che delusione (Il pezzo mancante)


recensione del film – documentario:
IL PEZZO MANCANTE

Regia:
Giovanni Piperno

Durata: – 81 minuti – Italia – 2010

Il film ci informa che sono più di trecento i discendenti della coppia che, alla fine dell’800, ha dato origine alla famiglia Agnelli che tutti oggi conosciamo. Ogni torinese, probabilmente, ricorda di aver incontrato, almeno una volta nella vita, qualche componente della dinastia: lungo le vie della città, in qualche negozio, o a scuola (il film non lo dice, ma è stata una consuetudine degli Agnelli l’iscrizione dei figli alla scuola pubblica), alla partita o al ristorante. Ogni torinese, inoltre, ha provato, nei confronti di questa famiglia, un complesso sentimento, fatto di ammirazione, di fastidio, talvolta di avversione, ma talvolta anche di pietà, perché alle fortune economiche di questi imprenditori troppo spesso si sono affiancate sciagure e lutti dolorosi. Naturalmente, per i torinesi, come per tutti, gli Agnelli sono soprattutto i padroni della Fiat, che, insieme alle fabbriche dell’indotto, ha avviato alla produzione industriale migliaia di italiani, per molti dei quali è stata occasione di lavoro e di riscatto sociale. A Torino, comunque, La Fiat e gli Agnelli sono anche sinonimi di pensiero unico, del pesante dominio di una visione (gravida di conseguenze), per la cui realizzazione le amministrazioni pubbliche si sono mobilitate, coinvolgendo tutti i cittadini nei sacrifici necessari a evitare che, dal dopoguerra agli anni ’70, la massiccia immigrazione degli abitanti del Sud del nostro paese assumesse connotati di tragedia. Al di là del disagio, comunque la città è cresciuta, si è aperta alle novità e ha saputo costruire un modello di integrazione e di convivenza molto positivo. Solo con la crisi della Fiat, però, Torino ha potuto dotarsi di una metropolitana, perché all’automobile quasi soltanto era stato affidato in quegli anni lo sviluppo dei trasporti, con immaginabili conseguenze per il traffico e per la salute, minacciata dall’inquinamento e dalle polveri sottili più di ogni altra città italiana. Anche il volto di Torino è stato sfigurato e stravolto dallo sviluppo impetuoso e caotico, per il quale non era stata progettata: solo ora la città può nuovamente mostrarsi come la bella città che è, ricca di storia, di cultura, di umanità e non solo di Fiat. Gli argomenti per una docu-fiction, dunque, non mancavano: tutti molto intriganti e meritevoli di approfondimento. Il regista ha preferito trattare, invece, soprattutto il tema del “pezzo mancante”, cioè la vicenda di quei rampolli della dinastia, che, privi dell’interesse necessario per dedicarsi agli affari di famiglia hanno vissuto un po’ ai margini, coltivando hobby, studi ed attività creative, quali la scrittura, la poesia, il filosofare in solitudine, nella più totale e disperata infelicità, con esiti molto tragici. Giovanni Piperno, anche affrontando il lato oscuro, la vena di “follia” che ha attraversato gli Agnelli, avrebbe avuto materia per un film di grande interesse. Purtroppo, però, così non è stato: la saga, degna dei Buddenbroock, è diventata un’inchiesta un po’ pettegola, un collage di vecchie interviste di Minoli, di più recenti interviste a personaggi dai nomi insoliti e cognomi chilometrici, di animazioni divertenti e carine, ma nulla di più: un po’ poco! Alla fine del film, dopo che erano già passati i titoli di coda, è comparso l’invito a non abbandonare la sala, e a continuare la visione per soli 10 minuti (era per i torinesi o per tutti gli spettatori?) durante i quali, l’ex sindaco Diego Novelli, (non molto visibile) ha detto alcune cose interessanti della città e dei suoi mutamenti. Il film dura perciò 81 minuti, non i 71 che vengono annunciati sui giornali e sui siti web. L’immagine di Novelli, che pure è stato il primo sindaco a concepire lo sviluppo cittadino non solo in funzione della Fiat, non aggiunge molto a un film assai deludente.

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4 pensieri su “che delusione (Il pezzo mancante)

  1. Sono d’accordo per il giudizio sul film: poca cosa rispetto a quanto si sarebbe potuto trattare sugli Agnelli e sulla Fiat. Penso anch’io che molti italiani del Sud abbiano trovato a Torino un riscatto, ma a quale prezzo! La città degli Agnelli era profondamente diversa dalla Ivrea degli Olivetti o dalla Torino del Gruppo Finanziario Tessile: queste due ultime industrie cercavano di seminare nelle loro città un’altra “cultura”, anche più ampia intellettualmente dagli stretti interessi industriali della produzione e del mercato, portavano valori culturali (per il GFT vedi il Castello di Rivoli, arte contemporanea), per Ivrea asili nido, biblioteche, concerti, nuova architettura … c’è una letteratura enorme. Per tutti quelli che come me, senza lavorarci, sono stati alle Grandi Presse (io ero sindacalista e ho fatto una memorabile assemblea in occasione dei decreti delegati della scuola) il ricordo non può che essere quello dello sfruttamento pazzesco. Da Valletta, a Romiti, a Marchionne o al non più giovane John (strano nome per un italo-francese) Elkann (sorrideva nel film, enigmaticamente!!) c’è stata la rivalsa: la distinzione tra industria produttiva e finanziaria in Italia è nata lì e da lì sono nati molti guai per la città. Tutto questo non c’è nel film, c’è solo un gossip tragico sulla famiglia. Non posso credere che il Ministero della Cultura italiano abbia potuto dare il suo patrocinio al film. C’è da piangere sulla scomparsa della famiglia Olivetti, non su quella degli Agnelli.

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  2. Ciao Laulilla
    Scusa se riprendo il discorso dopo molto tempo, ho visto che ai commenti della recensione di “Fai bei sogni”, mi avevi suggerito questo film, che andrò a vedere. Lo ritengo un tassello importante che andrà a completare la mia “storia” con Torino.
    Pur avendo vissuto nel capoluogo subalpino per quasi 14 anni, sono stato sempre abbastanza lontano dal mondo FIAT, o quantomeno non ne sono mai entrato in contatto direttamente. A livello indiretto ho sempre notato però, come la FIAT abbia inciso non solo sul “corpo”, ma anche sulla “psiche” di un’intera città. A me piacque molto al riguardo, il film “Signorina Effe”, che ben evidenziava come la grande industria avesse plasmato molta borghesia, ma soprattutto tanto mondo operaio, soprattutto di origine meridionale.
    Il commento precedente mi chiarisce anche tante cose sul perchè a Torino, la stragrande maggioranza dei meridionali non si sia ambientata, in svariati casi, neanche i loro figli, specie oggi che l’industria si è ridimensionata, e le possibilità di lavoro e i sogni ad esse collegate, si sono esauriti nell’arco di non più di 30 anni di fordismo, a fronte di uno sradicamento totale rispetto a chissà quante generazioni.

    Ho vissuto tanti altri anni, in altre città e in posti all’estero dove l’emigrazione meridionale (italiane in generale) è stata in misura altrettanto massiccia; ma in nessuna di esse, ho trovato tanto revanchismo camuffato da “disprezzo di ritorno” come a Torino. A poco a poco inizio a capirne i perché.

    Ciò nonostante, non sono tra coloro che sperano in un paese e in una Torino deindustrializzata.
    L’industria per l’Italia del dopoguerra ha significato tantissime cose, e sarebbe un peccato perderle tutte a poco a poco come da più di un decennio oramai accade implacabilmente.

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    • Anch’io non credo alla decrescita felice, facile slogan, ma poco di più. La terziarizzazione molto difficile di Torino è stata la risposta più plausibile data da alcuni grandi sindaci al venir meno delle sue ragioni industriali, effetto della globalizzazione prima di ogni altra cosa, quella che induce a delocalizzare dove il lavoro costa meno. Purtroppo ciò ha creato sconquassi nel tessuto sociale e politico della città e anche dell’intero nostro paese, con conseguenze poco valutabili nel breve periodo. La mentalità dei torinesi è stata certamente plasmata dalla Fiat, ma ora si modifica più velocemente del previsto, poiché la “cultura” egemone anche qui comincia a essere quella veicolata dai massmedia urlanti e strepitanti. Vedremo. Grazie di questo commento.

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