lo “stato di natura” (La selva dei dannati)


recensione del film

LA SELVA DEI DANNATI

Titolo originale:
La mort en ce jardin

Regia:
Luis Buñuel
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Principali interpreti:
Simone Signoret, Charles Vanel, Georges Marchal Michel Piccoli -104 min. – Francia, Messico 1956
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Ecco un altro film di Luis Buñuel, davvero straordinario. Non l’avevo mai visto e non credevo ai miei occhi. Un film minore? Ma mi faccia il piacere!, direbbe Totò. Sono molto d’accordo!

In una regione del Sud America, non lontana dai confini brasiliani, sottoposta a un regime militare, corrotto e dispotico, il governo decide improvvisamente di nazionalizzare la miniera di diamanti, grazie alla quale vivono molti cercatori con le loro famiglie. La ribellione che ne seguirà (e che si concluderà nel sangue) costringe alla fuga cinque di loro: il francese Castin e la figlia Maria, sordomuta (per la quale egli ha in animo da tempo di aprire un ristorante a Marsiglia); il prete che da poco si trova in quel luogo (e che aveva provato a dissuadere i cercatori dalla ribellione); un ricco avventuriero, Clark (i cui soldi fanno gola sia alla prostituta che lo ospita per una notte, sia al capitano di polizia a cui la donna lo denuncia, facendolo incolpare di una rapina non commessa) e infine la prostituta medesima, Djin, che Castin vorrebbe sposare. Queste vicende vengono narrate nella prima parte del film, in cui prevale la descrizione della rivolta e della sua brutale repressione, ma in cui già cominciano a delinearsi i caratteri dei personaggi della seconda parte che si svolge in una foresta tropicale dove i cinque cercano di sfuggire alla polizia, con l’intento di raggiungere il Brasile. Qui ha inizio l’avventura dei cinque personaggi, che si organizzano per sopravvivere in condizioni difficilissime, in ambiente ignoto, senza cibo, e senza riparo dalle piogge torrenziali notturne, o dagli animali pericolosi, che potrebbero offrire occasione di cibo, ma che diventano pasto per imprevisti e un po’ schifosi concorrenti. Solo l’improvviso ritrovamento di un relitto d’aereo, precipitato, ma ancora pieno di scorte alimentari, permetterà la salvezza, anche se le dure condizioni dei giorni passati fra stenti e difficoltà hanno minato la salute fisica e mentale di Castin, che, abbandonato il sogno di rivedere la Francia (memorabile e straziante scena del film), ucciderà infine alcuni dei suoi compagni. Questa seconda parte del film contiene, a mio avviso, alcune delle pagine più belle e più interessanti dell’opera di Buñuel. Essa è in primo luogo una smentita che gli uomini, allo “stato di natura” sarebbero buoni (come avevano ipotizzato tutti gli utopisti da Rousseau in poi). La solidarietà che si crea fra i cinque, infatti, è dovuta allo stato di necessità, superato il quale essi tornano a essere quelli di sempre, manifestando tutta la loro avidità, e le meschinità che momentaneamente avevano abbandonato, compreso il prete, che, anzi, si dimostra ottuso difensore della proprietà, all’evidente scopo di trasferire alla Chiesa beni e ricchezze che l’aereo ritrovato custodisce. Questa seconda parte contiene inoltre alcune delle più sorprendenti invenzioni di Buñuel, dalle immagini di Djin, giovane e bella Simone Signoret, che compare in abito da sera e ingioiellata nel pieno della foresta, dopo aver rovistato nell’aereo caduto, al prete, giovanissimo Michel Piccoli che, sia pur a malincuore, strappa le pagine asciutte del suo messale per alimentare il fuoco necessario a sopravvivere, ai ricordi malinconici di Castin affidati a una cartolina, che pare animarsi del traffico parigino, al sorprendente finale favolistico, e anche un po’ parodisticamente convenzionale, come si addice ai film d’avventura. Sarà anche un film minore, ma è talmente ricco di suggestioni culturali, di invenzioni e di sorprese, nonché dei tipici e ricorrenti simboli buñueliani, da costituire un film molto gradevole, divertente e godibilissimo.

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