The Hurt Locker


Recensione del film:
THE HURT LOCKER

Regia:
Kathryn Bigelow

Principali interpreti:
Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty,David Morse, Christian Camargo, Evangeline Lilly
-131 min. – USA 2008.

Il film descrive il comportamento di tre soldati dell’esercito americano, impegnati in Iraq nelle rischiosissime operazioni di disinnesco delle mine disseminate e dissimulate dappertutto nel territorio: William James, J.T. Sanborn, e Owen Eldridge. Ciascuno di essi compone la squadra degli artificieri, e svolge un ruolo reale nelle operazioni, ma ha nel film un ruolo anche simbolico, soprattutto in relazione alle domande che la guerra pone e alle risposte che ne possono derivare. Owen Eldrige è il personaggio che meno riesce ad accettare la guerra: non ne capisce le ragioni, ha continuamente bisogno di un supporto psicologico, non vorrebbe sparare neppure quando diventa una inderogabile necessità: quando, in barella e ferito, verrà riportato negli Stati Uniti, rovescerà sui suoi commilitoni tutto l’odio che la guerra ha fatto maturare nel suo animo. Il sergente Sanborn è un nero, che svolge nella squadra una funzione di copertura; anche lui ha paura, ma non ne é ossessionato e si espone con prudenza; nel corso delle azioni in cui è impegnato, vediamo mutare il suo atteggiamento: più speranzoso all’inizio, quando ancora gli sembra di essere molto giovane per decidere di sistemarsi stabilmente e mettere su famiglia, alla fine ( e sono passati “solo”36 giorni, un’eternità, in mezzo a quei rischi), esprime accoratamente la sua voglia di paternità: la sua risposta alla morte sempre in agguato. La figura più interessante mi pare quella del volontario William James. Al suo comportamento si riferisce forse la regista, quando parla di guerra come droga. William, infatti, pare quasi un incosciente, talmente assuefatto al pericolo, e talmente bravo nell’uscirne, da dare l’impressione di andarselo a cercare. La parte finale del film, in cui si rievoca la sua vita di pacifico padre e marito, contiene alcune sequenze “da antologia”, come è stato giustamente detto: l’agghiacciante panoramica di un reparto di supermercato americano, degno di Andy Warhol e delle sue Campbell soup; una moglie che pare realizzata nel suo ruolo di mammina perfetta; un figlio pieno di coloratissimi giocattoli di plastica, emblemi del vuoto che contengono. Un sogno, o meglio, un incubo americano, di cui non è possibile trovare il senso: talvolta ci si droga anche per disperazione. La sua partecipazione alla guerra proprio in quel tipo di operazioni é per lui l’unico modo per tornare ad amare la vita. Quell’amore si manifesta anche per il piccolo Beckham, e, fin dov’è possibile, per l’uomo imbottito di esplosivo, ma anche nell’indulgenza e nell’umana partecipazione per le paure e le intemperanze dei suoi commilitoni. Film per molti aspetti straordinario.

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