Il cittadino illustre


schermata-2016-11-26-alle-22-12-13recensione del film:
IL CITTADINO ILLUSTRE

Titolo originale:
El ciudadano ilustre

Regia
Gastón Duprat, Mariano Cohn

Principali interpreti:
Oscar Martínez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Belén Chavanne, Nora Navas, Iván Steinhardt, Marcelo D’Andrea, Manuel Vicente – 117′- Argentina/Spagna 2016

Gli avevano dato il Nobel per la letteratura, ma Daniel Mantovani (Oscar Martinez), scrittore argentino per nascita e spagnolo di Barcellona per elezione, non sembrava averlo molto gradito, stando, almeno, al discorso pronunciato col quale avrebbe dovuto ringraziare tutti, dai giurati al re di Svezia, che forse ci erano rimasti un po’ male! Aveva sostenuto, infatti, Daniel, con un accento di verità non privo di snobismo, che i premi, e il Nobel in modo particolare, sanciscono la fine della carriera di qualsiasi scrittore, poiché, suggellando meriti e pregi di un’opera ormai conclusa e gradita al pubblico e fissandone rigidamente i contorni, gli rendono molto difficile, se non impossibile, imboccare nuovi percorsi, per quanto promettenti. Era accaduto, infatti, che dopo quel premio Daniel non avesse più scritto alcunché: aveva perso l’ispirazione, assediato da inviti per incontri, conferenze, convegni in ogni parte del mondo. Aveva sempre rifiutato, però, in quanto detestava i riti della sovraesposizione mediatica, gli autografi sui libri, la mondanità presenzialista, gli incontri con le autorità. Aveva invece accettato, dopo cinque anni dal premio, la proposta di tornare a Salas, la piccola città argentina che gli aveva dato i natali e che ora intendeva festeggiarlo. Anche se di lì se n’era andato da quarant’anni, in fondo quella lontana località aveva ispirato i suoi racconti e, forse, ora gli avrebbe fatto ritrovare l’antica voglia di scrivere e raccontare.
Erano stati pochi giorni da dimenticare, invece, vissuti in un clima da incubo vieppiù angoscioso, durante i quali aveva chiarito prima di tutto a se stesso che non la realtà di quei luoghi, ma l’elaborazione mitica del suo ricordo lontano, che ne aveva trasformato paesaggio, case, e abitanti, era stata all’origine della sua narrazione e della sua arte. Ora, quella realtà gli appariva in tutta la sua brutalità violenta e gretta: le antiche baruffe da ragazzo esigevano risposte; le vecchie rivalità amorose erano conti da regolare; il suo successo era sfruttabile per gli scopi più diversi; il suo distacco rispetto ai problemi locali era vissuto come un vero tradimento.

I registi ci raccontano queste cose e molte altre alternando l’ironia e l’umorismo tagliente e spietato della descrizione di Salas, con la tensione crescente di alcune drammatiche scene, verso la fine, quando il film è ormai un noir teso poiché Daniel rischia di diventare la  vittima dell’invidia, dell’ignoranza diffusa e delle contraddizioni di un piccolo paese e dei suoi meschini abitanti. Molto bella la riflessione finale, che compendia lo spirito del film, che è anche un piccolo racconto filosofico sull’arte, sui rapporti dell’arte con la verità, e sulla necessità per l’artista di far prevalere l’interpretazione sulla rappresentazione, negando ogni consistenza alla cosiddetta realtà. Oscar Martinez ha più che meritato la Coppa Volpi che quest’anno a Venezia gli è stata assegnata come miglior attore. Film bello e originale, molto sorprendente e consigliabile.

Animali notturni


schermata-2016-11-26-alle-22-25-48recensione del film:
ANIMALI NOTTURNI

Titolo originale:
Nocturnal Animals

Regia:
Tom Ford

Principali interpreti:
Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Michael Shannon, Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher – 115′ – USA 2016.

Gran Premio della Giuria a Venezia quest’anno, il film è un elegante racconto tratto da Tony and Susan, romanzo di Austin Wright, sceneggiato e diretto da Tom Ford, alla sua seconda opera da regista. Si tratta della storia del fallimento esistenziale di Susan (Amy Adams), proprietaria di una galleria d’arte a Los Angeles, dove erano esposte opere d’avanguardia, oltre che installazioni crudeli e molto disturbanti, come si può vedere all’inizio del film. Abbandonata dal suo compagno sempre altrove (anche nel weekend), che preferisce con ogni evidenza altre compagnie, Susan viene rappresentata nella solitudine della propria bellissima casa mentre legge la bozza del romanzo che Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal), suo ex marito, le aveva inviato alla vigilia della pubblicazione. Si intitola Animali notturni quel romanzo, opera prima di un uomo che aveva sempre adorato scrivere e che ora, finalmente, aveva trovato un editore disposto a credere in lui.
Edward era stato un vecchio compagno di liceo, segretamente innamorato di lei, che Susan aveva casualmente rivisto a New York quando ancora era una studentessa della Columbia University: l’incontro inatteso aveva ravvivato l’attrazione reciproca, che ora si accompagnava ai sogni e ai progetti per il futuro: era stata lei a volere il matrimonio, nonostante i tentativi di dissuasione di sua madre, bella e cinica signora texana, molto scettica sulla possibilità che durasse nel tempo l’unione fra la giovane figlia, educata dalla sua nascita ai “valori” conservatori della famiglia che avrebbe presto riconosciuto come propri e un ragazzo senza storia, come tanti illuso che anche per lui sarebbe venuto il momento del successo, attraverso la scrittura.
La profezia era stata fin troppo facile: Edward non aveva condiviso la volontà di Susan di dedicarsi al mercato dell’arte aprendo la galleria di Los Angeles, cosicché fu, dopo solo due anni, abbandonato al proprio destino in modo duro e molto umiliante. La storia triste di quell’amore naufragato non viene raccontata nel modo diacronico col quale ho cercato di parlarne: emerge a poco a poco, sotto forma di flashback che riportano alla memoria dolorosamente i momenti irripetibili di un passato che Susan aveva stoltamente sprecato e che ora forse vorrebbe ricuperare. Questo è però solo un aspetto del film, che abilmente intreccia le immagini di quei ricordi con altre evocate dal romanzo di lui che ora Susan sta leggendo avidamente: si trattava di un thriller cupo e teso,  del crudo racconto dell’orribile aggressione sfociata nel sangue, subita da una coppia di coniugi, in viaggio di notte con la figlia adolescente, su una deserta strada del Texas e della vendetta di lui, unico sopravvissuto, trasformatosi in killer (il riferimento più prossimo è Cane di Paglia di Sam Peckinpack). La  prosa avvincente di Edward era stata capace di trasformare la notte insonne di Susan in un continuo incubo angoscioso.

Come si vede, la storia che il film ci presenta è complicata e richiede un’ottima sceneggiatura per tenere insieme i frammenti di memoria, la coscienza di un presente fallimentare, nonché il thriller contenuto nel romanzo. Miracolosamente il regista supera con eleganza la prova, dimostrandosi davvero un narratore di razza, come Edward. Mi permetto, però, di ribadire quanto avevo già espresso, a proposito del suo primo film, A single man, qualche anno fa: accuratissime le immagini, grande eleganza formale, ottima sceneggiatura, impeccabile direzione degli attori, ma quanta freddezza in tanta meticolosa e compiaciuta perfezione!

Elle


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recensione del film:
ELLE

Regia:
Paul Verhoeven

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Virginie Efira, Christian Berkel, Anne Consigny, Jonas Bloquet, Charles Berling, Lucas Prisor, Vimala Pons, Raphaël Lenglet, Judith Magre – 130 min. – Francia 2016.

Reso visibile in Italia per ora solo in alcune giornate del Torino Film Festival, questo film lo scorso aprile ha conteso la Palma d’oro a Cannes a Toni Erdmann (che fra qualche mese sarà proiettato anche in Italia. Meglio tardi che mai). Sappiamo com’è andata: nessuno dei due film, entrambi amati e sostenuti dalla critica, ebbe la Palma prestigiosa, che andò sorprendentemente a Ken Loach, dando il via a un seguito di polemiche, che, dopo aver visto questa pellicola, mi sembrano assai giustificate. Lo dico con tutta serenità, confermando l’apprezzamento che ho già espresso per il bellissimo I, Daniel Blake. 

 

Michèle, il gatto e la “matta bestialità“.
Si progettavano e si realizzavano prodotti di animazione tridimensionale, destinati al mercato dei videogiochi per adulti, nell’impresa di cui era padrona e dirigente Michèle (Isabelle Huppert), donna d’affari dura e determinata, che conosceva il fatto suo e che di nessuno si fidava, se non di Anna (Anne Consigny), la propria segretaria, del cui marito era l’amante. Ai suoi ordini si adeguava tutto lo staff, dall’ultimo arrivato ai più maturi collaboratori, che erano obbedienti (e riluttanti) esecutori della sua volontà. La donna aveva vissuto storie complicate: un padre serial killer in galera; una madre (Judith Magre) piuttosto anziana ma irriducibilmente e grottescamente vezzosa, vogliosa e spregiudicata; un marito da cui aveva divorziato e un figlio, Vincent, (Jonas Bloquet) che non era quel che si dice un mostro d’intelligenza, ma che ora non viveva più con lei, essendosi sistemato con una giovane donna speranzosa come lui che la prossima nascita di un bébé avrebbe indotto Michèle, la dura, a scucire  i soldi per l’acquisto di un appartamento grande in cui il piccino potesse crescere.
La vita di Michèle dunque si svolgeva fra l’impresa e la casa, in un alloggio della banlieu parigina che ora condivideva  con un bellissimo gatto grigio, dagli occhi misteriosi e imperscrutabili proprio come i suoi: d’altra parte l’animale, per indipendenza e libertà, le rassomigliava molto, così come anche per crudeltà spietata e insieme innocente: in fondo era, come lei, nato così. All’inizio del film, l’apparizione improvvisa dell’animale, che con un imperioso miagolio si era fatto aprire la porta dell’alloggio, era sembrata buffa e aveva fatto sorridere; presto comprenderemo, però, che la sua presenza improvvisa e perentoria era un  segnale inquietante della bestialità oscura in agguato, che di lì a poco si sarebbe introdotta di prepotenza nella tranquilla vita di Michèle, la quale, infatti, non aveva fatto a tempo a chiudere la porta a vetri, quando quella stessa porta veniva riaperta violentemente, mentre lei, gettata a terra, era stata costretta a subire la furia sessuale inaudita di un aggressore sconosciuto, mascherato e vestito con un manto nero, come un eroe dei suoi videogiochi.
Se l’inizio del film era stato folgorante e memorabile, il seguito ci spiazza : Michèle, che non era donna dalle lacrime facili, mostrava una capacità inattesa di dominare razionalmente la situazione: riassettata la casa, rimossi i frammenti degli oggetti che frantumandosi erano caduti a terra con lei, aveva rimosso con un bagno caldo anche la sporcizia che quell’uomo le aveva lasciato addosso, aveva medicato le ferite e aveva ripreso la solita vita. In azienda aveva riunito e informato i suoi collaboratori, tutti sospettabili, per scrutare da vicino le loro reazioni, e valutarne la sincerità, ignorandone (come sempre) i consigli. Di fare denuncia alla polizia era assurdo parlare; meglio un brindisi che sancisse senza equivoci il ritorno alla normalità. Purtroppo, però, al primo stupro ne erano seguiti altri, perpetrati nello stesso modo e con altrettanta barbarie, così da indurla a indagare non solo fra i suoi collaboratori più stretti, ma anche fra i suoi più prossimi conoscenti, fra i quali Patrick (Laurent Lafitte), il suo vicino di casa.

Michèle come Poirot?
 Il grande tavolo festoso della sua salle à manger, durante la notte di Natale, offriva l’opportunità del confronto allargato fra lei e i collaboratori sospettati, che erano stati tutti quanti invitati per il cenone, insieme a compagne, mogli, fidanzate. Tutti avevano conti in sospeso con lei (che non li stimava affatto), poiché a tutti pesava obbedirle; di Patrick, il vicino, la donna non sapeva molto, ma il suo comportamento pio e devoto, appiattito sulla religiosità bigotta di sua moglie, sempre pronta alle orazioni e ai rosari, la rendeva diffidente: si sarebbe occupata  soprattutto di lui, cercando di conoscerlo. Che cosa di meglio che misurarne la reattività sessuale? Le riprese mostrano in modo alterno il sopra e il sotto del tavolo: l’aspetto dell’intrattenimento gentile, del cibo e della festa (c’è persino spazio per la messa papale trasmessa dalla TV), e insieme ciò che stava avvenendo oscuramente sotto la bella tovaglia: le gambe di Michèle che si allungavano per incontrare quelle di Patrick, che sembrava aver ben compreso e rispondeva, rilanciando il messaggio. Naturalmente i suoi movimenti audaci e ben dissimulati, i suoi ammiccamenti non provavano alcunché, ma Michèle era convinta che quella pista fosse promettente, perciò decideva di percorrerla fino in fondo. Non aggiungo, a questo punto, ulteriori particolari del racconto; mi limito a dire che ora il film diventa un thriller teso, pervaso da un’ironia nera, impronta stilistica di tutto il film. Da una parte, infatti, il tentativo di scoprire l’identità dello stupratore richiedeva che lei affrontasse un percorso conoscitivo pericoloso; dall’altra le si presentava una strada molto intrigante per la sua novità, poiché alla curiosità tutta mentale e razionale dello smascheramento si stava affiancando una curiosità di altro tipo, un po’ perversa, folle, istintuale, animale (il gatto ora le rassomigliava davvero!) che rischiava di esporla seriamente alla bestialità sadica di un maniaco probabilmente incapace di fermarsi.

La vicenda raccontata si ispira al romanzo  Oh… di Phillippe Dijan (che per il film lo ha sceneggiato insieme a David Birke e Harold Manning). Era stato però il produttore franco- tunisino Said Ben Said ad acquistarne i diritti cinematografici, così come era stata Isabelle Huppert ad assicurarsi legalmente il diritto di prelazione nel caso il romanzo fosse diventato un film, prima ancora che Dijan offrisse la regia (e l’attrice) a Paul Verhoeven, che dalla metà degli anni ottanta lavorava a Hollywood, dove aveva diretto i suoi film più noti (tutti ricorderanno Basic Instinct), spesso trasgressivi, triviali e scandalosi. L’incontro fra lui e l’attrice si rivelò subito promettente: nasceva, infatti, un rapporto di fiducia e collaborazione che si sarebbe mantenuto per tutta la durata delle riprese.
Graffiante e ironica fino al sarcasmo, la regia di Paul Verhoeven manifesta anche questa volta la sua volontà di provocatore ambiguo che può apparire politically incorrect, nello sfidare alcune tematiche femministe, anche se mai nel film si minimizza la gravità della violenza, di cui si evidenzia senza sconti la sopraffazione insopportabile. L’interpretazione di Isabelle Huppert dà vita a un personaggio femminile di grandissima complessità che, non intendendo piegarsi alla paura e alla prepotenza, evita ogni vittimismo, preferendogli il ruolo difficile di chi conduce il gioco, anche a rischio di soccombere. I personaggi maschili appaiono impietosamente ebeti e presuntuosi, del tutto inadeguati ad assumere qualsiasi responsabilità nella vita.
Nel film sono numerosissimi i rimandi a molto precedente cinema, dal Buñuel di Tristana (la stampella), o di Bella di giorno (la scoperta dell’erotismo perverso e pericoloso), fino a quello meno noto di Estasi di un delitto, richiamato dalle fiamme inquietanti della stufa in cantina). Ritroviamo poi il Fellini  di 8 1/2, a cui il regista dice di aver pensato nella scena del grande tavolo natalizio, nonché Haneke alla cui folle e misteriosa Pianista sembra quasi rifarsi il personaggio di Michèle, e persino i Coen di Blood Simple (nella scena delle forbici fatte penetrare sul dorso della mano). Un susseguirsi ininterrotto di invenzioni sorprendenti, di immagini rutilanti, di spiazzanti svolte e anche di divertenti volgarità, controllate da una regia attentissima, rendono questo lavoro del quasi ottantenne Verhoeven un signor film, di qualità davvero notevole e rara, da vedere assolutamente (distribuzione italiana permettendo!)

 

Fai bei sogni


schermata-2016-11-16-alle-16-58-17recensione del film:
FAI BEI SOGNI

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Guido Caprino, Nicolò Cabras, Dario Dal Pero, Barbara Ronchi, Fabrizio Gifuni, Linda Messerklinger, Miriam Leone – 134 min. – Italia, Francia 2016
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Non è la famiglia de I pugni in tasca, né la narrazione ha la stessa rabbia violenta, ma neppure questa famiglia se la passa molto bene. Alla fine del film, forse, capiremo perché, e usciremo dal cinema col sollievo di chi, durante tutta la durata della proiezione, ha partecipato con emozione alle vicende di Massimo, da piccolo (Nicolò Cabras), da adolescente (Dario Dal Pero), e da adulto (Valerio Mastandrea) quando sembra aver trovato, finalmente, il senso della propria vita. Il racconto, che Bellocchio ha liberamente tratto dal romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, si svolge a Torino in un arco temporale di quasi quarant’anni (dagli inizi degli anni ’60 alla fine degli anni ’90) e si sviluppa intrecciando i tre momenti della vita di Massimo al cui centro è l’evento tragico della morte della madre (Barbara Ronchi).

La mamma
Era un po’ stravagante, quasi bizzarro il comportamento di quella madre: se giocava a nascondino con Massimo, rimaneva a lungo negli scatoloni di cartone per sottrarsi alla sua vista incurante delle sue ricerche febbrili, delle sue ansie e delle sue paure; si spostava senza meta sui tram, senza trovare mai la fermata giusta per scendere; si incupiva all’improvviso senza apparente ragione; amava evocare il mondo spaventoso e insieme fascinoso di Belfagor, era reticente col marito; era all’origine probabilmente della crescente tensione in famiglia…ma era una madre unica, speciale. Indescrivibile la gioia di Massimo quando la ritrovava e poteva rifugiarsi fra le sue braccia: ogni angoscia se ne andava, si dileguava l’ansia, mentre subentrava la coscienza orgogliosa della protezione sicura, della presenza costantemente amorosa, di un angelo che vegliava sul suo sonno, propiziandogli i bei sogni evocati nel titolo del film e del romanzo.
Poi, all’improvviso, la morte, o, almeno, così si diceva: Massimo non ci credeva affatto: l’avevano portata via in una scura bara di legno, ma ciò non era altro che un’ingiustizia, il segno di un complotto contro di lei: altro che l’eterno riposo delle preghiere funebri! Se riposo aveva da esserci, non avrebbe potuto che essere breve: prima o poi la mamma si sarebbe risvegliata tornando da lui. La rimozione del lutto era diventata, d’altra parte un imperativo categorico per tutti gli adulti della famiglia, che tendeva a occultare la verità, sia per un tabù diffuso in ambito torinese, relativo alla morte per suicidio, che da sempre viene negato ipocritamente e allontanato come una vergogna gravissima, sia per l’inadeguatezza, avvertita da tutti, verso la difficile rivelazione. Il padre poi aveva pensato che la scuola prestigiosa e la cultura, soprattutto quella dei preti, avrebbero trovato il modo di far arrivare a Massimo le risposte che egli non intendeva dare al figlio, e che, inoltre, dalla passione sportiva (dalla amatissima squadra del Torino) sarebbero arrivate anche a Massimo molte gioie e soddisfazioni, così da rendere meno dolorosa quella perdita.

La scuola e l’età adulta
Tanti compagni, qualche amicizia, ma poca vera confidenza. La morte taciuta a tutti: la mamma è negli Stati Uniti! Sarebbe stato un vecchio prete (grande Roberto Herlitzka), studioso di astronomia e soprattutto uomo pensante, a chiarire a Massimo alcuni concetti, il primo dei quali aveva a che fare con la realtà fattuale: nulla di più reale della morte, condizione perché la vita continui. Crescere significa prenderne atto e proseguire a vivere, nonostante la morte, ciò che richiede molto coraggio: è una condanna per tutti gli uomini, ma anche l’opportunità per dare un senso a ciò che fanno. Paradiso, aldilà, ritrovarsi dopo la morte non sono che speranze che appartengono a chi crede, importanti certamente, ma non in grado di offuscare la realtà crudele della solitudine e del dolore universale.
Non era stato facile, purtroppo, per Massimo, nemmeno da adulto, elaborare quel lutto che non riusciva a capire, neppure ora, giornalista brillante e stimato a cui si continuava a far credere a una morte per “infarto fulminante”. Una provvidenziale crisi di panico e qualche spiegazione di Elisa (Bérénice Bejo), il medico del pronto soccorso che l’aveva visitato, lo avrebbero indotto a cercare la verità che gli occorreva per riconciliarsi con le ragioni del proprio vivere.

Lasciare andare il passato, costruire da sé con coraggio il futuro, emergendo come Elisa aveva fatto col suo tuffo dall’altissimo e quanto mai metaforico trampolino, forse gli sarebbe stato possibile; in ogni caso avrebbe tentato, nonostante le ipocrisie, le mezze verità, le troppe bugie!

Il film, per quanto si sia ispirato al romanzo autobiografico di Gramellini, per fortuna non è una biografia che vada ad aggiungersi alle troppe circolanti in questo momento sugli schermi (si sarà capito che non amo i biopic!), ma è una narrazione compiutamente bellocchiana, con una famiglia che al proprio interno racchiude, per nasconderli e ignorarli, i dolori più strazianti, rimuovendoli nell’illusione che prima o poi si potranno superare, compromettendo seriamente in tal modo l’equilibrio emotivo di quel figlioletto vivace, lasciato da solo a elaborare una tragedia troppo grande per lui. Allo stesso modo, appartengono tipicamente al cinema di Bellocchio l’interesse per la figura materna, la religiosità inquieta e quasi disperata del vecchio prete, una delle pagine più interessanti e “vere”del film. Un ottimo cast (Valerio Mastandrea superlativo) un’accurata e letterariamente pregevole sceneggiatura e la bellissima fotografia “scura” di Daniele Ciprì aggiungono ulteriore interesse a questa pellicola, opera finalmente degna del regista famoso che negli ultimi due film aveva, a mio avviso, alquanto deluso. Da vedere.

Niente da nascondere (Caché)


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recensione del film:
NIENTE DA NASCONDERE (CACHÉ)

Titolo originale:
Caché

Regia:
Michael Haneke

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Daniel Auteuil, Annie Girardot, Maurice Bénichou, Bernard Le Coq, Walid Afkir – 117 min. – Francia, Germania, Austria, Italia 2005.

Di questo film, visto nel lontano 2005, avevo conservato qualche vivido ricordo, nonché l’impressione di un’opera interessante ma un po’ irrisolta; del suo finale misterioso avevo dato una lettura che non mi convinceva del tutto. Sono tornata a rivedere Caché ora, dopo aver scambiato qualche opinione sul cinema di Haneke con altri appassionati del Web, soprattutto per verificare le mie impressioni di allora.
Un film come questo merita davvero più di una visione!

Una breve premessa
La vicenda raccontata da Haneke avviene nel 2003 (di quell’anno è l’attentato di Nassiriya, la cui notizia è trasmessa in diretta, nel film, dalla TV francese); quella evocata fa riferimento invece alla guerra d’Algeria, che oppose dal 1954 al 1962 l’esercito francese agli indipendentisti algerini guidati dal FLN (Front de Libération Nationale). Lo scontro si era svolto principalmente in Algeria, ma, a partire dal 1958, il Front aveva portato la guerra in Francia, scatenando una serie di attentati. In questo quadro si situa il drammatico episodio (1961) cui accenna il film, ovvero l’annegamento di 200 manifestanti algerini nella Senna, tenuto nascosto dalle autorità francesi per 50 anni (solo nel 2011 fu riconosciuto come una vergogna nazionale da François Hollande. QUI la notizia, se volete approfondire l’argomento.

Un incipit insolito
George (Daniel Auteuil), il protagonista del film, si era affermato come conduttore di un talk show televisivo molto seguito dagli spettatori francesi più colti: vi si parlava di libri; si discuteva degli eventi culturali del momento; si intervistavano autori e intellettuali di grido. Sua moglie, Anna (Juliette Binoche), era un’apprezzata consulente editoriale, mentre il figlioletto, Pierrot, era stato educato a muoversi con una certa autonomia e a gestire spesso da solo il tempo in cui non era a scuola. Una famiglia della colta borghesia parigina, dunque, con una bella casa, molti impegni e poco tempo per stare insieme, che all’ora di cena, però, ritrovava la propria unità intorno alla tavola, occasione per  parlare e raccontare della giornata, talvolta con invitati importanti, amici di lunga data. Inattesa, improvvisa e dentro un sacchetto di plastica era arrivata, a interrompere la normale quotidianità di questa famiglia, non si sa in che modo recapitata, una cassetta con un nastro registrato, che conteneva immagini degli spostamenti di George: un VHS inquietante. L’inizio del film, sorprendentemente, ci fa vedere subito la registrazione di quel nastro. Ce ne accorgiamo dopo un po’, quando vediamo l’immagine, un po’ traballante, essere attraversata dai segni orizzontali del riavvolgimento rapido, mentre su quella stessa, con molta eleganza compaiono i titoli di testa. Comprenderemo solo più tardi, riflettendoci, il significato profondamente simbolico di quel riavvolgimento, poiché la scena ha una sua evidenza realistica: i due coniugi avevano probabilmente visto e riavvolto quel nastro nella vana speranza di trovarvi qualche traccia dell’ignoto mittente. Quella cassetta era stata la prima di una serie di cassette simili, recapitate ora dentro fogli disegnati, che rozzamente rappresentavano una testa di bambino dalla cui bocca usciva del sangue. Tutte le cassette contenevano immagini che davano a George non solo la certezza di essere costantemente spiato; ma anche quella di aver a che fare con qualcuno che conosceva molto bene i luoghi e i fatti della sua infanzia, cioè di un passato certamente poco onorevole, ma così lontano, d’altra parte, da essere stato ormai sepolto (avvolto!) nei più profondi recessi della memoria: era, a ben vedere, il passato di un bambino che, allora, aveva solo sei anni.

Una macchia nell’infanzia di George
A sei anni, nel 1961, egli viveva con i genitori nella grande tenuta agricola di famiglia, una fattoria di campagna presso la quale prestava i propri servigi una coppia di lavoratori algerini, marito e moglie, che abitavano lì col figlioletto Majid, suo compagno di giochi. Essi erano annegati durante la manifestazione del 17 ottobre. Di fronte a tanto orrore la famiglia di George aveva deciso di adottare il piccolo Majid, ma George non aveva affatto gradito: mai avrebbe permesso che qualcuno mettesse in discussione la propria posizione di figlio unico viziato e privilegiato! Era ricorso a una menzogna calunniosa pur di allontanarlo da casa sua e, purtroppo, i genitori gli avevano dato retta. La scena terribile della violenta separazione del piccino dal luogo in cui era cresciuto (così come un’altra, altrettanto atroce), si presentava adesso alla mente di George come allucinazione o incubo notturno, che egli cercava di allontanare da sé senza riuscirci. Nella vita quotidiana, invece, le sue reticenze, le menzogne subito scoperte stavano mettendo in forse la tenuta del proprio matrimonio, nonché il suo stesso successo professionale, poiché un’altra cassetta allusiva e minacciosa aveva sfiorato persino l’ambiente prestigioso in cui lavorava. La via d’uscita avrebbe potuto essere trovata, forse, facendo i conti con quel passato che lo stava ancora inseguendo, ora che era riemerso in tutta la sua gravità.

Majid
George si era convinto che le cassette gli arrivassero da Majid (l’unico che poteva sapere) dalla cui voglia di vendetta e di rivalsa era nata, probabilmente, l’idea di compensare le gravi offese del passato, ricattandolo. D’altra  parte, un indirizzo e le immagini di una casa popolare sull’ennesimo nastro registrato lo avevano portato proprio da lui! Eccolo, dunque, trentotto anni dopo, il temibile Majid!
Il regista ci spiazza davvero, presentandoci un uomo gentile, mite, non ricco né affermato professionalmente, ma dignitoso nella modestia della propria condizione e, si direbbe, gradevolmente sorpreso di trovarsi davanti colui che gli aveva negato la speranza di riscattare l’ingiustizia subita senza colpa. Il confronto fra i due svela impietosamente chi è ancora una volta la vittima e chi continua a essere il carnefice, con la sua arroganza, con la presunzione di aver capito e con la prepotenza di chi sa di aver dalla sua, in ogni caso, la forza delle leggi e di uno stato cieco almeno quanto lui. Un gesto distensivo e di amicizia che Majid forse si attendeva e che non sarebbe mai arrivato, avrebbe probabilmente evitato gli ulteriori e drammatici sviluppi della vicenda, le ulteriori umiliazioni a Majid e a suo figlio e, infine, il suo terribile suicidio.
Lo svolgimento (non ne rivelerò i particolari) di questa parte della pellicola, le fondamentali parole del figlio di Majid (Walid Afkir), mi portano a ritenere che il senso del film sia “politico”, poiché mette in discussione non solo le rimozioni di George, ma quelle dell’intera società francese, che di fronte ai crimini efferati e tremendi degli anni del colonialismo in Algeria aveva preferito continuare a ignorarne l’esistenza, trattandosi ormai di cose lontane! Alla luce dei recenti e sanguinosi attentati in Francia, inoltre, il film mi è parso anche in qualche misura profetico: forse la sua uscita nel 2005 non era stata sufficiente per promuovere quell’esame di coscienza collettivo che le vittime del colonialismo e soprattutto i loro figli si attendevano per sentirsi davvero cittadini, figli dell’ Europa dei diritti e delle pari opportunità. Erano stati lasciati a se stessi, figli di un dio minore, che di loro non si preoccupava troppo.

L’ultima scena del film
Come ho scritto in precedenza, l’ultima scena del film appare un po’ misteriosa, cosicché favorisce molteplici interpretazioni. Va detto che è girata, come le prime scene, con camera fissa e che riprende la scuola media frequentata da Pierrot, al momento dell’uscita dei ragazzi. La camera è lontana e presenta un quadro complessivo chiaro, mentre molti particolari, anche significativi rischiano di perdersi, ciò che appunto il regista voleva: lo ammette divertito durante un’intervista che si può ascoltare alla fine del film, sul DVD attualmente ancora reperibile, nella parte che riguarda i contenuti speciali. Sulla sinistra vediamo l’uscita di Pierrot, e successivamente l’arrivo figlio di Majid, a cui Pierrot va incontro: i due si parlano tranquillamente e si salutano, infine, senza mostrare turbamento o rancore. È l’auspicio del regista, l’indicazione di una strada per la riconciliazione da percorrere attraverso l’amicizia dei giovani meno coinvolti nei fatti di una guerra feroce? Forse. Potrei sbagliarmi, ma credo che in ogni caso di questo finale si sia ricordato Polanski nel suo Carnage.

 

La ragazza senza nome


schermata-2016-10-31-alle-13-54-02recensione del film:
LA RAGAZZA SENZA NOME

Titolo originale:
La fille inconnue

Regia:
Luc e Jean-Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Adele Haenel, Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Fabrizio Rongione, Thomas Doret, Christelle Cornil – 113 min. – Belgio 2016.

Nello studio medico della dottoressa Jenny Davin (Adele Haenel), alla periferia di Liegi, un giovane stagista fa del suo meglio per imparare il mestiere non facile di curare i malati. Jenny mal ne sopporta l’eccessiva emotività, poiché è convinta che il medico dovrebbe imparare a non farsi coinvolgere dalla sofferenza dei pazienti, dal momento che solo un giusto distacco mantiene lucidi e attenti alle loro necessità. Jenny è severa e rigida con lui, ma lo è anche con se stessa: è questo il suo modo di essere, che va ben oltre la vita professionale. Per chi vede il film, infatti, questo è l’unico elemento che ne connota la personalità  dall’inizio alla fine: la giovane dottoressa si sposta dentro e fuori Liegi; avvicina uomini e donne degli ambienti più diversi; si incontra e spesso si scontra con personaggi ambigui, omertosi, minacciosi, senza mai abbandonare l’ imperativo categorico della coerenza con i propri princìpi che le dettano il comportamento. Di lei non si sa niente all’infuori di ciò che accade sotto i nostri occhi, durante tutto lo sviluppo del racconto: i due registi non parlano del suo vissuto familiare, né di quello sentimentale; non esiste un prima o un dopo rispetto alla narrazione che scorre sullo schermo; esiste lei, creatura cinematografica inseparabile dalla sua coscienza morale, che è rappresentata con insistenti primi piani del suo volto e dei suoi occhi, che indagano, interrogano, scrutano, cercano di leggere e interpretare altri sguardi per ricostruire i piccoli frammenti di verità che possano finalmente darle pace. Il suo tormento nasce dal senso di colpa, per non aver aperto (mentre ancora era lì), un’ora dopo il termine dell’orario di visita, il proprio studio a una donna che la polizia avrebbe trovato morta, forse di morte violenta, il giorno successivo. Non era una sua paziente; era una prostituta nera di difficile identificazione, che forse aveva cercato di fari aprire sentendosi inseguita. Forse, sarebbe bastato farla entrare per salvarle la vita.
Al rimorso per essersi negata a lei, Jenny unisce una profonda volontà di espiazione: si sarebbe assunta il compito di cercarne l’identità per offrirle almeno una targhetta al cimitero, perché potesse vivere nella memoria di qualcuno.

Come fossero andate le cose, si saprà solo alla fine del film, che assume a poco a poco le connotazioni di un noir molto teso, perché il mistero intorno a quella morte diventa presto una detection che Jenny conduce, anche a proprio rischio, negli ambienti più squallidi e sordidi delle periferie delle città belghe, in un mondo popolato da ambigui figuri che hanno interesse a tacere, che fingono di non sapere o che mentono per non compromettere la loro rispettabilità, in famiglia o nell’ambiente di lavoro. La voglia di chiarezza di Jenny, così come la sua fermissima determinazione di andare fino in fondo all’indagine che ha intrapreso, lasciano emergere perciò squarci di marginalità periferiche, di squallore e di povertà nei quali è ben riconoscibile la griffe dei fratelli Dardenne, come sempre molto attenti a non isolare i loro personaggi dal contesto sociale in cui si muovono. La pellicola, forse, si è giovata del taglio di sette minuti che i due registi le hanno apportato, riconoscendo implicitamente la validità di alcune osservazioni critiche che erano state mosse nei loro confronti dopo la proiezione di Cannes, che non era stata proprio un successo. Nell’insieme, ora è visibile un buon film, raccontato in modo scabro e lineare, ottimamente interpretato da una magnifica Adele Haenel.

Saint Amour


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recensione del film:
SAINT AMOUR

Regia:
Benoît Delépine, Gustave Kervern

Principali interpreti:
Gérard Depardieu, Benoît Poelvoorde, Vincent Lacoste, Céline Sallette, Gustave Kervern, Andrea Ferreol, Chiara Mastroianni, Izia Higelin, Ana Girardot, Michel Houellebecq – 101 min. – Francia, Belgio 2016

Il padre è Jean (Gérard Depardieu); il figlio è Bruno (Benoît Poelvoorde); il taxista è Mike (Vincent Lacoste): sono i tre protagonisti di questo film che ci porta in giro per la Francia nelle terre del vino, dalla Borgogna a Bordeaux, ricordandoci, sia pure molto da lontano, Sideways (2004) di Alexander Payne. I rapporti fra il padre, che è un agiato allevatore di tori, e il figlio, che lavora nella sua azienda, sono difficili, poiché Bruno, con la contrarietà del padre, non vorrebbe continuare quell’attività e, ora che è in vacanza, vorrebbe passare una settimana fra libagioni e donne, con le quali non riesce però a stabilire un rapporto decente: pieno di complessi e privo di autonomia, sembra non essersi mai liberato dell’ingombrante (in tutti i sensi) presenza del padre, che è invece sicuro di sé e realizzato. Jean, però, nonostante l’aspetto “autorevole” è a sua volta un uomo fragile, che trova la sua sicurezza solo comunicando i propri problemi, attraverso il cellulare, alla moglie defunta, fingendo di continuare un impossibile dialogo affettuoso con lei. Mike, il taxista, sembra essere dei tre l’unico personaggio davvero contento di stare al mondo: è, infatti, un giovane belloccio, che racconta di essere felicemente sposato con una donna di cui ha conquistato il cuore, ciò che gli permette di dispensare i propri consigli a Bruno, affinché, imparando dal suo esempio, smetta di affliggersi e trovi finalmente l’amore che desidera. In realtà, le sue frequenti deviazioni dalla strada principale ce lo mostrano alle prese con ragazze che di lui conservano un pessimo ricordo tanto che, non appena lo riconoscono, lo aggrediscono senza troppi complimenti.
La verità che ciascuno di loro cela accuratamente diventerà chiara dopo che Venus (Céline Sallette) una bella donna-amazzone, quasi una divinità boschereccia, li ospiterà nel proprio agriturismo riuscendo a ottenere da ciascuno di loro la piena confessione delle rispettive debolezze, nonché la piena realizzazione del desiderio che più profondamente la tormenta. Nel film si susseguono, pertanto, situazioni spiazzanti e sorprendenti, che movimentandolo dovrebbero tenere desta la nostra attenzione. Non accade sempre, però, perché alle sorprese gli spettatori fanno presto l’abitudine e di solito le prevedono agevolmente.

Una doppia regia, già sperimentata e collaudata in alcuni film precedenti e anche una produzione multinazionale per un road movie demenzial-popolare che, personalmente, ho trovato qualche volta gradevole, ma più spesso noioso. Il finale, poi, mi è parso una specie di mega-spot del Fertility day. Si può vedere, ma non è fondamentale! Ottimi (ma c’è bisogno di dirlo?) Gérard Depardieu e Benoît Poelvoorde

Io, Daniel Blake


schermata-2016-10-22-alle-00-59-18recensione del film:
IO, DANIEL BLAKE

Titolo originale:
I, Daniel Blake

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner, Sharon Percy, Kema Sikazwe, Natalie Ann Jamieson, Micky McGregor, Colin Coombs, Bryn Jones, Mick Laffey, John Sumner – 100′ – Gran Bretagna, Francia 2016.

Si chiamava Daniel Blake (Dave Johns), viveva a Newcastle ed era un anziano falegname sopravvissuto a un infarto che l’aveva colpito mentre era impegnato nei lavori di carpenteria di un cantiere edile; ora si trovava involontariamente a essere protagonista di una serie di avventure grottesche e dolorose per ottenere quello che, fino a qualche anno prima, sembrava un diritto elementare: sopravvivere dopo una malattia così invalidante da impedirgli di tornare al lavoro. Il povero Daniel Blake era del tutto ignaro che la sua giusta richiesta di sussidio implicasse l’uso del computer e del mouse, né sapeva che la spedizione delle risposte al questionario su cui aveva apposto le crocette dovesse essere fatta esclusivamente per via telematica, né immaginava che per ottenere l’ascolto di un impiegato esperto, al quale esporre il proprio problema, avrebbe dovuto aspettare ore al telefono, perché gli impiegati erano spariti dagli uffici (privatizzati) del lavoro, sostituiti dalle voci registrate di un call center, dalle quali era difficile farsi comprendere e aiutare. Presto Daniel avrebbe constatato che la precarietà stava diventando la condizione comune di una quantità di giovani e anziani nell’universo britannico (britannico?) in cui si continuava a parlare di welfare, ma di fatto si distruggeva ogni forma di assistenza sociale, presentata all’opinione pubblica come insopportabile fonte di spesa e di tasse. La sua storia era destinata a incrociarsi perciò con quella di altri sventurati come lui o come la giovane Kattie (Hayley Squires), arrivata da Londra senza casa (gliela avevano venduta), senza lavoro e con due figli ancora piccoli da far crescere, vittima a sua volta del disumano sistema che stava facendo piazza pulita dei diritti e della sicurezza sociale.

Il film tratta un tema fra i più tipici del regista presentandoci uomini e donne che, come spesso nei suoi lavori, si arrabattano e lottano per ottenere giustizia. La pellicola, tuttavia, almeno secondo me, non è una stanca ripetizione del “solito” Ken il rosso, l’ottantenne socialista d’antan un po’ ripetitivo. No, il film, miracolosamente, ci presenta una bella storia poetica e lieve nella sua fluidità narrativa, sorretta da una perfetta sceneggiatura, che, senza mai annoiare, riesce a rendere interessanti e veri gli ambienti, le vicende e i anche i personaggi che mantengono, nonostante le sventure, una grande voglia di vivere, di aiutarsi, di raccontarsi, di progettare e che trovano nella solidarietà tollerante e nella loro mite dignità il senso della loro esistenza di perdenti che non si rassegnano alla durezza della sorte.
Giusta o no che fosse la Palma d’oro di Cannes* (la seconda della lunga carriera del regista), l’ambitissimo e prestigioso premio è andato, in ogni caso, a un film molto bello, capace di parlare con semplicità non banale al cuore degli spettatori. Chi ha visto il film in sala avrà certamente notato come me una commozione insolita che, al termine della visione, si è manifestata apertamente anche attraverso il desiderio di condividere inquietudini e preoccupazioni con accorate parole di commento, tanto profonda era stata l’identificazione con i personaggi della storia. Non capita spesso! Da vedere!

* Se si sia trattato di un premio giusto, lo sapremo solo quando vedremo (speriamo che succeda presto), anche in Italia, i film più  apprezzati e innovativi che per ora, a parte Ma Loute, non si sono visti.

Neruda


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recensione del film:

NERUDA

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Luis Gnecco, Gael García Bernal, Mercedes Morán, Diego Muñoz, Pablo Derqui, Alfredo Castro – 107 min. – Argentina, Cile, Spagna, Francia 2016

 

L’antefatto – Cile-1948
In Cile una larga coalizione di forze politiche eterogenee aveva  portato al governo (1946) Gabriel González Videla, ma dopo soli due anni l’unità delle forze politiche che lo avevano sostenuto era in crisi: la guerra fredda stava penetrando anche nel continente latino americano e il potente alleato nordamericano di Videla ora pretendeva la messa al bando del partito comunista, l’arresto dei suoi parlamentari, nonché dei dirigenti sindacali e di tutti coloro che si erano segnalati per aver lottato per una maggiore giustizia sociale. Un’ondata di propaganda visceralmente anticomunista aveva travolto gli esponenti politici più noti e popolari e fra questi il senatore Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, meglio noto con il nome d’arte di Pablo Neruda, grande poeta, il comunista più noto in tutto il mondo.

La biografia e l’invenzione
Da questo antefatto storico prende le mosse il film di Pablo Larrain, il quale ricostruisce la figura straordinaria di Neruda, ovvero del poeta che più di ogni altro aveva saputo incarnare, attraverso l’opera in versi, la verità profonda del Cile, nel quale le bellezze del paesaggio naturale, talvolta aspro e inaccessibile, talvolta dolce e armonioso, sembrano riflettere le contraddizioni della sua gente, capace di grandi slanci ideali e di nobili sacrifici, nonostante la presenza radicata e inestirpabile nel proprio animo di oscure, barbariche e non sempre nobili pulsioni. Alcuni anni di studio della vita e dei poemi di Neruda erano serviti al regista per escludere che un film sul poeta potesse realizzarsi come un “biopic”, del tutto inutile a comprenderne gli aspetti più significativi e veri: gli sarebbe servito, invece, un personaggio d’invenzione a cui affidare il racconto; un deuteragonista in conflitto col poeta; un persecutore implacabile che dal suo punto di vista narrasse, come voce fuori campo, la vicenda di una vita, che si era fatta poesia, tutta da conoscere. Nasce in questo modo Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), il poliziotto che, incaricato da Videla (Alfredo Castro), si mette sulle tracce di Pablo Neruda (Luis Gnecco) per arrestarlo, mentre la chiusura delle frontiere potrebbe facilitarne il compito.
Giovane e volitivo, di oscure e forse inconfessabili origini, Oscar aveva millantato un padre importante e stimato: un ministro degli interni che, riconoscendolo come proprio figlio, gli aveva trasmesso il cognome. La menzogna gli aveva aperto le porte della polizia di stato, ai suoi livelli più alti; ora, secondo i suoi piani, la cattura del poeta lo avrebbe reso famoso e potente nel mondo degli uomini che contano davvero; gli avrebbe finalmente permesso di entrare nelle eleganti dimore della buona società, che finora si era gloriata anche troppo della frequentazione di intellettuali comunisti, quelli che, come Neruda, avevano fatto credere di servire gli interessi della rivoluzione, crogiolandosi invece nel lusso e permettendosi ogni sorta di vizio. Per tutta la prima parte del film la voce di Oscar Pelouchenneau è la voce stessa dell’invidia sociale, di chi soffre l’ingiustizia delle proprie umili origini e pensa di addossarne le responsabilità allo snobismo degli uomini accolti dai salotti buoni e dai postriboli di lusso, come Neruda, per l’appunto.

Il poeta e il poliziotto
Entrato in clandestinità e protetto dai suoi compagni di partito, il poeta aveva deciso di giocare la sua partita in modo del tutto originale, servendosi, cioè, dell’arma che sapeva usare meglio: la parola poetica. Convinto della capacità di fascinazione della poesia, egli aveva fatto trovare al suo inseguitore le proprie tracce attraverso i poemi lasciati proprio per lui in bella mostra. Oscar lo avrebbe seguito proprio come si può seguire una sirena dal richiamo irresistibile, una grassa sirena, avanti negli anni e priva del tutto di sex appeal, di cui però egli coglieva la  forza penetrante della parola, che era nata dall’ascolto fiducioso di ciò che stava nel fondo oscuro del cuore degli uomini, anche di quelli che si sarebbero detti i più lontani dal poeta. Neruda, infatti, apparentemente schizzinoso e snob, non aveva disdegnato di avvicinare nei più infimi bordelli cileni quegli esseri umani disprezzati e dimenticati, confondendo la propria nudità (reale e metaforica) con la loro, in un contatto carnale irrinunciabile e in fondo innocente, poiché la fisicità era per lui la fonte di conoscenza primaria senza la quale far poesia non gli sarebbe stato possibile. Contraddittorio come ogni uomo lo è, Neruda emerge dalla narrazione di Larrain ben diverso da chi se ne aspettava un ritratto edificante, come un santino stereotipato; anche nel suo cuore, come in quello dei personaggi del suo film precedente tenebre e luce sono presenti  in un groviglio inestricabile, ciò che davvero lo rende fratello di Oscar, il “fratello poliziotto”, così come lo avrebbe chiamato in uno dei segnali a lui diretti lungo il percorso della sua fuga, cercando di attirarlo sempre più vicino fisicamente e, anche in questo caso, metaforicamente.

Il film mi ha talmente affascinata che vorrei davvero dirne di più, ma mi trattiene il rispetto per le attese di chi lo vedrà, nonché la speranza, forse un po’ presuntuosa, di avere, sia pure modestamente, agevolato l’interpretazione di un’opera assai complessa. Come ho scritto, il film non è un “biopic”: Larrain ha più volte sostenuto, anzi, di avere volutamente rovesciato i termini di questo “genere” (che non avrebbe permesso di comprendere Neruda, né come uomo, né come artista), scegliendo come vero protagonista il suo spietato antagonista. La pellicola è, invece, nei suoi momenti diversi, la narrazione di un momento difficile e doloroso per il poeta costretto alla fuga e infine all’esilio; una storia con le caratteristiche del noir, in cui non mancano le sorprese; la cronaca di un viaggio tormentoso e accidentato che è sempre più chiaramente un racconto di formazione per Oscar; un western anomalo e fascinoso lungo gli sterminati altipiani innevati delle Ande, ai confini coll’Argentina. Il film però, secondo me, è soprattutto l’affermazione della forza rivoluzionaria della poesia di Neruda, la voce libera nella quale avevano potuto trovare la propria umana identità le creature più deboli e indifese, quelle che sulla propria pelle avevano sofferto l’umiliazione e il disprezzo di chi le aveva in vario modo sfruttate: dai lavoratori trattati come bestie, ai contadini sfiniti dalle fatiche, alle puttane e ai travestiti dei postriboli, nonché allo stesso Oscar, il “fratello poliziotto” che aveva cercato, nel modo più inaccettabile di uscire dall’irrilevanza sociale e che, alla fine, alla parola del poeta avrebbe affidato la propria unica e irripetibile individualità. Straordinario film, da vedere sicuramente; eccezionale la recitazione di tutti gli attori.

Un ricordo di Dario Fo


Mi permetto di fare mie le parole di Antonio Falcone, titolare del bel blog Sunset Boulevard

Sunset Boulevard

Dario Fo Dario Fo

Nello stesso giorno in cui verrà assegnato il Premio Nobel per la Letteratura, del quale fu insignito nel 1997, oso scrivere coincidenza da sghignazzo rammentandone il suo giullaresco farsi beffe di ogni convenzione o sovrastruttura, ci lascia Dario Fo (Sangiano, VA, 1926), morto stamane, giovedì 13 ottobre, a Milano. Improvvisamente è come se si fosse aperta una grande voragine nell’ambito della cultura e del teatro comico italiano, da lui innovato insieme alla moglie Franca Rame, attingendo tanto dalla Commedia dell’Arte che dal vaudeville, con una serie di brillanti ed acuti testi che andavano dalle commedie alla farsa, passando per la satira politica o il recupero di canti popolari tradizionali, il tutto attraversato da una dirompente creatività che, come motivarono gli Accademici svedesi, “seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi”.

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Quando hai 17 anni


schermata-2016-10-08-alle-23-18-40recensione del film:
QUANDO HAI 17 ANNI

Titolo originale.
Quand on a 17 ans

Regia:
André Téchiné

Principali interpreti:
Sandrine Kiberlain, Kacey Mottet Klein, Corentin Fila, Alexis
Loret, Jean Fornerod – 116 min. – Francia 2016. 

 

Qualcuno forse ricorderà Kacey Mottet Klein, il bambino-attore, grande protagonista del bel film di Ursula Meier (2012), Sister. Quel bimbo di allora, che è diventato quasi un giovanotto, ha confermato le sue doti di interprete, nella parte di Damien, uno dei due diciassettenni difficili su cui focalizza l’attenzione il regista André Téchiné in questo film, per la cui sceneggiatura si è avvalso anche della collaborazione della collega Céline Sciamma (Tomboy).

Siamo nella regione francese del Midi Pyrénées. Lì Damien frequenta il liceo con risultati da primo della classe. E’ un biondino che ha il volto e il corpo ancora da fanciullo: mingherlino, cerca di irrobustirsi un po’ imparando il pugilato con le lezioni dello zio, ma è timido, solitario e se ne sta in classe senza socializzare molto. Convive con la madre Marianne, medico (Sandrine Kiberlain), donna di grande umanità, che si sposta, quando è necessario, anche nelle località più impervie e innevate di quel territorio. Suo padre, a cui è legatissimo, è ufficiale pilota impegnato in Afganistan; con lui, tuttavia, insieme alla madre e grazie a Skype, intrattiene un rapporto quotidiano. L’altro diciassettenne è Tom (Corentin Fila), compagno di scuola di Damien, un bel ragazzo dalla pelle un po’ più scura, che vive con i genitori adottivi in una fattoria sulle montagne, dove si occupa anche di dare una mano nella conduzione degli allevamenti di famiglia. Per Damien studiare è semplice: abita vicino alla scuola e l’ambiente in cui si muove è culturalmente assai evoluto e attrezzato per offrirgli attenzione e aiuto se gli occorre; per Tom, invece, i problemi sono maggiori: levatacce per raggiungere la scuola, scarso il tempo per studiare, pochi gli aiuti che i genitori sono in grado di offrirgli, anche se non gli manca il loro caldo sostegno. La differente provenienza socio-ambientale non dovrebbe compromettere la serena convivenza in classe dei due studenti, visto che la scuola serve anche ad accogliere, valorizzandola, la diversità delle esperienze e degli interessi: non è così, purtroppo. Damien e Tom non fanno altro che guardarsi in cagnesco e aggredirsi con violenza, senza alcun motivo, né risultano efficaci i tentativi delle autorità scolastiche per comporre la manifesta reciproca ostilità. La situazione sembra all’improvviso potersi sbloccare: la madre di Tom, Christine (Mama Prassinos), è incinta: se ne rende subito conto Marianne, chiamata per una febbre altissima e improvvisa che aveva costretto a letto la poveretta. Alcuni sintomi, che la donna collegava all’influenza, inducono Marianne a farle un test di gravidanza che infatti risulta positivo. Non era la prima volta, ma in passato mai Christine era riuscita a portare a termine la gravidanza: diversamente Tom non sarebbe lì, come, con involontaria crudeltà, più tardi il padre di Tom avrebbe detto al ragazzo, in una scena memorabile per l’intensità ineffabile dell’espressione ferita del giovane. In ogni caso, all’oscuro di tutto, Marianne promette di aiutare Christine a tenere il bambino, assicurandole non solo la costante assistenza durante i lunghi mesi in cui sarà costretta a letto, ma ospitando a casa sua Tom, che con Damien potrebbe studiare senza perdere l’anno. Ha inizio così, fra mille diffidenze, il lento e altalenante avvicinarsi dei due giovani, che si respingono brutalmente ma che si studiano e si attraggono quasi senza volere, perché la loro è un’età nella quale è difficile essere coscienti di ciò che si cerca, di ciò che si vorrebbe, e soprattutto di ciò che si è, e anche di ciò che sessualmente si desidera. Non per nulla è Rimbaud l’autore citato fin dall’inizio del film, letto a scuola e subito amato da Damien: “Non si può essere saggi quando si ha 17 anni

Il film è delizioso, poiché è capace di rappresentarci, impareggiabilmente con immagini indimenticabili,  le ragioni più profonde dell’agire e del cuore dei due giovani e il loro lento maturare, grazie (per rimanere dalle parti di Pascal) all’ esprit de finesse  che caratterizza il racconto attentissimo del regista e della sensibilissima Sciamma. Evito di aggiungere altri particolari della storia, quelli della tragedia e del dolore, perché  è bene che chi vede il film li scopra da sé. Segnalo, invece, l’eccezionale recitazione degli attori, fra i quali si distingue la bravissima Sandrine Kiberlain, nonché la fotografia bellissima e suggestiva, che ci racconta il trascorrere delle stagioni in un paesaggio affascinante, a sua volta luogo dell’anima, aspro, minaccioso, dolce, e gelido, come il sentire di tutti i personaggi del film. Da vedere, sicuramente.

Indivisibili


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recensione del film:
INDIVISIBILI

Regia:
Edoardo De Angelis

Principali interpreti:
Marianna Fontana, Angela Fontana, Antonia Truppo, Massimiliano Rossi, Toni Laudadio, Marco Mario De Notaris, Gaetano Bruno, Gianfranco Gallo, Peppe Servillo, Antonio Pennarella – 100 min. – Italia 2016.

Al centro della storia, il calvario di due gemelle siamesi, Viola e Daisy (le bravissime Marianna e Angela Fontana, gemelle per davvero), costrette a vivere dalla nascita collegate fra loro da una membrana fortemente vascolarizzata che univa i loro corpi lungo un’anca. Esse erano considerate (in famiglia e nella zona della Domiziana dove abitavano, fra fuochi, immondizia e prostitute) quasi la manifestazione di una straordinaria benevolenza di Dio, simili a porta-fortuna in carne e ossa, o a fenomeni da baraccone offerti dalla famiglia alla curiosità morbosa e superstiziosa dei numerosi che accorrevano e che, per vederle e poterle toccare, pagavano profumatamente. Ora, cresciute e diventate due belle ragazze, erano invitate ai matrimoni, ai battesimi e alle feste delle famiglie importanti, dove si esibivano anche come cantanti, poiché avevano una bella voce con la quale interpretavano le canzoncine molto orecchiabili e molto applaudite scritte dal padre (Massimiliano Rossi) per loro. Quel loro padre si occupava inoltre, con spirito manageriale, insieme a due zii e alla moglie (Antonia Truppo), di organizzare la loro vita “professionale”: era lui a decidere della loro presenza ai numerosi eventi a cui erano invitate, indicandone orario e programma, trattando i prezzi delle loro prestazioni, accompagnandole e riportandole a casa; era soprattutto lui a incassare il denaro e a distribuirlo fra tutti i comprimari, facendone finire ben poco però nelle loro tasche. Un padre-padrone, una presenza asfissiante al cui controllo era difficile sfuggire, soprattutto da quando su di loro cominciava a contare  anche lo spregiudicato prete locale (Gianfranco Gallo), con tanto di orecchino luccicante, non solo (forse) per guadagnare denaro, ma per ottenere adesioni e conversioni. La situazione si faceva molto pesante soprattutto per Daisy, la più inquieta delle due gemelle, che era stata lusingata e turbata da un’equivoca dichiarazione d’amore di un imprenditore locale, Marco Ferreri (Gaetano Bruno), uomo molto ricco, fra i più corrotti e viziosi.  La voglia di evasione di Daisy si era fatta più urgente allorché le parole di un un medico svizzero, colte al volo, le avevano fatto balenare la certezza che una semplicissima operazione chirurgica senza rischi, avrebbe potuto separarla da Viola con beneficio fisico per entrambe. Viola, molto insicura, era terrorizzata da una simile prospettiva; la famiglia, poi, spalleggiata dal prete, non intendeva proprio parlarne: l’ingiustizia a lungo patita, tuttavia, avrebbe fatto esplodere presto le contraddizioni insanabili e troppo a lungo ignorate.

Il regista ha saputo raccontare con finezza introspettiva il mutare del cuore di Daisy, nonché le paure di Viola e inoltre ha predisposto gli spettatori a seguire con partecipazione attenta e trepidante le lotte quasi disperate della fanciulla impegnata a rivendicare anche per la sorella i più elementari diritti umani. Il film nel suo complesso, però, non sempre mantiene questo carattere di verità psicologica: spesso la narrazione presenta uno sfondo con tratti documentaristici molto evidenti, in cui alla descrizione sociologico – ambientale della terra dei fuochi si affianca una rappresentazione antropologica ed etnologica pesantemente connotata dai cliché di un meridionalismo trucido, barbarico e selvaggio, nei confronti del quale il regista appare incerto tra la fascinazione estetizzante e la condanna morale. Nella terra dei fuochi di De Angeli convergono e convivono ancestrali e feroci superstizioni popolari (che gli abitanti locali condividono con gli immigrati africani) e il cinismo di chi pensa di sfruttarle, che sia il prete con l’orecchino, il padre schiavista feroce e torvo o il corrotto nababbo locale che vive sull’imbarcazione pacchiana fra odalische, champagne e orge. Questi mondi non sempre trovano, sul piano del linguaggio una forma espressiva coerente, che in complesso renda unitaria l’intera vicenda.

Vedendo comparire all’inizio del film il grande il logo di Medusa, qualcuno avrà pensato, come me, quanto corte fossero le gambe delle parole e degli anatemi di Paolo Sorrentino contro Fuocoammare? Il marketing aveva funzionato benissimo, ovviamente: tutti a vedere, commentare dopo aver naturalmente pagato il biglietto.
Meritavano la pena quelle dichiarazioni? Se si voleva lanciare un film, senza troppo badare ai modi e ai mezzi, ebbene sì; resta da chiedersi se il film, lanciato in questo modo spregiudicato, sia davvero tanto bello da svettare su un panorama italiano non proprio esaltante: io, per quanto poco conti, dico di no. Non credo, inoltre, francamente che un racconto così cupo e  crudele, non privo di ambigui compiacimenti, avrebbe impressionato favorevolmente i molto politically correct giurati dell’Academy.