ancora su Another Year



Purtroppo le recensioni sono un po’ come reti a grandi maglie, che, nel tentativo di imbrigliare per quanto possibile, i pesci più grossi, in questo caso il senso complessivo del film, si lasciano sfuggire pesci di grande pregio, ma più piccoli. In effetti questo film è di grande complessità ed è difficilmente riconducibile a un rigido schema interpretativo. Ritorno, perciò sulle mie conclusioni (montalianamente provvisorie!) per meglio svilupparle. Io credo che il film ci dica alcune cose: in primo luogo che felicità non è sinonimo di serenità. La coppia è serena, ma la serenità, per essere mantenuta ha sempre bisogno di difese: molto azzeccata, a questo proposito, la scena in cui i due si rifugiano dalla pioggia che li coglie nel loro orto, sotto un fragile gazebo in legno, molto realistico, perché frequente da vedere nei “back-Yards” britannici, ma anche molto ricco di significati e implicazioni metaforiche: la serenità è fragilissima, anche per questa solida coppia poiché, in ogni caso, il riparo sarà del tutto inadeguato prima o poi, quando uno dei due sopravviverà e resterà solo. Poco aggiungerei sull’atteggiamento della coppia, soprattutto di Gerri, che a parere di molti è troppo paternalisticamente “buonista”, ma rimane freddo e distante, non sempre empatico con i problemi degli altri. Questo è verissimo ed emerge anche nelle sue prestazioni professionali, oltre che nei suoi rapporti con Mary e con Ronnie. Qualsiasi psicologo degno di questo nome, però, mantiene giustamente un distacco fermo dai problemi di chi si rivolge alle sue cure, come già aveva raccomandato Freud, che ammetteva il tranfert solo per il paziente, ma in nessun caso per l’analista. Non si vede perché la povera Gerri avrebbe dovuto comportarsi in altro modo con Mary: buonista davvero sarebbe stata, se avesse finto di nulla e si fosse fatta affondare con lei: le traversie, a cui ognuno di noi è sottoposto nel corso dell’esistenza, non sono imputabili agli amici, ai medici, allo psicologo e forse nemmeno a noi stessi. Sono parte costitutiva del nostro vivere e talvolta possono essere così gravi e devastanti da non rendere possibile neppure il desiderio di serenità. E’ il caso della donna, che nella prima scena del film, chiede un sonnifero per dormire, né di altro sembra interessarsi, perché la sua sofferenza ha raggiunto livelli tali di insopportabilità, che l’oblio attraverso il sonno (la morte) le sembra la sola possibile via d’uscita. Il film esprime perciò una visione tragica del’esistenza di tutti e della fondamentale solitudine di ogni uomo, aggravata, spesso, dalla nostra mancanza di realismo, che ci impedisce di costruire attorno a noi qualche fragile e provvisoria difesa.


La recensione di Another Year

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2 pensieri su “ancora su Another Year

  1. Condivido la tua recensione. E’ amara la visione di persone deluse nei propri ideali e sottomessi ai valori o meglio al costume di una società spenta e quasi codina. La famiglia, Gerri e Tom, è il riferimento -rifugio di amici e parenti (Ron) è il nucleo sociale che accoglie ma non risolve il male di vivere: Tom e Gerri coltivano se stessi attraverso un orto e si rifugiano in un ridotto capanno e respingono, malgrado comportamenti comprensivi, chi sfiorandoli possa in qualche modo intaccare lo schema di vita che si sono costruiti ! Il loro atteggiamento è permeato di pietà ma non di condivisione. E l’accoglienza lascia sopravvivere integrale il dolore e la solitudine altrui. Il futuro riguarda la nuova generazione (il figlio e la sposa di Tom e Gerri, il figlio di Ron) ma questa si presenta uguale a loro anche se furiosamente in contrasto.
    Bellissimo film !!! Ma viene voglia di lottare e lottare in un collettivo !!
    ciao
    maria

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  2. ciao ho ricevuto il tuo commento e sono subito venuta a dare un’occhiata al tuo blog. questa recensione la trovo particolarmente azzeccata,tutto vero quello che dici, tuttavia un film dovrebbe trasmettere. trasmettere uno spunto di riflessione,una domanda,una certa amarezza se è quello il suo intento. mi è invece sembrato che siano stati i critici,tu ad esempio,a dover fare un lavoro razionale per cacciar fuori a forza delle idee da un film non molto efficace. che poi questo deficit comunicativo ed emozionale da parte della regia lo si voglia chiamare snobbismo da parte della stessa,ci sta. ci dice che siamo tutti soli..embè? che non si sapeva? è il come lo si dice che fa la differenza,e a me questo film non ha dato proprio nulla. ne avrei fatto tranquillamente a meno. baci (adesso leggo le altre recensioni!)

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