About Elly


Recensione del film.
ABOUT ELLY

Titolo originale:
Darbareye Elly

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Taraneh Alidousti, Mani Haghighi, Shahab Hosseini, Merila Zarei, Peyman Moadi, Rana Azadivar, Ahmad Mehranfar, Saber Abar, Taraneh Alidoosti, Peyman Moaadi, Saber Abbar – 119 min. – Iran 2009

Nelle prime scene del film, vediamo che un gruppo di amici, coi loro bambini, in piena allegria lasciano la città per trascorrere un lieto week-end al mare. Successivamente, essi sono costretti ad accettare una sistemazione di fortuna per le notti del loro soggiorno. Del gruppo fanno parte anche Ahmad ed Elly: il primo appena tornato dalla Germania, dove ha divorziato; la seconda, giovane maestra d’asilo dei bambini di Sephideh, che ha invitato entrambi nella speranza che dal loro incontro possa nascere una storia d’amore. Come si vede, la situazione di partenza è molto comune e potrebbe svolgersi in qualsiasi paese del mondo. Qui siamo in Iran, paese islamico, governato da integralisti, del quale qualche segnale già si può cogliere: le donne hanno il capo coperto da un velo, non si liberano degli abiti pesanti sulla spiaggia, come fanno mariti e figlioletti, ma nel complesso si gioca, ci si diverte e ci si aiuta nell’organizzare le giornate come tutti si fa in questi casi. Elly, però, ha qualche preoccupazione per la salute della madre e un segreto tormentoso, che conosce solo Sephideh e che la rende inquieta durante il soggiorno, nonostante l’evidente feeling con Ahmad. Improvvisamente, la serenità del gruppo è interrotta da due incidenti, il primo dei quali (che sembrava gravissimo) viene presto risolto, il secondo… forse: Elly è sparita senza lasciare tracce. Poiché Sephideh conosceva il desiderio dell’amica di rientrare a Teheran prima degli altri, e aveva cercato di impedirglielo, viene incolpata di questo fatto e, poiché non intende rivelare il segreto di Elly, viene strapazzata e malmenata dal marito, non più disposto a riconoscerle il ruolo attivo che aveva ricoperto fino ad allora nella gestione familiare. Anche la donna scomparsa, di cui non si conosce quasi nulla, viene additata come persona poco seria nel comportamento e del tutto inaffidabile. Prevalgono, nelle menti degli uomini e anche delle donne, ma non in Sephideh, i vecchi pregiudizi, perché la modernità degli atteggiamenti e dei costumi è più apparente che sostanziale e non regge infatti alla prova di una inattesa e improvvisa novità: a Sephideh, se vuole salvare se stessa e l’unità della sua famiglia, non resta che la dissimulazione, che non è esattamente la menzogna, ma quasi una forma di prudenza, unico strumento di difesa dall’oppressione sociale, così come ci aveva spiegato uno scrittore italiano,Torquato Accetto, nel 1641, nel trattato: “Della dissimulazione onesta” in cui sosteneva appunto la necessità di ricorrere all’arte del dissimulare per difendersi dalla tirannide delle corti e della Inquisizione. Il film pare dunque contenere una rappresentazione metaforica della condizione di doppiezza cui sono costretti a ricorrere gli uomini liberi di quel paese, per poter sopravvivere. Tutto lo svolgersi della vicenda è estremamente vivace e tiene desta l’attenzione perché il ritmo del film regge bene una narrazione fatta anche di colpi di scena inattesi, di improvvise rivelazioni, di tensione. Bravi gli attori, fra cui spicca Golshifteh Farahani bellissima e bravissima Sephideh, ora esule a Parigi, dove ha rivelato che le scene sul mare sono state girate col velo in testa, per ottenere dalle autorità il permesso di poterle girare, ma che nella realtà iraniana, in casi come come quelli rappresentati dal film, il velo non lo mette proprio nessuna donna, a riprova che la tirannide induce all’ipocrisia e, appunto, alla dissimulazione!

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