l’origine della crisi (Margin Call)


recensione del film
MARGIN CALL

Regia:
J.C. Chandor

Principali interpreti:
Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci, Aasif Mandvi, Ashley Williams, Susan Blackwell, Maria Dizzia, Jim Kirk, Al Sapienza, Jimmy Palumbo, Peter Y. Kim, Grace Gummer, Rich Campbell, Jason Denuszek, Stephen Fletcher, Kevin Keels, Kayden Kessler, Anna Kuchma, Toshiko Onizawa, Brigid Ryan, Lynn Spencer, Laura-Love Tode, Rob Tode, Naeem Uzimann, Reginald Veneziano, Steven Weisz – 109 min. – USA 2011
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Quando, qualche anno fa, il mondo delle banche e della finanza venne travolto dal fallimento della Lehman Brothers, su tutti i quotidiani apparvero, icone dell’evento, le immagini degli impiegati che a frotte uscivano dalla sede della società, percorrendo Wall Street con gli scatoloni nei quali avevano raffazzonato alla svelta i propri effetti personali, dopo aver ricevuto l’annuncio del licenziamento.
In questo film, che ricostruisce, in modo del tutto immaginario, quello storico fallimento, il regista cerca di far luce sulle frustrazioni individuali e sui drammi che tale evento ha comportato per quanti avevano riposto nell’azienda fiducia e speranza per il futuro, come il giovane manager Seth Bregmann sedotto soprattutto dal guadagno altamente remunerativo per un impegno un po’ acritico, ma anche per quelli che da trent’anni ci avevano lavorato senza risparmio, credendoci, come Sam Rogers, a cui tutto il denaro del mondo non sarebbe stato sufficiente consolazione per la perdita dolorosa del proprio cane.
La perdita del lavoro è un fatto gravissimo ovunque, poiché comporta la diminuzione dell’autostima, oltre che la fine delle prospettive di miglioramento e di carriera, ma in questo ambito, molto particolare, dei dirigenti, nel mondo americano, implica anche la perdita di status e di “privilegi”, quali la cessazione delle comunicazioni dirette col mondo manageriale attraverso il cellulare dedicato e la perdita dell’assicurazione sanitaria, che negli Stati Uniti non è garantita a tutti i cittadini.
Allorché, completando i calcoli di Eric Dale, dirigente di mezz’età appena licenziato, Peter Sullivan (ex promettente ingegnere, sedotto dall’ottima prospettiva di guadagno offerto dalla finanziaria) si rende conto dell’impossibilità di frenare la crisi incombente, viene decisa in piena notte la convocazione urgentissima dei responsabili dell’azienda ai livelli più alti. La società non verrà salvata (in ogni caso sarebbe stato difficile), poichè il Boss dei Boss, John Tuld, con una scelta condivisa, o per lo meno, non troppo contrastata, decide di venderne precipitosamente i titoli in borsa, facendone scendere il prezzo, ma garantendo un’abbondante spartizione delle spoglie fra i dirigenti più alti e fra quelli che sapevano. Che fine faranno i risparmiatori, i piccoli azionisti, i possessori dei titoli derivati che sono in ogni angolo del pianeta? La risposta di John Tuld è di un realismo spietato e di una impressionante lucidità: saranno le vittime di turno, non dissimili da quelle che hanno costellato, con il loro sacrificio, i decenni e i secoli; le leggi del mercato lo esigono: questa è la loro volta!

Il film spiega con immagini di icastica drammaticità tutto questo: il mercato, idolo crudele di una società che condanna la povertà come colpa, non può che emarginare coloro che, non occupando le stanze del potere economico e finanziario, non sono in grado né di resistere ai suoi richiami, né di controllare i propri investimenti, per ingenuità, per pigrizia, per incapacità: così va il mondo, così è sempre andato.
Ottima la regia J.C. Chandor, che dirige con sicurezza e senza alcun patetismo lo splendido cast di attori, fra i quali spiccano in modo particolare, Kevin Spacey, Jeremy Iron, Zachary Quinto, Stanley Tucci, nonché un’algida Demi Moore, aspirante e sgomitante executive woman.
Lo scenario della vicenda si alterna fra la visione gelida degli uffici in cui si consuma il dramma della società fallita, decisivo per la sorte di milioni di persone, e il panorama notturno mozzafiato di New York, che, vista di lì, appare ancora più attraente e maliosa del solito, città dal fascino quanto mai ambiguo, sirena che pare quasi invitare al suicidio, come viene detto in un bellissimo momento del film, quando in quella terribile notte, nell’attesa del super boss, un gruppo di giovani dirigenti esce sulla scala di sicurezza per fumare, affacciandosi sulla stupenda metropoli illuminata.

8 pensieri su “l’origine della crisi (Margin Call)

    • Grazie, Ivetta; speravo proprio che qualcuno commentasse per darmi modo di tornare sul film, senza aggiungere un altro articolo, perché molte idee mi sono venute ripensandoci. La prima, intorno al modo del racconto: molto impressionante l’episodio del licenziamento di Eric Dale, del tutto paragonabile alla privazione dei gradi riservata a un militare, umiliazione suprema, ingiusta, e per questo molto dolorosa per chi subisce, il tutto narrato con fredda presa d’atto (questo mi piace molto). La seconda, relativa alla reazione del giovane Seth: disagio fisico, incapacità di accettare per chi ha sempre pensato di essere il migliore, nel migliore dei mondi. La terza, infine, relativa al modo di rappresentare New York, che diventa quasi metafora di quel capitalismo, freddo e cinico, certamente, ma attraente e fascinoso, fino al suicidio, appunto. Straordinario film! Qui si misura la miseria del cinema nostrano, altro che Il gioiellino o L’industriale. Non sono possibili paragoni, davvero!

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        • No, non credo: N.Y. è fascinosissima; di notte, poi, ancora di più!
          L’identificazione fra bellezza attraente della città, anche pericolosa fino al suicidio e fascino delle lusinghe del capitalismo fino al cupio dissolvi è del regista, ma potrebbe anche essere un aspetto della verità, chi lo sa? In ogni caso è una bella metafora! Certo è un gran bel film.

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        • appunto! Il familismo amorale di cui parla Goffredo Fofi. Capisco che si racconti il paese com’è; capisco meno che se ne faccia retorica comica o patetica o sentimentale sulla famiglia.
          Quello che fa la differenza è il modo del raccontare, e qui, davvero, il nostro cinema mostra la corda. Mi dispiace…

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  1. Il film è davvero bello e interpretato magnificamente. Incombe su N.Y. e sul mondo la grande ideologia del “denaro” in nome della quale si forgiano menti e si rendono schiavi gli uomini. Se una larva di senso comune della giustizia rimane negli animi, questa è fagocitata dal “bisogno” di soldi. Le incertezze, le esitazioni di fronte alla brutale, cinica e spregiudicata manipolazione finanziaria della più potente banca del mondo è superata dalla esigenza di mantenere una qualità della vita a cui, anche in modo indotto, la gente si abitua. E’ la tenaglia di un sistema capitalistico diretto solo a far fruttare il denaro. “sono solo soldi, che c’è da recriminare?” Lo sconcerto e la paura dei più giovani di perdere quanto così facilmente hanno guadagnato sono riferiti a quel tipo di status sociale ed economico. Non è possibile guardare la fascinosa N.Y dall’alto e rassegnarsi a perdere quella visione: non pensano al suicidio, quei giovani manager, ma alla mancanza di coraggio di “saltare giù” e quindi di cambiare.

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    • credo,però, che non arriverebbero mai neppure a immaginare di saltare giù, perché qualsiasi cambiamento in senso non capitalistico è del tutto estraneo ai loro orizzonti mentali, cosa, comunque, un po’ fuori dagli orizzonti politici anche di noi europei, perché il crollo del muro ha riguardato tutti quanti. Sappiamo che questo modello, che ha vinto, purtroppo, non ci piace, ma non abbiamo un quadro di modelli alternativi che ci indichino come e dove muoverci.

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