l’inutile e ambigua innocenza (Nazarin)


recensione del film:
NAZARIN

Regia:
Luis Buñuel

Principali interpreti:
Francisco Rabal, Marga López, Rita Macedo, Jésus Fernandez, Ignacio Lopez Tarso, Luis Aceves Castañeda, Ofelia Guilmáin, Noe Murayama, Rosenda Monteros, Victorio Blanco, Arturo Castro, José Chavez, Cecilia Leger, Ignacio Peón, Ramón Sánchez – 96′ min
– Messico 1958.

Il personaggio del prete Nazarin è sviluppato dal regista in modo tale da suscitare immediatamente le simpatie dello spettatore: egli è giovane, bello, buono di una bontà quasi istintiva, come se per natura fosse incapace di fare del male; a differenza di altri preti è un cristiano perfetto, poiché manca della meschinità, del carrierismo e dell’eccesso di prudenza mondana di molti suoi confratelli. Egli pratica l’umiltà e la generosità; si tiene lontano dai peccati, ma non dai peccatori, che segue anzi con cura affettuosa, cercando di redimerli. La prima parte del film ci presenta questo ritratto a tutto tondo del sant’uomo, mostrandocene la vita poverissima fra le prostitute, sue vicine di casa, contrapponedola a quella di chi, per avidtà lo deruba, approfittando della sua mitezza. Egli si accontenta, infatti, di vivere di poca elemosina, quella che gli permette di rifocillarsi, ma è disposto a privarsene, se vede che qualcuno è più povero di lui. Questa è la ragione per la quale poco gli importa di essere la vittima quasi predestinata dell’ aggressività altrui: vorrebbe invece, con l’esempio della sua santità, ricuperare alla virtù l’umanità peccatrice che lo circonda. Presto, però, il film, raccontandoci la storia tragica di questo singolare personaggio, ci induce a riflettere sull’ambiguità delle sue virtù, che sono certamente nobili e disinteressate, ma che finiscono davvero di rivelarsi inefficaci nella pretesa di diffondere modelli di comportamento difficilissimi per tutti gli altri uomini. La scelta fra il bene e il male, che continuano a esistere in noi, diventa quasi impossibile senza l’ausilio di strumenti, quali ad esempio la cultura e la scienza, che favoriscano la nostra consapevolezza, e ci rendano coscienti però anche della nostra istintività irrazionale. Nazarin è onestamente convinto che la fiducia nelle capacità miracolose di qualche uomo “santo” non abbia acunché di religioso, ma molto di superstizioso: vorrebbe perciò che la scienza godesse di maggior credito; non riesce, tuttavia, a vincere la credulità e il fideismo soprattutto delle donne, che invocano le sue qualità taumaturgiche. La sua ingenua e semplicistica fiducia nel prossimo non solo è quindi destinata al più totale fallimento, ma può provocare involontariamente molti imprevedibili guai. Dalla sua convinzione che l’amore umano sia un “amor profano” di scarsa importanza, che sarebbe meglio dirigere verso Dio, scaturisce la sua incapacità di comprendere le due donne, Andara e Beatriz, gli abissi di desolazione e di disperazione dei loro cuori, l’equivoco sentimento che esse provano per lui, la gelosia che le fa litigare, ma anche la maldicenza invidiosa e ottusa di coloro che vedono, senza riuscire a capire, ciò che si svolge sotto i loro occhi. La perfezione del messaggio cristiano, diventa perciò quasi sinonimo della sua impraticabilità, specie fra i poveri, cioè laddove è più grande il richiamo a possedere ciò che non si ha, in termini di cose e averi, ma anche in termini di dedizione amorosa. L’ambiguità del Cristianesimo è esemplificata, quindi, dall’involontaria ambiguità di Nazarin e del suo comportamento ed è rappresentata icasticamente, fin dall’inizio del film, dalla blasfema trasformazione dell’immagine sacra, appesa davanti al letto di Andara, in cui Cristo assume, nel delirio della donna, l’inquietante ghigno di un demone. Il film anticipa in tal modo alcuni fra i temi di quelli che Luis Buñuel tratterà successivamente, in Viridiana, La Via Lattea e Simon del deserto, nei quali la critica al Cristianesimo sarà ancora più incisiva e scandalosa. Ottima interpretazione di Francisco Rabal, sotto la magistrale direzione del regista.

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