il caso e la morte (Tristana)


recensione del film.
TRISTANA

Regia:
Luis Buñuel

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Ferdinando Rey, Franco Nero, Lola Gaos, Antonio Casas, Jesus Fernandez – 94 minuti – Spagna 1970

A Toledo (anziché a Madrid, secondo il romanzo omonimo, di Benito Pérez Galdós, cui molto liberamente si ispira), si svolge la vicenda narrata dal film. Girato nel 1970, nonostante Buñuel ne avesse da tempo in animo il progetto, il regista ricostruisce una Toledo degli anni venti, nella quale convivono gli splendori del passato (che ora però è colto in tutta la sua decadenza), e la miseria di un presente in cui sembrano esistere solo ricordi e modelli di comportamento a loro volta decrepiti e consunti. Fin dalle prime scene la fortezza che protegge la bella città sul Tago, tagliandola fuori dal resto del mondo e da ogni modernità, evidenzia la realtà remota e immobile della Spagna, accentuata, subito dopo, dagli abiti a lutto di Tristana e di Saturna e dalle tristi divise dei giovani sordomuti che le donne stanno per incontrare. Tristana, dopo la morte della madre, trasloca nella casa del suo tutore, Don Lope, maturo “rentier”, orgoglioso di non lavorare, ribelle all’autorità civile e religiosa e impenitente libertino, contrario ad ogni legame matrimoniale. Anche Don Lope, come i “gentiluomini” che frequenta nei vecchi e e fumosi locali, un tempo prestigiosi, della città, tenta di nascondere l’incipiente vecchiaia: si tinge barba e baffi, usa, in casa, scalcagnate e luride ciabatte e indossa biancheria alquanto sdrucita sotto le belle camicie eleganti. Tristana, a casa sua, ne diventerà presto l’ amante, trasformando la stima e l’affetto filiale che aveva provato per lui in odio e disprezzo profondo di cui è “spia” il suo incubo ricorrente: il battaglio della campana che assume la forma e le sembianze del capo mozzato del suo tutore. Don Lope è geloso e possessivo, contraddicendo la sua concezione dell’amore come libertà di scelta, ma dovrà cedere alla giovinezza irruente e sfrontata di Horacio, il pittore che, incontrata casualmente Tristana, la porterà con sé a Parigi. La prima parte del film ci presenta, dunque, i principali personaggi, ma anche i temi che verranno in seguito approfonditi: oltre al tema dell’immobile decrepitezza di Toledo, e del sistema di valori dei suoi più rispettati abitanti, sono presto introdotti quegli elementi che in tutti i film di Buñuel costituiscono parte essenziale del racconto, il caso, e la morte, che vanificano ogni libertà dell’uomo. Proprio Tristana, che, pure, più volte, aveva espresso la convinzione di poter scegliere fra le opportunità anche minime che la vita offre, è vittima delle scelte irrazionali e non prevedibili del caso: non solo è costretta dalla sua povertà a sopportare un amante abietto e vecchio, ma, quando sembra avviata a un destino radioso con Horacio, è costretta a tornare da Don Lope, per guarire da quella malattia crudele che inaspettatamente la obbligherà all’amputazione della gamba destra, privandola del futuro sognato, perché l’amore di Horacio non regge allo scempio del corpo di lei. Le sue scelte, ormai prive di gioia, si limitano allora all’esibizione fredda delle sue nudità, ancora desiderabili, al figlio sordomuto di Saturna, che del voyeurismo si accontenta. L’altro tema fondamentale del film, quello della morte, ineluttabile e ineludibile, è simboleggiato, all’inizio, dall’impressionante statua del cardinale Tavera, immagine della morte stessa che affascina e respinge Tristana, mentre il sogno di morte, l’incubo ricorrente, le si ripresenta, alla fine del film, preludio della fine di Don Lope, diventato suo marito in chiesa (!) e costretto, nell’ultimo nevoso e gelido inverno, ad accontentarsi della compagnia di tre preti che vanno da lui a bere la prelibata cioccolata di Saturna, prima della morte solitaria, senza il soccorso di lei, supremamente indifferente alla sorte dell’uomo tanto detestato. Film di sconvolgente bellezza, di estrema coerenza narrativa, interpretato dalla bravissima Deneuve e dall’indimenticabile Fernando Rey nei panni di Don Lope.

Qui potete leggere l’analisi del rapporto fra il film e il romanzo di Benito Pérez Galdós

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3 pensieri su “il caso e la morte (Tristana)

  1. Non ho visto il film, ma se ne avrò l’occasione lo andrò a vedere molto volentieri. La tua recensione è bellissima e accende la voglia di rendersi conto personalmente, guardando il film, di quanto il regista ha voluto esprimere sui temi della vita e della morte e della casualità. Mi riservo altro commento in un prossimo futuro.

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  2. Riporto quanto ho scritto del film a proposito del romanzo cui si ispira condividendo quanto affermi circa il clima politico nel quale è situata la vicenda all’epoca di Bunuel. Ma ho ancora dubbi sul peso che nella tessitura del film hanno il caso e soprattuto la morte.
    Nei personaggi, a mio avviso, non viene mai meno la capacità di scegliere i propri percorsi di vita. Don Lope vuole Tristana per sè e la ottiene con le intimidazioni, con la persuasione occulta, con il falso liberalismo, e alla fine con il matrimonio religioso. Tristana teme e odia il suo tutore, ama e respinge Horacio, esprime e soffoca la sua sensualità, è affascinata dalla morte e ne è atterrita. Sceglie di tornare a casa quando si ammala: forse non ha altra scelta, forse è obbligata. Di fatto, è indifferente nei confronti di Horacio e lo respinge; si dedica a opere di beneficenza, si sposa con il tutore e lo lascia morire in quanto responsabile della sua infelice vita.
    Si può quindi dire che gli eventi che si succedono nella vita dei protagonisti e della stessa Saturna (depositaria delle convenzioni popolari) siano dovuti al caso?
    La morte è affascinante per Tristana quando la osserva nel corpo marmoreo del cardinale e terrorizzante nei suoi ricorrenti incubi in quanto manifestazione del suo odio nei confronti del tutore. Ma non è parte del tessuto dell’opera.
    E’ un film surreale. Bellissimo.

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  3. Ferma restando la liceità di ogni interpretazione, il film contiene fin dall’inizio, alcune affermazioni di Tristana che mi sembra importante meditare proprio sui temi della scelta e della morte. Vado a memoria, però mi pare che Tristana davanti a due colonne uguali, chieda a don Lope quale preferisca e alla risposta infastidita di lui, risponda cha lei, invece, davanti a due oggetti uguali sceglie sempre. Il concetto verrà ancora ripetuto, davanti a due stradine e davanti addirittura a due ceci, chiedendosi quale dei due mangerà per primo. La scelta fra le stradine la porterà all’incontro con Horacio, sulla cui casualità, perciò, non mi pare esistano dubbi: non ha scelto Horacio, ma se lo è trovato casualmente davanti. La costrizione, non la scelta è nel suo destino: prima di morire la madre, non lei, ha scelto che fosse Don Lope il suo tutore; Don Lope, forte del testamento della madre, le dirà brutalmente che intende esercitare su di lei il potere doppio di padre e di marito; la sua scelta di allontanarsi da Toledo per sempre, sarà dopo appena due anni frustrata dalla malattia che certamente non ha scelto; tra vivere e morire sceglierà non tanto di vivere, quanto la morte civile accanto a Don Lope; la “scelta” di farsi sposare è obbligata dal tentativo di sconfiggere, quantomeno, la sua irrilevanza sociale ed economica, cui diversamente sarebbe condannata. Certo, le sono rimasti i ceci, che diventano allora la metafora delle povere cose senza importanza entro le quali potrà scegliere. Interessante poi che Tristana, davanti alle due colonne provochi la reazione stizzita di lui: non gli va che Tristana scelga, anche se in realtà la giovane non ha molto da scegliere: Horacio è ancora lontano dal suo orizzonte; l’interno della chiesa le ha appena presentato l’immagine spaventosa del Cardinal Tavera che, per un momento, vorrebbe baciare, subito ritraendosene. Immediatamente dopo, però, si lascerà baciare da Don Lope, protagonista del suo sogno – incubo di morte. Sul fatto che non tenti neppure di resistere a lui, non ho dubbi: lo farà solo dopo, conoscendo il pittore. Non vedo dove e quando Tristana scelga il proprio destino. Un discorso diverso, ma non molto, si potrebbe fare per Don Lope, l’allegro libertino, che non si sarebbe certo aspettato né la ribellione di Tristana, né il suo ritorno da malata, né di piegarsi al matrimonio religioso, né una vecchiaia con tanto di preti alla sua tavola, né di morire in quel modo, dopo aver implorato l’assistenza dei medici che Tristana non chiamerà. Ma neanche il mancato soccorso di Tristana mi pare determinante nel provocarne la morte: era vecchio e malato, la sua progressiva decadenza era annunciata fin dall’inizio del film quando il vecchio Don Giovanni, che non ha più il rispetto di tutti, ormai, viene mandato al diavolo, da una giovane donna che non ha gradito il suo sguaiato complimento. Il fatto è che Bunuel non crede né a un disegno provvidenziale sui destini dell’uomo, né alla possibilità di imbrigliare con la nostra razionalità la casualità della nostra sorte. Certo, ci proviamo, ma alla fine ci rendiamo conto che ci restano… solo i ceci!
    Vorrei soffermarmi un momento sul sogno di Tristana che io vedo non solo come sogno di morte: la testa mozzata di Don Lope compare al posto del battaglio della campana, fallico nella forma, come inequivocabilmente ci viene rappresentato. Tristana si sveglia di notte atterrita, e accorre Saturna, seguita da Don Lope che non è ancora il suo amante, ma che lo sarà di lì a poco (l’occhiata attraverso la camicia da notte aperta sul seno non lascia dubbi sulle intenzioni di lui). Tristana, però, sia pur solo edipicamente, ha già sostituito l’immagine fallica con quella del tutore, creando nel sogno l’abbinamento Eros – Thanathos. Tutto il film è attraversato da questo abbinamento, anche l’amore per Horacio che verrà bloccato non tanto dalla malattia, quanto dalla presenza di quel moncherino orribile che, esibito senza pudore, diventa una specie di “memento mori”, che forse il solo Saturno può riuscire ad accettare (il frutto proibito delle prime scene?). La morte si ripresenta come visione onirica, circolarmente, alla fine del film, ma sottotraccia, almeno secondo me, permea il film per intero: nell’abbinamento con Eros, nella feticistica e inquietante presenza della protesi in legno della gamba tagliata; nel lugubre battere delle stampelle sul pavimento della casa, nell’abito perennemente nero di Saturna dall’inizio del film (quando anche Tristana portava il lutto e passeggiava con lei lungo le mura di una città morta). Ho scritto un po’ alla rinfusa queste mie opinioni, che mi propongo, tuttavia di precisare ulteriormente rivedendo il film. Grazie comunque per lo stimolo a riflettere che mi ha suscitato la tua lettura.

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