Tesnota

recensione del film:
TESNOTA

Titolo inglese dell’edizione internazionale :
Closeness

Regia:
Kantemir Balagov

Principali interpreti:
Atrem Cipin, Olga Dragunova, Veniamin Kac, Darya Zhovnar, Nazir Zhukov – 118 min. – Francia 2017.

È l’opera prima di Kantemir Balagov, il promettente regista caucasico, nato nel 1991, che ebbe in Sokurov un eccezionale maestro all’Università. Presentata a Cannes (Un certain regard – 2017), ha raccolto molti consensi e ottenuto il premio per la miglior regia, nonché il FIPRESCI della critica internazionale cinematografica. Oggi è in Italia, nelle sale.

Il contesto

Fra il Mar Nero e il Mar Caspio è situata l’area geografica del Nord caucasico lungo il quale la Repubblica Kabardino-Balkarskaja, insieme agli stati contigui dell’Ossezia del Nord e della Cecenia, delimita le frontiere sud-occidentali della Confederazione russa.
La sua capitale è Nalchik, in territorio Kabardo, dove era cresciuto il regista che, in questo suo primo film, racconta efficacemente la realtà del luogo, abitato da una popolazione multietnica, che nel 1998 era sul punto di deflagrare, proprio come i confini instabili dell’Impero ex sovietico. Una gran parte della popolazione autoctona dei Kabardi musulmani non era insensibile, infatti, agli appelli per la costituzione di uno stato islamico confederale e autonomo dalla Russia lungo le vie del petrolio, dal medio-oriente, alla Turchia, all’Afganistan: una polveriera stava esplodendo e aveva già determinato la prima guerra dei Ceceni separatisti contro lo stato russo, mentre i guerriglieri, che diffondevano per televisione i veleni della propaganda islamista più radicale, trovavano udienza e seguito anche fra i Kabardi dei più sperduti villaggi.

Ilana

1998 – Un fatto di cronaca è all’origine del film che, raccontandoci la tragedia che aveva sconvolto una famiglia di ebrei, mette in luce la crisi dilagante fra le diverse etnie.
Nei pressi di Nalchik la famiglia di Avi e Adina viveva, nel rispetto delle tradizioni proprie e di quelle altrui, dei proventi dell’officina meccanica di Avi aiutato dalla ventiquattrenne figlia Ilana (la bravissima Darya Zhovnar), che, nonostante i modi da maschiaccio, aveva scoperto la tenerezza dell’amore per Zalim (Nazir Zhukov), e si ritagliava, affrontando ogni volta l’opposizione materna, qualche spazio di libertà per partecipare, dopo il lavoro, con gli amici kabardi di lui, a qualche bevuta, all’ascolto di un po’ di rock, e al ballo liberatorio scatenato dalla musica.

La vita in famiglia le era insopportabile, con quella madre così acriticamente sottomessa al volere del marito e alle decisioni della comunità ebraica: le tradizioni e le abitudini solidali, che avevano connotato la vita delle minoranze  ebraiche dai tempi della diaspora, le sembravano del tutto incompatibili con la vita moderna.
Eppure, quegli stessi antichi valori le sarebbero tornati alla mente quando una festosa serata per celebrare la promessa matrimoniale tra suo fratello David (Veniamin Kac) e Julia si era conclusa col sequestro dei due fidanzati operato da un gruppo di terroristi kabardi: ingente la somma richiesta per il loro rilascio, mentre le divisioni e gli egoismi nella comunità ebraica spingevano la famiglia a concludere in tutta fretta l’accordo per farla sposare, come avevano da sempre sperato, col ricco corteggiatore in grado di donare l’intera somma del riscatto… Anche se neppure per un attimo Ilana aveva pensato di accettare un simile compromesso per salvare David, era stata costretta tuttavia a fare i conti con la nuova realtà avvertendo tutto il peso della propria condizione di donna senza libertà sia nell’ambito familiare, sia in quello della comunità ebraica a cui, nonostante le sue riserve, apparteneva.

Il film assume i toni di un noir (i cui sviluppi perciò non rivelerò per non togliere a chi mi legge il piacere di vederlo), ma tiene insieme parecchi temi di grande complessità mantenendo viva la nostra attenzione grazie all’equilibrio che il regista raggiunge inserendoli nella vicenda con naturalezza, senza appesantirla, nonostante la durata vicina alle due ore.
A indirizzare la nostra interpretazione è soprattutto quel particolare titolo internazionale: Closeness che come l’originale balcanico (bulgaro) Tesnota indica una vicinanza così stretta da produrre un senso di soffocamento, e perciò stesso di angoscia, di cui è ora pienamente cosciente Ilana, l’intelligente e infelice personaggio protagonista della pellicola, incolpevole vittima della condizione femminile la cui subalternità pesa soprattutto a lei, indocile e vanamente ribelle.
Le immagini sono girate nel piccolo formato 4:3, ciò che permette al regista di comunicare l’angustia che soffoca ogni volontà di sfuggire all’abbraccio “protettivo” dei famigliari da cui la giovane vorrebbe disperatamente emanciparsi, alla ricerca di un’aria più respirabile e anche di cieli puliti, non inquinati dal lezzo orribile dell’intolleranza e del razzismo. Significative sono, a questo proposito, le ultime bellissime scene del film, girate nella zona selvaggia dei canyon caucasici, così come sono indimenticabili i lunghi piani-sequenza degli interni scuri delle case ebraiche, illuminati dalla scarsa luce di qualche finestra laterale, con effetti quasi caravaggeschi che lasciano intravedere, insieme ai volti, i quadri, i mobili, i tappeti e gli arredi carichi di storia, salvati a stento dalle razzie dei pogrom durante le fughe senza fine di intere popolazioni alla ricerca di qualche luogo tranquillo per ricominciare a vivere. Film molto bello e suggestivo di un regista di soli ventisei anni.

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Luna di fiele

recensione del film:
Luna di fiele

Titolo originale:
Bitter Moon

Principali interpreti:
Kristin Scott Thomas, Peter Coyote, Hugh Grant, Emmanuelle Seigner, Victor Banerjee – 139 min. – Francia, Gran Bretagna 1992.

Non è la luna degli astronomi e degli astronauti, non quella degli innamorati e neppure la luna di miele dei giovani sposi romantici: è la luna amarissima di Roman Polanski, che con significative variazioni si ispira al romanzo di Pascal Bruckner Lunes de Fiel .

Due coppie su una nave da crociera 

Diretti a Instanbul sono su quella nave Fiona (Kristin Scott Thomas) e Nigel (Hugh Grant), coniugi londinesi, che, sposati da sette anni, cercano di ritrovare nell’avventura del viaggio lo slancio amoroso dei primi tempi. La loro meta è l’India, mitico luogo di profumi e di esotiche suggestioni, ma ora, secondo un ricco indiano occasionale compagno di crociera, paese tra i più inquinati al mondo, ovunque maleodorante, rumorosissimo e sporco. Fiona non vuole credergli, convinta che la realtà non debba spezzare l’incantesimo del loro romantico sogno.
Viaggiano verso Instanbul anche uno scrittore in crisi creativa, Oscar (Peter Coyote), semi-paralizzato e costretto a muoversi in carrozzella e sua moglie Mimi (Emmanuelle Seigner): Fiona la incrocia, nella toilette delle donne, sconvolta dal pianto e dal vomito. Il tempestivo soccorso di Nigel conclude l’episodio, di cui, dopo qualche ora, egli si sarebbe ricordato, rivedendola, completamente trasformata, mentre si esibisce in una sensualissima danza nel salone-bar della nave: un saluto, una risposta sguaiata, forse insensata  (meglio averne memoria durante il drammatico finale del film) e, finalmente, dalle parole di Oscar, l’inizio di un chiarimento.

La narrazione di Oscar – Parigi e i suoi mille comignoli 

Oscar aveva visto, poco lontano, il turbamento erotico di Nigel, ne aveva notato lo smarrimento e ora gli chiedeva di ascoltare il suo racconto: gli avrebbe parlato della storia del loro amore, groviglio di passioni contraddittorie e devastanti che lo avevano schiacciato, trasformandolo in un uomo ormai incapace di provvedere a se stesso, completamente nelle mani di quella donna, tanto bella quanto spietata.
Ricco per eredità familiare, americano per origine e parigino per elezione, lo scrittore, come molti suoi illustri connazionali, aveva subìto il fascino della Ville Lumière.
Il fortuito incontro con Mimi, che viaggiava senza biglietto sul suo stesso bus, lo aveva sconvolto: al colpo di fulmine era seguita l’affannosa ricerca di lei, per qualche tempo, lungo tutti i possibili percorsi che le fermate del bus suggerivano e, finalmente, il suo ritrovamento nel ristorante in cui Mimi faceva la cameriera. Era cominciata in questo modo la storia del loro amore malato, appassionata e perversa.
Mimi, abbandonando la sistemazione provvisoria presso una compagna della scuola di danza, era entrata nella sua casa, all’ultimo piano, in una bella mansarda dalla quale si vedeva Parigi, con i suoi cieli bigi e i suoi mille comignoli… Le suggestioni musicali, che nascono inevitabilmente dal nome di Mimi, ci spiazzano un po’: forse Musetta, più che Mimi (quell’accostamento miele-fiele!) dovrebbe essere il nome della donna, ma, come è noto al regista, gli americani non vanno troppo per il sottile e sguazzano volentieri fra gli stereotipi, come si vede, d’altra parte, nel corso della rappresentazione, disseminata (è stato notato da molti critici e anche da molti spettatori) di citazioni da altri film, cosicché il déja vu attenua di molto l’effetto conturbante dei giochi erotici fra gli innamorati.
Non ritengo che questo sia un difetto del film: semmai è un indizio divertente dell’intelligenza di Polanski, che, costretto a fuggire dagli Stati Uniti, anche con questo suo lavoro (1992) si fa beffe della demonizzazione di cui è stato oggetto il suo cinema, insieme alla sua persona.
Nell’intento, anzi, di separare la finzione dalla vita talvolta egli sostituisce le parole alle immagini: lo impone il rispetto che egli deve alla sua musa, la Seigner, sua moglie, così come il riserbo che egli giustamente intende mantenere intorno alla loro vita privata.

Alla finzione e al luogo comune, invece, appartiene il crescendo delle umiliazioni reciproche fra Oscar e Mimi e dell’odio implacabile che il film ci racconta, mettendo alla prova il povero Nigel, pronto a impietosirsi per il procurato aborto di Mimi, ma del tutto incurante del bisogno di maternità di Fiona; pronto ad accettare l’erotismo banale dei finti scandali e delle pseudo perversioni, ma anche a respingere l’erotismo vero di certe confessioni che lo turbano e lo eccitano ben più della loro rappresentazione, riprova dell’ipocrisia che spesso avvolge il rapporto di coppia, nella nostra società, nella quale è difficile ammettere l’imperfetta realtà degli esseri umani.

Un bellissimo film, molto sottovalutato, raccontato attraverso una serie di flashback coinvolgenti, splendidamente recitato dagli attori tutti molto in parte, ovvero adeguatamente sfrontati, crudeli, impassibili e impacciati.

The Deep

recensione del film:
THE DEEP

Titolo originale:
Djúpið

Regia:
Baltasar Kormákur

Principali interpreti:
Ólafur Darri Ólafsson, Jóhann Jóhannsson, Þröstur Leó Gunnarsson, Björn Thors,
Stefán Hallur Stefánsson, Walter Grímsson, Guðjón Pedersen,
– 95 min. – Islanda 2012.

Ancora un bel ricupero estivo: un interessante film islandese del 2012.

Siamo nel villaggio di pescatori di Heimaey su un isolotto dell’arcipelago islandese che, come il resto di quel territorio, è luogo di vulcani e di ghiacciai, ostile e inospitale. Il mare antistante, però, è pescosissimo e dà da vivere al villaggio, permettendo ai pescatori di togliersi persino qualche capriccio: una  bella moto, magari a rate o un bel Vinile che incrementi la ricca collezione di L.P….
Le condizioni della sopravvivenza, da quelle parti, possono diventare tuttavia durissime da un giorno all’altro, come era accaduto ai residenti del villaggio contiguo, costretti ad abbandonare le proprie case per l’eruzione improvvisa di un vulcano. Non era morto nessuno: la bocca infuocata del nuovo cratere era sufficientemente lontana per permettere agli abitanti di sfollare ordinatamente mettendo insieme le proprie cose e attendendo l’arrivo degli aiuti dalla capitale Reyjkiavik, che non aveva risparmiato sulla solidarietà immediata, garantendo anche impieghi amministrativi per il futuro dei profughi.
Eppure, qualcuno era andato a scuola e aveva studiato per tornare alla propria isola con qualche conoscenza in più, come Gulli, il protagonista (superbamente interpretato da Ólafur Darri Ólafsson), o come il giovane cuoco, deciso a farsi assumere da qualche equipaggio in grado di apprezzare la buona cucina. Se è vero, infatti, che nella capitale ci si sente sicuri e protetti, è altrettanto vero che sfugge il significato profondo di una condizione libera da incertezze e pericoli. Le parole leopardiane mi sono tornate, nel corso del film, più volte alla mente:
Se ora […..] non fossimo su queste navi, in mezzo di questo mare, a questa sconosciuta solitudine, in una condizione di grande incertezza e rischio, in quale altra condizione di vita ci troveremmo? In che cosa saremmo occupati? In che modo trascorreremmo questi giorni? Forse più lietamente? O non ci troveremmo forse in qualche maggior affanno o preoccupazione, oppure preda della noia? (cit: Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez). Le grandi solitudini degli uomini del Nord, il tentativo di allontanare l’angoscia esistenziale accettando le più estreme sfide della natura, è, io credo, uno dei più importanti temi intorno al quale il regista costruisce il film ed emerge in un gioco continuo di rimandi, come flashback o forse come sogno, durante la dolorosissima vicenda del naufragio notturno della nave su cui Gulli, il giovane cuoco, il collezionista di antichi LP e altri uomini erano saliti per concludere le operazioni di pesca, per le quali le reti erano già state gettate. Gulli ne era uscito vivo ed era stato l’unico dell’equipaggio: per salvare gli altri non aveva certamente lesinato le proprie forze: nessuno, d’altra parte, avrebbe potuto sopravvivere in pieno inverno in quelle condizioni di fatica e di gelo. In meno di mezz’ora, anche gli uomini più robusti avrebbero ceduto per il freddo e la fatica.

Gulli nonostante fossero passate sei ore era anche sopravvissuto all’impatto violentissimo contro le rocce laviche, alle ferite profonde ai piedi; al dolore fisico lancinante. Il film ce lo racconta con immagini scure di grande potenza emotiva, coinvolgendoci pienamente nel suo desiderio di uscire vivo, abbandonandosi alle forze della natura in compagnia dei gabbiani che ne seguono la deriva. Bellissime e commoventi pagine, cui si aggiungono le altre, angosciose, del sentirsi in colpa per essere sopravvissuto da solo, ciò che gli avrebbe fatto accettare, quasi per espiare, le indagini sul suo fisico provato, condotte dagli “scienziati” razionalisti di Londra, convinti illusoriamente di poterne venire a capo.

 

La vicenda occupò la cronaca dei quotidiani, qualche anno prima del film, (vedremo comparire con i titoli di coda, il “vero” protagonistra dei fatti raccontati). Il caso rimase misterioso, poiché la scienza islandese, e quella britannica non avevano chiarito alcunché!
…There are more things in heaven and earth, Horatio,  
Than are dreamt of in your philosophy.
Amleto (1.5.167-8)

Da non perdere!

Il ritratto negato

recensione del film:
IL RITRATTO NEGATO

Titolo originale:
Powidoki

Regia:
Andrzej Wajda

Principali interpreti:
Boguslaw Linda, Aleksandra Justa, Bronislawa Zamachowska, Zofia Wichlacz, Krzysztof Pieczynski, Paulina Galazka, Maria Semotiuk, Mariusz Bonaszewski, Jacek Beler – 98 min. – Polonia 2016.

Un’altra uscita importante, quasi sorprendente: un film che nel corso di questi anni pochi hanno visto, nonostante sia l’ultima fatica di Andrzej Wajda, il grande regista polacco, che nel 2016, qualche mese dopo averlo diretto, ci ha lasciati a novant’anni.
Si tratta di un film storico e biografico, riflessione sull’amara fine di Władysław Strzemiński, uno dei più grandi artisti del Novecento, nato a Minsk nella Bielorussia zarista nel 1893. A Pietroburgo era diventato ingegnere, ma, dopo la rivoluzione d’ottobre, aveva studiato arte a Mosca, partecipando attivamente ai movimenti d’avanguardia con K. S. Malevič e frequentando artisti come Kandinsky e Chagall.
Nel 1922 aveva lasciato la Russia per vivere in Polonia a Lódź con la moglie, la scultrice lettone Katarzyna Kobro, con la quale aveva vissuto una grande storia d’amore, interrotta all’improvviso, nonostante la presenza di una figlioletta ancora piccola.
Amato e rispettato dalla comunità degli artisti (ma  anche invidiato, come sempre accade ai grandi uomini), aveva diretto l’Accademia delle arti di quella città finché, dopo il 1948, per effetto della spartizione dell’Europa, la Polonia era entrata a far parte dei paesi satelliti della Russia Sovietica e il partito comunista era diventato l’inflessibile esecutore delle direttive staliniane.

Wayda ricostruisce, dunque, proprio gli ultimi quattro anni della vita di Strzemiński, dal 1948 al 1952, mantenendosi fedele all’ideale da cui l’intera sua vita da regista era stata guidata: la  rivendicazione della libertà polacca, dall’oppressione della Russia sovietica, che, nel caso di questo film è all’origine delle sofferenze e delle umiliazioni che il grande artista aveva subito pur di non piegarsi alle minacce o alle lusinghe del nuovo potere.
Strzemiński, infatti, fu stroncato dagli stenti che avevano aggravato la debolezza del suo corpo fragile, già minato dalla tubercolosi e dalle mutilazioni subite durante la prima guerra mondiale, ed era morto amareggiato per la solitudine e l’isolamento a cui si era costretto per proteggere i discepoli, che non solo avevano raccolto le sue teorizzazioni, ma avevano salvato il corpus delle sue opere più importanti, nascondendole negli scantinati dell’Accademia di Lódź.

Come sempre in Wayda, l’intento della denuncia non diventa mai pura propaganda, ma offre, al contrario lo spunto per un racconto umanissimo fatto di immagini e di poesia, dalla prima all’ultima scena.

Insieme alle pagine struggenti che ci parlano della dignitosa povertà dell’uomo, con esemplare semplicità, senza mai scadere nel pettegolezzo o nell’agiografia, il film contiene pagine indimenticabili per la potenza simbolica delle immagini che evidenziano il suo amore per la terra che lo ospitava: è l’artista che dalla cima di una collinetta raggiunge, rotolandosi nell’erba, gli studenti che si uniscono a lui in una sorta di giocoso incontro bizzarro en plein air; oppure è l’artista imbrigliato dai nastri colorati che mettono in moto gli arti dei manichini di una vetrina o, ancora, è l’artista a cui un tendone rosso, sfondo di un gigantesco ritratto di Stalin, impedisce di vedere la realtà.

Forse è questa la scena che più efficacemente esprime l’orrore per l’pocrisia della “verità” di regime che, mentre cela agli occhi dei passanti un intero palazzo “déco”, col pretesto della solidarietà socialista, vorrebbe impedire a Strzemiński, che abita lì, la visione chiara delle cose che gli appartengono: dai libri, ai ritratti, alle fotografie, agli oggetti di uso quotidiano, tutti avvolti (e resi indistinguibili) dal colore sinistro di quel tendone che, arrivando alle finestre, impedisce anche la visione della realtà esterna. La sostanza stessa del realismo socialista non potrebbe davvero essere detta meglio!

Momenti di grande cinema, e di grande commozione per tutti, particolarmente per quegli spettatori meno giovani che avrebbero voluto cambiare il mondo guardando anche a quel modello di socialismo…

Non fatevelo sfuggire, se potete.

The Reunion

recensione del film:
THE REUNION

Titolo originale:
Återträffen

Regia:
Anna Odell

Principali interpreti:
Anna Odell, Anders Berg, David Nordström [II], Erik Ehn, Fredrik Meyer – 90 min. – Svezia 2013.

Questa è un’opera “sperimentale”, girata, con intenti provocatori, dalla regista svedese Anna Odell, che ne è, oltre che l’interprete principale, la protagonista assoluta nel primo e nel secondo tempo.

Premessa
Il primo e il secondo tempo del film sono, in realtà, due film distinti. Il primo è un film di immaginazione: è la ricostruzione, tutta mentale, di una festa in cui si riuniscono vecchi compagni di classe di vent’anni prima; il secondo è il documentario che riporta fedelmente ciò che è avvenuto davvero, dopo l’uscita nelle sale svedesi di quel primo film.

Il primo tempo

C’erano tutti, meno lei, Anna Odell (nessuno l’aveva invitata), all’incontro dei compagni e delle compagne di classe, vent’anni dopo il diploma: un banchetto ben organizzato in quella scuola dai lunghissimi corridoi, pulitissimi e vuoti, spazi molto banali, sui cui muri nessuno aveva mai scritto o disegnato alcunché per lasciare una qualche traccia del proprio passaggio: nessuna trasgressione.
Il lungo piano sequenza che percorre uno di quei corridoi all’apertura del film è un tormentone che scandisce molti momenti del racconto. Non appare minaccioso quanto quello dell’Overlook Hotel, ma pone qualche interrogativo un po’ inquietante: possibile che gli ospiti adolescenti di quella scuola siano stati tutti così educati da non lasciare neppure la più piccola traccia della loro presenza su quei muri, pulitissimi e senza storia? Potrebbero aver accortamente dissimulato gli impulsi anarcoidi e aggressivi dell’età?
Anna Odell  sembra ipotizzare che anche oggi potrebbe ripetersi quello che avveniva vent’anni prima, quando ogni volontà trasgressiva degli studenti si indirizzava, con la tacita connivenza degli insegnanti e delle autorità scolastiche, verso bersagli più fragili dei muri dell’istituto, ovvero verso ragazzi e ragazze presi di mira e presto vittime del mobbing e del bullismo.
Era capitato a lei, insicura e timida, di essere l’obiettivo facile dei suoi compagni di classe, che l’avevano ferita profondamente, rendendola ancora più incerta: quegli stessi, che, adesso uomini e donne, avevano evitato di invitarla per non confrontare la propria vita insignificante con la sua, vita piena di una regista famosa e realizzata.
Tutto questo primo tempo del film è recitato da attori veri, che assecondano la sua interpretazione e la sua regia, a insaputa degli antichi e crudeli compagni di classe, sviluppando l’ipotesi della sua partecipazione, da guastafeste non invitata e di lì a poco  allontanata in malo modo, dall’incontro che lei aveva avvelenato con le proprie accuse, consumando la propria vendetta.

Il secondo tempo

Era stata cura di Anna Odell contattare ad uno ad uno i suoi vecchi compagni di scuola, accertarsi che avessero visto il film e invitarli a casa sua per far due chiacchiere con loro, che avrebbero potuto manifestare impressioni e opinioni in merito alla pellicola. Ora era dunque lei, in evidente condizioni di superiorità, a condurre il gioco crudele del gatto col topo, né la sua squisita gentilezza avrebbe potuto nascondere la realtà: finalmente cosciente del proprio valore, affermata e apprezzata, Anna era pronta non solo a guardare direttamente negli occhi gli uomini e le donne che l’avevano umiliata, ma anche a mettere in evidenza la meschinità della loro vita e dei loro progetti.

Se possibile questo secondo film appare persino più velenoso del primo, poichè maggiormente evidenzia come ciascuno dei carnefici di un tempo, chiuso nella propria mediocrità rispettabile, continui a sfuggire l’inevitabile resa dei conti, non tanto con lei, quanto con se stesso: la propria vita privata, semplice ma felice, diventa la maschera dietro la quale è possibile celare la propria sconfitta esistenziale.
Lo scacco di ciascuno diventa perciò quasi la metafora della sconfitta storica del tentativo più avanzato nel mondo occidentale di creare una società mite, inclusiva e protettiva dei più deboli, conciliando libertà individuale e giustizia, ma ignorando la natura dell’uomo, nel quale l’innata tendenza alla prevaricazione è molto difficile da contenere.

Nonostante le discutibili conclusioni a cui il film pare condurre gli spettatori, credo che quest’opera, tardivamente presentata nelle nostre sale (era uscita nel 2014), sia fra quelle più interessanti da ricuperare.

Due amici

recensione del film.
DUE AMICI

Titolo originale:
Les deux amis

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Louis Garrel, Vincent Macaigne – 100 min. – Francia 2015.

lo scorso aprile, presentando L’uomo fedele, avevo scritto che il regista era al suo secondo lungometraggio. Ora, dopo quattro anni, i coraggiosi distributori di Movies Inspired ci permettono di vedere anche questa sua pregevole opera prima, davvero un bell’esordio di Louis Garrel come regista.

Rispetto al secondo film, questo primo maggiormente si ispira ai temi della fenomenologia d’amore, cara da secoli alla cultura francese, rinverdita dai grandi registi della nouvelle vague e dal cinema di Philip Garrel, il padre di Louis.
In modo particolare Les deux amis ha un riferimento teatrale dichiarato: la pièce del poeta romantico Alfred de Musset, dal titolo: Les caprices de Marianne.
Il tema è un difficile triangolo amoroso: due uomini, Clement (Vincent Macaigne) e Abel (Louis Garrel) sono legati da antica e profonda amicizia, ora messa a dura prova dal trasporto amoroso di Clement per Mona (Golshifteh Farahani) la bella donna misteriosa che lo respinge, non volendo rivelargli il segreto (che gli spettatori conoscono dall’inizio del film) che la induce ogni sera ad abbandonare precipitosamente la panineria della Gare du Nord a Parigi dov’è impegnata come cameriera, per salire su un treno che la riporta in Piccardia. A Clement, goffo e insicuro, il comportamento di Mona pare inspiegabile: una giornata di lavoro fra due viaggi da (o per) un luogo quanto mai misterioso; decide perciò di affidarsi ad Abel, uomo solido e fascinoso, conoscitore delle donne nonché infallibile conquistatore (sarà davvero cosi?)
Nel gioco dell’amore e del caso, invece, sarà proprio Abel a subire il fascino della donna bellissima, dando inizio a un’avventurosa storia a tre, in cui non mancano le ferite e il sangue, metafore evidenti del doloroso e progressivo chiarirsi dei ruoli e dell’inevitabile esclusione di Clément: l’amore nascente fra Abel e Mona è vero e riguarda esclusivamente la coppia degli amanti: tertium non datur!

Lo stato di grazia dell’amore, tuttavia, non è una condizione di perfetta felicità: la impediscono i sensi di colpa di Abel e la sua volontà di non ferire l’amico, la impediscono anche i sacrifici che per un lungo tempo allontaneranno i due innamorati e che per Mona saranno particolarmente gravosi. Forse, però, ne era valsa la pena.

Il racconto del regista è leggero e ironico, non privo di una certa cattiveria soprattutto nel delineare il ritratto dei due protagonisti maschili, entrambi impreparati ad affrontare la realtà della vita: non più ragazzini, ma ancora incapaci di progettare il proprio futuro assumendo in piena coscienza le proprie responsabilità, più propensi a lasciarsi vivere giorno per giorno. Positivo, invece, il personaggio femminile, che accetta serenamente le conseguenze della trasgressione amorosa che le ha regalato, per un tempo troppo breve, gioia e felicità.

Un piccolo film, un gioiellino davvero pieno di grazia. Bravissimi gli attori.

La mia vita con John F. Donovan

recensione del film:
LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN

Titolo originale:
The Death and Life of John F. Donovan

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Ben Schnetzer, Susan Sarandon, Kathy Bates – 123 min. – USA 2018.

Un’opera travagliata e di difficile costruzione, solo parzialmente riuscita e a rischio, più accentuato del solito, di trasformare l’analisi sottile dei sentimenti contraddittori e irrisolti dei protagonisti in feuilleton, anche seXavier Dolan è riuscito ancora una volta a darci, sia pure a frammenti, momenti di grande cinema mélo.
Di sicuro interesse cinefilo, pertanto, è quest’ultima fatica del regista canadese, che ha prodotto, scritto e diretto questa pellicola avvalendosi di un cast eccezionalmente prestigioso, quasi a sottolineare l’importanza che egli intendeva attribuire al suo primo film in lingua inglese.
La sua realizzazione era stata molto difficile e tormentata, tanto che solo al festival di Toronto del 2018 il film aveva potuto essere presentato, dopo essere stato atteso vanamente a Cannes e a Venezia, per le difficoltà che si erano presentate al regista in sede di montaggio, durante il quale egli ne aveva eliminato, con grande sofferenza, una parte cospicua, riducendolo a poco più di due ore dalle quattro iniziali, ciò che lo aveva costretto a tagliare via del tutto il personaggio non secondario dell’attrice Jessica Chastain, che, contrariamente a ciò che molti si aspettavano, aveva reagito con signorile e affettuosa comprensione, manifestando nei confronti di Dolan la propria immutata stima:
…non preoccupatevi, sono stata informata in anticipo … questa [situazione] è stata gestita con il massimo del rispetto e dell’amore.

Dolan ricostruisce la vita del piccolo Rupert Turner (Jacob Tremblay), un ragazzino che dai sei agli undici anni è seguito con attenta partecipazione e con profondo amore, non disgiunto da severità, dalla madre Sam (Natalie Portman), abbandonata dal marito, e che insieme a un’ insegnante della scuola primaria, asseconda l’immaginazione del figlioletto. La giovane docente, poi, è così impressionata dal suo talento precoce per la scrittura creativa, da decidere di dedicare qualche ora del proprio tempo a lui, al termine delle lezioni, per aiutarlo ad affermarsi.
Il piccolo Rupert vorrebbe diventare un attore: il suo modello è John F. Donovan (Kit Harington), uomo di spettacolo non giovanissimo, intrattenitore e attore in una serie TV per ragazzi.
Rupert lo vede esibirsi sul piccolo schermo di casa, circondato da strani effetti speciali, che ai suoi occhi incantati appaiono frutto delle sue straordinarie abilità: sviluppa perciò una così sconfinata ammirazione da stabilire con lui, via e.mail, un fitto dialogo, che diventa sempre più simile a un’ossessione irrinunciabile.
Sarà lo stesso Rupert, dieci anni dopo, poco più che ventenne (l’attore è ora Ben Schnetzer), a ricostruire in un romanzo in cui, per definizione, l’invenzione è predominante, ma non per questo è meno “vera”, quel rapporto, grazie alle missive fortunosamente ricuperate, e a pubblicare la storia di un amore omosessuale rimasto nel limbo dei sogni e dei desideri irrealizzabili, anche per l’improvvisa morte di John, stanco, depresso ed emarginato nel suo ambiente sociale e familiare (la bravissima Susan Sharandon interpreta la parte di una madre stolta e inadeguata) e costretto ad assumere dosi sempre più elevate di psicofarmaci per continuare a esibirsi pubblicamente.

Il racconto è triste e malinconico, condotto come uno strano gioco di specchi, poiché i due protagonisti, pur lontani, e molto diversi per età (la cui differenza nel romanzo si accorcia) si riconoscono nella propria solitaria emarginazione. Il film è inoltre una lunga riflessione sull’inadeguatezza della società e della famiglia, dolorose fonti di incomprensione e di insincerità, che accrescono la sofferenza di chi non può essere se stesso. Importante il ruolo della musica che sottolinea, talvolta un po’ enfaticamente, la narrazione che alterna momenti delicati e teneri a momenti di cupa disperazione. Anche se un po’ velleitario e sotto-tono, il lavoro del regista, attento all’equilibrio emotivo, sospeso fra strazio e dolcezza è sempre molto riconoscibile.

La prima vacanza non si scorda mai

recensione del film:
LA PRIMA VACANZA NON SI SCORDA MAI

Titolo originale:
Premières vacances

Regia;
Patrick Cassir

Principali interpreti:
Camille Chamoux, Jonathan Cohen, Camille Cottin, Jérémie Elkaïm, Vincent Dedienne – 102 min. – Francia 2019.

Una premessa doverosa

Fra qualche giorno (a essere ottimisti, fra un mese) a Torino (come dappertutto in Italia) le sale cinematografiche chiuderanno per le ferie estive. In attesa del loro arrivo, gli esercenti continueranno a mettere fuori filmoni, filmacci e filmetti che ai cinefili e a chi ama il cinema di qualità poco interessano.
Ci aspettiamo che, come al solito, si lamentino poi per il profondo rosso del botteghino. Vorrei far notare che in Francia, in questo stesso periodo uscirà con ampia distribuzione, anche nelle città, il nuovo film di Quentin Tarantino.

Venerdì scorso, con la visione di questo film, ho terminato anche l’ultimo dei miei carnet di cinque film in abbonamento a costi molto ridotti. Alla cassa mi è stato chiesto se intendevo rinnovarlo, visto che il carnet mantiene la sua validità fino alla fine di agosto. Massima è stata però l’incertezza sulla presenza di  eventuali rassegne estive a Torino: una ridda di forsevedremopuò darsi, di fronte alla quale, ovviamente non ho rinnovato proprio nulla.
Quello che meraviglia non è tanto il fatto che gli esercenti privati chiudano in questo modo la stagione, facendo prevalere i loro miopi calcoli, quanto il fatto che le sale istituzionalmente preposte alla diffusione del cinema chiudano i battenti prima di tutti gli altri. Lascia stupefatti, perciò, che se i privati torinesi tireranno avanti, col fiato corto, almeno fino alla metà di luglio, il cinema Massimo-MNC (Museo Nazionale Cinema) chiuderà i battenti alla fine di giugno per riaprirli alla fine di agosto. Non c’è male per un servizio gestito con i fondi pubblici!

Mi limito a dire questo, per ora, comunicando ai miei lettori e ai seguaci che questo blog non sarà chiuso per ferie: già mi sto accingendo a recensire alcuni bei film non recenti, come faccio ogni estate.

Ciò detto, ora parlerò della pellicola in questione, che pur non essendo classificabile come imperdibile, presenta qualche spunto interessante che evita di mandare completamente in vacanza il cervello, fermo restando che è un filmetto, opera prima in lungometraggio di Patrick Cassir, che ha sceneggiato questo suo lavoro insieme a Camille Chamoux, che del film è anche la protagonista femminile nella parte di Marion. 

Marion è una trentenne non bellissima, che vive a Parigi. È una brava disegnatrice-vignettista; ha molti amici e ama fare nuove conoscenze attraverso Tinder, un social network  che esiste veramente e che organizza e favorisce gli incontri di coppia. In questo modo conosce Ben (Jonathan Coen), anche lui sulla trentina, assai meno spigliato, come vedremo presto. Il loro banco di prova sarà la vacanza che i due incautamente hanno programmato alla volta della Bulgaria, durante la quale emergeranno le reciproche insofferenze, le apparenti incompatibilità, le difficoltà a comprendersi…
La Bulgaria è di maniera, come se l’aspettano i turisti ingenui; i grandi alberghi sono noiosi come le cliniche di lusso, l’idiosincrasia di Ben nei confronti della promiscuità in bagno; la difesa ossessiva della propria privacy diventano presto occasione per numerose gag ripetitive e stucchevoli, non diversamente dalla credulità sciocchina  di Marion nei confronti della primitività finto-romantica del folklore locale. Tutto diventa prevedibile, ma qualche sorpresa ce la riserva il finale, nuovamente parigino, dopo un’interminabile ora e mezza.
Come ho detto, un filmetto, non certo un capolavoro, che qualche volta ci può far sorridere.

Quel giorno d’estate

recensione del film:
QUEL GIORNO D’ESTATE

Titolo originale:
Amanda

Regia:
Mikhael Hers

Principali interpreti:
Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin, Ophélia Kolb, Marianne Basler, Jonathan Cohen, Greta Scacchi, Claire Tran – 106 min. – Francia 2018

Nella Parigi dei nostri giorni, Sandrine (Ophélia Kolb), insegnante d’inglese, vive da single con la piccola Amanda (Isaure Multrier), la figlioletta di sette anni. Per lei, come per tante altre donne, i tempi del lavoro male si conciliano con i compiti materni, né le è facile, quando rientra in casa, lasciare dietro di sé le preoccupazioni e le frustrazioni accumulate fra studenti distratti, genitori minacciosi e arroganti e colleghi pavidi e poco solidali. Per fortuna, può contare sull’aiuto del giovane fratello, il ventitreenne, David (Vincent Lacoste), che, accumulando lavori precari, riesce a organizzare il proprio tempo con un po’ di flessibilità: è addetto alla manutenzione dei parchi comunali, ma arrotonda le magre entrate con qualche lavoretto occasionale e si occupa di procurare, via Internet, alloggi in affitto, per brevi periodi, ai turisti in arrivo. In questo modo aveva conosciuto la bella Lena (Stacy Martin), che si mantiene nella capitale con le sue lezioni di piano.

Così, attraverso la loro quotidianità, il regista ci presenta i personaggi di questo piccolo film, che mette in scena l’atmosfera nervosa e inquieta in cui si muovono, come loro, molti giovani del nostro tempo, che seppure non siano, per il momento, in condizioni di povertà, avvertono l’incertezza del futuro e si adoperano per affrontare i problemi più urgenti, facendo tesoro della solidarietà degli affetti, spesso in una cerchia familiare molto ristretta: Sandrine e David hanno da poco perso il padre e non hanno da vent’anni notizie della madre, che li aveva abbandonati per seguire a Londra l’uomo di cui era innamorata. In questo equilibrio traballante arriva imprevisto l’impatto col terrorismo: non una novità nella Parigi del Bataclan, ma non per questo meno crudele e assurdo. Le piccole esistenze dei nostri personaggi ne usciranno sconvolte: Sandrine muore in una sera d’estate, mentre tranquillamente in un parco attende il fratello insieme a Lena. In ritardo all’appuntamento, solo lui era stato risparmiato dalla furia omicida del folle che aveva preso a fucilate la gente che si trovava lì. Lena, ferita, era stata portata in rianimazione, mentre David, sconvolto, aveva subito pensato alla piccola Amanda. L’ultima parte del film è tutta dedicata al  loro progressivo avvicinarsi, accettandosi, nelle loro rispettive asperità, perché nonostante la tenerissima età e la precoce conoscenza del dolore, Amanda è molto decisa a rivendicare il proprio diritto a non essere trattata come un pacco da smistare da un indirizzo a un altro e Davide è troppo tenero e bisognoso di famiglia per permettere che le si aprano solo le porte dell’orfanotrofio.

Film delicato ed esile, che si interroga sul dolore, sul suo perché, sul modo per uscirne. Il regista non indugia sulle scene cruente, riprese anzi in un crepuscolo che tende a sbiadirne i contorni crudeli. Il dolore è tutto interno ai personaggi, che gli attori, disegnano con grande talento interpretativo dando verità alla tragedia che cambia la loro vita e che essi cercano di ricominciare.

Da vedere. Il racconto è straziante, ma è pudico e asciutto: i fazzoletti non occorrono.

Pallottole in libertà

recensioni del film:
PALLOTTOLE IN LIBERTÅ

Titolo originale:
En Liberté

Regia:
Pierre Salvadori

Principali interpreti:
Adèle Haenel, Pio Marmaï, Vincent Elbaz, Audrey Tautou, Damien Bonnard – 108 min. – Francia 2018.

Questo è un film bizzarro e anche un po’ bislacco: attraversa, con grande disinvoltura, non solo i generi, ma anche i registri narrativi, senza perdere di interesse, forse perché nasce come intelligente e raffinato divertimento del regista, il franco-tunisino Pierre Salvadori, non nuovo a queste mescolanze, ma pochissimo noto da noi (a me, personalmente, era ignoto).
Pierre Salvadori ha alle spalle ottimi studi letterari e cinematografici a Parigi, nonchè un certo numero di film, molto apprezzati nel mondo ,ma pessimamente distribuiti da noi, e, ça va sans dire, peggio titolati dai nostri impagabili e fantasiosi addetti.*
Il titolo originale di quest’ultima sua opera, tanto per fare un esempio, era En liberté e alludeva  al contenuto del film e, più sottilmente, alla difficoltà di vivere davvero in libertà, essendo le scelte sempre pesantemente vincolate a situazioni pre-esistenti, difficili da ignorare. Le pallottole del titolo italiano non hanno nulla a che vedere col film.

La storia ha un avvio tra il melenso e il favoloso e un seguito imprevedibile: una giovane madre, Yvonne Santi (Adèle Haenel) si adopera, come ogni sera, per addormentare il figlioletto insonne, raccontandogli, per l’ennesima volta, l’impresa eroica durante la quale aveva perso la vita il suo papà, Jean Santi, il comandante della polizia locale (siamo in Costa Azzurra). Di lì a poco, con una solenne cerimonia, sarebbe stato inaugurato un monumento dedicato a lui, assai brutto, fra applausi, retorica d’ordinanza e commozione orgogliosa del piccino, vezzeggiato e al centro dell’interesse generale insieme alla sua mamma, poliziotta anche lei.
La festa, però, non sarebbe durata a lungo: Yvonne, casualmente, scopre che quel marito non solo non era mai stato quel martire del dovere che tutti andavano dipingendo, ma che era un uomo corrotto; che aveva organizzato una finta rapina per intascare, con i suoi complici, i soldi dell’assicurazione, e che successsivamente non si era fatto scrupoli nel costruire a tavolino le prove contro un povero cristo innocente, il quale, grazie a quel mascalzone, stava in galera da otto anni. Si aprono a questo punto gli imprevedibili sviluppi del film: Yvonne, affronta con cautela l’argomento col figlio, modificando sera per sera la narrazione delle gesta paterne, ma contemporaneamente si adopera per far uscire l’innocente Antoine ( Pio Marmaï) dal carcere, seguendone successivamente il difficile percorso di re-inserimento familiare e sociale, con un’insistenza melodrammatica così petulante, da ingenerare molte equivoche situazioni e più di un fraintendimento. Intorno ai due personaggi principali, si muovono, con ruoli importanti, Louis (Damien Bonnard), agente, già amico del “martire” e timido e impacciato innamorato di Yvonne; Agnès (Audrey Tautou, ovvero la indimenticabile Amélie, riconoscibilissima e sempre magnifica; anche qui svagata e sognatrice).

In parallelo con gli sviluppi più ovvi (la fatina-crocerossina, talmente invadente da diventare un vero e proprio stalker), il film percorre anche altre strade e fa coesistere la malinconia di Antoine, per i suoi otto anni perduti, con la sua  rabbia grottesca e spiazzante; oppure l’imbarazzo amoroso di Louis con la sua trascuratezza professionale. Nascono perciò numerose gag che, mentre sottolineano l’assurdità delle situazioni, rendono sfuggente la vera natura dei personaggi, quasi celati dietro una maschera che continuamente ne altera la personalità. Questo modo di procedere è accompagnato dall’estrema ricercatezza della sceneggiatura, di cui, nella versione originale (beato chi l’ha vista!) si possono cogliere raffinatezze e pregi letterari (così almeno secondo un bell’articolo di Joachim Lepastier sui Cahiers du cinema pubblicato nell’ottobre 2018 alla pag. 34, seguito dall’intervista a Pierre Salvadori).
Richiedere che la versione originale sia resa disponibile agli appassionati, almeno sul DVD, mi sembra, allora, doveroso.

*si trovano sul mercato italiano almeno due film:

Piccole crepe, grossi guai-2014 (era: Dans la cour)
Ti va di pagare?-2006 (era: Hors de Prix)