la fine di un’epoca nell’ultimo film di Buñuel (Quell’oscuro oggetto del desiderio)


recensione del film:

QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO

Titolo originale
Cet obscur objet du désir

Regia:
Luis Buñuel

Principali interpreti:
Fernando Rey, Carole Bouquet, Angela Molina, Julien Bertheau, Milena Vukotic – 100 min. – Francia 1977.

Mathieu Faber, ricco e attempato signore, si sta spostando da Siviglia a Parigi in treno, insieme ad altri viaggiatori che come lui sono diretti nella capitale francese. I viaggiatori, tutti di elevata condizione sociale, non si conoscono, ma scoprono di avere in comune amici e conoscenti, che, come spesso accade, condividono anche il sistema di valori cui ispirano modi e comportamenti. Con meraviglia generale, Mathieu lancia un secchio d’acqua sul capo di una donna che sta per salire sul treno e, richiesto di una spiegazione, sembrando a tutti incredibile un comportamento così violento in una persona così per bene, racconta la tormentata vicenda amorosa che lo ha legato a quella donna, la bella Conchita. La giovane, molto seducente, di modestissime condizioni sociali, per lungo tempo lo aveva illuso, fingendosi innamorata e devota, accettando i suoi regali e addirittura la convivenza con lui, senza però mai concedergli completamente il suo corpo, mettendo anzi in atto un crescendo di scuse e rinvii che lo avevano umiliato vieppiù, perché, pur essendo stato sempre respinto, aveva continuato a credere alle promesse lusinghiere e alle bugie di lei. Gli accadimenti raccontati da Mathieu costituiscono la parte centrale del film e avvengono su uno sfondo inquieto e minaccioso, fatto di attentati di crescente violenza, in Spagna e anche in Francia. L’ultima scena del film ci fa assistere proprio a una esplosione che distruggerà la galleria parigina nella quale si trova a passeggiare Mathieu, che, di nuovo insieme a Conchita, è intento a guardare, come ipnotizzato, una vetrina, all’interno della quale una rammendatrice sta riparando un prezioso pizzo che si è strappato, in un bianco tessuto macchiato di sangue. L’occhiata sprezzante e disgustata di lei, dinanzi a tale e tanta morbosa fascinazione, chiarisce le ragioni della sua fuga definitiva, ma anche del suo apparentemente inspiegabile rifiuto dell’amore.
L’ottima educazione e le buone maniere, che contraddistingono i comportamenti di Mathieu, non sono infatti sufficienti a celare il suo classismo, il suo orgoglioso senso di appartenenza sociale (il cameriere lo segue in viaggio, ma confinato in una modesta seconda classe), che implica la generosità alquanto pelosa, nei confronti della madre di lei, l’innamoramento che è anche intento di profanazione e possesso del corpo femminile, la pretesa che la riconoscenza per quanto Conchita riceve da lui si traduca in abbandono di sé, smemoratezza delle propria umana dignità. Nel corso del film Conchita cambia, non solo perché è diversa l’attrice che la interpreta, ma soprattutto perché a poco a poco diventa emblema di tutte le donne che proprio negli anni del film erano diventate coscienti della necessità spazzare via definitivamente (gli attentati sono simbolo delle cose che stanno cambiando) le ambiguità che un tempo facevano loro accettare un ruolo subalterno al potere maschile. Il film, che è ricchissimo di implicazioni simboliche, racconta con molta levità questa vicenda, non tacendo i risvolti dolorosi e le sofferenze che sempre accompagnano i mutamenti epocali di cultura e di mentalità ed è comunque, anche al di là dei suoi numerosi significati, bellissimo da vedere, geniale nella sua realizzazione, divertente e feroce nella rappresentazione di un’ epoca al tramonto. Perfetta l’interpretazione di Fernando Rey, uno degli attori più adatti ai personaggi maschili borghesi di Bunuel, ma tutto il cast, è comunque ottimo, dalle due Conchita, al cameriere, ai curiosi compagni di viaggio, che in vario modo sono interessati al racconto di Mathieu.

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