Mystery Train


Recensione del film:
MYSTERY TRAIN

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Steve Buscemi, Joe Strummer, Nicoletta Braschi, Youki Kudoh, Elizabeth Bracco, Tom Waits, Sy Richardson, Rick Aviles, Tom Noonan, Masatoshi Nagase, Vondie Curtis-Hall, Screamin’ Jay Hawkins, Cinque Lee, Rufus Thomas, Jodie Markell, William Hoch, Pat Hoch, Richard Boes, Rockets Redglare, Joshua Elvis Hoch, Reginald Freeman, Beverly Prye, Stephen Jones, Lowell Roberts, Darryl Daniel, Calvin Brown, Elan Yaari, Royale Johnson, Winston Hoffman, Marvell Thomas, Charles Ponder, D’Army Bailey, Sara Driver, Jim Stark 113 min. – USA 1989

Nella città di Memphis (Tennessee) si svolgono le tre storie del film, che sono raccontate come distinti episodi, ma che accadono contemporaneamente e che hanno un centro di convergenza nell’hotel Arcade, alquanto degradato, in cui i diversi personaggi passeranno una sola notte. Il primo episodio ci presenta una coppia di giovani innamorati giapponesi, che dopo un estenuante viaggio raggiungono la città con lo scopo di ripercorrere i luoghi che videro la nascita e la crescita artistica di Elvis Presley (nelle intenzioni di lei), e di Carl Perkins (in quelle di lui). L’approdo all’hotel è quasi obbligatorio per i due che hanno percorso, spesso fra delusioni e frustrazioni, musei e strade e che ora vorrebbero riposare un po’. Gli accadimenti di questa loro notte, tuttavia, lasciano intuire tensioni e incomprensioni assai prossime. Il secondo episodio ha come protagonista Nicoletta Braschi, nei panni di una giovane vedova italiana che, in attesa che le venga concesso il permesso di un mesto rimpatrio con la bara del marito, è costretta a fermarsi per una notte, anche lei, nella città di Elvis. Per la verità, non è molto interessata al cantante, e non avrebbe affatto intenzione di occuparsi di lui, ma la presenza di Elvis aleggia su Memphis e si imporrà anche a lei, dapprima attraverso l’oscura storia del fantasma del cantante che le viene raccontata da un mentecatto (o furbastro profittatore?); in seguito nella stanza dell’Hotel Arcade dove il fantasma di Presley le apparirà veramente. La terza storia è quella di un cittadino di Memphis, che si chiama Elvis, ed è disperato perché è senza lavoro ed è stato abbandonato dalla sua donna. Un po’ troppo wisky, ma anche l’inopportuno possesso e uso di una pistola lo metteranno nei guai, dai quali cercheranno di salvarlo due amici, facendolo soggiornare, per sottrarlo alla polizia, per una notte all’Hotel Arcade. In questo luogo, quindi si incrociano storie molto diverse, che diventano il pretesto per un divertito e anche un po’ impietoso ritratto di un angolo d’America non bello, ma triste e anche sonnolento, dove apparentemente non succede nulla e dove la ripetitività dei gesti e delle azioni è ben resa dall’iterazione sia dei “riti di celebrazione” della memoria di Elvis (che nelle tre vicende appaiono separatamente): la radio che trasmette “Blue moon”, o che informa sulle leggendarie vicende del cantante, sia dal ripetersi dello sparo al termine del soggiorno degli ospiti dell’hotel, sia dal futile e vuoto chiacchiericcio dei due receptionist che per tre volte viene ribadito nel film. Una provincia americana in cui la solitudine degli uomini è la realtà di fondo, e che neppure il fantasma di Elvis riesce a consolare.

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