un americano a Parigi (Midinight in Paris)


recensione del film
MIDINIGHT IN PARIS

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Corey Stoll, Mimi Kennedy, Adrien Brody, Alison Pill, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Kathy Bates, Carla Bruni, Gad Elmaleh, Manu Payet – 94 min. – USA, Spagna 2011.

Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano, che, scontento del suo lavoro, nonostante gli permetta di guadagnare bene, vorrebbe dedicarsi a tempo pieno all’arte dello scrivere. Per la verità, ha già scritto un romanzo, di cui è gelosissimo custode, ma non è sicuro del risultato ottenuto, né gli pare che le persone che si trovano con lui, a Parigi, in viaggio di piacere, siano le più adatte a capirlo e a darne un giudizio. Sono con lui, infatti, la graziosa fidanzata, da cui Gil è fortemente attratto, insieme ai genitori di lei, repubblicani per convinzione e tradizione. In modo particolare, il futuro suocero di Gil è un fior di reazionario, accanito difensore dei “Tea party”, nonché ottuso avversario di tutto quanto esuli dalla materialità della borsa e degli affari. Ciascuno di questi personaggi da una città come Parigi attende sorprese, emozioni, opportunità, occasioni. E’ d’altra parte tipico delle grandi città offrire ai visitatori un ampio ventaglio di possibilità, dal turismo usa e getta, alle più approfondite meditazioni, allo shopping, agli affari. Questo è ciò che avviene anche per i nostri americani, cosicché Gil, diversamente da tutti gli altri, si abbandona alle suggestioni culturali che a Parigi sono particolarmente evocative e in tal modo compie un viaggio diverso da quello dei suoi compagni. Il suo personale viaggio avviene ogni sera, allo scoccare della mezzanotte, ed è un percorso a ritroso nel tempo, lungo gli anni ’20 del Novecento a bordo di una vettura d’epoca, nella quale viene accolto con cordialità da alcuni degli intellettuali che egli ha conosciuto e amato attraverso le loro opere. Questi lo conducono in giro per la città nei locali, nei salotti, laddove, cioè, cultura, discussioni sull’arte, musica, costituiscono un laboratorio di innovazioni quanto mai stimolante: lì potrà avvicinare i grandi di quel passato, dai coniugi Fitzgerald a Hemingway, da Cole Porter a Gerdtrude Stein da Picasso a Dali e a Bunuel. Un viaggio vero, però, senza effetti di flash-back, perché la smaliziata tecnica del regista è in grado di inserire con estrema naturalezza queste divertenti parentesi notturne del nostro eroe, imbranato, ma amabilmente naïf. I suoi incontri gli permetteranno di impostare con maggior sicurezza il suo romanzo, e di fare scelte precise per la sua vita.
Il film, però contiene numerosi altri spunti di riflessione, principalmente sul senso di un rapporto col passato, in cerca di una perfezione che molto somiglia a una fuga dalla realtà, di cui però non tutto è da buttare (memorabile la battuta di Gil sugli antibiotici!).
Tutta la narrazione ha come sfondo la grande bellezza dei luoghi più noti di Parigi e dei suoi dintorni (Versailles con la sua reggia e con la divertente apparizione di Luigi XIV nella Sala degli Specchi o Giverny col ponticello e le ninfee di Monet): è un racconto pieno di grazia, che si segue senza noia: un po’ poco per Woody Allen.
Il fatto è che Parigi è da cartolina, certamente bella, ben fotografata, ma troppo vista per commuovere davvero, mentre dal passato degli anni venti arrivano nel film compendiosi estratti, le formulette che Gil vuole riascoltare (la debauche della signora Fitzgerald, il suo tentato suicidio, la sofferenza di lui, il vocione rude e macho di Hemingway, i tori di Picasso, le stravaganze di Dalì e via elencando), ma non si coglie un vero rapporto dialogico fra lui e quel tempo. In altre parole Gil, anche se, “venuta la sera, si spoglia di quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et rivestito condecentemente entra nelle antique corti degli antiqui huomini…da loro ricevuto amorevolmente”, non riesce a cogliere se non molto superficialmente il senso di quel lavoro culturale: e cerca solo quelle risposte che già sono nella sua mente nella forma un po’ banale della citazione.

Avrete tutti capito che anch’io ho appena citato Machiavelli e la sua lettera (10 dicembre 1513), famosissima, a Francesco Vettori!

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