il “cielo stellato sopra di me” e il “mondo morale in me” (Il Grinta)


Recensione del film:

IL GRINTA

Titolo originale:
True Grit

Regia:
Ethan Coen, Joel Coen.

Principali interpreti:
Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Steinfeld, Barry Pepper, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Ed Corbin, Nicholas Sadler, Dakin Matthews, Paul Rae, Joe Stevens, Mary Anzalone, Brian Brown, Bruce Green, Mike Watson -110 min. – USA 2010.

A prima vista gli ingredienti di un western ci sono tutti: pistole e pistoleri; frontiera in pieno deserto ad ovest dell’Arkansas, ai limiti del Texas; cavalli e cowboys; sceriffi un po’ ubriachi e un po’ corrotti; vendetta e giustizia self-made. Quello che fa la differenza sono i fratelli Coen, che certamente apprezzano il cinema western, ma ne fanno occasione per trattare i temi che li contraddistinguono: il ridimensionamento dell’eroe; la casualità degli eventi che sfugge a qualsiasi logica progettuale; la conoscenza del male. Qui, come in altri loro film questi argomenti innescano una serie di invenzioni formali di grandissima suggestione, punteggiate dall’ironia di sempre. Una ragazzina di soli quattordici anni, Mattie Ross è fermamente intenzionata a ottenere giustizia: vorrebbe vedere condannato all’impiccagione Tom Chaney che è l’assassino di suo padre, ma che si è dato alla fuga. La prima parte del film ci mostra Mattie che va alla ricerca di un uomo che sia in grado, per esperienza e determinazione, di trovarlo e di portarlo davanti a un giudice. Le sembra che Rooster Cogburn, anziano e feroce sceriffo, sia la persona giusta e, per persuaderlo a tenerla con sé, durante la ricerca, non esita a seguirlo anche nel luogo che sembra il meno adatto a lei: la piazza dell’impiccagione di tre condannati a morte, cui assisterà senza alcun turbamento, ottenendo poi di dormire nell’ improvvisato obitorio del becchino. Comincerà a questo punto il viaggio di formazione di Mattie, perché questo è, almeno secondo me, il senso del film. Affianca a a tratti il viaggio di Mattie e Rooster anche La Boeuf, ranger texano, a sua volta alla ricerca di Chaney. Non c’è alcun piano, per quanto accuratamente preparato, che si realizzi secondo le previsioni: il caso é costantemente con i personaggi e con il loro spostarsi dentro una natura fotografata meravigliosamente. Contro ogni attesa, e nel momento più tranquillo, Chaney verrà riconosciuto da Mattie e solo lei lo affronterà uccidendolo, ma subito dopo precipitando in una grotta sotterranea in cui farà l’incontro coi serpenti in agguato. La caduta, l’incontro coi serpenti, la difficile riemersione alla luce, la fuga e la conclusione del viaggio (non del film, che è più convenzionale) mi pare abbiano significati allegorici e metafisici e riecheggiano, in qualche misura le suggestioni bibliche, che già l’incipit del film, aveva opportunamente evocate. In questa luce andrebbe interpretata, a mio avviso, la bellissima e suggestiva scena notturna in cui la cavalcata di Rooster e Mattie sta per concludersi: l’infinito deserto, illuminato dalle infinite stelle del cielo, sfondo della stanchezza e del dolore di Mattie. Il mondo morale che ora, dopo l’esperienza del male, la giovane ha conquistato e custodisce in sé, è separato, forse in modo incomunicabile, dal resto dell’universo di cui il cielo stellato è emblema, come ci ricordava Kant. Ritengo quindi che sia fuorviante parlare di questo film come di un western: si tratta, come sempre per i Coen, di un film con contenuto morale e metafisico, principalmente. Gli attori sono magnifici e magnificamente diretti, davvero tutti quanti. Ogni riferimento al film precedente, con Jon Wayne, che porta lo stesso titolo è, a mio avviso, alquanto improprio.

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7 pensieri su “il “cielo stellato sopra di me” e il “mondo morale in me” (Il Grinta)

  1. le tue recensioni complete,interessanti e molto ben scritte sono da gustarsi dopo la visione. e siccome questa settimana volevo andare a vedere il grinta,mi riprometto di passare da te e confrontare il mio con il tuo giudizio!

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  2. Il film è bello e condivido quasi tutta la tua recensione. Non riesco a vedere l’aspetto morale e metafisico del film anche se le stupende e suggestive scene della caduta di Mattie nella caverna della corsa verso la salvezza sotto il cielo stellato del Grinta possono suggerire una lettura più profonda del film. Ma perchè Mattie compirebbe questo percorso di “formazione”? E forse non è Rooster che a contatto con l’ingenuità del bene e con il senso di giustizia che fortemente connota la ragazzina compie ,lui, un percorso di riscatto che lo porta ad allontanarsi dalla violenza (e in effetti finisce la sua vitain un circo).
    Illuminami !!
    maria

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  3. Cara Maria, grazie. Vedrò non di illuminarti, non ne hai bisogno davvero, ma di spiegarti perché ho scritto in questo modo. Procedo per punti:
    1)
    parlando di viaggio di formazione, ho usato, estendendo al cinema, come ormai molti fanno, un’espressione tedesca, nata nell’ Ottocento: Bildungsroman, romanzo di formazione. Così viene chiamato il racconto delle avventure grazie alle quali un giovane (molto spesso, ma non necessariamente, adolescente) trae lezioni di vita, e diventa adulto, imparando a muoversi nel mondo
    Mi sembra che il viaggio, nel film, abbia tutte le caratteristiche per essere definito “di formazione”, dal momento che è compiuto per volontà di un’ adolescente, senza la quale nessuno dei personaggi si metterebbe in moto. Aggiungo che la “formazione” non necessariamente deve essere vista come migliorativa: nel loro formarsi molti giovani apprendono anche a moderare il loro ingenuo assolutismo morale, la loro purezza e ad adattarsi al mondo reale.
    Nulla vieta, però di vedere anche i mutamenti in meglio di Rooster nel corso del viaggio.
    2)
    La ragazzina non mi sembra perseguire, in verità, un senso di giustizia, perché ancora non ha capito la differenza fra giustizia e vendetta: solo uccidendo l’assassino del padre ne prenderà coscienza. Questo ci dice la “caduta”, che a mio avviso, deve essere intesa in chiave simbolica: le stesse immagini ci invitano a questo tipo di interpretazione: dopo l’uccisione viene risucchiata in un “buco nero”, all’interno del quale verrà a conoscenza della morte (il cadavere) e del male (i serpenti) dai quali non si libererà facilmente. Mattie tornerà, come avrebbe detto Dante, a “riveder le stelle”, ma segnata dal dolore che perennemente l’accompagnerà (perderà un braccio per sempre). Non ci può essere comunicazione fra la bellezza dell’universo (cielo stellato) e mondo morale che nasce dall’esperienza del male e del dolore: l’ingenuità originaria si perde: il cavallino (Tuttomatto) dell’infanzia muore, la bimba è diventata adulta
    3)
    La citazione kantiana mi è venuta spontanea e mi sembra anche quella che meglio può adattarsi a questo film dei Coen, perché probabilmente è presente Kant nella cultura di questi registi, certo più di quanto lo sarebbero un universo e una luna supremamente indifferenti, nella loro bellezza, alle sofferenze degli uomini quale può essere quello leopardiano o i versi di Dante, che pure potrebbero essere ricordati per la discesa agli Inferi e la successiva riemersione (a riveder le stelle, appunto). Niente si può escludere, nel cinema dei Coen, che è sempre molto colto, ma una certa prudenza nell’individuare le possibili fonti culturali del film mi sembra necessaria
    4)
    Va tenuto presente che la citazione biblica dell’incipit non è casuale e ci indica che il film ha le sue radici anche nella tradizione culturale ebraica (dei Coen) e del protestantesimo puritano, che ha contraddistinto la cultura letteraria americana nella prima metà dell’800, prima della guerra di secessione, cioè in quel periodo in cui si colloca lo sfondo storico dei film Western, nonché del romanzo di Charles Portis, ambientato storicamente in quel periodo, scritto però un secolo dopo, nel 1968, che ha ispirato il film.

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  4. Mi arrendo !! Non posso che aderire alla tua analisi che dà sostanza al film e lo rende agli occhi degli spettatori quasi “magico”. Grazie
    maria

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