sette dichiarazioni d’amore all’Avana (7 days in Havana)


recensione del film
7 DAYS IN HAVANA

Regia:
Laurent Cantet, Benicio Del Toro, Julio Medem, Josh Hutcherson, Daniel Brühl, Emir Kusturica, Ana de Armas, Elia Suleiman

Principali interpreti:
Josh Hutcherson, Daniel Brühl, Emir Kusturica, Ana de Armas, Elia Suleiman, Jorge Perugorría, Vladimir Cruz, Mirta Ibarra, Daisy Granados, Luis Alberto García, Othello Rensoli, Melvis Santa Estevez, Leonardo Benítez – Francia, Spagna2012 – 120′ circa.

I poster che con i loro bellissimi colori allietano la lettura di questo articolo sono quelli originali cubani.

Questo è un film composito e diseguale, essendo costituito da sette cortometraggi, opera di sette diversi registi di varia provenienza internazionale. Si tratta, perciò, di un film a episodi, uno per ogni giorno della settimana, slegati fra loro, quanto a contenuto e personaggi, anche se la storia della giovane Cecilia si ripropone verso la fine del film. Ogni regista dà della vita cubana una visione propria, ma chi conosce almeno un po’ della filmografia precedente su Cuba, da Buena Vista Social Club, ai documentari di Oliver Stone, e a quel grande capolavoro che è Fragola e cioccolato, può notare almeno un tratto comune: l’assenza di Fidel Castro, che, nel bene o nel male, era invece presente in modo assillante nei film che ho detto, anche quando, come nell’ultimo, era raccontato molto negativamente. Fidel compare, infatti solo nell’episodio, assai curioso, firmato dal regista palestinese Elia Suleiman, che ne è anche l’interprete, il quale passa l’intera giornata del giovedì presso l’ambasciata ad attendere che abbia fine il suo interminabile comizio, per incontrarlo. L’abitudine alla prolissità non ha ancora abbandonato Castro, ma la TV che ne trasmette ogni parola ce lo fa vedere come un rinsecchito vecchietto, un po’ rintronato, condannato a ribadire stantii luoghi comuni, del tutto ignaro della realtà che si svolge appena fuori la cerchia sempre più ridotta dei suoi fans.
Agli occhi di Suleiman non resta che guardare il mare e guardarsi attorno, in un allucinato e deserto luogo, pieno di fili spinati e di squallidi muri assolati, dove poche persone si incontrano per allontanarsi subito dopo. E’ forse il meno tipicamente “cubano”, ma il più profondamente vero dei sette episodi, quello che lascia immaginare l’attesa senza fine di un cambiamento che stenta a farsi strada
Alcuni degli altri racconti ruotano attorno a un grande albergo di lusso, l’Hotel Nacional, presso il quale alloggiano i personaggi di tre vicende: quella del regista serbo Emir Kusturica, che deve ritirare un premio, ma che annega in una quantità spropositata di alcool la rabbia per la lite telefonica con la moglie; quella del ragazzo americano, che riesce, con un po’ di ritardo, a capire come potrà evitare i guai che stanno arrivando all’amico trans che ha appena invitato nella sua stanza, nonché la storia di Cecilia, la bella cantante che vorrebbe andarsene a Madrid con il manager innamorato di lei, che le promette amore e soldi, ma che è indecisa se abbandonare l’atleta portoricano che ama.
Di carattere diverso le altre tre storie: amarognola quella della famiglia di una psicologa che ha lavoro, riconoscimenti e popolarità televisiva, ma che per vivere è costretta ad arrabattarsi confezionando segretamente dolci, torte e marmellate, mentre le ultime due vicende, pur nella loro profonda diversità, hanno in comune i temi antropologici della superstizione e della religiosità.
Ritual, racconta la storia di un rito di purificazione assai violento, anche se non cruento, condotto da un padre e da una madre, allorché si avvedono dell’omosessualità della propria figlia, a riprova che il tema di Fragola e cioccolato è uno di quelli ancora presenti e radicati in una società, che culturalmente non ha conosciuto alcuna rivoluzione e che perciò non ha ancora assimilato i basilari presupposti della convivenza civile, nel rispetto della diversità. Molto interessante, vitalistico e talvolta grottesco e surreale l’ultimo racconto, del regista francese Laurent Cantet, La fuente: gli abitanti di un intero palazzo vengono mobilitati e coinvolti da un’anziana devota, per realizzare i desideri che la Vergine Maria le ha espresso in sogno: la sua abitazione verrà rapidamente ricostruita e addobbata secondo la volontà della Madonna. Mentre Cantet ci racconta in modo divertente, musicale e stupendamente colorato il realizzarsi del sogno, forse, ci invita anche a riflettere su quanta ricchezza di energie popolari potrebbe essere mobilitata per realizzare quel cambiamento che per Cuba non è più a lungo rinviabile. Sette dichiarazioni d’amore all’Avana divertenti, nostalgiche, attonite, stravaganti.

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4 pensieri su “sette dichiarazioni d’amore all’Avana (7 days in Havana)

  1. Film delizioso. Sette pennellate d’autore per descrivere un mondo in declino che non si arrende di fronte alla povertà di mezzi, di risorse e all’isolamento. Sette sguardi di registi di altri paesi e culture che guardano curiosi e affascinati la vita di tutti i giorni degli abitanti de l’ Havana: le loro difficoltà, le loro tradizioni, la loro capacità di adattarsi ad ogni evenienza, facendo diversi mestieri anche quelli più lontani dalla loro preparazione culturale (l’autista-ingegnere, la psicologa-pasticcera, il suonatore jazz-accompagnatore); la loro religiosità, la loro solitudine, il senso dell’attesa e della voglia di cambiare.
    Stupenda la cartolina finale sulla festa in onore della Madonna onorata con il canto dell’Ave Maria (di Gounod?) che scivola nel “camdomblè “.africano !

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    • Maria, finalmente!!
      Avrei scommesso che il richiamo cubano-fidelista (ma non fideista?) ti avrebbe portata di nuovo a commentare! Personalmente, l’episodio muto del palestinese Suleiman è quello che più mi ha convinta: anche Mario, però, ha apprezzato particolarmente l’ultimo …gusti!
      Let’s keep in touch! 😀

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