on the road con Buñuel (Salita al cielo)


recensione del film:
SALITA AL CIELO

Titolo originale:
Subida al cielo

Regia:
Luis Buñuel

Pincipali interpreti:
Luis Aceves Castañeda, Silvia Castro, Roberto Cobo, Manuel Dondé, Lilia Prado – 74 min. – Messico 1952.

Luis Buñuel ci racconta che nel paesetto messicano di San Jeronimito, dove non esistono chiese, la popolazione vive delle risorse che offrono le palme da cocco, i prodotti delle quali vengono venduti all’industria alimentare, ciò che consente agli abitanti una vita semplice, ma dignitosa. Lì l’esistenza procede tranquillamente e senza troppe novità: una sgangherata corriera garantisce i collegamenti con il resto del mondo, mentre si continua a vivere secondo le antiche tradizioni, una delle quali è l’uso di trascorrere la notte delle nozze in un’isola poco distante dalla costa in cui i giovani possono amarsi in pace, nella bellezza del paesaggio naturale. Oliverio e Albina, però, sono costretti a tornare, senza neppure essere approdati all’isola, perché vengono raggiunti e avvisati dai fratelli di lui dell’aggravarsi delle condizioni dell’anziana madre. Al suo capezzale essi si rendono conto di una situazione difficile, poiché il progetto di suddivisione dell’eredità che la donna ha in mente non è accettato dai fratelli di Oliverio, il quale, pregato dalla morente, dovrà raggiungere al più presto il legale di fiducia di lei, perché raccolga le sue ultime volontà, mentre la sposina cercherà di curarla. Ha inizio quindi la parte centrale del film, la più importante: il viaggio avventuroso e accidentato del giovane Oliverio, alla ricerca dell’avvocato, sulla scassatissima corriera di cui sopra, con un autista poco affidabile, fra altri viaggiatori che si muovono verso mete differenziate, con tempi di percorso più o meno lunghi. Durante il viaggio accade di tutto: ci si ferma, si affrontano rischi, salgono numerosi animali, si guadano i fiumi e ci si impantana, si percorrono le più pericolose delle strade, si nasce, si muore, ci si aiuta, ci si ama, si sogna…cosicché, in fondo, il viaggio diventa la metafora della vita, coi suoi percorsi duri e difficili, ma talvolta anche con le sue gioie momentanee, con le trasgressioni spesso desiderate e mai realizzate. L’ansia per le troppo frequenti fermate dell’automezzo, il fastidio, ma anche il compiacimento, per i tentativi di seduzione della bella Raquel, la decisione di prendere la guida dell’automezzo, per accelerare i tempi del percorso, la sfida degli elementi naturali, sono i momenti rilevanti dello strano viaggio cui corrispondono immagini e situazioni ad alto contenuto simbolico: l’acqua, in primo luogo, che bisogna guadare e che può diventare una trappola infida; la tempesta notturna, durante la “salita al cielo”, la presenza degli animali che, come sempre in Bunuel, ci ricordano la nostra natura, che non sempre accettiamo (il più ridicolo mi pare il venditore di galline, che le vende da catalogo, ma non le vuole con sé!). Mi pare, però, che l’elemento più intrigante e significativo sia il sogno di Oliverio, poiché è proprio la dimensione onirica quella che, lasciandogli intuire aspetti mai chiariti della sua vita, gli permetterà di fare le scelte più importanti, superando rimorsi e sensi di colpa.

Il sogno di Oliverio

Il giovane, dunque, ha lasciato provvisoriamente la moglie, senza aver concluso la notte delle nozze con lei, ad accudire l’anziana inferma, il che, simbolicamente, indica che la madre di lui si interpone fra i due sposi e impedisce loro di portare a termine l’incontro amoroso. Sulla corriera la provocante Raquel cerca di sedurlo, offrendogli una mela da mordere, frutto proibito secondo la tradizione biblica, e invitandolo, quindi, a quella conoscenza carnale che con Albina gli era stata impedita. Il giovane è turbato e si abbandona a una rèverie ad occhi aperti durante la quale egli riesce a recidere il cordone ombelicale che lo tiene legato alla madre e cede all’amplesso con Raquel. La rappresentazione del sogno ha un punto di partenza: il morso della mela e il successivo bacio alla bella donna, dalla cui bocca egli riceve la lunghissima buccia del frutto che si srotola da un luogo sopraelevato, l’alto piedistallo su cui è la madre, verso la quale è rivolto lo sguardo del giovane, che attende di ricevere l’approvazione per l’imminente incontro erotico. Egli allora abbandonerà finalmente alla base del piedestallo la buccia-cordone ombelicale. L’improvviso dilatarsi dello spazio angusto della corriera, che si trasforma in un lussureggiante Eden diventando il teatro dell’amore fra i due giovani viaggiatori, offre ancora una volta agli spettatori la sorprendente e poetica rappresentazione simbolica del desiderio amoroso che riesce a realizzarsi solo nel sogno e nella fantasia, astraendosi dalla realtà dura e meschina, e talvolta grottesca degli altri viaggiatori (il politico bolso, il venditore di galline, l’uomo con la gamba di legno). I personaggi femminili di Raquel e di Albina si alternano nel sogno e ci appaiono infine fondersi in un’unica figura di donna in cui coesistono (come in tutte le donne) dolcezza e sensualità, desiderio apertamente espresso e pudore.

Il film fu girato in Messico nel 1952 con un bassissimo budget, ed esprime, attraverso i modi leggeri della fiaba ironica e surreale, il pessimismo disincantato del regista, che pur avvalendosi di attori non eccelsi (se si esclude la bella e conturbante Lilia Prado), padroneggia in modo eccellente sceneggiatura e cast, consegnandoci un piccolo e divertente capolavoro.

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