ehi, prof! (Detachment)


recensione del film:
DETACHMENT – IL DISTACCO

Titolo originale:
Detachment

Regia:
Tony Kaye

Principali interpreti:
Christina Hendricks, Adrien Brody, James Caan, Lucy Liu, Bryan Cranston – 97 min. – USA 2011.

Ehi, prof! non è un mio originale modo di presentare il film: è, invece, il titolo italiano dell’ultimo libro di Frank Mc Court (lo scrittore delle Ceneri di Angela), in cui l’autore racconta la propria storia di insegnante nella scuola superiore americana, mettendone in evidenza difetti e problemi. Questo film, in parte, ripercorre quella strada, presentandoci quel tipo di scuola superiore, frequentata da studenti delle periferie urbane, senza fiducia nel futuro, sprezzanti nei confronti della scuola, privi di qualsiasi interesse culturale, nella quale gli insegnanti, frustrati nei loro sforzi, sono in piena crisi di identità, e hanno perso il senso del loro lavoro, mentre le famiglie sono estranee alla vita della scuola e dei figli. Il film è tuttavia anche qualche cosa di molto diverso: è la storia di un professore di letteratura, Henry Barthes, uomo sulla trentina, che vive da solo, e che sembra aver fatto del distacco emotivo la cifra della sua vita e del suo lavoro. Questo distacco è la conseguenza di un vissuto non particolarmente felice, cui, attraverso rapidi flashback, il film accenna: assenza del padre, una madre suicida e un nonno probabilmente colpevole di qualche turpitudine nei suoi confronti: queste sembrano le ragioni che hanno determinato la volontà di non farsi mai troppo coinvolgere dalle vicende del suo prossimo.
La professione di insegnante supplente è una precisa scelta di Henry e sembra fatta su misura per lui: egli la ritiene ideale per evitare che un affetto durevole, spesso ambiguo, fonte di equivoci anche dolorosi, si instauri fra gli studenti e i loro insegnanti.
Il suo distacco, però, non è indifferenza, ma razionale comprensione, che gli permette di aver pietà, ora, di quel nonno che lo ha fatto soffrire, e che, vecchio demente, ricoverato in clinica, ha in lui l’unico riferimento affettuoso. Il suo distacco gli permette anche di affrontare con lucidità molti problemi di quei suoi studenti disincantati, ma infine ben lieti di aver trovato chi li ascolta e li indirizza, cosicché quel gruppo di teppistelli riacquista fiducia in sé e nelle proprie capacità. Potenza delle sue lezioni di letteratura? Certo, ma soprattutto della sua capacità di far comprendere che la profonda umanità degli scrittori parla anche ai giovani disperati delle periferie americane. Con lo stesso atteggiamento, Henry riesce a sottrarre alla strada e alle violenze continue una giovanissima prostituta, che ospita in casa e che infine sistema in una struttura di accoglienza, con determinazione crudele, ma probabilmente percorrendo l’unica possibile strada per la sua salvezza.

Tutto bene, dunque? No, non tutto: qualche giovane, finora trattato come un vuoto a perdere, ritrovando se stesso, scopre anche il fascino di questo insegnante che gli ha restituito anima e dignità e vorrebbe con lui stabilire rapporti di amicizia e forse qualcosa di più: così, la giovane studentessa Meredith, derisa in classe e incompresa in famiglia, non si accontenta della stima del suo prof, ma cerca anche il suo amore. La sua tragica fine è anche la sconfitta di un progetto educativo? Forse: Henry, in ogni caso, rifletterà malinconicamente sul suo lavoro delicato e difficile, condotto in solitudine, nell’incomprensione dei colleghi, in una scuola e in una società ormai alla deriva, come la casa degli Usher del racconto di Edgar Allan Poe, emblema della rovina che sembra travolgere inarrestabilmente ogni cosa.
Film durissimo, giustamente “enragé” e insieme pietoso, ritratto indimenticabile di una società disgregata, di cui la scuola diventa quasi la simbolica rappresentazione, girato con estrema cura ed eleganza dal regista inglese Tony Kaye e recitato in modo eccellente da Adrien Brody nella parte del triste professor Henry. Molto convincente, comunque, l’interpretazione dell’intero cast.

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5 pensieri su “ehi, prof! (Detachment)

  1. Il ” distacco” come modo di viviere la vita è adottato dal protagonista al fine di evitare sia il ricordo angoscioso del passato sia il suo possibile coinvolgimento nei problemi di chi gli sta intorno e che non può evitare. Per Il nonno costituisce l’unico appiglio per continuare a vivere e per essere assolto da colpe del passato; per la la giovane prostituta un riferimento di amore e di riscatto; per i giovani studenti quasi un maestro di vita, uno spiraglio per tentare di uscire da condizioni sociali di degrado senza speranza; per i colleghi una pallida e stramba presenza (lui è un supplente, è triste e sa tenere una classe con le lezioni di letteratura). E’ positivo per lui questo risultato, ma non basta. Come lui stesso afferma: puoi pensare di essere un riferimento per questi giovani, ma non puoi essere l’unico. Il sistema è perverso e punta solo ai soldi e al successo, la scuola fa parte di questo sistema, gli insegnanti sono soli e scollegati, i genitori non esistono, i giovani sono il frutto di siffatta situazione: molti si adeguano o si adegueranno, molti falliscono, qualcuno non riesce più a vivere. Vivere con “distacco” non serve a nessuno.
    E’ un film stupendo, amaro e triste.

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  2. Grazie, Maria! Per la mia personale esperienza, credo che il distacco affettivo dell’insegnante sia fondamentale: anche se non ho vissuto, per fortuna, quella stessa situazione, ci sono andata vicino e ti assicuro che non è stato facile uscirne, tanto che ho dovuto farmi aiutare da una psicologa, per mia fortuna non freudiana!
    Certo che il discorso è più generale e politico, ma non è sufficiente saperlo per muoversi in modo efficace, e ti assicuro che si può.

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  3. Ivetta Fuhrmann mi scrive che non riesce a farsi riconoscere dal sistema di questo blog, nonostante sia iscritta, pregandomi di pubblicarle il commento che segue:

    \”Film durissimo, giustamente “enragé” e insieme pietoso, ritratto indimenticabile di una società disgregata, di cui la scuola diventa quasi la simbolica rappresentazione\”, dici bene, ma io toglierei il quasi. Il distacco è un tentativo di non farsi coinvolgere, ma a mio giudizio non gli riesce, la riprova è la scena ultima del film. A mio giudizio il protagonista è un simpatico, che cerca di essere empatico, attraverso il suo modo di tagliare corto nelle relazioni interpersonali. Come mi sento distante dal mondo della scuola, mentre mi sento più calata, e questa è stata la mia chiave di lettura del film, nella società disperante e disperata di questi tempi, americana e non solo!

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  4. Il film l’ho visto ieri e mi è piaciuto molto. All’inizio ero un pò incerto per le riprese ( a tratti stile documentario ) ma poi mi ha convinto anche da quel punto di vista.
    Anch’io il distacco l’ho visto nella duplice veste: rispetto ai rapporti interpersonali e rispetto alla scuola così come è attualmente. Ma alla fine, forse, il protagonista non riesce a realizzare un pieno distacco nè verso l’una nè verso l’altra realtà ( ammesso che si possano considerare separatamente ). Prova ne è la scena finale dove il prof, presumibilmente devasta l’aula dove ha insegnato leggendo le tristi parole del racconto di Edgar Alla Poe.

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    • Se ricordo bene,il prof. non devasta, ma prende atto della devastazione già in atto nella scuola americana. Le pagine di Poe gli sembrano descrivere l’inabissarsi senza fine di un disastro. Almeno, io il finale l’ho inteso in questo modo! Potrei sbagliare, ma il film contiene, a mio avviso, una denuncia evidente, per l’insopportabile situazione, che è della scuola, della società e anche sua personale, poiché, nonostante ogni precauzione, ha fallito oltre che nella vita, anche nel lavoro in cui credeva. Così almeno mi è parso. Grazie del commento, Adriano!

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