Donne senza uomini


Recensione del film:
DONNE SENZA UOMINI

Titolo originale:
Zanan-e Bedun-e Mardan

Regia:
Shirin Neshat, Shoja Azari

Principali interpreti:
Pegah Feridoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsolya Tóth, Navíd Akhavan, Mina Azarian, Bijan Daneshmand, Rahi Daneshmand, Salma Daneshmand, Tahmoures Tehrani, Essa Zahir – 95 min. – Germania, Austria, Francia 2009

Ciò che spinge queste donne lontano dalla loro città, che è Teheran nel 1953, cioé alla vigilia della caduta di Mossadeq, è il peso di un maschilismo ottuso e violento, che ciascuna di loro non é più disposta a sopportare. Un fratello odioso e prepotente vorrebbe impedire a Munis di partecipare alla lotta per la libertà del suo paese; un marito ottuso ha tarpato le ali della moglie Fakhri, togliendole anche la voglia di cantare; la giovane Faezeh è stata brutalmente stuprata, mentre Zarin é costretta a prostituirsi ed è ormai così stanca e umiliata da non distinguere più neppure i volti degli uomini che quotidianamente deve ricevere nello squallore del bordello. La rivoluzione iraniana pare riportare vita e speranza a Munis, mentre le altre donne sembrano trovare il coraggio di abbandonare la precedente condizione per rifugiarsi in un luogo isolato, quasi edenico, in cui si sentono protette. La fine della speranza rivoluzionaria, per Munis significherà la messa in atto di quel proposito di suicidio, che da tempo aveva vagheggiato, ma per le altre segnerà il ritorno alla condizione precedente, Colpisce nel film la bellezza della fotografia, classicamente pulita, nitidissima, emblematica della situazione quasi atemporale, in cui sono costrette a muoversi le quattro donne, e non solo nel loro rifugio isolato, ma anche nella rigida e immobile realtà iraniana. Si tratta, secondo me, di un film molto interessante e singolare (tratto dal romanzo di una scrittrice iraniana, Shahrnush Parsipur), in cui si mescolano elementi storico-realistici con elementi magici, non sempre facili da interpretare nonostante la regista si sia impegnata per rendere credibili, nel mondo occidentale, situazioni e personaggi molto legati a una cultura diversa. In ogni caso, alcuni elementi che parrebbero legati al “meraviglioso” delle fiabe orientali, contengono, mi pare, elementi presenti anche nella nostra cultura: in primo luogo il “locus amoenus,” edenica rappresentazione di un rifugio ideale, per lo più a contatto con una natura amica, in cui è possibile riposare lo spirito tormentato dalle passioni o dal male di vivere; in secondo luogo l’acqua, elemento di purificazione, necessario per accedervi: per tutte e quattro le protagoniste del film l’immersione in un limpido specchio d’acqua, infatti, è la condizione per sospendere le angosce individuali isolandosi dalla realtà dolorosa che stanno vivendo. Fra i due livelli del film: quello della storia (che viene realisticamente evocata con le scene dei cortei e dell’organizzazione della lotta, della presenza dei militari e della loro efferatezza) e quello del rifugio in una realtà fantastica non mi pare che esista una compiuta e convincente sintesi artistica.

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