“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Un chien andalou)


recensione del film


UN CHIEN ANDALOU

Regia:
Luis Buñuel

Principali interpreti:
Simone Mareuil, Pierre Batcheff, Luis Buñuel, Salvador Dalí, Robert Hommet
-16 min. – Francia 1929

Il primo film di Buñuel, prodotto da lui stesso, con pochissimi quattrini che si fece dare dalla madre, scritto con la collaborazione di Dalì, col quale il regista aveva inteso rappresentare, nel linguaggio nuovo dei surrealisti, i fantasmi dell’inconscio che avevano popolato due loro sogni recenti: una luminosissima luna, tagliata orizzontalmente, quasi lasciasse intravvedere un “oltre” misterioso, per lui; una mano che si riempie di formiche per l’amico pittore. Buñuel si era ripromesso, in caso di insuccesso, di lanciare sassi sul pubblico. Fu un trionfo: alcuni suoi spettatori si chiamavano Pablo Picasso, Man Ray, André Breton, Louis Aragon, Max Ernst, Magritte, Jean Cocteau.

Il primo film di Buñuel, girato nel 1929, costituisce il tentativo di tradurre in linguaggio cinematografico, con la collaborazione decisiva di Salvador Dalì nel ruolo di co-sceneggiatore, il Primo Manifesto Surrealista di André Bréton, cinque anni dopo la sua pubblicazione. E’ preceduto da un prologo, celeberrimo e choccante, nel quale appare lo stesso Buñuel che affila il rasoio col quale taglierà orizzontalmente un occhio femminile, metafora della necessità, per l’occhio dello spettatore, di sviluppare la capacità di ampliare la visione della realtà, arricchendola delle scoperte freudiane dell’inconscio: quella realtà, cioè, da sempre celata e repressa, delle pulsioni, dei desideri sessuali e degli istinti, che continuamente rimuoviamo. Al prologo fa seguito la seconda parte della pellicola che contiene una serie di invenzioni, riprese più volte dallo stesso Buñuel nel suo cinema successivo, che rappresentano le associazioni mentali e oniriche, intorno al tema centrale di questo breve film, che credo possa essere individuato nella nascita e nello svilupparsi dell’identità sessuale del protagonista: un giovane ciclista che percorre le vie di Parigi in buffi abiti femminili, portando al collo una scatola di legno (quante volte successivamente citata!). La caduta del ragazzo può forse essere considerata il corrispettivo del taglio dell’occhio poiché è la condizione grazie alla quale egli potrà scoprire, nella stanza in cui una giovane donna lo accoglie, la sua appartenenza al mondo maschile, e il desiderio sessuale, variamente ostacolato. Si oppongono, infatti, alla realizzazione di un rapporto amoroso con lei diversi impedimenti, rappresentati simbolicamente dal giogo a cui il ragazzo è sottomesso e dal quale cerca di liberarsi. Mi pare significativo che gli ostacoli al realizzarsi del desiderio posseggano connotati più o meno esplicitamente religiosi: due frati sono legati al giogo che egli deve trascinare, mentre la racchetta, che la donna brandisce, dopo averla staccata dal muro, richiama la forma di una croce.
Il regista, però, ci dice che attraverso un faticoso percorso di conoscenza (i due libri si trasformano in pistole, diventando armi simboliche con cui comprendere il mondo) é possibile impadronirci della nostra vera natura, uccidendo metaforicamente ciò che siamo stati, e accettandoci per quello che siamo, cioè riconoscendo “nostri” anche gli aspetti che nella considerazione sociale vengono ritenuti più vergognosi e perciò celati e rimossi (tutto ciò che ci ricorda la nostra origine animale, rappresentato dagli insetti, dai peli della barba e delle ascelle, dal riccio, attraverso immagini che si susseguono per richiami analogici). Fra i tabù dell’umanità, la morte è quello che maggiormente fatichiamo ad accettare: per questo nel film trovano spazio alcune immagini che esplicitamente la evocano: quella degli animali morti e in via di corruzione, posti fra gli elementi da trascinare col giogo, nonché quella finale dei due innamorati che, al termine della loro storia, in primavera (nella stagione che, secondo il luogo comune, dovrebbe preludere alla rinascita!), si mostrano per ciò che sono diventati: quasi mummie, sepolti nella sabbia e circondati da insetti.

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4 pensieri su ““ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Un chien andalou)

  1. Deve essere estremamente interessante. Ma, ahimè, la visione della ricerca della conoscenza di se stessi (ho capito bene?) è crudele e difficile. Perchè i due innamorati alla fine del film si sono mummificati?

    m.

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  2. Intanto, grazie dell’attenzione per questo minuscolo film, di cui, tuttavia, si possono dire moltissime cose, che, forse, per la stringatezza del mio argomentare non ho ben chiarito (ho scritto, infatti, queste cose per Mymovies, dovendomi contenere in 3500 battute).
    Preciso, perciò, che la pellicola non rappresenta, se non in termini molto generali, vicende, come di solito vengono narrate nei film: si tratta di un lavoro sperimentale, con lo scopo dichiaratamente programmatico di inserire nel cinema il mondo dell’inconscio, escludendo, perciò, qualsiasi rappresentazione razionalistica o realistica. Dalì aveva addirittura parlato di “paranoia critica”, intendendo che il regista dovesse esprimersi attingendo al mondo del delirio onirico, che, come tutti sappiamo, per esperienza, è generalmente privo di consequenzialità logica, ma procede per rappresentazioni che si giustappongono con passaggi per lo più analogici di spazio e di tempo. Perciò ho parlato di “temi”, interessanti perché diventeranno elementi costitutivi dei successivi film di Buñuel, ma certo non avrei potuto parlare di una vera e propria “storia”, articolata in una trama, dalla quale ricavare spiegazioni. Per questa ragione i due innamorati mummificati non si spiegano in sé; la scena precedente ce li rappresenta mentre percorrono una battigia abbracciati e diretti verso il futuro (radioso?), mentre li ritroveremo, alla fine sepolti nella sabbia. Come dire? Avevano davanti a sé tutta la vita, ma sono finiti così. La sabbia che li travolge è certamente suggerita dalla riva del mare lungo la quale li vedevamo camminare; però, forse, anche il passare del tempo, che scandisce spietatamente le nostre vite, può essere suggerito dalla sabbia che tutto ricopre e livella; d’altra parte lo scorrere della sabbia nella clessidra è un “topos” letterario abbastanza usato.
    In ogni caso, qualsiasi spiegazione è ricondotta alla morte, conclusiva e obbligatoria fine di ogni essere vivente e di ogni piacere, anche di quello amoroso, secondo un’altra associazione, presente nella cultura occidentale: Eros e Thanatos. La morte è la più grande rimozione della cultura occidentale, e Buñuel, regista che vuole essere inquietante e disturbante, vuole ricordarcelo.

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  3. Maria, grazie dell’ammirazione, ma non mi permetterei di essere esauriente: di fronte a questo tipo di opere, ognuno contribuisce, arrabattandosi come può e come sa, a dare una spiegazione, avvicinandosi, forse, a chiarire il significato vero, ma non escludendo che migliaia di altre interpretazioni siano possibili e che tutte siano ugualmente plausibili.

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