l’anacoreta (Simon del deserto)


recensione del film:
Intolleranza – Simone del deserto

Titolo originale
Simón del desierto

Regia.
Luis Buñuel

Principali interpreti:
Claudio Brook, Silvia Pinal, Enrique Alvarez Felix, Hortensia Santavena – 42 min. – Messico 1965

Nel bellissimo libro che contiene le sue memorie ultime (Dei miei sospiri estremi) Luis Buñuel ci racconta i suoi soggiorni messicani e la sua amicizia con Gustavo Alatriste, produttore di molti lavori del periodo in cui, dopo aver girato due film negli Stati Uniti, il regista dovette tornare in Messico, per evitare le persecuzioni maccartiste. Purtroppo, per difficoltà economiche insorte, Alatriste dovette sospendere la produzione di questa pellicola e Buñuel fu costretto a chiuderla in fretta, con un finale inatteso, ma anche, in certo modo, geniale, tanto che, mutilata e incompleta, riuscì comunque a ottenere il premio speciale veneziano per la miglior regia al Festival del 1965, oltre ad altri quattro premi.
La storia raccontata è quella del monaco stilita Simon, che, fra il V e il VI secolo, decide di abbandonare ogni forma di vita sociale e di dedicarsi alla preghiera solitaria nel deserto, vicino ad Aleppo, in cima a una colonna, cibandosi di poche e frugali vivande che i monaci del monastero gli fanno arrivare con un canestro legato a una fune. La vita solitaria di preghiera e di mortificazione, tuttavia, non riesce a tenere lontane né le distrazioni (altri monaci, folle in attesa di miracoli, la madre, il pastore di capre), che ne turbano la vita contemplativa, né le tentazioni della carne che Satana (Silvia Pinal, moglie di Alatriste, famosa protagonista di tante opere buñueliane) gli offre sotto mentite spoglie. Il film si interroga, come altri dello stesso regista, sul bene e sul male, cercando di individuare, nei personaggi, quali siano i comportamenti virtuosi e quali quelli malvagi, concludendo, almeno secondo me, che isolarsi dal mondo non pare essere la via del bene, perché la vita, difficile per tutti, deve essere sopportata fino in fondo, come inviterà a fare Satana – Pinal, che è riuscito infine nell’intento di strappare Simon alla sua colonna, per trasportarlo con un volo vertiginoso nel tempo e nello spazio, in un locale chiassoso e affollato di Manhattan. Lì, i peccatori (Sinners è il nome del locale!), cioè tutti gli avventori, cercano di divertirsi al suono di una musica “indiavolata”, fumando e bevendo. Una battuta sorridente del demonio invita Simon, che vorrebbe uscire, ad andare “Ultra”, citando una rivista surrealista, Ultra per l’appunto, che nel 1922 aveva pubblicato per la prima volta un articolo di Buñuel.
Il finale, spiazzante e beffardo ci riporta dunque ai temi cari al regista: nessuno è buono, né lo è stato nei tempi passati, perché i vizi degli uomini sono ad essi connaturati: quel monaco imbroglione; quel pastore un po’ troppo vicino alle sue capre; quel ladro che grazie alle preghiere di Simon riacquista le mani, ma subito ne è irritato, perché di lavorare non ha proprio voglia, e ora non ha più scuse; quella folla superstiziosa e ignorante, tutti, insomma, sono molto meno umani e simpatici della divertente e surreale diavoletta incarnata dalla Pinal, che chiede, in fondo, e forse con sincerità, visto che piange, di essere perdonata per il suo antico peccato di superbia. Finale certamente blasfemo, come spesso il finale dei film con tema religioso, di un regista ateo, ” per grazia di Dio”, come dice lui stesso. Non a caso lo stesso regista, nel suo libro di memorie afferma: ” Oggi mi sembra che Simon del Desierto potrebbe già essere uno degli incontri dei due pellegrini della Via Lattea, sulla strada tortuosa per Santiago de Compostela”

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