la rovina-famiglie (Adolescenza torbida – Susana)


recensione del film:
ADOLESCENZA TORBIDA-SUSANA

Titolo originale:
Susana.

Regia:
Luis Buñuel

Principali interpreti:
Rosita Quintana, Fernando Soler, Maria Gentil Arcos, Victor Manuel Mendoza – 86′ – Messico 1950.

Uno dei film messicani di Luis Buñuel, girato nel 1950, immediatamente dopo un capolavoro: I figli della violenza.
Questo lavoro, di cui il grande regista non fu mai pienamente soddisfatto, appartiene al gruppo di film considerati “alimentari”, cioè girati sotto l’urgenza di procurare a sé e alla propria famiglia il sostentamento indispensabile. In soli 20 giorni egli lo mise insieme, anche per ovviare agli scarsissimi incassi della precedente sua opera, che fu riconosciuta in tutto il suo valore con molto ritardo.
La storia di Susana è il racconto della difficile adolescenza di una bellissima e procace fanciulla, il cui nome evoca una mitica figura biblica, diventata il simbolo della castità (la casta Susanna) e più volte rappresentata nell’iconografia sacra occidentale, mentre, nuda e intenta al bagno, viene osservata dai vecchioni che si introducono furtivamente nella sua casa per ricattarla e possederla.
Qui siamo invece di fronte al capovolgimento del racconto biblico, perché Susana casta non è per nulla: dopo essere fuggita dal riformatorio, infatti, si introduce, quasi furtivamente, spacciandosi per una povera orfanella, santarellina e senza nessuno al mondo, nel cuore di una famiglia molto in vista, cercando di sedurre dapprima il giovane rampollo Alberto, che sino a quel momento si era occupato solo dei suoi studi naturalistici, e in seguito, alzando alquanto la mira, il ricco fazendero, Guadalupe, padrone di casa, con lo scopo di prendere il posto della sua legittima consorte. Dalla fuga di Susana prende l’avvio il film che proprio nella rappresentazione di questa giovane sfrontata e provocante presenta un elemento interessante, poichè Susana diventa l’immagine stessa della forza dirompente della sessualità la cui potenza è in grado di sconvolgere il tranquillo procedere, secondo l’ordine convenzionale, della vita dell’intera famiglia, incrinandone profondamente la serenità. Il regista, però, avrebbe voluto rappresentare la giovane in modo meno convenzionale, sembrandogli che l’eros nel film fosse un po’ semplicistico e scoperto, privo di quel carattere culturalmente complesso che caratterizzerà i film successivi, da Salita al cielo a Lui a Estasi di un delitto . Credo che si possa essere d’accordo con lui e che sia possibile, invece, individuare maggiormente la sua presenza là dove compaiono alcuni stilemi, che portano, inconfondibilmente la sua “griffe”. Ricordo, a questo proposito, almeno tre momenti del film: la scena in cui un grosso, pelosissimo ragno, animale tra i più amati e utilizzati dal regista, come racconta egli stesso, compare nel punto esatto in cui si incrocia l’ombra delle sbarre della cella del riformatorio in cui Susana è reclusa, raggiungendo l’ effetto blasfemo dell’apparizione di un insetto, normalmente un po’ repellente, sopra la croce. Allo stesso modo riconosciamo il regista in una scena di grande potenza erotica: là dove le uova, raccolte nel grembiule di Susana, si rompono schiacciate nel tentativo della giovane di respingere l’abbraccio del suo spasimante, con la conseguenza che le sue cosce si imbrattano dell’albume e del tuorlo di quelle uova, producendo un effetto di trasparente allusività. Molto divertente, infine la scena, ispirata a una pagina del Don Chisciotte, in cui si incontrano Susana e Alberto in una nicchia del pozzo di casa. Nel complesso, dunque, un’opera tra le minori del grande regista, con alcuni spunti molto interessanti, al di là della rappresentazione un po’ convenzionale della diabolica Susanna, capace, con le sue perfide arti, di insidiare la pace di una famiglia rispettabile.

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