Torino è proprio bella (L’industriale)


recensione del film:
L’INDUSTRIALE

Regia:
Giuliano Montaldo

Principali interpreti:
Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Elena Di Cioccio, Elisabetta Piccolomini, Andrea Tidona, Mauro Pirovano, Gianni Bissaca, Roberto Alpi, Francesco Scianna – 94 min. – Italia 2011.

Non l’ho mai scritto esplicitamente, ma si può certamente capire, almeno dal numero esiguo di recensioni dedicate, che non amo particolarmente il cinema italiano. Molte volte me ne faccio un problema innanzi tutto perché non mi piace generalizzare e perciò non vorrei venisse attribuito a un pre-giudizio quello che è invece un ponderato giudizio che mi rende guardinga nei confronti della produzione nostrana; in secondo luogo, mi spiacerebbe dare l’impressione di chi, con la puzza sotto il naso e una buona dose di snobismo, vuole ad ogni costo sostenere che le pellicole girate all’estero sono di molto migliori delle nostre. Il fatto è che non è facile incontrare un film italiano di qualità paragonabile a quella dei buoni film francesi, inglesi o americani, per non parlare di quelli che ci arrivano da culture lontane dalla nostra e che, per la freschezza del linguaggio o per l’originalità del racconto o dei modi di raccontare, si lasciano vedere con estremo interesse. Questo film di Giuliano Montaldo ha confermato le mie perplessità. Vi si racconta la difficile vita di un industriale, travolto dalla durezza della crisi che colpisce tutti. Una fabbrica di pannelli fotovoltaici, che è ben radicata nel mondo torinese, viene ereditata dal rampollo di famiglia, poco stimato nel suo ambiente (non del tutto a torto – n.d.r.). Un nuovo progetto di pannello non trova banche disposte a finanziarlo, determinando un accentuarsi della crisi di cui l’azienda è già preda. Con uno stratagemma, l’industriale riesce a ottenere dalle banche tedesche il finanziamento tanto atteso. Così almeno crede, per scoprire, al termine del film, che i finanziatori non erano stati i tedeschi, che aveva ritenuto così sprovveduti da cadere nella sua trappola: una messinscena deplorevole, che non rivelerò, soprattutto per non infierire ulteriormente sulla pellicola già di per sé poco difendibile. A questa storia, si intreccia, prendendo il sopravvento, dal punto di vista narrativo, la love story dell’industriale con la moglie che lo ama e lo difende contro gli attacchi della propria ricchissima madre (che lo giudica, con ragione, una nullità). La graziosa mogliettina viene contemporaneamente fortemente attratta dal garagista rumeno che si prende cura della sua automobile. Non si comprende bene, a questo punto, se all’industriale stia più a cuore darsi da fare per rilanciare l’azienda o pedinare la moglie, temendola fedifraga.
Tralascio di raccontare altro, sottolineo, però, che il finale ha dell’incredibile ed è degno di un romanzone d’appendice. Amen: passerà qualche tempo prima che io torni a vedere un film italiano. Unico aspetto positivo: la fotografia, dai colori scuri e desaturati parzialmente, dei luoghi di Torino, che, anche dove è meno nota e riconoscibile, si conferma proprio una città bellissima.

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