Il segreto del suo volto


Schermata 2015-02-24 alle 15.16.21recensione del film:
IL SEGRETO DEL SUO VOLTO

Titolo originale:
Phoenix

regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Nina Kunzendorf, Michael Maertens, Imogen Kogge, Uwe Preuss – 98 min. – Germania 2014

Del regista tedesco Christian Petzold, lo stesso di La scelta di Barbara, è questo Phoenix, in italiano tradotto con Il segreto del suo volto. La traduzione è furbesca, ma fuorviante, poiché, nel riecheggiare un altro fortunato titolo molto simile*, autorizza una lettura eccessivamente patetica del film, che sebbene abbia alcune caratteristiche del mélo, è, nelle intenzioni del regista, assai più ambizioso.
Siamo in Germania, alla fine della seconda guerra mondiale. I segni della sconfitta sono dappertutto: Berlino, occupata dai militari di quattro diversi Paesi, è un cumulo di di macerie e di sporcizia, ma anche di vergogna e di dolore. Si vive nella speranza di voltare pagina al più presto, di guardare avanti, di rimuovere rapidamente rovine e passato per rinascere, come la Fenice mitologica, dalle proprie ceneri, lasciandosi alle spalle il disonore dei compromessi col nazismo che avevano coinvolto moltissimi comuni cittadini. Non è facile, però, perché col passato i conti non sono affatto chiusi: i pochi superstiti dei lager, sfigurati per le sofferenze inaudite, di cui portano indelebili segni, sono tornati e, cercando di ritrovare quel che resta (se resta)** di un tempo andato, per ricostruire l’identità perduta nell’umiliazione dei campi di sterminio, vorrebbero ricordare gli anni più sereni, quando le case non erano distrutte, quando gli amici, o addirittura le persone amate non avevano ancora tradito. Nella contraddizione insanabile fra chi cerca di dimenticare in fretta, mettendosi in pace la coscienza, e chi invece cerca di ricordare per ritrovare se stesso, scava il regista di questo film, presentandoci la storia di un uomo, Johnny (Ronald Zehrfeld, bravissimo), e di una donna, Nelly (una splendida Nina Hoss), un tempo innamorati marito e moglie, entrambi musicisti che si esibivano in un locale notturno, il Phoenix, ora miracolosamente riaperto. Lì i due si incontrano di nuovo, ma il volto ancora livido e tumefatto di lei e la magrezza del suo corpo non permettono a lui di riconoscerla. La figura di Johnny emerge in tutta la sua ambiguità: egli aveva probabilmente venduto Nelly, ebrea, alla Gestapo e ora che la crede morta vorrebbe mettere le mani sulla sua cospicua eredità. La presenza di lei, che finge di assecondare i suoi piani in attesa di rivelargli la verità, lo turba, però, e forse fa affiorare alla sua coscienza quel rimorso che avrebbe evitato volentieri. 

La vicenda procede, con una narrazione che oscilla fra il registro patetico-sentimentale e quello noir (con richiami abbastanza evidenti a La donna che visse due volte), verso una conclusione che forse è la parte migliore del film.
Il regista si è ispirato a un romanzo francese di Hubert Montheilet, opportunamente spostando in Germania il tema del ritorno dai campi di concentramento, così da affrontare un argomento poco trattato dal cinema tedesco; egli ha inoltre volutamente disegnato i due personaggi principali come emblemi della coscienza scissa dei tedeschi dopo la guerra. L’opera, alquanto debole sul piano narrativo, soprattutto perché i diversi registri del racconto non sembrano fondersi in modo sempre convincente, si fa seguire senza noia, grazie soprattutto alla credibilità umana che i due bravissimi interpreti conferiscono ai loro rispettivi personaggi.

Chi è interessato può leggere QUI un’intervista a Christian Petzold

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Il segreto dei suoi occhi (film argentino del 2009),

** è il titolo della poesia n° 76 del Quaderno di quattro anni di Eugenio Montale(1977)

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza


Schermata 2015-02-20 alle 01.16.26recensione del film:
UN PICCIONE SEDUTO SU UN RAMO RIFLETTE SULL’ESISTENZA

Titolo originale:
En Duva Satt På En Gren Och Funderade På Tillvaron

Regia:
Roy Andersson

Principali interpreti:
Holger Andersson, Nisse Vestblom, Lotti Törnros, Charlotta Larsson, Viktor Gyllenberg – 100 min. – Svezia 2014.

Schermata 2015-02-21 alle 22.27.27

Il titolo del film è ispirato al celebre dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, Cacciatori nella neve (1565), conservato a Vienna al Kunsthistorisches Museum: il piccione sul ramo si può notare in alto, al centro della scena.

Il tema di questo film, Leone d’oro all’ultimo Festival veneziano, è l’insensatezza del nostro vivere, raccontata attraverso 39 quadri, ovvero piani sequenza che volutamente conferiscono alle singole scene la staticità che connota l’intera pellicola. Il regista, infatti, intende portare sullo schermo lo svolgersi dell’umana commedia (o sarebbe meglio dire tragedia?) che, osservata dall’esterno, gli appare sostanzialmente immutata nel tempo e nello spazio, peggiorata, plausibilmente, dalla possibilità che la tecnologia dei nostri giorni, isolandoci dal mondo reale, ci protegga dal dolore e soprattutto da quello che procuriamo agli altri, poiché è in grado di trasformare i pianti e i lamenti di coloro che soffrono per il nostro egoismo e per i nostri pregiudizi, in canti melodiosi e dolci suoni che tranquillizzano le coscienze. Intrecciando, con perfetta naturalezza, episodi del presente, con altri che appartengono al passato storico della Svezia, egli non può che constatare il persistere della sopraffazione e della discriminazione nella vita quotidiana: nelle case, negli ospedali, nei laboratori scientifici, nei locali pubblici e persino nel grigiore delle deserte vie cittadine, i cui palazzi celano la vita che si svolge all’ interno grazie alle loro vetrate a specchio, la cui onnipresenza ossessiva sottolinea il narcisismo delirante che rende ciascuno incapace di comunicare davvero, di interessarsi empaticamente alle vicende dei suoi simili, persino a quelle dei parenti più cari, a cui ormai tutti si rivolgono con espressioni rituali e convenzionali di cortesia formale, che celano la più profonda indifferenza.

I trentanove episodi del film diventano perciò momenti di una grottesca rappresentazione dell’assurdità del vivere; i personaggi sono inconcludenti marionette meccaniche che recitano continuamente la parte che si sono attribuiti senza crederci: il loro volto infarinato nasconde la verità dei lineamenti e ne impedisce l’individuazione, di fatto resa impossibile dalla generale omologazione dei comportamenti e delle idee. La narrazione assume, per tutto il film, il carattere surreale di certe pellicole buñueliane, per l’ironia implicita nell’assurdità delle vicende e degli incomprensibili divieti, ma soprattutto per l’effetto straniante che deriva dal contrasto profondo fra i tragici fatti raccontati e il contesto cinico e avido in cui avvengono. Ciò è immediatamente visibile nei tre episodi che aprono il film, raggruppati col titolo Incontri con la morte, molto importanti sia perché ci danno la cifra stilistica di tutto il film, sia perché pongono da subito la questione fondamentale sottesa a tutti gli altri episodi: se, cioè, gli uomini siano stati o siano in grado di dare alla propria vita un senso: è significativo che le uniche scene a colori pieni del film siano quelle che rappresentano il senso possibile nell’amore e nella umana solidarietà.

Un film insolito, una narrazione originale, un Leone d’oro ben meritato.

Timbuctu


Schermata 2015-02-16 alle 11.31.16recensione del Film:
TIMBUCTU

Titolo originale:
Le chagrin des oiseaux

Regia:
Abderrahmane Sissako

Principali interpreti:
Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi, Kettly Noël, Mehdi A.G. Mohamed, Layla Walet Mohamed, Adel Mahmoud Cherif, Salem Dendou – 97 min. – Francia, Mauritania 2014.

Nello scenario del deserto del Mali una bellissima gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento della jeep sulla quale un gruppo di uomini incita a gran voce il guidatore a fiaccarne la resistenza, uccidendola in modo incruento: così, con questa sequenza crudele, si apre e, circolarmente, si conclude questo magnifico film, alla fine del quale, però, la gazzella assume, con un rapidissimo passaggio analogico, l’immagine di Toya, la bimba disperata, che tenta di sottrarsi agli stessi inseguitori, sopraffatta dalla stanchezza, dalla solitudine e dal dolore. Fra la prima e l’ultima scena del film si era consumata, infatti, la tragedia della sua famiglia, oltre a quella di altre famiglie simili, di beduini fieri e dignitosi, tutti accampati alle porte della città di Timbuctu, dove, serenamente seguendo le tradizioni della loro cultura millenaria, erano vissuti in condizioni di relativo benessere, facendo i pastori, come suo padre, oppure i pescatori lungo il fiume Niger, oppure allevando il pollame. Tutto era cambiato per loro da quando alcuni uomini armati, arrivati da lontano, ne avevano sconvolto le abitudini pacifiche e civili, imponendo norme e regole ispirate strumentalmente alla più rigida interpretazione del Corano e rendendo la vita molto difficile a tutti. Nessuno era stato in grado di opporsi al fanatismo dei conquistatori: non le donne, obbligate a indossare veli, calze e guanti per uscire dalle loro dimore, non i ragazzi, ai quali avevano vietato il gioco del calcio, non coloro che si amavano senza essere sposati (li attendeva la lapidazione, dopo la sepoltura fino al collo, nella sabbia ), e neppure chi cantava, o veniva sorpreso a fumare (a loro toccavano robuste dosi di frustate). Gli invasori avevano in questo modo sottratto alle donne, agli uomini e ai giovani, insieme alla libertà, anche ogni gioia di vivere, sebbene a sé, ipocritamente, riservassero il privilegio di fare di nascosto quelle stesse cose che proibivano agli altri, nel nome di Dio.

Il film nasce dall’interno del mondo islamico, di cui descrive la deriva fondamentalista e totalitaria, ciò che ha richiamato alla mia memoria un altro film bellissimo (1997) del grande regista egiziano Yussuf Chahine, Il destino*, che, pur nella diversa impostazione (Il destino è un film storico), dall’interno di quella stessa cultura, metteva in guardia contro ogni forma di intolleranza integralistica sempre in agguato. 
Abderrahmane Sissako, il regista di Timbuktu (originario del Mali, ma costretto a girare in Mauritania), esprime con voce tranquilla ed equilibrata una ferma protesta contro la barbarie di quel potere spietato, senza spettacolarizzare il dolore, senza ostentare rabbia, e senza chiedere vendetta. Appellandosi alla mente e al cuore degli spettatori, egli ha narrato la sofferenza di un popolo mite con linguaggio dolce e pudico, utilizzando il campo lungo per le scene più crudeli, e trasmettendoci immagini di indimenticabile bellezza, che ne rivelano la sensibilità d’animo, ma anche la profonda e sincretica cultura. Sissako ha, infatti, raccolto ed elaborato molte suggestioni del cinema occidentale, mantenendosi fedele alla sua formazione, che era avvenuta nel corso degli anni ottanta fra la Russia sovietica e la Francia. Non per nulla, dunque, la scena forse più incantevole di Timbuctu, che rappresenta i ragazzi che giocano al calcio senza pallone, mimando i gesti dei campioni, nelle loro magliette colorate, cita sorprendentemente la partita mimata dai tennisti di Blow Up!
Da non perdere!

*passato sui nostri schermi molti anni fa con la velocità di una meteora e ora non più disponibile neppure su DVD.

Turner


Schermata 2015-02-06 alle 21.49.46recensione del film:
TURNER

Titolo originale:
Mr. Turner

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley Manville – 149 min. – Gran Bretagna 2014.

William Turner (1775-1851), il più innovativo fra i pittori inglesi del primo Ottocento, viene raccontato in tutta la sua complessità in questo straordinario film biografico del grande Mike Leigh (Belle speranze, Another Year), che ricostruisce con grande rigore storico l’epoca in cui si sviluppano le vicende della sua vita, distribuendo lungo tutto il racconto, non solo perciò nei paesaggi e negli ambienti nei quali il pittore aveva concepito ed elaborato le sue opere, le magnifiche immagini della fotografia di Dick Pope che ha saputo coglierne impareggiabilmente i colori, le luci e le atmosfere. L’ultima fatica di Leigh si è protratta nel tempo, inevitabilmente, poiché il personaggio di cui ricostruisce la storia  è un uomo complesso, sulle cui contraddizioni e sulla cui autenticità (Mister Turner è, infatti, il titolo originale) si incentra molta parte del film. Egli era rude e brutale, di aspetto sgraziato e sgradevole; si esprimeva per lo più a grugniti; si comportava come un animale, soprattutto con le donne. D’altra parte lo splendore luminoso della sua pittura paesaggistica, la pietosa rappresentazione, sulla tela, dei naufraghi trasportati in catene dal continente africano da negrieri senza scrupoli, l’attenzione commossa alla musica con coloriture sentimentali, l’amore per il padre ci parlano di un uomo diverso, sensibile e intelligente, la cui presenza nel film avvertiamo attraverso almeno due scene emblematiche, che, secondo me, hanno quasi la funzione di cerniera utile a stabilire la continuità senza soluzione del suo essere duplice, dionisiaco, e, insieme, paradossalmente, apollineo. La prima ce lo descrive quando, tornato alla casa del padre dopo uno dei suoi molti viaggi continentali in cerca di ispirazione e di conoscenza, comincia a riportare sulla tela le sue impressioni di viaggio. Colpisce che egli lavori impastando le sue terre colorate, le biacche e gli oli con le mani che a poco a poco diventano tavolozza e pennello. Sul palmo di quelle mani egli valuta, infatti, la intensità dei colori che stenderà sulla tela, così come con le dita di quelle stesse mani  egli trasformerà gli effetti uniformi delle campiture più vaste, creando  profondità, sfumature, giochi delle ombre e di luci. Si tratta di un momento del film stupefacente per la sua significanza: l’uomo non teme lo sporco, la terra, la manualità della pittura; sembra, anzi, che se ne compiaccia, quasi che solo entrando nella confidenza più intima e carnale con gli elementi materiali del dipingere gli sia possibile ottenere quei sublimi effetti luminosi che gli permetteranno, nelle ultime opere, di attingere a una particolare forma di spiritualità, dematerializzando e disperdendo nella luce le ultime tracce di rappresentazione “naturalistica”. La seconda scena (che il regista gira accreditando una leggenda a lungo circolata, ma non documentata, sul conto dell’artista) descrive Turner che si fa legare saldamente all’albero di una nave durante una spaventosa tempesta, allo scopo di non farsene  travolgere, abbandonandosi, però, alla terribile potenza delle forze naturali, per diventare egli stesso elemento in sintonia con quella natura selvaggia e primigenia. La memoria corre a Ulisse, che nello stesso modo si era difeso dal canto malioso e distruttivo  delle Sirene, non rinunciando, tuttavia, a conoscerlo: l’arte avrebbe ricomposto in una superiore sintesi, sensazioni ignote e dolorose sofferenze.

Emerge dunque dal film il potente ritratto di un artista che, nonostante l’evidente e imbarazzata rozzezza nei rapporti d’amore*, aveva saputo infondere nelle proprie opere il fuoco profondo di un animo innamorato dell’arte e della bellezza, talvolta insospettabilmente delicato (nella pietà per la prostituta giovanissima, il cui corpo non vorrà violare o per la giovane annegata approdata sulla riva del mare), talvolta fiero nel dignitoso silenzio che quasi sempre oppone all’invidia ipocrita dei più noti pittori del tempo, da Constable a Hydon, così come all’attenzione ammirata, ma supponente, del giovane Ruskin, il futuro grande critico. Egli, inoltre, ignorando i complimenti e i consigli interessati, difende la propria opera preservandone l’integrità complessiva, evitandone la dispersione nelle mani dei mercanti d’arte e disponendone, invece, la donazione allo stato inglese, in modo che, nello spazio pubblico di un museo, tutti i cittadini possano ammirarla e goderla.
Lo splendore straordinario delle immagini, la verità della narrazione, condotta con scrupolo filologico e la superba recitazione di tutti gli attori, del protagonista Timothy Spall, in primo luogo (gli è valsa la Palma d’oro a Cannes), ripagano largamente della inevitabilmente lunga durata della pellicola.

* il film ci parla dell’indifferenza astiosa per Sarah Danby, madre delle due figlie, mai amate; della brutalità degli assalti “usa e getta” alla fedele domestica e anche della tiepida relazione tardiva con la gentile e generosa vedova Booth, con la quale egli avrebbe condiviso, senza troppa continuità, gli ultimi anni della vita.

Gemma Bovery


Schermata 2015-01-30 alle 12.42.42recensione del film:
GEMMA BOVERY

Regia:
Anne Fontaine

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Gemma Arterton, Jason Flemyng, Isabelle Candelier, Niels Schneider, Mel Raido, Elsa Zylberstein, Pip Torrens, Kacey Mottet Klein, Edith Scob, Philippe Uchan, Pascale Arbillot, Marie-Bénédicte Roy, Christian Sinniger, Pierre Alloggia, Patrice Le Mehauté, Gaspard Beaucarne, Marianne Viville – 99 min. – Francia 2014.

Ormai stanco della vita parigina, nonché dei finti stracci del suo abbigliamento da bobo (bourgeois-bohemien), Martin Joubert  aveva deciso di dedicarsi per davvero alla vita semplice e schietta, secondo il dettato della natura e non della moda, e si era perciò trasferito in Normandia dove aveva riaperto la panetteria di famiglia abbandonata da molto tempo. Nessun rimpianto per la vita di Parigi: lontano dai veleni dell’aria e delle false amicizie, egli aveva imparato a impastare e panificare in modo eccellente le più varie farine biologiche, mescolandole con arte sopraffina, e, inoltre, nel verde selvaggio di quella regione, aveva potuto dedicarsi placidamente alla lettura e rilettura del suo amatissimo Flaubert, avvantaggiandosi della serenità che gli proveniva da quella vita solitaria, ora che anche la pace dei sensi gli sembrava raggiunta. Erano comparsi, però, a turbare la sua esistenza tranquilla, due coniugi inglesi, che, alla ricerca anch’essi di una vita meno caotica e più naturale, avevano acquistato una casa proprio vicina alla sua, i signori Bovery: un uomo alquanto insignificante lui, Charlie; una giovane donna bella e sensuale lei, Gemma.
Che i loro nomi evocassero quelli di Charles ed Emma Bovary appare a tutti evidente; per un flaubertiano appassionato come Martin, però, quei nomi erano i segnali quasi certi che la storia già scritta ora si stava inverando davanti ai suoi occhi, proprio in quella Normandia nella quale lo scrittore l’aveva concepita: in quello spazio infatti Emma e Charles rivivevano nella coppia di inglesi, che parevano riprodurne quasi il carattere e i comportamenti. Martin seguiva gli sviluppi dei loro rapporti prevedendoli e manifestava un sentimento un po’ geloso e un po’ preoccupato osservando gli amori adulterini di lei, nella convinzione che alla fine, come Emma nel romanzo, anche Gemma avrebbe posto fine alla propria vita avvelenandosi coll’arsenico. Proprio per evitare questa morte annunciata, egli aveva predisposto una strategia, che infine si era rivelata del tutto inutile, se non dannosa, poiché la sorte della donna sarebbe stata decisa soprattutto dall’insipienza grottesca sua e di altri due uomini, tutti e tre, in modo diverso, innamorati di lei.

Questo è un piccolo film assai sofisticato: Anne Fontaine, la regista, si ispira alla Grafic Novel (ora diventata un libro tradotto anche in italiano) dal titolo Gemma Bovery, della fumettista inglese Posy Simmonds, che si era, a sua volta, ispirata al romanzo di Flaubert.
Con molta abilità  la regista ha utilizzato molto bene la recitazione di due attori eccellenti: Fabrice Luchini, non nuovo nel ruolo dell’uomo solitario amante della letteratura che si interroga sul rapporto fra arte e vita (Molière in bicicletta - Nella casa) e Gemma Arterton, bellissima e già interprete, in Tamara Drewe,* della donna fascinosa che arriva in un paesetto tranquillo e riesce a turbare la vita dei suoi abitanti. La regista ha inoltre adottato un registro narrativo prevalentemente ironico, di un’ironia molto raffinata e indulgente e ha dato vita a un film che è anche un gioco sottile di citazioni e di rimandi all’opera flaubertiana, di cui spesso proprio Luchini-Martin rovescia con grazia il significato, consegnandoci, infine, un’opera equilibrata, divertente e molto godibile, dall’inizio alla fine.
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*anche Tamara Drewe, girato nel 2009 dal regista Stephen Frears era stato tratto da una Graphic Novel della Simmonds.

Corri ragazzo corri


Schermata 2015-01-28 alle 15.36.09recensione del film:
CORRI RAGAZZO CORRI

Titolo originale:
Lauf Junge lauf

Regia:
Pepe Danquart

Principali interpreti:
Andrzej Tkacz, Jeanette Hain, Rainer Bock, Itay Tiran, Katarzyna Bargielowska, Zbigniew Zamachowski, Elisabeth Duda, Urs Rechn, Sebastian Hülk, Grazyna Szapolowska, Olgierd Lukaszewicz, Miroslaw Baka, Izabela Kuna, Przemyslaw Sadowski – 108 min. – Germania, Francia, Polonia 2013

E’ uscito per pochi giorni questo film, ispirato a un romanzo di Uri Orlev che è la storia vera del cittadino israeliano Yoram Friedman. Il film meriterebbe una lunga permanenza nelle nostre sale, sia per la sua bellezza intrinseca, sia perché il suo contenuto storico, morale e civile dovrebbe essere conosciuto da tutti, soprattutto in un paese come il nostro, dalla memoria troppo corta. La mia recensione è un invito a chi se lo fosse perso, a vederlo, sia pure solo nella versione in DVD, che spero esca al più presto.

Dopo il rastrellamento nazista del Ghetto di Varsavia, il padre del piccolo Srulik aveva sacrificato coscientemente la propria vita pur di agevolare la fuga del suo bambino, affidandogli le ultime e terribili parole, il significato profondo delle quali egli, solo a guerra finita, avrebbe compreso compiutamente. Quelle parole paterne lo invitavano a mettersi innanzitutto in salvo, a qualsiasi costo, dimenticando il proprio nome, i suoi cari e tutto quanto di bello e di amabile egli aveva conosciuto fino a quel momento, ma gli raccomandavano anche e soprattutto di non tradire mai le proprie origini, avendo sempre e comunque presente di essere ebreo.
Iniziò pertanto, col falso nome di Jurek, la drammatica fuga del piccino attraverso le foreste della Polonia, giorno dopo giorno, in ogni stagione dell’anno, anche quando il gelo non dava tregua e la fame si faceva sentire più acuta. Durante quegli anni tremendi, prima che i soldati russi attraversassero le frontiere polacche, liberando quelle terre e anche gran parte dell’Europa dall’incubo nazista, Jurek aveva incontrato altri bambini in fuga come lui, contadini polacchi che l’avevano accolto e fatto lavorare in cambio di cibo, donne che gli avevano fatto da madre nei momenti più duri, famiglie che gli avevano insegnato le preghiere cattoliche, sperando anche in questo modo di sottrarlo alla caccia dei nazisti. Altri incontri, però, erano stati molto difficili e gli avevano rivelato il volto bestiale dell’odio, come  quando si era imbattuto in uomini e donne senza scrupoli e incapaci di compassione, le cui infamie più efferate erano spesso il frutto della sete di denaro che avrebbe compensato le loro delazioni, ma anche il prodotto avvelenato del razzismo antisemita che penetrando, purtroppo, nei cuori e nelle menti, aveva imbarbarito le coscienze di troppi. A Jurek era persino capitato di vedersela con un ufficiale delle SS, che, impressionato dal suo coraggio, aveva desistito dal feroce inseguimento.

Alla fine della guerra, ormai adolescente, portando nel corpo i segni indelebili dell’ottusa persecuzione di cui era stato vittima, il ragazzo, aveva dovuto scegliere fra l’affetto protettivo della famiglia cattolica che l’aveva adottato, e l’incognita di un suo inserimento nell’orfanotrofio della Comunità Ebraica che intendeva farlo arrivare, insieme ad altri orfani, alla terra di Israele: solo allora le ultime parole del padre ne avrebbero determinato destino.
Non rivelo altro su questo film, ma ne raccomando la visione, augurandomi che siano soprattutto le scuole a utilizzarlo, perché occorre davvero che i più giovani sappiano e ricordino: a prescindere dai pregi estetici, pur presenti nella pellicola, questo è un film che deve essere visto.

Due biografie: 1)The imitation Game; 2) La teoria del tutto


Pochi i buoni film, in questo momento: se si eccettuano i grandi film del passato, restaurati e riproposti, le novità più interessanti non si vedono, non perché manchino (che fine hanno fatto, per esempio, il Leone d’oro e gli altri premiati di Venezia?), ma più probabilmente per il desiderio della distribuzione  di incrementare gli incassi delle pellicole più commerciali del periodo natalizio. Siamo perciò tutti costretti ad accontentarci di ciò che passa il mercato, che non è di grande qualità. Speriamo in meglio. Offro ai lettori due recensioni nello stesso post: al centro di entrambi i film (in verità alquanto modesti) sono due scienziati, assai importanti di cui vengono raccontate le sorprendenti biografie.

Schermata 2015-01-20 alle 23.56.13THE IMITATION GAME

Regia:
Morten Tyldum

Principali interpreti:
Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear – 113 min. – Gran Bretagna, USA 2014.

Alan Turing (1912  1954) fu un celebre matematico londinese, logico ed enigmista, la cui vita il regista norvegese Morten Tyldum ricostruisce a partire dal momento più drammatico per la storia britannica, durante la seconda guerra mondiale, quando egli fu assunto dal controspionaggio del suo paese. Gli era stato affidato l’ arduo compito di indirizzare e coordinare il lavoro del gruppo di matematici di Bletchley Park, impegnati a decifrare i dispacci nazisti, penetrando nei codici criptati della macchina Enigma, modificati dopo che il controspionaggio polacco era riuscito a carpirne parzialmente i segreti. Gli studi e le intuizioni di Alan Turing, che per raggiungere lo scopo aveva concepito e fatto costruire una “macchina” antesignana dei computer, permisero la realizzazione di Colossus, il calcolatore mastodontico decisivo per decifrare i piani della Germania hitleriana e vincere la guerra. L’interesse del film non è però tanto nel racconto di questa vicenda molto nota e più volte raccontata anche dal cinema, quanto nella evocazione della difficoltà fra le quali Alan Turing fu costretto a vivere, dissimulando la propria omosessualità, considerata reato da sempre e persino negli anni ’50 del Novecento nel “civile” Regno Unito. Ingrata e incurante dei suoi meriti, la sua patria, infatti, lo processò, dopo averlo arrestato, costringendolo a scegliere (si fa per dire!) fra un certo numero di anni di galera e la castrazione chimica, insopportabile tortura farmacologica che, dopo un anno, lo avrebbe indotto al suicidio. Il film, che sviluppa l’argomento intersecando con numerosi flashback i piani temporali degli anni della guerra e di quelli successivi, è nell’insieme assai  piatto e tradizionale, anche se si avvale di buoni attori, soprattutto di Benedict Cumberbatch, che, nel difficile ruolo di Alan, uomo introverso e timido, dal comportamento impacciato, convince pienamente.

Schermata 2015-01-20 alle 23.57.14LA TEORIA DEL TUTTO
Titolo originale:
The Theory of Everything

Regia:
James Marsh.

Principali interpreti:
Eddie Redmayne, Felicity Jones, Charlie Cox, Emily Watson, Simon McBurney – 123 min. – Gran Bretagna 2014.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, è un famosissimo verso di Eugenio Montale, che nega, in uno dei più celebri Ossi di seppia (Non chiederci la parola…) che il poeta possa spiegare la complessità del nostro animo e del nostro comportamento con esaustiva brevità o che sia in grado di rispondere alle domande di senso che da sempre l’uomo si pone. Si direbbe, però, che questi versi, che mi sono tornati alla memoria durante la visione del film, si attaglino solo ai misteriosi meandri della intuizione poetica, perché la formula che mondi possa aprirti  (la teoria che spiega il tutto) sembra invece plausibile dopo gli studi di uno dei più celebri scienziati dei nostri giorni, il fisico Stephen Hawking, nato a Oxford nel 1942. Dotato di eccezionali doti di intuito e di intelligenza il giovanissimo Stephen aveva elaborato  a Cambridge, fra il 1965 e il 1970, la spiegazione circa l’origine e l’evoluzione continua dell’universo, secondo un movimento di espansione che avrebbe avuto inizio col “big bang”, l’esplosione dalla quale scaturirono lo spazio e il tempo, strettamente correlati, in cui si colloca l’uomo insieme a ogni forma di esistenza (spero di avere ben compreso; chiedo scusa della banalizzazione agli amici fisici che mi leggeranno inorriditi). Il racconto degli studi a Cambridge del giovane astrofisico si alterna a quello della sua salute, estremamente fragile fin dall’adolescenza. Nel 1963, dopo accurati esami, gli fu diagnosticata, infatti, una malattia neurologica degenerativa, destinata a  procurargli una gravissima paralisi progressiva e la morte nel giro di due anni. La prognosi era evidentemente sbagliata, visto che Hawking è ancora vivo, ma la diagnosi si rivelò attendibile, poiché la paralisi procedeva inesorabilmente. Egli, tuttavia, riuscì a portare avanti i propri studi grazie all’aiuto di Jane, la giovane innamorata di lui, che come lui studiava a Cambridge (letteratura francese e spagnola) e che aveva rinunciato a sé e al proprio futuro per sposarlo, assicurandogli le cure e l’assistenza necessaria affinché continuasse a lavorare alle sue importanti scoperte e a scriverne. Il film, ovviamente, sviluppa i due temi, quello della ricerca scientifica e quello della salute del ricercatore in modo vistosamente asimmetrico, privilegiando il secondo rispetto al primo, non solo perché è più facile il racconto di un malato che, pur deformato nel corpo e minacciato continuamente di morte, mantiene lucidissima la propria mente, ma soprattutto perché la storia dell’amore fra Stephen e Jane, allietata dalla nascita di tre figli, è più commovente di quella dell’evolversi di un pensiero scientifico capace di spiegare ogni cosa. Ne deriva un’opera alquanto lacrimosa, di quelle che poco apprezzo. L’attore Eddie Redmayne è molto bravo, forse anche troppo.

Barry Lindon


Schermata 2015-01-13 alle 21.39.20recensione del film:
BARRY LINDON

Regia:
Stanley Kubrick

Principali interpreti:
Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger, Steven Berkoff, Gay Hamilton, Marie Kean, Diana Körner, Pat Roach, Murray Melvin, Frank Middlemass, André Morell, Arthur O’Sullivan, Godfrey Quigley, Leonard Rossiter, Philip Stone, Michael Hordern – 184 min. – Gran Bretagna 1975.

Restaurato dalla Cineteca di Bologna é tornato in molte sale italiane,nella versione originale in lingua inglese, questo celebre film di Stanley Kubrik, uno dei più belli della storia del cinema, ancora incantevole, anche dopo quarant’anni dalla sua prima proiezione. Ricompaiono nel loro splendore i colori originali dello scenario naturale, ispirato ai dipinti dei paesaggisti inglesi  fra Sette e Ottocento, dalla Malvern Hall di John Constable, alla Passeggiata del mattino di Thomas Gainsborough, alla pittura equestre di George Stubbs; così come riappare in tutta la sua suggestione la penombra degli interni, ravvivata spesso dal fulgore delle candele accese (l’unica luce artificiale di cui il regista aveva voluto avvalersi), insieme alle citazioni di  William Hogarth, dello svizzero Johan H. Fussli, o del tedesco Johann J. Zoffany*. L’attenzione filologica di Kubrick nel ricostruire con precisione ogni aspetto dello scorcio di Settecento che andava raccontando, attraverso la storia del personaggio di Redmond Barry, emerge anche nello splendore dei costumi, la cui realizzazione valse l’Oscar alla nostra costumista, Milena Canonero**, mentre l’eccezionale colonna sonora, che spazia da Haendel a Schubert, a Mozart, a Vivaldi, a Bach fino alle musiche irlandesi, accompagna, grazie alla modulazione dei tempi di esecuzione, l’ironia del racconto, sottolineata dalla voce narrante, funzionale alla distanza critica che il regista intende mantenere fra sé e il piccolo irlandese ambizioso, di cui descrive le gesta. Il film si ispira al romanzo picaresco di William M. Thackeray, pubblicato a puntate nel 1844, col titolo The Luck of Barry Lyndon, molto liberamente, però: non è infatti narrato in prima persona, e ne mantiene solo in parte il carattere avventuroso, poiché Kubrick è molto più interessato a cogliere la dinamica dei fatti storici, sociali ed economici, all’interno dei quali collocare il tentativo di ascesa ai più alti gradi della società di Redmond Barry, l’orfano di padre, povero, accolto ancora adolescente nella famiglia degli zii, proprietari terrieri in piena decadenza, costretto dagli eventi a diventare soldato al servizio dell’alleanza anglo-prussiana, durante la Guerra dei sette anni (1756 – 1763). L’ attenzione del regista è tutta rivolta a individuare i meccanismi, per lo più spregiudicati e fraudolenti, attraverso i quali il giovane aveva dato la scalata all’alta società del suo tempo, diventando molto ricco, e riuscendo a sposare Lady Lyndon, ma restando escluso dai giochi del potere politico, ancora (non per molto!) nelle mani dell’aristocrazia e del clero. La rivoluzione americana e poi quella francese avrebbero rimescolato presto le carte e sovvertito il vecchio ordine sociale, ma ormai Redmond, vecchio e mutilato, sarebbe rimasto fuori da ogni gioco. Si accontenterà, infatti, di sopravvivere con l’esiguo vitalizio che proprio Lady Lyndon avrebbe autorizzato a pagare, su proposta dell’odiato figliastro, Lord Bullington, che gli aveva ingiunto, in cambio, di allontanarsi da lei per sempre. Siamo nel 1789, a pochi mesi dal 14 luglio!

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Questa breve e modestissima recensione di un’opera notissima, oltre che un invito a vedere il film restaurato, ancora presente in molte sale, è anche il mantenimento di un impegno che qualche mese fa avevo liberamente (e forse incautamente) preso con uno studioso di filosofia, il dottor Giancarlo Chiariglione, che. forse sopravvalutandomi, mi aveva inviato un interessantissimo saggio dal titolo: Hobbes, Nietzsche e la rivoluzione fallita di Barry Lyndon. Avevo segnalato nel mio blogroll questo studio, ma avevo anche promesso al suo autore una nuova segnalazione nel caso in cui mi fossi occupata anch’io del film.

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*Un’analisi accurata dei rapporti fra le scene di questo film e la tradizione pittorica europea dell’epoca cui si ispirò il regista si può trovare QUI;

**QUI potete leggere l’ intervista attraverso la quale Milena Canonero racconta la sua collaborazione con Kubrick per questo film.

American Sniper


Schermata 2015-01-08 alle 15.47.15recensione del film:
AMERICAN SNIPER

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban, Keir O’Donnell, Kyle Gallner, Sam Jaeger, Brando Eaton, Brian Hallisay, Eric Close, Owain Yeoman, Max Charles, Billy Miller, Eric Ladin, Marnette Patterson, Greg Duke, Chance Kelly – 134 min. – USA 2015.

Kyle (Bradley Cooper) è un texano DOP, che aveva imparato fin da bambino che gli esseri umani possono essere come i lupi, aggressivi e violenti, come le pecore, miti e docili, oppure come i cani pastori che proteggono le pecore dagli attacchi dei lupi. Da questa visione antropologica, alquanto semplicistica, egli non si sarebbe mai allontanato, neppure da adulto, specialmente dopo che l’ 11 settembre 2001 gli aveva confermato che i lupi esistono, eccome! Dopo il crollo delle Twin Towers, pertanto, egli, non volendo essere pecora, si era messo a disposizione della Patria, arruolandosi nei corpi speciali che sarebbero partiti per le terre dei “lupi”, prontamente individuate dal governo americano, che infatti aveva messo in piedi in poco tempo due guerre orribili, le cui conseguenze continuano a farsi sentire in tutto il mondo. Valutando le sue eccezionali doti di precisione nel tiro, Kyle, dopo un durissimo allenamento, era stato scelto per la guerra in Irak, dove si era segnalato per la intelligente copertura che era riuscito quasi sempre a fornire ai suoi commilitoni impegnati nella ricerca dei terroristi: nessuna strage inutile, nessun colpo a vuoto, 160 bersagli raggiunti, il miglior cecchino della storia degli Stati Uniti. Va da sé che i bersagli raggiunti fossero esseri umani, uomini, donne, ragazzi, e anche un bambino, a cui la madre aveva appena consegnato una bomba destinata a far saltare in aria un blindato occupato dai suoi compagni d’armi. E’ la dura logica della guerra: Kyle colpisce e uccide, ma lo fa per difendere il proprio paese, gli uomini che si fidano di lui, se stesso e, in fondo, anche se indirettamente, la propria famiglia che ha diritto di vivere nella pace e nella sicurezza garantita proprio dall’eroismo coraggioso dei soldati. Non farlo equivarrebbe a morire o a far morire, cioè a diventare pecora, non assumendo le proprie responsabilità. I lupi, in fondo (Kyle lo ribadisce più volte), sono dei selvaggi, i cui valori non meritano alcuna considerazione. Intorno ai soldati si stringe tutta l’America, quella delle famiglie, dei bambini belli, ben nutriti e puliti, che grazie alla guerra condotta da un pugno di coraggiosi eroi che diventeranno leggendari, potranno continuare a vivere nel migliore dei mondi possibili.

La guerra, però, non è una bella cosa, e lascia tracce indelebili nel fisico, nel cuore e nella mente di chi l’ha combattuta, tanto che lo stesso Kyle non sarà più la persona di prima: era stato un marito innamorato della sua Taya (Sienna Miller) e anche un padre tenerissimo, ma ora sembra vivere altrove, inseguendo i fantasmi della sua mente in una vita solo sua, che non intende comunicare ad altri, cosicché è costretto, molto riottoso, a ricorrere allo psicologo, che tenta di riadattarlo alla vita civile. Per fortuna, dunque, anche Kyle- la leggenda (come viene chiamato), o cane da pastore, se preferite, è travolto dalle contraddizioni (non dall’assurdità, come si sostiene su MyMovies) della guerra, sulla liceità della quale, per altro, non nutre dubbi di sorta, ça va sans dire.

Clint Eastwood ci presenta un film molto classico, coinvolgente, ben diretto e ben interpretato (sarebbe stato davvero strano l’opposto). Riconosciuti questi meriti, devo dire che non l’ho amato affatto (si sarà capito!), in primo luogo perché non credo che la guerra sia l’unica risposta possibile alle escalation terroristiche, in secondo luogo perché non mi piace la weltanschauung sottesa a tutto il film: sarà che non sono texana (sono certa, però che esistano molti texani meno reazionari), né mi piace il semplicismo manicheo, né comprendo le ragioni per le quali una guerra voluta da Bush e dai repubblicani, venga presentata come il dato di fatto, indiscutibilmente giusto, da cui prende l’avvio il racconto. Non amo, infine, la confusione fra vendetta e giustizia, né approvo la legge del taglione, né mi piace che Kyle decida di sposare Taya, che amava profondamente, solo dopo essersi accertato che anche lei volesse dei figli (per educarli alla texana, I suppose!).
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Segnalo il seguente link, che mi fa sentire meno sola  nel giudizio sul film.
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Segnalo anche questo articolo, dall’Espresso, abbastanza condivisibile

Gioventù bruciata


Schermata 2015-01-03 alle 09.00.46recensione del film:
GIOVENTU’ BRUCIATA

Titolo originale:
Rebel Without a Cause

Principali interpreti:
Nicholas Ray. Con Natalie Wood, James Dean, Sal Mineo, Dennis Hopper, Jim Backus, Ian Wolfe, Ann Doran, Corey Allen, William Hopper, Rochelle Hudson, Virginia Brissac, Beverly Long, Nick Adams – 111 min. – USA 1955

 

L’amica Gianna Montanari mi ha inviato la sua recensione di Gioventù Bruciata, il celeberrimo film del 1955 che è legato indissolubilmente alla memoria di James Dean. Gianna lo ha visto recentemente, poiché, dopo il restauro, il film è stato proiettato, per un solo giorno, al cinema Massimo di Torino (Museo del cinema). Grazie a Gianna!

Il film diretto da Nicholas Ray nel 1955 mi è parso ancor oggi molto bello sia per la bravura degli attori che per la grandezza della regia, anche se forse, adesso, può apparire ingenuo. Ci sono scene indimenticabili e con una forte valenza simbolica, come l’inquadratura capovolta quando Jim sdraiato guarda il mondo da sotto sopra, e scene suggestive come la lezione nel Planetarium, la corsa folle delle automobili sulla scogliera nella sfida mortale fra Jim Stark e il suo antagonista Buzz, il via alla corsa dato gioiosamente dalla giovanissima Natalie Wood, nella parte della sedicenne Judy.
James Dean entra pienamente nella parte di Jim e le espressioni del suo viso, su cui sembra che passino, trasparenti, i suoi pensieri sono perfette. Notevole anche Sal Mineo nella parte di John ‘Plato’ Crawford, il ragazzino che dopo la separazione dei genitori vive con la governante di colore; è in possesso di una pistola che sembra renderlo forte in un mondo in cui non si fida più di nessuno. Per lui Jim diventa un mito, vorrebbe avere un padre come lui.
La scena iniziale del film si apre in una stazione di polizia dove sono finiti per ragioni simili i tre giovani personaggi principali, che ancora non si conoscono fra loro. Li accomuna il conflitto con la famiglia. È davvero “gioventù bruciata”? Il titolo originale del film è “Rebel without a cause”, “Ribelli senza una ragione”; ma in realtà nel film le ribellioni alla famiglia o, in generale, al mondo degli adulti di Jim, Plato, Judy hanno delle ragioni, sia pure presentate con un semplicismo che pare tagliato con l’accetta: Jim non sopporta che il padre sia umilmente sottomesso alla nonna e alla madre possessive e decisioniste, che si trasferiscono da un paese all’altro ogni volta che il figlio ne combina una, senza cercare di capirne il disagio; la sottomissione del padre appare con evidenza plateale nel grembiule da cucina che egli indossa; Plato non sopporta di essere stato dimenticato dai genitori da quando si sono separati; Judy si sente offesa dalla rigidità del padre, che teme i baci e le effusioni della figlia non più bambina. All’interno di questo quadro s’inserisce l’innamoramento di Jim e Judy, raccontato con pudore e tenerezza.
Al ribellismo di Jim si contrappone la violenza e l’arroganza della banda di ragazzi capeggiata da Buzz, che prende di mira il nuovo arrivato gratificandolo di lazzi e scherzi violenti; la prova che Jim dovrà superare per dimostrare di non essere un vigliacco è la chicken run, che consiste nel guidare l’automobile ai bordi di una scogliera; chi, fra lui e l’antagonista Buzz, si butterà fuori dalla macchina per ultimo vincerà la sfida. Jim si butta fuori in tempo per non finire in mare, mentre Buzz si trova con una manica impigliata nella maniglia, per cui non riesce ad aprire la portiera e precipita giù dalla scogliera.
Anche se i loro comportamenti possono sembrare simili, c’è differenza tra Jim e i ragazzi della banda: per questi ultimi i valori dominanti sono la prepotenza e la violenza come autoaffermazione (ma Buzz, un momento prima della tragica sfida, dice a Jim: tu mi piaci), invece Jim è consapevole del suo comportamento, anche quando dice di essere confuso, e dei suoi errori; di fronte alla violenza degli altri non rinuncia a pensare e non si fa travolgere dalla paura. Dopo il tragico epilogo della corsa sulla scogliera vuole andare dalla polizia a raccontare quanto è accaduto, senza sottrarsi alle sue responsabilità (oltre tutto, guidava un’auto rubata), mentre i genitori, soprattutto la madre, insistono perché faccia finta di niente. Non è, quindi, un vigliacco (questo è ciò che doveva dimostrare alla banda, e a se stesso); l’eroe ribelle diventa alla fine del film un eroe positivo: dopo essersi rifugiato con Judy e Plato nel “castello” disabitato, dove si svolge l’ultima, avventurosa parte del film, fa di tutto per mettere in salvo Plato, diventato aggressivo e ingovernabile per il terrore, ma non riesce a impedire che la polizia spari al ragazzo, credendolo armato; “Hai fatto tutto quello che poteva fare un uomo” gli dice il padre, che finalmente riconquista il suo ruolo maschile in famiglia. L’amore fa miracoli e d’ora in avanti Judy si sentirà protetta da Jim.
Un altro aspetto del film da notare è il modo positivo in cui viene rappresentata la polizia: nella scena iniziale i tre ragazzi sono trattati con rispetto e comprensione dai poliziotti; in particolare l’agente Ray Fremick, interpretato da Edward Platt, conquista la fiducia di Jim, tanto che il ragazzo lo cercherà dopo il tragico epilogo della corsa sulla scogliera.
Rispetto alla cinematografia odierna americana, in cui spesso sono presentate situazioni di disagio familiare estremo (penso ad esempio ai Misteri di Osage County) da cui non c’è riscatto, Gioventù bruciata si può ancora definire un film a lieto fine, nonostante i due ragazzi morti: Jim ha superato la violentissima crisi adolescenziale e si prepara a diventare un adulto. (Gianna Montanari)