Roslyn o l’amore per la vita (Gli spostati)


recensione del film:
GLI SPOSTATI

Titolo originale:
The misfits

Regia:
John Huston

Principalli interpreti:
Clark Gable, Marilyn Monroe, Montgomery Clift, Thelma Ritter, Eli Wallach, James Barton, Kevin McCarthy, Estelle Winwood – 124′ min. – USA 1961

Questo è l’ultimo film girato da Marilyn Monroe e anche da Clark Gable. Il grande e fascinoso Clark, infatti, morì il 16 novembre 1960, due giorni dopo il termine delle riprese, molto faticose per lui che non aveva voluto controfigure. Tutto il film, comunque, al di là delle scene del rodeo e della lotta con i cavalli, impegnative fisicamente per gli attori, era stato pesante da girare, anche per la perenne insoddisfazione della Monroe, che costrinse lo sceneggiatore Arthur Miller, ancora suo marito (dopo il film chiederà il divorzio), a intervenire quotidianamente sul set, per assecondare i suoi “capricci”, cosicché la sceneggiatura fu costruita su misura per lei. La vedova Gable, allora incinta, lanciò alla Monroe l’ingiusta accusa di averle ucciso Clark con le sue bizze e col clima di tensione che era riuscita a creare sul set, il che testimonia l’atmosfera surriscaldata in cui avvennero le riprese, non solo, naturalmente, perché furono girate in Nevada!

Il film ci presenta dapprima l’incontro casuale, avvenuto a Reno, in Nevada fra e Roslyn (Marilyn Monroe), che è in attesa della sentenza di divorzio, e Guido (Eli Wallach), pilota d’aereo e meccanico in un’officina. I due si rivedranno al bar, dove la donna, in compagnia di un’amica, festeggia la ritrovata libertà: l’uomo è ora insieme a Gay (Clark Gable), cowboy un po’ più anziano, casualmente in città, in attesa di tornare nelle sterminate praterie della zona. Come potremo verificare nel corso del film, Guido e Gay condividono una visione del mondo profondamente individualistica: delusi entrambi, per ragioni diverse, nella vita amorosa, ora trovano il loro piacere e la loro vita solo nei grandi spazi, nel rapporto diretto con la natura, con la quale vogliono misurarsi. Detestano entrambi la vita cittadina “sotto padrone”, che, ai loro occhi, umilia la dignità degli uomini veri, quelli che armandosi del solo coraggio raccolgono le sfide che la natura offre, che si tratti della caccia alle aquile che uccidono gli agnelli, oppure agli animali nocivi che distruggono i raccolti, o della cattura dei cavalli selvaggi, che, non essendo più utilizzabili come animali da compagnia per i bambini, vengono macellati per ottenere cibi in scatola destinati ai cani. Entrambi sono attratti dalla bellezza e dalla grazia di Roslyn, ma sarà Gay, con la sua ferma dolcezza e con la sua comprensione ad attrarla, perché, come emerge nel corso della narrazione, Roslyn non è solo bellissima e piena di charme, ma è sola, insicura e fragile e ha bisogno di un uomo che le dia affetto e tenerezza. Per una settimana Roslyn e Gay soggiorneranno nella casa di campagna di Guido, che grazie alle amorevoli attenzioni di lei acquista nuovamente l’aspetto di un’abitazione decente, mentre Gay si dedica all’orto e si guarda attorno, alla ricerca di occasioni di lavoro. Dopo un volo a bassa quota sull’intera zona, Guido annuncerà ai due di aver individuato un gruppo di 15 cavalli mustang, razza quasi estinta, che potrebbero essere catturati, con l’aiuto di qualche cacciatore esperto, probabilmente rintracciabile nel corso del rodeo di Dayton. Sarà Perce (Montgomery Clift) a unirsi ai due cacciatori per formare il terzetto pronto a catturare i cavalli selvatici. Si prepara a questo punto, introdotta dalle scene del rodeo e degli incidenti gravi a Perce, l’ultima parte del film, la più suggestiva e memorabile, anche se, a mio avviso, alcune scene girate nel locale appena fuori dall’area del rodeo sono da antologia e rivelano l’eccezionalità della direzione di John Huston: scene sinistre, minacciose, presagi di morte, forse, certamente segnali di decadenza e di disumanità. La vecchia beghina che nel bar affollato raccoglie avidamente i soldi per il cimitero; la rissa per le troppe mani che si allungano sulle curve di Roslyn che si esibisce in una specie di gioco dello yo-yo, accompagnato da ritmici movimenti delle anche; il volto inebetito del bambino a cui hanno fatto ingollare un bicchiere di whisky; le risate sgangherate e sguaiate della gente nel bar, tutto insomma sottolinea la diffusa violenza, impulsiva e barbarica, giustificata e nobilitata dal vetusto stereotipo del West, quale mitica terra di uomini veri, insensibili al dolore, alla sofferenza, alle ingiustizie; uomini duri di cuore e incapaci d’amore. Questa parte è quasi la necessaria premessa della successiva rappresentazione, molto famosa, in cui gli “uomini veri” affrontano i fierissimi e dignitosi cavalli in libertà, mentre invincibile cresce la repulsione per la violenza nel cuore di Roslyn, ben decisa a rompere ogni legame anche con Gay, se i basilari principi di umanità e di empatia con tutte le creature deboli non troveranno posto anche nel cuore di lui. Si tratta di un dramma che si svolge in un paesaggio di grande suggestione, in cui solo apparentemente i tre sono animati dal coraggio che ha contraddistinto gli antichi pionieri: come ormai ha ben capito Perce e come presto capirà anche Gay, queste lotte non hanno più alcun senso in un mondo che è cambiato profondamente.

Non resta che Guido, che esprimerà, per rabbia, egoismo e gelosia, tutto il suo disprezzo per il vecchio Gay, ormai destinato, secondo lui, al disonore di finire “sotto padrone”, per compiacere una donna. Questo film, raccontandoci la storia di Roslyn e dei tre spostati, analizza mentalità e comportamenti delle due diverse anime dell’America negli anni ’60, una delle quali è caparbiamente conservatrice e incapace di accettare il cambiamento, mentre l’altra è più aperta alle novità che si affacciano proprio in quegli anni con la presidenza kennediana, più disposta al dialogo e al confronto.

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