anche i ricchi piangono, ma non fanno molta pena (Somewhere)



Recensione del film:

SOMEWHERE

Regia: Sofia Coppola

Principali interpreti:
Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius, Karissa Shannon, Kristina Shannon – 98 min. – USA 2010.

Da qualche parte (somewhere), forse, il nostro eroe, Johnny, potrà trovare la pace dei sensi, agitati e turbati oltremisura dalle ballerine di lap dance che si esibiscono ammiccanti solo per lui o dalle donne che gli si infilano nel letto senza troppi complimenti o da quelle che lo insidiano stazionando in permanenza davanti alla porta della camera d’albergo che lo ospita, o da quelle che lo tentano scoprendosi il seno non appena lo vedono apparire al balcone. Chi sarà mai questo signore così ambito e concupito? E’, innanzitutto, il protagonista di Somewhere, il film di Sofia Coppola che ha trionfato a Venezia. Egli è un uomo senza qualità, per sua stessa ammissione, non riconoscendosi alcun merito di studio o di talento personale per il successo raggiunto come divo del cinema, prigioniero nella dorata gabbia del crudele ingranaggio dello Star System che lo rinchiude. Questo sistema lo ha sottratto agli affetti familiari, ma gli ha offerto, nell’ordine: 1) una Ferrari che gli piace, ma che non gli serve; 2) un telegatto che farebbe orrore a qualsiasi essere pensante e raziocinante, soprattutto per l’orripilante cornice entro la quale gli viene assegnato, con tanto di promessa (o minaccia?) di essere ricevuto dal sindaco di Milano in compagnia di un panciuto e azzimato signore con smoking dai rossi revers; 3) alberghi di prestigio che spaziano dallo storico Chateau Marmont di Los Angeles, al pacchiano hotel milanese con piscina annessa esclusivamente alla suite che egli occupa. La figlioletta, di cui inaspettatamente dovrà occuparsi per qualche giorno, potrebbe presentargli un modello di vita alternativo per grazia, innocenza e pulizia morale e, quindi, diventare l’occasione per una sua rinascita, ammesso che inaspettatamente egli ritrovi la volontà e la forza per uscire dal torpore mediatico che gli ottunde una chiara e limpida coscienza dello stato di ebetudine ben retribuita in cui si trova. Che dire? Certamente Johnny, nonostante i soldi, piange, non è felice e si annoia tanto. Non mi risulta, però, che qualche spettatore, durante il film, abbia provato per lui compassione o una qualunque forma di simpatia, etimologicamente intesa. Che delusione, Sofia Coppola, così convincente nel raccontare Lost in translation! Anche quella era una storia d’attore, ma quale umano spessore nel bellissimo personaggio interpretato da Bill Murray! Capita anche ai migliori registi di sbagliare un film; in genere, però, i film sbagliati non vincono il Leone d’oro a Venezia!

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