilizza, forse in parte fraintendendola, per la locandina del film.

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8 pensieri su “una vendetta tremenda (Pietà)

  1. Cara Laulilla, analitica ordinata perfino didattica come sempre, sei un mio faro. Non so ancora se me ne farò tentare. Se per caso avessi idea di vedere Il Rosso e Il Blu che sta per arrivare, di Piccioni con la Buy Scamarcio Herlitzka perfino Gene Gnocchi … si parla di scuola e, va da sé, di persone, ecco, non vale il prezzo del biglietto, ma caso mai vedrò scritta una tua opinione.

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    • Thanks a lot! Devo ammettere che ero una brava insegnante: si vede che ho mantenuto questa dote! 🙂 Non avevo dubbi sul fatto che non valga il prezzo del biglietto quel film che dici. Non lo vedrò proprio. Secondo me, poi, esistono film che non valgono la fatica di una recensione! Questo è un film duro, ma non splatter, come si dice! Le torture sono tante, ma non si vedono direttamente, come invece fa vedere più esplicitamente Lars von Trier in Antichrist, che per molte scene potrebbe, secondo me, aver ispirato Kim Ki Duk, e che è molto più a prova di stomaco. Qui si intuiscono gli orrori correlando i particolari, il che non attenua l’effetto, però, anzi, l’immaginazione può addirittura moltiplicarlo. Non ti so dire se mi sia piaciuto, ma questo non è importante ai fini della recensione. Ciao

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  2. ho visto il film qualche giorno fa e non riesco a togliermelo dalla mente. Non sono stata impressionata dagli orrori commessi dal giovane esattore dell’usuraio ma dal suo atteggiamento freddo e impersonale e crudele con cui affronta le sue vittime e la sua stessa vita: ma è “umano”: scivola sul terreno sudicio inseguendo la gallina che gli servirà da cena, mangia in solitudine e nel degrado assoluto della sua abitazione, soffre e non gioisce nel procurarsi piacere e un sonno più tranquillo . Non si lascia penetrare dalla pietà nei confronti delle sue vittime (che come lui sono il risultato di un sistema capitalistico onnivoro), se non quando le attenzioni insistenti della finta madre fa emergere in lui una sorta di desiderio di affetto che modifica i suoi comportamenti. E questo lo indebolisce e lo rende a sua volta vittima di una vendetta atroce anche se intrisa di pietà. Una tragedia greca.

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  3. Cerco di riscrivere quanto ti ho mandato e non ti è giunto. Sei riuscita a fare uno splendido commento ad un film terrificante. Mi hai anche invogliata a rivederlo, se non temessi che questa volta il mio stomaco, non forte, reggesse lo sforzo. Alcuni punti non sono chiari, i volti talvolta sembrano tutti uguali (certo per noi europei!), quindi confondo i personaggi…

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    • Questa volta mi è arrivato il commento, grazie. Io credo che un punto andrebbe rimeditato: siamo davvero sicuri che quella madre sia finta? Lo dico a te, ma anche a Maria. Mi pare infatti che intorno a questa figura il regista lasci molte ambiguità: se non fosse una madre vera, l’icona della Pietà non avrebbe senso. Allora, o è la madre del defunto e basta, o è la madre di tutti e due, compreso Kang Do, che potrebbe davvero aver abbandonato da piccolo. Forse potrebbe anche voler dire, semplicemente, che pietà non può esserci, senza giustizia.

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