Mia madre


Schermata 2015-04-20 alle 20.06.22recensione del film:
MIA MADRE

Regia:
Nanni Moretti

Principali interpreti:
Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini – 106 min. – Italia, Francia, Germania 2015.

Margherita (Margherita Buy) fa la regista cinematografica; è scontenta del suo film e ne addossa la colpa all’operatore, le cui riprese sono troppo a ridosso della finta polizia, intenta a caricare i finti operai in procinto di occupare la fabbrica in vendita. Allo stesso modo è scontenta degli attori che dovrebbero prendere maggiormente le distanze dal personaggio che interpretano. L’ideale sarebbe tenere distinta la realtà dalla sua rappresentazione, e ricordare che la prima può ispirare la seconda, ma non deve coincidervi, pena l’impressione di artificio che ne deriverebbe. E’ prossimo ad arrivare, intanto, l’attore più importante (John Turturro) per il ruolo del dirigente industriale italo-americano acquirente della fabbrica, che intende risanare con cura d’urto (Marchionne?). Piovendo dal cielo, letteralmente e metaforicamente, l’attore si muove davvero come un pesce fuor d’acqua e molto spesso non ricorda le battute, forse perché gli risultano incomprensibili, forse perché gli sta venendo meno la memoria. Fuori dal set, Margherita ha una vita simile a quella di molte altre donne: qualche problema sentimentale, dopo la separazione, risolto sbattendo fuori di casa il giovane amante; una figlia (Beatrice Mancini) con poca voglia di studiare; una madre, Ada (Giulia Lazzarini), ex insegnante di lettere classiche al liceo; un fratello ingegnere, Giovanni (Nanni Moretti). Da un po’ di tempo la vecchia Ada è in ospedale malata e condannata a morire: da quando Giovanni ne ha preso coscienza, si è messo in aspettativa per dedicarle quell’accudimento amorevole che renderà a lei (e anche a lui, però) meno pesante l’addio: nulla lo consolerà meglio, dopo, della coscienza di averle reso meno penoso il distacco, che avverrà, infatti, nell’affetto dei figli e della nipotina, nella bella casa piena di libri e nel ricordo ancora vivo degli studenti che aveva preparato alla vita. Giovanni, dunque aveva cercato di razionalizzare l’evento ineludibile; Margherita, invece, aveva assunto un maggiore distacco dal proprio lavoro e più prontamente ne aveva colto limiti e contraddizioni. Il diverso modo con cui Margherita e Giovanni affrontano l’annunciata morte della madre è la sostanza solo apparente del film, poiché i due personaggi sono in realtà riconducibili alla sola persona del regista che in questo come in tutti i suoi film parla di sé. Qui, in maggiore misura che  nel bellissimo La stanza del figlio, il tema della morte permette a Nanni Moretti di esprimere la propria crisi esistenziale, forse perché la morte della madre, per lui come per tutti, rappresenta sul piano simbolico lo strappo definitivo col passato e anche l’opportunità per riesaminare autocriticamente ciò che siamo stati, ciò che abbiamo fatto, ciò che ci attendiamo dal futuro.

“… un misto tra una sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un’atmosfera da limbo”. Così, in piena crisi creativa, dopo La Dolce Vita, Fellini aveva presentato il suo nuovo capolavoro, 8 e 1/2. Credo che, nonostante le migliori intenzioni di Nanni Moretti, questa definizione si adatti poco alla sua ultima fatica, che certamente cita con abbondanza il grande Federico (anche Le tentazioni del dottor Antonio,  l’episodio felliniano di Boccaccio ’70: bevete più latte!). La crisi di Margherita – Giovanni – Nanni, però, almeno secondo me, non ha molto in comune con la crisi di Guido, poiché è la crisi soprattutto dei suoi (nostri, forse) riferimenti politici che, di fronte alla realtà completamente mutata, mostrano tutta la loro improponibilità e tutto il loro carattere di incomprensibile finzione.  Abbiamo perso la memoria, come John Turturro: è insensato, perciò che continuiamo a raccontarci la favola bella che ieri ci illuse, poiché oggi non ci illude più.  Oggi, quando per davvero la messa è finita, molto più soli ci ripieghiamo sulle tragedie personali, più intime, né sappiamo se il nostro privato farà trovare al regista quel linguaggio nuovo che sta invano cercando. Forse, allora è meglio che la narrazione cinematografica assuma modelli meno gloriosi: Haneke (Amour è certamente presente nell’immaginario morettiano), o addirittura Denys Arcand, che nel suo Le invasioni barbariche è forse il regista che può avvicinarsi di più al racconto morettiano della fine, dolce, fra le persone amate. Fellini e anche Wim Wenders, splendidamente citato nella rappresentazione degli spettatori in coda per ri-vedere (appunto!) Il cielo sopra Berlino sono legati, forse, ai giovani che siamo stati e che non saremo più. Film splendidamente recitato, molto ambizioso, per molti aspetti interessante, con alcuni grandi momenti di riflessione meta-cinematografica. Non sempre mi ha pienamente convinta, ma ritengo che sia sicuramente da vedere.

The Fighters – Addestramento di vita


Schermata 2015-04-17 alle 12.32.14recensione del film:
THE FIGHTERS – ADDESTRAMENTO DI VITA
Titolo originale:
Les combattants

Regia:
Thomas Cailley

Principali interpreti:
Adèle Haenel, Kévin Azaïs, Antoine Laurent, Brigitte Rouan, William Lebghil,Thibaut Berducat, Nicolas Wanczycki, Steve Tientcheu – 98 min. – Francia 2014

Un bellissimo film francese che si intitola Les combattants (Love at First Fight nelle sale inglesi). Vedete, ora, come questo stesso titolo è stato pensato (?) per il pubblico italiano dai distributori di casa nostra! Ma perché? Qualcuno, di grazia, ci potrebbe illuminare?

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questo è il periodo migliore della vita”. Questa celebre frase dello scrittore francese Paul Nizan (1905-1940) è diventata, pochi anni fa, addirittura la traccia del tema di maturità. Nonostante il luogo comune, infatti, i vent’anni sono, nel nostro mondo, un’età difficile da portare, di cui più volte si è occupata la cultura che, soprattutto in Francia, ha manifestato un’ acuta sensibilità verso i tormenti di quell’età, nei giovani sempre più riluttanti ad assumere impegni e responsabilità in prima persona. Oggi si direbbe che il disorientamento sia ancora più profondo: questo il film ci racconta attraverso la storia di Arnaud (Kévin Azaïs) e Madeleine (Adèle Haenel), entrambi incapaci di progettare il loro futuro secondo criteri di razionalità e buon senso. Arnaud, in verità, avrebbe buone prospettive di inserirsi nell’avviata azienda paterna, soprattutto ora che, alla morte del padre, ci sarebbe bisogno di lui per aiutare il fratello più grande, rimasto solo a occuparsene.  Eppure, egli continua ad aggirarsi intorno allo stand dell’Esercito francese incerto se farsi reclutare come volontario. A farlo decidere sarà il primo incontro – scontro, con Madeleine, bella ragazzona di famiglia benestante, che ha già deciso di mettere in un cassetto il prestigioso titolo di studio conseguito, che le aprirebbe forse molte possibilità di carriera, per dedicarsi, invece, ad apprendere tutto ciò che può servire alla propria sopravvivenza, nel caso, più che probabile secondo lei, che una catastrofe ecologica porti in breve tempo all’estinzione degli esseri viventi. Sopravvivere all’assedio di un mondo sempre più ostile, sacrificando ogni forma di tenerezza e di dolcezza femminile, e temprandosi per resistere al peggio, dunque, è il progetto di Madeleine: lo stesso esercito, con i suoi corsi di preparazione, potrebbe perciò rivelarsi un’utile palestra. Che fra i due possa nascere, al di là delle botte iniziali, un rapporto d’amore, è facilmente intuibile, ma il percorso di educazione sentimentale attraverso il quale avviene il cambiamento di lei costituisce una parte importante dello sviluppo del film, nel quale persino l’esercito con le sue regole rigide, ha un ruolo importante, pienamente comprensibile quando, a proprie spese, anche lei capirà la necessità di uscire dalle preoccupazioni per sé e l’importanza di aprirsi agli altri, fragili, inquieti e incerti, come se non più di lei, del proprio futuro.

Thomas Cailley, il regista esordiente nel lungometraggio, conduce il film con ironia indulgente e con sorridente simpatia nei confronti dei due giovani smarriti e quasi schiacciati dall’angoscia di mettersi in gioco in una società da cui si sentono rifiutati, come Madeleine, o poco compresi, come Arnaud. Ciò, però, non è sufficiente a spiegare il fascino di questo film, che nasce dall’analisi psicologica molto attenta nel cogliere la tenerezza quasi femminea di lui e l’ostinato volontarismo di lei (ai limiti del masochismo), che è però anche il modo per  nascondere una femminilità indifesa, che non ha il coraggio di rivelarsi, ma che Arnaud ha intuito molto bene quasi subito. Altrettanto interessante è l’utilizzo sapiente dei registri narrativi, che oscillano fra la rappresentazione elegiaca della dolce e tranquilla vita nella campagna aquitana ai margini del bosco e la dimensione favolosa e simbolica della selva dalla quale solo fino a un certo punto si può ottenere protezione, perché la sua apparente ospitalità cela insidie e agguati reali: meglio uscirne, aiutandosi e sostenendosi a vicenda, per vincere, per quanto possibile, la paura (e in due è più facile, forse!).

Thomas Cailley ha presentato con successo questa sua opera prima a Cannes, nella sezione non competitiva della Quinzaine des réalisateur; ha ottenuto, però, il premio César, uno dei premi più prestigiosi d’Europa, per il miglior film d’esordio. Altri due César sono andati rispettivamente a Adèle Haenel come migliore attrice, nonché a Kévin Azaïs, come miglior attore esordiente, ciò che indica  che le notevoli qualità di questa pellicola hanno avuto un riconoscimento alto e meritatissimo. Da vedere, sicuramente.

Il padre


Schermata 2015-04-13 alle 09.13.22recensione del film:
IL PADRE

Titolo originale:
The Cut

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:

Tahar Rahim, Sevan Stephan, Shubham Saraf, Alì Akdeniz, Zein Fakhoury – 138 min. – Germania, Francia, Italia, Russia, Canada, Polonia, Turchia 2014.

Il padre è il racconto dell’odissea di Nazaret Manoogian (Tahar Rahim in una splendida interpretazione), fabbro che onestamente viveva del proprio lavoro nella città di Mardin, che, come tutto il Nord-Est anatolico dominato dai Turchi, era da millenni sede degli insediamenti armeni. Le scene iniziali del film ci presentano il giovane al lavoro e ben inserito fra i suoi concittadini e nella sua casa, condivisa con la giovane e amata moglie e con le due deliziose figliolette gemelle, ancora piccole. Una notte del 1915, nel pieno della grande guerra, Nazaret, come gli altri uomini armeni della città, veniva allontanato con la forza dalla sua dimora, poiché un gruppo di militari armati dell’esercito turco gli intimava di arruolarsi al servizio dell’Impero Ottomano, alleato delle potenze imperiali dell’Europa centrale. Iniziavano, da quel momento, le vicissitudini dell’uomo che, come gli altri armeni reclutati con lui, sarebbe stato costretto a lunghissimi e faticosi spostamenti nei deserti dell’Anatolia, e sottoposto per lungo tempo alle più tremende brutalità, dalle quali si sarebbe salvato fortunosamente, ma portandone i segni permanenti, poiché una terribile ferita alla gola gli aveva tranciato le corde vocali lasciandolo muto per il resto dei suoi giorni.
La seconda parte del film è dedicata ai viaggi di Nazaret alla ricerca delle due gemelle, uniche sopravvissute della famiglia, decimata dagli stenti e dalle fatiche. Ritroviamo perciò Nazaret che si muove dal Libano, alla Siria, a Cuba e infine agli Stati Uniti, dove avviene il ritrovamento, molto doloroso, di una sola delle due gemelle.
La fotografia, che utilizza i campi lunghi e lunghissimi, comunica la solitudine del protagonista immerso in una natura ostile e spietata, nonché l’aridità del sentire degli uomini feroci che si erano messi al servizio di una causa odiosa*, come testimoniano le sassate con le quali le popolazioni oppresse avevano salutato la loro fuga e anche quella degli ufficiali turchi sconfitti e umiliati. Questa è, secondo me, la parte migliore del film, che contiene una bella citazione di Charlot, un messaggio di speranza che Nazaret prontamente percepisce. Qui, come nelle immagini suggestive del deserto, si riconosce il miglior Akin, il regista turco-amburghese, cinefilo colto e capace di ricordare anche Il te nel deserto o Lawrence d’Arabia o il West di Sergio Leone. Molto meno convincente, invece, il racconto della forzata diaspora degli Armeni, che diventa assai presto l’occasione per narrare la storia privata delle innumerevoli sciagure del povero Nazaret, con toni da melodramma assai lacrimoso. Si esce dal cinema, dopo quasi due ore e mezzo, con grande sollievo. Il film, pur non entrando nel merito del dibattito (assai vivace in questi ultimi giorni), se i fatti di allora fossero effetto di una dolorosissima guerra civile o di un genocidio perseguito con determinazione in vista di un folle disegno di dominio, con timido coraggio denuncia le efferatezze più gravi e attribuisce le colpe con una certa obiettività. Fatih Akin, d’altra parte, è fra i pochi intellettuali che, come lo scrittore Orhan Pamuk, abbia avuto il coraggio di affrontare, sia pur con cautela, l’argomento che ancora oggi, in Turchia, è un tabù la cui violazione è perseguibile penalmente. Forse, però, proprio per effetto di questa prudenza, il film si è rivelato, fin dalla sua prima uscita all’ultima rassegna di Venezia, molto al di sotto delle attese che aveva suscitato. Peccato!

*Già alla fine dell’Ottocento, quando sempre più evidente si faceva la crisi dell’Impero Ottomano, il movimento nazionalista dei Giovani Turchi (in un primo momento denominati Giovani Ottomani) aveva scatenato persecuzioni violente contro le minoranze culturali e religiose che componevano la complessa realtà multietnica del territorio imperiale, ma fu soprattutto durante il primo conflitto mondiale (1914-1918) che la persecuzione raggiunse aspetti di inaudita ferocia, soprattutto contro gli Armeni, anche per il concorso decisivo dell’esercito turco, che aveva arruolato al suo interno molti avanzi di galera, a cui principalmente sono da attribuire, forse, le violenze più gravi.

un articolo abbastanza chiaro e di qualche utilità per approfondire la questione sul piano storico si può leggere QUI

Due brevi recensioni: La Famiglia Bélier – Latin Lover


Alcuni film di un certo interesse sono comparsi nelle nostre sale, oltre a quelli di cui ho già pubblicato le recensioni: possono risultare gradevoli quando ci si vuole distrarre un po’ senza, tuttavia, rinunciare a pensare.

Schermata 2015-04-02 alle 21.00.22

recensione del film:
LA FAMIGLIA BELIER

Titolo originale:
La famille Bélier

Regia: Eric Lartigau

Principali interpreti: Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Louane Emera, Ilian Bergala. -100 min. – Francia 2014

Non sempre è una sventura essere nati sordomuti come i propri genitori, Gigi e Rodolphe Bélier, se ci si vuole bene, si lavora e si vive dignitosamente vendendo i prodotti di una piccola azienda agricola in Normandia; alle volte, anzi, in quella famiglia ci si era anche divertiti, perché l’espressione gestuale era servita a dire cose che ad alta voce non si sarebbero dette per educazione, per pudore o per rispettare le convenienze sociali. La condizione serena dei Bélier ora stava diventando più difficile, però, poiché la più grande dei due figli, l’adolescente Paula, che era l’unica a sentirci benissimo e a parlare, stava cambiando . La giovinetta, infatti, era stata notata per la sua bellissima voce da soprano dal professore di musica della sua scuola media, che addirittura le aveva proposto di prepararla gratuitamente perché potesse partecipare  all’imminente e importantissimo concorso per voci nuove a Parigi, ciò che avrebbe causato il suo allontanarsi dalla gestione degli affari di famiglia, dal banco del mercato, dalle occupazioni agricole. Poiché, come bene ci fa intendere il film, la “normalità” è solo una questione di punti di vista, all’interno della famiglia Bélier veniva dato per certo che la “diversa” Paula avrebbe quasi certamente procurato grane e seccature, che si manifestavano appunto ora, quando l’adolescente, imprevedibile e spiazzante, come tutti a quell’età, diventava quasi l’immagine emblematica dell’alieno tra noi, incomprensibile per genitori e fratellino, nessuno dei quali capiva che cosa volesse, a che cosa aspirasse, quali segreti nascondesse, perché se ne volesse andare. Il mutismo e la sordità, perciò, sembrano quasi la metafora del muro di incomprensione che si erge fra i genitori, sordi veri o presunti, e i figli che, prendendo coscienza delle opportunità che il futuro può offrire loro, non intendono farsi “normalizzare” dalla routine quotidiana della vita famigliare. Un film intelligente, molto ben recitato, che lascia intravedere l’attenta indagine del regista nel rappresentare il momento critico del distacco dalla famiglia, quando l’affetto e la protezione degli adulti nei confronti dei figli finirebbero per soffocarli, tarpandone le ali nel momento in cui essi vorrebbero almeno provare a volare da sé.

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Schermata 2015-04-08 alle 11.43.05

recensione del film:
LATIN LOVER

Regia: Cristina Comencini

Principali interpreti:

Virna Lisi, Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Peña, Francesco Scianna, Lluís Homar, Neri Marcorè – 114 min. – Italia 2015.

A San Vito dei Normanni, paese natale di Saverio Crispo, grande attore e divo del cinema, si commemora il decimo anniversario della sua morte. Allo scopo si riuniscono nella casa di famiglia, oltre alle due vedove, (Virna Lisi, alla sua ultima opera, e Marisa Parades), le numerose figlie, non solo quelle  ufficialmente riconosciute, i generi nonché i nipoti dell’ultima generazione. Dal mare di ricordi che affiorano alla memoria delle due compagne della vita, ormai troppo anziane per la gelosia, ma ancora sufficientemente giovani per lanciarsi qualche bella battuta al vetriolo, emerge, come in un santino d’epoca, il ritratto di un uomo bellissimo, affettuoso, buon marito e buon padre, ma un po’ troppo sensibile alla bellezza delle donne che lo assediavano e lo insidiavano dovunque egli si trovasse. La verità di Saverio (Francesco Scianna), invece, era un po’ più complicata, come sarebbe apparso evidente di lì a poco alle vedove costernate e alle figlie attonite, e dava un’immagine del personaggio assai lontana anche da quella idealizzata delle celebrazioni ufficiali.

Il film è assai interessante non solo perché ricostruisce, sull’ esile traccia biografica di un uomo immaginario (che ho descritto molto sommariamente), l’icona del maschio italiano, il latin lover per l’appunto, quale poteva essere diffusa dagli attori che attraverso il nostro cinema, parlavano al mondo, ma soprattutto perché Saverio Crispo, compendiando in sé molti famosi interpreti dei film di un tempo (da Mastroianni, a Gassman, a GianMaria Volonté, a Rossano Brazzi a Ugo Tognazzi e, probabilmente, anche a Rodolfo Valentino), fornisce l’occasione per una bella e garbata evocazione di opere cinematografiche molto famose e anche per una riflessione sui loro registi grandissimi, spariti insieme a un’intera società, sommersa dall’omologazione dei gusti e dei comportamenti e perciò sempre più simile alle altre società del mondo occidentale. Un omaggio dunque al nostro cinema, oltre che ai grandi interpreti che, come Virna Lisi, avevano rappresentato con gusto e intelligenza l’Italia di allora, vitale e piena di speranza.

Chi è senza colpa


Schermata 2015-03-28 alle 17.00.15recensione del film:
CHI E’ SENZA COLPA

Titolo originale:
The Drop

Regia:
Michael R. Roskam

Principali interpreti:
Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini, Matthias Schoenaerts, John Ortiz – 106 min. – USA 2014

Michael Roskam è il poco noto regista belga di questo bellissimo film, che si è ispirato al breve racconto (Animal Rescue) dello scrittore bostoniano Dennis Lehane, celebre anche per due romanzi da cui furono tratti due film famosi: Mystic River e Shutter Island. Dal tandem Roskam – Lehane è nata la notevole sceneggiatura della pellicola, ambientata a Brooklyn e non a Boston, come, in origine, nel racconto*.
Brooklyn, dunque, è l’ambiente in cui si svolge la vicenda, in un locale che ogni tanto diventa il punto di riferimento di un gruppo di gangster ceceni, uno dei tanti “drop bar” della zona, all’interno dei quali, a rotazione, i delinquenti fanno rifluire una considerevole quantità di denaro sporco: quando tocca a loro, i gestori Bob Saginowski e Marv, suo cugino, provvedono a custodirlo e riciclarlo  con scrupolosa cura.
Entrambi hanno un passato non proprio limpido: Marv (James Gandolfini, al suo ultimo film) è il più anziano dei due ed è un uomo che, già temuto e rispettato dalla malavita locale, rimpiange quel tempo in cui era lontano dall’immaginare che presto le umiliazioni, le minacce e i ricatti di un gruppo di feroci Europei dell’Est lo avrebbero piegato; Bob (Tom Hardy, il bravissimo interprete di Locke), più giovane, ma con pesanti e oscuri trascorsi, appare ora animato da una qualche volontà di riscatto: va a messa ogni giorno; alleva con amore e tenerezza Rocco, un cucciolo di pittbull trovato in un bidone della spazzatura tutto pesto e sanguinante, obbedisce  silenziosamente agli ordini di Marv e ha un atteggiamento conciliante persino nei confronti di Eric Deeds (Matthias Schoenaerts, il bravissimo interprete di Un sapore di ruggine e ossa), uno psicopatico balordo, appena uscito dalla galera dopo aver scontato la pena per un omicidio pienamente confessato.
In questa situazione di precario e difficile equilibrio, una rapina del tutto inattesa concentra sul locale di Marv e Bob l’attenzione della polizia e in modo particolare del detective Torres (John Ortiz), mentre la giovane Nadia (Noomi Rapace, la Lisbeth di Uomini che odiano le donne), a cui era destinato il cucciolo Rocco crudelmente torturato, non riesce più a difendersi dalle minacce di Eric.

In un crescendo di tensione, il film si avvia alla sorprendente conclusione, che ben si colloca all’interno di questo “noir” particolare, che è anche e soprattutto indagine psicologica approfondita sulle contraddizioni dei personaggi, sulla loro umanità, mai del tutto perduta, sui loro tentativi forse  maldestri di uscire da un pasticcio che poco promette di buono e in cui, a un certo punto della loro esistenza, li aveva cacciati la loro stessa marginalità. Un bel giallo all’europea, dunque, che punta poco sugli effetti splatter (non mancano, tuttavia!), ma che si fa invece ricordare in primo luogo per la credibilità psicologica degli uomini tristi coinvolti in una vicenda infernale, nonché per la bella sinergia di interpreti, regista e sceneggiatore, che hanno insieme creato un film molto interessante e sicuramente da vedere!

* Dopo il film Dennis Lehane è tornato sulla sceneggiatura del suo originario racconto e l’ha trasformata nel romanzo (uscito nel 2015 anche in italiano per le edizioni Piemme) che ha titolato The Drop, come il film. Come poi sia stato possibile tradurre The drop in Chi è senza colpa, è una bella domanda senza alcuna risposta sensata, ma tant’è!

Una nuova amica


Schermata 2015-03-23 alle 23.22.28recensione del film:
UNA NUOVA AMICA

Titolo originale:
Une nouvelle amie

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Romain Duris, Anaïs Demoustier, Raphaël Personnaz, Isild Le Besco, Aurore Clément, Jean-Claude Bolle-Reddat, Bruno Pérard, Claudine Chatel, Anita Gillier, Alex Fondja, Zita Hanrot, Pierre Fabiani, Mayline Dubois, Anna Monedière, Brune Kalnykow, Joanie Tessier, Kimberly Boily, Kessy Boily – 107 min. – Francia 2014.

Nel bellissimo avvio del film, straordinaria citazione da Il grande freddo, l’obiettivo scorre lentamente sul volto della bella e giovane Laura (Isild Le Besco), sulle sue labbra carnose disegnate dal rossetto*, sui suoi meravigliosi occhi verdi, per spostarsi sull’anulare inanellato, sulla coroncina di fiori fra i suoi capelli e sul suo abito bianco da sposa. La mano che improvvisamente si era posata su quegli occhi per chiuderli era quella di David (il bravissimo Romain Duris), il marito affranto che aveva voluto vestirla. In questo modo apprendiamo che Laura se n’era andata per sempre, lasciando dietro di sé molto altro dolore: i genitori, una bimba di pochi mesi, e un’amica inconsolabile, Claire (Anaïs Demoustier). Una serie di flashback ci parla poi  dell’amicizia fra Laura e Claire che si erano conosciute da piccole sui banchi della scuola primaria e che da allora erano diventate inseparabili, tanto che, dopo gli anni degli studi, avevano condiviso divertimenti e conoscenze e si erano addirittura sposate nella stessa chiesa e nello stesso giorno, promettendosi ancora e sempre eterna solidarietà. Nel ricordo di Laura, dunque, si collocava la promessa di Claire: David e la piccina avrebbero potuto, in ogni caso, contare su di lei.
Il guaio è che alla sua prima visita alla casa dell’amica, l’attendeva una sorpresa: la bionda ed elegante signora che stava amorevolmente porgendo il biberon alla bimba altri non era che David, che, dopo aver tentato goffamente di spiegarsi, le confessava la sua antica passione per i travestimenti femminili, ignorata da tutti, ma conosciuta da Laura che l’aveva accettata e, mantenendo il segreto, lo aveva sposato. Claire, molto turbata, non si era rassegnata a questa realtà, che riteneva perversa e indegna di un vero padre. Lo sviluppo del film segue da quell’iniziale spaesamento i progressivi cambiamenti dell’animo di Claire nei confronti di David, il riconoscimento, non esplicitato, delle ragioni dell’ambiguità di lui, diviso fra l’identità maschile e l’ammirazione di molti aspetti della femminilità, la complicità confidenziale che era anche condivisione del segreto (come era stato per Laura), l’attrazione per il maschio che continuava a essere presente in lui e che ora anche lei apprezzava per il coraggio davvero insolito di rivelarsi con dolce innocenza, ciò che lo aveva reso ai suoi occhi davvero unico, diverso da tutti gli altri.

Ozon ci parla,  ancora una volta, con grazia ed eleganza impareggiabili, in un mare di citazioni cinefile (da Hitchkock ad Almodovar), di uno dei suoi temi prediletti, quello dell’identità sessuale, comunemente etichettata con i generi (il maschile e il femminile) dalla società, più attenta alle semplificazioni di comodo, che all’anarchica realtà dell’animo umano, in cui impulsi maschili e femminili convivono in entrambi i sessi, a dispetto delle classificazioni semplicistiche. Strettamente legato a questo è il tema dell’ intercambiabilità dei ruoli rigidamente assegnati convenzionalmente ai maschi o alle femmine: già presente soprattutto nel bellissimo Le Refuge, nel quale il regista ci aveva messi in guardia dal considerare “naturali” concetti e comportamenti che sono invece storicamente determinati. Qui Ozon, adottando il leggero registro della tenera ironia, ribadisce la sua sorridente provocazione, aiutato dalle magnifiche interpretazioni di Romain Duris e Anaïs Demoustier. Film delizioso.

*Il rossetto diventa nel corso del film una ricorrente presenza simbolica

Foxcatcher – Una storia americana


Schermata 2015-03-15 alle 21.34.54recensione del film:
FOXCATCHER – UNA STORIA AMERICANA

Regia:
Bennett Miller

Principali interpreti:
Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller, Anthony Michael Hall, Guy Boyd, Stephanie Garvin, Tara Subkoff, Brett Rice, Roger Callard, Cindy Jackson, Lee Perkins, Richard E. Chapla Jr., Samara Lee, Dan Anders, Daniel Hilt, Laurie Mann – 134 min. – USA 2014.

Il film racconta un fatto di cronaca nera avvenuto in Pennsylvania nel 1996, ma il regista, per propria scelta,  sposta quegli accadimenti sanguinosi nei mesi che seguirono le Olimpiadi di Seul del 1988*. Uno spaventoso crimine aveva turbato profondamente l’opinione pubblica, soprattutto per la notorietà delle persone che ne erano state coinvolte: John Du Pont, ricchissimo erede di una famiglia di industriali di origine francese, e i fratelli David e Mark Schultz, entrambi campioni olimpionici di lotta (wrestling) nel 1984.
John (Steve Carrell) era un uomo di mezza età, che, appassionato di quello sport, aveva investito, nonostante l’aperta disapprovazione della madre novantenne (Vanessa Redgrave), una parte cospicua dell’eredità di famiglia per ospitare in una struttura idonea i valorosi atleti candidati a vincere, sotto la sua guida, le Olimpiadi di Seul. Foxcatcher sarebbe stato il nome della loro squadra e anche quello del complesso edilizio che li avrebbe accolti nel verde della foresta intorno all’enorme villa padronale dei Du Pont: una palestra attrezzatissima e numerose ville confortevoli erano sorte allo scopo.
John  aveva in mente un progetto complesso e ambizioso, proiezione della propria megalomania frustrata e del proprio bisogno di affermazione personale, che metteva in relazione le future medaglie alle Olimpiadi di Seul con una sua possibile carriera politica nella destra nazionalista del Partito repubblicano, quello degli uomini duri e puri, legati come lui (e come i “sani” e muscolosi giovanotti che egli allenava) ai valori veri delle tradizioni patriottiche. In questo modo, egli sarebbe finalmente uscito dall’ombra in cui l’aveva cacciato la sua prestigiosa famiglia, la quale, pur avendogli sempre assicurato agi e privilegi, non gli aveva, però, mai permesso di emergere, non riconoscendogli alcun merito o qualità. La sua conoscenza dei due fratelli David e Mark Schultz (rispettivamente interpretati da Mark Ruffalo e Channing Tatum) era avvenuta per sostanziare, con l’arrivo di due campioni, quel suo progetto: un appuntamento telefonico, un’offerta strabiliante di denaro e una sistemazione lussuosa avevano conquistato subito la fiducia incondizionata di Mark, che era un giovane molto fragile, di carattere cupo e di aspetto sgradevole, che poco si stimava. David, con la sua tenace e affettuosa pazienza, lo aveva aiutato a crescere umanamente prima ancora che atleticamente, ma non aveva alcuna intenzione di sistemarsi vicino a lui in quel villaggio: era un uomo equilibrato e solare, aveva una graziosa moglie e una tenera figlioletta, oltre a un lavoro sicuro, ciò che gli bastava per vivere serenamente, né intendeva diventare un professionista del wrestling, che avrebbe continuato a praticare come un semplice hobby nelle palestre un po’ squallide delle periferie urbane. La sua presenza a Foxcatcher gli si era imposta, però, poiché alla sua osservazione attenta non era sfuggita la metamorfosi profonda del fratello, a cui il sodalizio con John nuoceva visibilmente: era ingrassato oltre il limite consentito a un atleta, mentre il suo sguardo, sempre più torvo e sfuggente, nascondeva qualcosa.
John si stava rivelando, infatti, non solo un allenatore inadeguato per lui, ma anche un falso e inaffidabile amico: le differenze di reddito e di classe sociale stavano trasformando il debole Mark in uno schiavo quasi plagiato, che ora dipendeva completamente dalla volontà e dai vizi del suo guru cocainomane e alcolista, che stava mettendo a rischio non solo la sua forma atletica, ma, ciò che era più grave, l’equilibrio precario che sembrava aver finalmente raggiunto. Per stargli vicino, perciò, anche David aveva infine accettato di stabilirsi a Foxcatcher, insieme alla moglie e alla bambina. Sarebbe stato lui l’allenatore della squadra per Seul, nonostante le velleitarie pretese di John.
Nel tranquillo e sereno territorio della Pennsylvania, si erano dunque create le premesse del fatto tragico che costituisce la conclusione, a lungo preparata, di tutta la narrazione.

Il regista Bennet Miller, al suo terzo lungometraggio (il primo era stato nientemeno che il magnifico Truman Capote – A sangue freddo), indaga con impressionante limpidezza, che ricorda il suo passato di documentarista, gli aspetti più inquietanti e meno spiegabili del comportamento umano. Questa sua ultima fatica non è, infatti, né un film su uno sport povero e poco praticato, né un’inchiesta sulle differenze sociali nella società americana, e neppure un’analisi psicologica sulle conseguenze delle carenze affettive nella formazione del carattere. Questi elementi, pur presenti nel film, costituiscono soltanto lo sfondo del racconto. L’interesse di Miller si concentra sul mistero inspiegabile della follia, così devastante da provocare negli uomini una regressione allo stato animale, che viene rappresentata, nei due personaggi di John e Mark, sia con la deformazione dei loro lineamenti ottenuta applicando un trucco così grottesco da renderli irriconoscibili, sia con le riprese  insistenti del loro goffo camminare, conseguente alla violenza dura dello sport praticato. Il film segue il percorso della follia che  da John si propaga lentamente a Mark, come una malattia contagiosa, e che a poco a poco lo rende disposto a rinunciare a se stesso, a lasciare che lunghi intervalli di silenzio sostituiscano la volontà di dire, di confrontarsi, magari di discutere, in una parola, di comunicare. Questo atteggiamento passivo lascia spazio sempre più vasto alla sopraffazione e all’arbitrio di John, il cui potere di ricatto economico è indiscutibilmente così grande da suscitare una sorta di inquietante fascinazione. Il racconto della follia è dunque il racconto del rapporto malsano fra un guru e l’adepto di una setta, ma è anche e soprattutto la metafora assai trasparente di ciò che era rimasto, alla fine degli anni ’80, del sogno americano, quando il reaganismo aveva permesso a gruppi ristretti di finti patrioti, ma di reali potentissimi paranoici, di decidere della vita e delle fortune di altri uomini, lusingandoli e blandendoli con la promessa di un edonismo alla portata di tutti, che attraeva soprattutto coloro che avrebbero dovuto essere i meno interessati a seguirli.
Film  stupefacente e inquietante, cupo ma bellissimo, splendidamente interpretato dagli attori e premiato con la Palma assegnata alla migliore regia all’ultimo Festival di Cannes. Da non perdere!

* chi è interessato a leggere come andarono le cose nella realtà troverà QUI una risposta alla sua curiosità. Attenzione, però, se il film non si è ancora visto, poiché contiene ovviamente anche la rivelazione del finale.

Maraviglioso Boccaccio


Schermata 2015-03-08 alle 08.28.52recensione del film:
MARAVIGLIOSO BOCCACCIO

Regia:
Paolo e Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Lello Arena, Paola Cortellesi, Carolina Crescentini, Flavio Parenti, Vittoria Puccini. «continua Michele Riondino, Kim Rossi Stuart, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Jasmine Trinca, Josafat Vagni, Eugenia Costantini, Miriam Dalmazio, Fabrizio Falco, Melissa Anna Bartolini, Camilla Diana, Nicolò Diana, Beatrice Fedi, Ilaria Giachi, Barbara Giordano, Rosabel Laurenti Sellers, Niccolò Calvagna – 120 min. – Italia 2015

Il Maraviglioso Boccaccio dei fratelli Taviani è un film un po’ spiazzante per chi non ce la fa a dimenticare Pasolini e la lettura personalissima che il nostro grande intellettuale diede del Decameron nel 1971. Quella pellicola* rifletteva sia la weltanschauung pasoliniana, sia il clima degli anni che immediatamente seguivano il ’68, quando nei giovani era ancora viva la speranza di costruire una società diversa, fondata non sull’ipocrisia delle leggi morali e religiose, ma sulla libertà dei comportamenti secondo natura. Non può stupire, perciò, che oggi, in una temperie del tutto diversa, il Decameron si presti ad altro tipo di lettura, forse meno affascinante e meno vivace: è tipico dei grandi capolavori del passato, del resto, offrire infinite possibilità di approccio e di interpretazione.
I fratelli Taviani, per loro libera scelta, hanno attribuito alla cosiddetta Cornice, cioè all’antefatto dei racconti, una parte importantissima, sviluppando perciò molto ampiamente, in rapporto alla durata del film, il tema della peste del 1348 (e della morte, pertanto) e attribuendo ai dieci giovani, che casualmente si erano incontrati in Santa Maria Novella e che avevano deciso di allontanarsi dalla città, un ruolo di maggiore rilievo di quanto non abbiano nelle pagine boccacciane. In conseguenza di questo i registi hanno ridotto a cinque le novelle rappresentate (che qui appaiono come unità a sé stanti, ben staccate dai narratori)**, scelte secondo le loro predilezioni di lettura, stando almeno a quanto essi stessi hanno più volte dichiarato. Lo scenario della cornice si presenta con l’anacronismo vistoso della villa La Sfacciata, costruzione sui colli fiorentini non trecentesca, ma di pure linee pre-rinascimentali (è infatti quattrocentesca) all’esterno; mentre alcuni mobili dell’arredamento interno sono riccamente scolpiti, secondo gli usi patrizi in pieno Rinascimento. Molto belli i costumi indossati dai giovani, che però ricordano più quelli di Gabriele Rossetti e dei Preraffaelliti, anche per la stilizzata corrispondenza al paesaggio, che quelli dei Toscani del ‘300. Sottolineando queste cose, non intendo affermare che siano difetti del film, ma semplicemente indicarne chiaramente i criteri di realizzazione che non rispondono allo scrupolo filologico (non presente neppure in Pasolini, d’altra parte!) di chi intende ricostruire con precisione lo scorcio di un’epoca, ma rispondono piuttosto al gusto e alla cultura dei due autori, da sempre molto attenti alla densità del colore, alle suggestioni visive, alle corrispondenze musicali. Il difetto più grave del film, invece, è nella pessima qualità della recitazione degli attori dei quali pochi si salvano: sono quasi tutti impacciati e poco espressivi, ciò che diminuisce di molto il piacere di chi lo guarda.

Peccato!


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*costituiva la prima parte della Trilogia della vita, seguita nel 1972 dai Racconti di Cantebury e conclusa nel 1974 con Il fiore delle Mille e una notte

**in Pasolini erano dieci; l’insieme del film conteneva, tuttavia, numerosi riferimenti ad altre novelle.

Birdman


Schermata 2015-03-08 alle 15.58.54recensione del film:
BIRDMAN

Regia:
Alejandro González Iñárritu.

Principali interpreti:
Michael Keaton, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Emma Stone, Naomi Watts, Lindsay Duncan, Merritt Wever, Jeremy Shamos, Bill Camp, Damian Young, Natalie Gold, Joel Garland, Clark Middleton, Anna Hardwick, Dusan Dukic, Carrie Ormond, Kelly Southerland – 119 min. – USA 2014

ATTENZIONE SPOILER! (Avviso per i pochi che non l’hanno ancora visto)

Film discusso e discutibile, glorificato da quattro Premi Oscar (miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura originale, migliore fotografia), due Golden Globes (migliore sceneggiatura, miglior attore in un film brillante, per Michael Keaton), un Premio BAFTA (migliore fotografia), per non parlare, ovviamente, della pioggia di nomination. Il film tratta sicuramente alcuni temi interessanti, non sempre sviluppati in modo convincente, almeno secondo il mio parere modestissimo.

L’attore Riggan Thompson (Michael Keaton) aveva ottenuto negli anni ’90 una grande  popolarità interpretando per il cinema e la TV il ruolo dell’uomo volante, parente stretto di Batman e degli eroi consimili che, attraversando il cielo sopra le megalopoli americane, avevano quasi miracolosamente riportato la giustizia sulla terra. Il successo aveva ricoperto Riggan di soldi, ma non ne aveva soddisfatto le ambizioni e, poiché gli pareva di essere molto lontano dall’attore che avrebbe voluto diventare al tempo dei suoi studi, si sentiva scisso nella persona,  quasi schizofrenico. Se da una parte, infatti, la notorietà ne alimentava il narcisismo, dall’altra gli costruiva attorno la gabbia dorata di un ruolo che lo stava imprigionando. Come attore, pertanto, egli non poteva dirsi realizzato, ma l’insoddisfazione conseguente si ripercuoteva anche sulla sua vita privata nella quale aveva collezionato molteplici fallimenti: una figlia drogata, una moglie che se ne era andata, tante donne, ma nessun amore vero e, soprattutto, troppo alcol. Questa era stata forse la ragione per la quale egli intendeva presentare, sulla scena di un teatro di Broadway, un testo, che collegasse alcuni brevi racconti di Carver*, lavoro abbastanza impegnativo, tale da mettere alla prova le sue qualità e la sua cultura: in tal modo si sarebbe finalmente confrontato con il pubblico newyorkese, più raffinato ed esigente di quello hollywoodiano di pasta più grossolana. Molti segnali, però, gli annunciavano un quasi certo fallimento, accentuando le sue inquietudini; il suo manager aveva mille paure; il primo attore si era ammalato; il giovane sostituto (Edward Norton) era un gigione che rivaleggiava con lui, per dimostrargli di essere più bravo, mentre la giornalista che si occupava di critica teatrale per un importante quotidiano gli preannunciava che lo avrebbe stroncato a prescindere. Nonostante questi pessimi e male auguranti auspici (non gli unici, per altro), Riggan sarebbe riuscito a vincere la scommessa (almeno secondo la mia interpretazione), prendendo coscientemente le distanze dalla volontà di utilizzare Carver per portare la vita (la sua, in questo caso) in scena, senza mediazioni, e rinunciando quindi a mettersi a nudo, come lo avevamo visto fare dalla prima alla penultima scena del film, quando era comparso in mutande non solo nella sua stanza, ma persino tra la folla di Broadway che stava accorrendo per l’anteprima del suo spettacolo.  La sua interpretazione non era stata l’espressione diretta delle sue emozioni personali davanti al testo di Carver, ma ancora una volta la piena assunzione del ruolo di attore, che deve staccarsi dalla propria vita e assumere altre spoglie. Questo, purtroppo, viene detto dal regista in modo assai assai goffo **, che però non mi sembra offuscare il senso complessivo del film, che è in primo luogo una riflessione sul ruolo dell’attore e sui rapporti fra arte e vita, fra finzione e realtà: temi non proprio originalissimi, ma che non è inutile riproporre ogni tanto all’attenzione del pubblico, soprattutto a quello dei più giovani.

A questo scopo il regista utilizza con spregiudicata naturalezza anche numerosi effett(acc)i speciali, che  movimentano il personaggio di Riggan e, riportandolo agli anni dei fasti hollywoodiani senza ricorrere ai flashback, lo banalizzano alquanto, cosicché il tema del doppio, conseguente alla schizofrenia dell’attore, si materializza nel personaggio di Birdman, il fastidioso e predicatorio uomo uccello, a cui spuntano le piume, gli artigli e le ali, col risultato di trasformare la metafora in una allegoria piuttosto fredda. Iñárritu unifica abilmente, grazie all’uso attento delle riprese digitali, i numerosi piani-sequenza che compongono il film, e rende perciò quasi impercettibili gli stacchi e i cambiamenti di scena, così da creare l’illusione di una ininterrotta continuità fra gli interni e gli esterni del teatro; fra il dentro e il fuori, fra i bui corridoi dei sotterranei del teatro e il palcoscenico, seguendo in tal modo i percorsi tortuosi della mente di Riggan, combattuto fra il suo doppio Birdman e la beffarda ironia di Norton, che più dell’uomo uccello impersona davvero l’altra faccia di sé.  Opera, almeno secondo me, interessante, ottimamente recitata, molto disomogenea, ma migliore certamente della pessima presentazione che ne fanno i trailer. Gli Oscar mi sono sembrati, francamente, troppi.

*What We Talk About When We Talk About Love – Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore

** lo sparo vero, in diretta sul palcoscenico (suicidio metaforico dell’uomo) seguito dal volo su Broadway travestito da uomo uccello, alla conclusione del film.