Silence


schermata-2017-01-12-alle-21-28-12recensione del film:
SILENCE

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata – durata: 161 minuti – USA 2016.

Fin dal 1989 Scorsese aveva manifestato la volontà di portare sullo schermo Silence, il romanzo storico (1966) di Shusaku Endo, di cui era venuto a conoscenza e che molto l’aveva colpito, per ragioni personali, attinenti alle proprie riflessioni circa i problemi della fede religiosa (in questo caso della fede cristiano-cattolica); dell’ adeguarsi con coerenza ai suoi principi fino al martirio; della liceità morale di questa coerenza, anche quando può causare le sofferenze e persino la morte di molti innocenti. Il film, pertanto, realizza un progetto molto a lungo meditato e studiato, ricostruendo con una certa libertà alcuni accadimenti della prima metà del ‘600, allorché i padri gesuiti portoghesi Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) erano partiti alla volta del Giappone, sapendo che il loro compito sarebbe stato difficile e rischioso, per quanto limitato al solo obiettivo di ritrovare il confratello e guida spirituale Cristovão Ferreira (Liam Neeson), di cui da troppo tempo si erano perse le notizie. Era in corso, infatti, una violenta repressione della comunità cristiana giapponese (che aveva il suo centro a Nagasaki), molto numerosa dopo l’opera di evangelizzazione condotta da Francisco Javier nel corso del ‘500. La persecuzione, che era diventata pesante già alla fine del ‘500, divenne sempre più efferata soprattutto dopo il 1641*, quando i cristiani che non intendevano abiurare si erano rifugiati negli angoli più nascosti e selvaggi delle isole giapponesi, dove praticavano i loro riti in una condizione pressoché catacombale. Il film non indaga sulle ragioni di tanta ostilità, perché l’interesse del regista non è né storico, né documentaristico, ma indugia a lungo sulla crisi di coscienza che aveva accompagnato i due giovani preti in missione, dal momento del loro sbarco sulle coste, all’incontro con i cristiani costretti a vivere nella clandestinità, alla loro separazione e alla successiva cattura di Sebastião Rodrigues, nonché al terribile  confronto con il vecchio Samurai (Issei Ogata) incaricato di costringerlo a rinnegare la propria fede dal governo dei feudatari (shogun) che si erano impadroniti del potere. La tortura, praticata senza sconti e con studiata raffinatezza nei confronti della popolazione cristiana che rifiutava di rinnegare le proprie convinzioni religiose, scuoteva nel profondo la coscienza di Rodriguez, costretto a udire per giorni e giorni gli assordanti lamenti degli uomini e delle donne che, non volendo piegarsi,  subivano inenarrabili crudeltà, quando sarebbe bastato un suo semplice gesto (calpestare un’immagine sacra con l’effigie di Cristo) per far cessare il loro dolore e le loro sofferenze.
Il regista scava nei dubbi del gesuita, ci rappresenta il suo interrogarsi circa il senso della propria intransigenza dottrinaria di cui avverte la pesantissima responsabilità, mentre Dio tace, icommensurabilmente lontano e indifferente. Col linguaggio potentissimo delle immagini che ci parlano di un universo bellissimo e privo di ogni presenza divina, quasi leopardianamente vuoto di senso e di finalità, Scorsese racconta una fede piena di incertezze e di esitazioni, che si sottrae a ogni intento propagandistico per confrontarsi con le necessità profonde dell’uomo, con la solidarietà e l’amore che allevia il dolore e il male di vivere. Questo aspetto del film, secondo me, affronta in modo molto problematico questioni sulle quali la cultura europea, non solo religiosa, si è a lungo interrogata: mi è venuta in mente, per esempio La leggenda del Grande Inquisitore (credo proprio che Scorsese, che è uomo di cultura, conosca I fratelli Karamazov), ma per rimanere nell’ambito cinematografico, non si può ignorare che il bellissimo Nazarin di Louis Buñuel affronta (anche se certo con maggiore cattiveria) il tema dell’impraticabilità del messaggio cristiano nella sua integralità, poiché la sua perfezione e la sua purezza sono destinate a soccombere in un mondo in cui gli uomini non sono né puri né perfetti. A questo proposito, mi sembra che la scena di Rodriguez che si riflette nell’acqua , osservando con orrore il trasformarsi del proprio volto, sia una bella citazione del trasformarsi dell’immagine del ritratto di Cristo nel film buñueliano. Il film, perciò, presenta molti aspetti di estremo interesse per chi ama il cinema di Scorsese anche per la complessità culturale che è spesso in grado di esprimere. Da vedere sicuramente.

____

*in quell’anno”lo shogun Tokugawa Iemitsu varò un decreto, che successivamente divenne noto come sakoku (“Paese blindato”), con il quale proibì ogni forma di contatto tra la popolazione giapponese e gli stranieri. Da allora i cristiani crearono una simbologia, una ritualità, persino un linguaggio tutto loro, incomprensibile al di fuori delle comunità di appartenenza.”  (Fonte: Wikipedia)

Il cliente


schermata-2017-01-05-alle-11-15-48

recensione del film:
IL CLIENTE

Titolo originale:
Forushande

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajadi Hosseini, Mina Sadati – 124 min. – Iran, Francia 2016.

Una bella coppia affiatata, marito  e moglie (Shahab Hosseini e Taraneh Alidoosti, rispettivamente) nella Teheran di oggi.
Sono colti e giovani; belli e  spregiudicati: condividono gusti, aspirazioni e il lavoro da attori (attualmente sono impegnati nella più famosa pièce di Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore). Lui, Emad, al mattino è anche professore in una scuola in cui è amato e stimato dagli studenti; lei, Rana, si occupa di imparare la sua parte come attrice. Difficile sarebbe distinguerli da una qualsiasi coppia occidentale della loro condizione, se non fosse per la sciarpa rossa e setosa che copre il capo di lei: non è più il tempo del velo nero che mortificava giovinezza e femminilità, però: scivola spesso, lasciando scoperte morbide ciocche di capelli.
Conosciamo abbastanza bene il regista, tuttavia, per lasciarci illudere dal ritratto ottimistico dei due sposini in attesa di chissà quale roseo futuro: se è vero che a Teheran le cose stanno rapidamente cambiando e che il tumultuoso sviluppo economico ora lascia un po’ in ombra gli integralismi degli ayatollah, è altrettanto vero che molti problemi nuovi si presentano a chi vive in quella realtà: il vecchio stato sta andando a pezzi rapidamente, ma sembra lasciare dietro di sé sedimenti e vuoti che difficilmente possono essere compensati da una cultura troppo recentemente acquisita per costituire un saldo riferimento delle giovani generazioni.
Basta un incidente fortuito infatti, per mettere in crisi il matrimonio, solidissimo all’apparenza, di Emad e Rana. All’improvviso aveva mostrato segni di crollo imminente il palazzone dove i due abitavano: in fretta e furia erano stati costretti a lasciare l’appartamento, trasferendosi in quello di un amico, da poco rimasto senza inquilini e che, per la verità, non era stato sgombrato completamente, ma lo sarebbe stato presto, non appena la precedente affittuaria avesse trovato un’adeguata sistemazione agli oggetti che aveva chiuso a chiave in una stanza. Rana, però, aveva fretta di organizzarsi rapidamente, perciò il trasloco era avvenuto all’insegna del nervosismo e dell’insoddisfazione, alla quale, di lì a poco, si sarebbero aggiunte le dolorose conseguenze dell’incidente imprevisto che avrebbe sconvolto la vita di entrambi. Si era introdotto, infatti, nella loro casa, qualcuno che aveva cercato di approfittare di lei, sotto la doccia e sola in casa. La sua pronta reazione aveva messo in fuga l’aggressore, ma lo spavento e una brutta caduta avevano indotto i vicini di casa, accorsi per il trambusto, a farla ricoverare all’ospedale, dove infatti il marito l’avrebbe ritrovata.

Nella prima parte del film, dunque, il regista ci presenta il quadro generale entro il quale si sviluppa il racconto, insieme a molti particolari che acquisteranno chiaro significato nella seconda, quando i due coniugi, di fronte al fatto imprevisto, stavano perdendo la lucidità razionale che li aveva precedentemente contraddistinti. Per Rana, che non intendeva chiedere alcuna protezione alla polizia, nel timore che una sua denuncia innescasse sospetti e dubbi anche su di lei, l’affronto subito assumeva sempre più il carattere dell’ossessione, ciò che le impediva di stare in casa da sola e di dedicarsi al proprio lavoro. Per Emad, la sofferenza era conseguente a quella di lei, di cui aveva condiviso la scelta di non presentare denuncia, anche se ora intendeva da solo scoprire il colpevole per punirlo a dovere, confondendo evidentemente l’esigenza di giustizia con la vendetta personale, che infatti avrebbe messo in atto con dura e spietata determinazione. Null’altro posso aggiungere, perché il film è un thriller appassionante e, fino alla conclusione, molto teso. Mi sembra, però, che mentre il parallelismo fra il film e la tragedia di Arthur Miller diventa evidente solo alla fine del racconto, molto chiara (forse anche troppo), invece, sia la corrispondenza metaforica fra il crollo del palazzo, la fretta del trasloco, l’insoddisfazione di non trovare un posto alle proprie cose e la situazione dell’Iran, oggi, paese i cui abitanti sono maggiormente disposti ad aprirsi al mondo esterno, abbandonando le certezze religiose e morali di un passato opprimente, con una rapidità e un’urgenza tali che non possono che provocare crisi, sbandamenti e contraddizioni di non poca importanza nella vita collettiva e individuale.
Film affascinante, costruito con cura attenta anche ai più minuti particolari, ottimamente diretto e benissimo recitato: da vedere.

Paterson


schermata-2016-12-22-alle-21-38-43

recensione del film:
PATERSON

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman,
Luis Da Silva Jr – 113 min. – USA 2016

 

Paterson è un giovane poeta: scrive di nascosto su un quaderno segreto che porta sempre con sé durante il suo lavoro: è autista sui pullman di linea, nel New Jersey, precisamente nella cittadina che porta il suo stesso nome: Paterson. Questo piccolo centro in passato aveva ispirato poeti come Williams Carlos Williams e, più recentemente, Allen Ginsberg, e aveva dato accoglienza anche a un celebre anarchico italiano, Gaetano Bresci, che da quel luogo era partito per uccidere nel 1900 il re d’Italia Umberto I. Il giovane autista (Adam Driver) sembra voler far rivivere la tradizione poetica radicata nella cittadina, confortato anche dall’incoraggiamento di Laura (Golshifteh Farahani), la tenera moglie innamorata, che egli lascia ogni mattina ancora semi-addormentata e che, a sua volta, coltiva una vena artistica, adornando la loro casa con tende e tessuti che dipinge nei toni del bianco e del nero.

Laura è la sua musa: per lei Paterson scrive su quel quaderno segreto (come Petrarca il suo Secretum, dice lei!), ispirandosi all’amore che li unisce. Sebbene non esista, nella sua vita, qualcosa che si possa considerare particolarmente rilevante, egli è capace di cogliere, al di là dell’apparenza ripetitiva di una vita senza scosse, gli scarti anche minimi che rendono sempre nuova la giornata: è il collega colpito dalle sciagure; sono le confidenze fra i passeggeri; è l’incontro con un gruppo di balordi; è il desiderio di Laura di quella bella chitarra bianca e nera; è la scatola di fiammiferi particolarmente significativa; è l’incidente che gli blocca il pullman durante la corsa; è l’atto involontariamente eroico all’interno della birreria dove ogni sera è atteso perché tutti vogliono ascoltare i suoi racconti; è l’improvviso incontro con la bimba poetessa, o col giapponese innamorato della letteratura; sono le coppie di gemelle che compaiono sulla sua strada, indizio di un destino misterioso, forse.
Jim Jarmush sembra essere tornato ai suoi primi lungometraggi, per il minimalismo del racconto e per l’attenzione nei confronti dell’umanità che oscuramente abita le periferie americane o le province dimenticate di cui ha colto spesso l’anima profonda, le aspirazioni e i sogni frustrati dalla realtà: vedendo Paterson, tornano alla mente i suoi film in bianco e nero (Stranger tan Paradise, soprattutto) o a colori, come Mistery Train anche più che Broken Flowers (pur bellissimo).
Siamo invece abbastanza lontani dai vampiri politicamente corretti  del suo Only Lovers Left Alive (questo, ovviamente, non è un giudizio di valore).
Il regista, seguendo giorno per giorno per un’intera settimana la vita apparentemente regolare di Paterson, riflette sull’amore, fonte primaria di ispirazione, sulla capacità dei poeti di ascoltare e di cogliere, al di sopra delle meschinità e della noia della vita quotidiana, misteriosi collegamenti, analogie, segnali, aspetti non sempre razionalizzabili della realtà.

Neruda, Il cittadino illustre, Paterson: la stagione cinematografica, dopo il vuoto dell’estate, ha proposto tre film sulla poesia. Me ne compiaccio, sperando che si tratti dell’ inizio di un cambiamento, finalmente, dopo una stagione anche troppo incentrata sulle ricostruzioni giornalistiche, cronachistiche, biografiche e documentaristiche. Personalmente, non ne potevo più.

Aquarius


schermata-2016-12-17-alle-22-42-29recensione del film:
AQUARIUS

Regia:
Kleber Mendonça Filho

Principali interpreti:
Sonia Braga, Maeve Jinkings, Irandhir Santos, Humberto Carrão, Fernando Teixeira,
Jeff Rosick, Julia Bernat, Carla Ribas, Rubens Santos
– 140 min. – Brasile 2016.

Alle soglie della vecchiaia, dopo la morte del marito e la “diaspora” dei figli, ciascuno per la propria strada, Clara (Sonia Braga)  vive da sola a Recife, in un condominio un tempo ideato per ospitare la buona borghesia locale e denominato Aquarius. Nell’alloggio di sua proprietà, affacciato sulla bella spiaggia brasiliana, essa custodisce gelosamente le testimonianze e i ricordi  di trent’anni della propria storia: sono gli oggetti che parlano della sua brillante carriera professionale di giornalista musicologa (i vinili stipati sugli scaffali fino al soffitto, insieme ai ritagli di giornali e alle fotografie in compagnia di famosi musicisti); sono anche gli arredi, muti testimoni delle gioie del periodo felice del suo matrimonio e della maternità, nonché dei dolori della malattia che l’aveva colpita ancora molto giovane (un cancro al seno, superato grazie a una crudele amputazione, alle pesanti cure che le avevano fatto perdere per qualche tempo i bellissimi capelli, e grazie anche alla propria caparbia volontà di vivere). Ora la bella dimora, carica di memorie, è insidiata da una società di immobiliaristi, molto potente in Brasile, che ha già acquistato tutti gli alloggi del condominio ed è decisa ad acquistare anche il suo, con le buone maniere in un primo tempo (offerte molto vantaggiose, sempre rifiutate) e adesso con le cattive (minacce, dispetti e intimidazioni di ogni tipo), per attuare la colossale speculazione edilizia destinata a mutare l’aspetto di Recife e della sua prestigiosa spiaggia, ormai poco fruibile, essendo la balneazione resa rischiosa dagli squali che infestano le acque della bellissima baia di Pernambuco. Il film è il racconto della lotta sorprendente intrapresa da Clara, quasi da sola, con pervicace ostinazione, per difendere insieme alla sua proprietà, se stessa e la propria dignità.

La vicenda, anche se per alcuni aspetti ricorda un bel film dagli accenti quasi dickensiani di Mike Leigh del 1988, High Hopes (la faccia più spietata della speculazione edilizia a Londra durante il governo di Margaret Thatcher), si colloca in modo originale e nuovo, nei suoi sviluppi e nella imprevedibile conclusione, ai nostri giorni per il ritratto moderno e inquieto di Clara, che vive l’ultima fase della vita non come una cadente vecchietta, ma rivendicando il giusto rispetto per le sue esigenze: il suo corpo, pur gravemente offeso, è ancora in grado di esprimere vitale sensualità; la sua mente è ancora lucidissima e presente a se stessa e intende mantenere intatta la memoria di un passato di rivendicazioni femministe, che, proseguendo una tradizione di famiglia, Clara aveva vissuto fra le mille contraddizioni e lacerazioni che soffrono tutte le donne, combattute fra il desiderio della propria affermazione personale e quello fortissimo di essere vicine ai propri figli. Non mancano nella narrazione del regista Kleber Mendonça Filho momenti di tensione penosa e talvolta struggente, soprattutto quando proprio dai figli arriva la pressante richiesta di cedere e di accettare di andarsene, dimostrando che essi hanno a cuore più la propria tranquillità che le ragioni di una madre fiera che non intende arretrare né svendere ciò che il denaro non può risarcire in alcun modo. Stupenda e perfetta l’interpretazione di Sonia Braga, in un film non certo privo di difetti (un po’ troppo lungo, forse), ma molto interessante e sicuramente da vedere.

Presentato in concorso a Cannes nello scorso aprile.

 

È solo la fine del mondo


schermata-2016-12-11-alle-19-32-06recensione del film:
È SOLO LA FINE DEL MONDO

Titolo originale:
Juste la fin du monde

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard – 95 min. – Francia 2016.

Gran Premio della regia, quest’anno a Cannes è finalmente visibile anche da noi.

Louis, (Gaspard Ulliel), che è un apprezzato scrittore, è su un aereo per tornare a casa, ma il suo viaggio, senza futuro, è pieno di incognite, come ben si comprende all’inizio del film, quando, su quello stesso aereo, un bimbetto seduto dietro di lui (che gli sorriderà indulgente), gli copre gli occhi con le sue manine con un gesto pieno di grazia, ma fortemente significativo. Louis aveva abbandonato quella casa da dodici anni, durante i quali non aveva mai dato notizie di sé, ciò che lascia indovinare uno strappo alquanto drammatico. Il giovane, ora malato e prossimo a morire, non aveva più visto Suzanne (Léa Seydoux), la sorella allora molto piccola, diventata una bella e infelice ragazza, e neppure Antoine (Vincent Cassel), il fratello maggiore invidioso e rancoroso, né aveva cercato di incontrare la madre (Nathalie Baye), affettuosa ma lontana da lui e dai suoi problemi, troppo presa dalla propria garrula vanità. Nulla sappiamo della sua famiglia in quei dodici anni, se non che Antoine, diventato padre da pochi mesi, usava anche con con la moglie Catherine (Marion Cotillard) l’atteggiamento odioso e arrogante che gli era solito e che la donna vanamente provava a mitigare, opponendo all’aggressività di lui la propria dolce remissività. Allo stesso modo ignoriamo tutto dei dodici anni di Louis lontano da loro, se non che era diventato un noto e acclamato scrittore: tutti i diversi personaggi vivono, infatti, nel momento stesso del loro agire, del loro parlare o del loro silenzio, come si conviene  a personaggi che, prima di diventare cinematografici, appartengono a una pièce teatrale.
Louis era tornato animato dall’intento di offrire la rivelazione della sua fine inevitabile, quale segno del suo profondo bisogno di pacificazione, quasi che ritrovare persone e luoghi che lo avevano visto crescere potesse fargli ricuperare, proustianamente, il tempo lontano delle memorie affettuose (inutilmente ?) perduto. Del tutto vano, però, si sarebbe rivelato questo suo tentativo in una famiglia dove ognuno ascoltava solo la propria voce, cercando di sovrapporla a quella degli altri: solo Catherine sembrava in grado di comprendere con sincera compassione, ma non essendo sufficientemente forte da imporsi era destinata a subire. Il ritorno di Louis, perciò, non avrebbe mutato la situazione di sempre, cosicché qualunque rivelazione diventava impossibile; il suo sorriso tra l’ironico e lo sconsolato non poteva che ribadirne l’impotente solitudine, anche quando una passeggiata con Antoine in auto, nell’aperto paesaggio di una domenica assolata, avrebbe potuto rallentare la tensione e favorire la pacificazione.

L’atteso sesto film di Xavier Dolan è alquanto insolito, poiché questa volta l’enfant prodige del cinema mondiale abbandona il Canada e il suo Quebec (e soprattutto i suoi attori e il suo colorito parlato québécois), per trasferirsi in Francia, attratto dalla possibilità di adattare allo schermo il testo teatrale, dal titolo Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce, altro enfant prodige, morto di AIDS a Parigi nel 1995, a soli trentotto anni e, fino a quel momento, sconosciuto autore (solo in seguito le sue pièces sarebbero diventate le più rappresentate d’oltralpe e questa sarebbe stata la più rappresentata di tutte. In Italia questa stessa pièce fu messa in scena da Luca Ronconi al Piccolo di Milano nel 2009).
Dolan, dunque, per la seconda volta, come già era accaduto con Tom à la ferme, si cimenta con un testo teatrale: in quel caso l’autore Michel Marc Bouchard ne era stato anche co-sceneggiatore; in questo caso, invece, egli, unico sceneggiatore, ha largamente utilizzato, spesso senza modificarlo, il testo altamente claustrofobico di Lagarce facendone un Kammerspiel, ciò che gli ha permesso di isolare ogni personaggio nel proprio incomunicabile dolore, ma anche di scavare nelle contraddizioni di ciascuno, mettendone in luce, l’umanità, nella convinzione personale che anche i personaggi meno positivi della vicenda soffrano, e che cerchino di difendersi dal dolore ciascuno a suo modo: chi con fatua nevrosi, come la madre; chi con sprezzante arroganza, come Antoine; chi con la trasgressione della droga, come Suzanne. Una lunga intervista, rilasciata nell’agosto 2016  a Stéphane Délorme* contiene a questo proposito molte interessanti dichiarazioni circa i modi con i quali il regista  aveva cercato di rendere cinematograficamente accettabile un testo di estrema durezza, senza tradirne la forza sconvolgente, sia attraverso l’uso ampio dei primi piani, sia attraverso la ricerca continua dell’ equilibrio fra il parlato ossessivo e violento, il silenzio insopportabile del non detto, e la musica (composta per questo film da Gabriel Yared). Ancora una volta il giovane regista si è rivelato ottimo direttore degli attori, perfettamente e credibilmente calati nel proprio ruolo. Non so se, come alcuni sostengono, questo sia il film meno riuscito di Dolan: egli sostiene di aver voluto con questa sua fatica rendere omaggio a un autore sfortunato, cercando di ottenere un’opera molto fedele all’originale (sia pure con le differenze implicite nel mezzo cinematografico) senza riconoscersi perciò pienamente in essa. Credo che a un giovane di ventisette anni, al suo sesto film, vada riconosciuto il diritto di tentare nuove strade e di sperimentare nuove forme espressive! Da vedere.

* pubblicata nel numero di settembre dei Cahiers du Cinema alle pagine 30-33.

Agnus Dei


schermata-2016-12-06-alle-14-22-27recensione del film:
AGNUS DEI

Titolo originale:
Les Innocents

Regia:
Anne Fontaine

Principali interpreti:
Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig – 115 min. – Francia, Polonia 2016.

Polonia – dicembre 1945 – Lo scenario è quello penoso che segue la fine di ogni guerra: il paese in rovina; ovunque la miseria; ovunque il dilagare della violenza dei vincitori, mentre torme di bambini orfani e cenciosi nel gelido e nevoso inverno di quell’anno cercavano di rimediare un po’ di cibo nelle prossimità delle abitazioni dei sopravvissuti. Le truppe di occupazione dell’Armata Rossa avevano fatto e continuavano a fare razzia degli averi e delle donne dei contadini, né avevano esitato a violare, ripetutamente, le suore che abitavano il convento isolato al di là del bosco. Sette suore erano state ingravidate durante quelle incursioni, mentre la badessa aveva contratto la sifilide: storie di ordinaria e orribile sopraffazione, purtroppo. Di quei giorni tremendi aveva tenuto il diario una dottoressa francese, incaricata, dalla Croce Rossa del suo paese, della cura e della riabilitazione dei soldati dell’Armée feriti: Madeleine Pauliac. Agli scarni appunti di quella giovane donna si ispira liberamente la regista Anne Fontaine, che nel film racconta quella vicenda di allora.

Colpisce in primo luogo il modo delicato e attento con il quale è ricostruita la terribile vicenda:  col nome di Mathilde Beaulieu (ottima Lou de Laâge), la dottoressa è protagonista della storia narrata nel film, che è anche e soprattutto la storia del dialogo che a poco a poco si rende possibile fra chi come lei possedeva una visione laica e razionale del mondo e delle umane sorti, e chi, come le suore, viveva il proprio destino con mistica e rassegnata obbedienza a una regola rigidissima, non sempre sorretta da una fede incrollabile, che, anzi, spesso vacillava di fronte a efferatezze così crudeli da rendere insufficienti le preghiere.
Mathilde era venuta a conoscenza di quegli stupri essendo stata avvicinata da Suor Maria (Agata Buzek) che l’aveva invitata a soccorrere una consorella che stava per partorire. Il suo rifiuto iniziale aveva ceduto alla pietà, cosicché Mathilde si era introdotta di nascosto e di notte nel monastero dove, nella diffidenza generale, e nonostante l’aperta ostilità della badessa, aveva fatto la levatrice in un parto difficilissimo. Il suo ritorno regolare, per proseguire le cure alla neo-madre, aveva rotto il gelo della prima accoglienza; il suo deciso intervento in difesa di tutte quando ancora una volta i soldati russi erano entrati nel luogo consacrato, seminando terrore e panico, aveva creato i presupposti di un’amichevole accettazione del suo aiuto, durante tutta la gravidanza, affinché il parto di ciascuna di loro avvenisse nelle migliori condizioni di igiene e di sicurezza.
La situazione delle suore in attesa era oggetto di sofferenze indicibili, non solo fisiche, poiché la badessa (Agata Kulesza) aveva diffuso la convinzione che la profanazione del luogo e dei loro corpi fosse il segno di una maledizione divina che si era abbattuta sul monastero. Portatrice di una visione religiosa fanatica e integralista, la donna paventava lo scandalo che avrebbe, in ogni caso soffocato, a qualsiasi costo: perciò aveva provveduto personalmente ad allontanare i neonati abbandonandoli al loro destino, così come avrebbe voluto abbandonare al loro destino anche le poverette durante il parto.

Era nata a poco a poco, nonostante tutto, un’amicizia fiduciosa fra Mathilde e le monache, grazie alla quale era stata trovata anche la soluzione al problema dei neonati, certo non desiderati, ma innocenti e sicuramente degni di quella compassione che (in questo caso sotto la forma cristiana della carità) si deve a ogni essere umano in condizione di sofferenza.
Il film è bello, non solo per il modo dialettico e problematico col quale viene messo a confronto il mondo dei laici con quello dei credenti, ma anche per la capacità raffinata della regista di disegnare e rendere credibili, in un mondo che si suppone uniforme e incolore come quello di un monastero polacco, le diversissime individualità delle monache e le diverse sfumature della loro fede.
La bellezza del film, inoltre, si manifesta in modo davvero eccelso nelle immagini altamente suggestive del paesaggio innevato, dei boschi che delimitano la scena e che simbolicamente celano sotto il manto bianchissimo della neve, gli orrori del sangue versato, delle sopraffazioni e della lotta per la sopravvivenza delle creature viventi: quello stormo nero dei rapaci che accorrono a divorare il neonato ai piedi della croce, vale la visione del film. Sorvolo, invece sul romanzetto amoroso fra Mathilde e il medico ebreo, sopravvissuto alle deportazioni, non perché non presenti motivi di interesse, ma per la sua irrilevanza nel disegno complessivo del film.
Peccato che il solito titolo all’italiana tenga lontano dalla visione parecchi spettatori che potrebbero apprezzarlo (lo dico perché ne conosco qualcuno).

A proposito di Fuocoammare 2


schermata-2016-12-12-alle-00-51-34Credo che faccia piacere a tutti quelli che lo hanno apprezzato la notizia che FUOCOAMMARE, già Orso d’oro a Berlino quest’anno, ha ottenuto ieri a Breslavia (Polonia) il prestigioso premio EFA (European Film Awards) come migliore documentario europeo. Forse ne sentiremo ancora parlare  durante la premiazione degli Oscar, perché è entrato anche a far parte della short list  (15 titoli in tutto che si contendono la nomination per la notte degli Oscar) dei documentari dell’Academy Awards.

Auguri di tutto cuore al nostro piccolo film.

Sully


schermata-2016-12-05-alle-23-27-33recensione del film:
SULLY

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Tom Hanks, Aaron Eckhart, Laura Linney, Anna Gunn, Autumn Reeser, Sam Huntington, Jerry Ferrara, Holt McCallany, Lynn Marocola, Chris Bauer, Max Adler, Valerie Mahaffey, Denise Scilabra, Inder Kumar, Tracee Chimo
– 95 min. – USA 2016

Non è facile a quanto pare andare in pensione negli States: dopo anni di onoratissima carriera non ci va Woody Allen né ci va Clint Eastwood; i due infaticabili registi, anzi, mettono fuori, più o meno ogni anno, il loro bravo film, quasi sempre di buona fattura e dignitoso. Ci vorrebbe andare, invece, il pilota Chesley Sullenberger, “Sully”per gli amici, che dopo 42 anni di onorato servizio alla guida dei caccia americani, era passato all’aviazione civile, avendo ancora bisogno di lavorare per pagare il mutuo dopo l’acquisto della casa. Sully, purtroppo, aveva rischiato seriamente di perdere quel lavoro e anche la pensione, perché la sua compagnia aerea stava mettendo in dubbio la correttezza del suo comportamento in volo quando, nel gennaio del 2009, egli aveva portato in salvo 155 persone che viaggiavano sull’aereo a lui affidato, dopo che lo scontro con uno stormo di oche aveva privato il velivolo dei due motori, durante la fase di decollo. Partito dall’aeroporto La Guardia (uno degli scali di NewYork) e diretto verso il North Carolina, Sully aveva presto constatato l’impossibilità di qualsiasi atterraggio d’emergenza tornando al La Guardia o puntando verso altri aeroporti, troppo lontani in quelle condizioni e aveva rapidamente deciso di tentare un ammaraggio disperato nelle acque gelate del fiume Hudson, che lambisce la costa occidentale di Manhattan, scommettendo sulla sua riuscita e sperando nella rapidità dei soccorsi.
Immediatamente esaltato come un eroe dalla stampa e dalla televisione dell’epoca, Sullenberger era diventato presto oggetto di dubbi e insinuazioni da parte della National Transportation Safety Board, che, anche su pressione delle compagnie di assicurazione, aveva immediatamente avviato un’indagine cercando di imputargli la perdita di un velivolo ormai inservibile e opponendo ai suoi argomenti le prove di simulazione con il computer. Lontano dagli affetti familiari, isolato dall’opinione pubblica dopo che molti giornali e reti televisive avevano deciso di cavalcare lo scandalo e il sospetto, Sully aveva dalla sua, oltre al co-pilota che aveva con lui vissuto lo stesso dramma, uno sbiadito sindacalista e l’avvocato difensore. Era stata però la sua accorata e lucida difesa delle ragioni umane contro le simulazioni che non ne avevano tenuto conto ad avere la meglio e a permettergli di ottenere il riconoscimento pieno dei suoi meriti.

Il film, ricostruendo un fatto di cronaca con fedeltà e asciuttezza giornalistica, riserva gli effetti speciali esclusivamente per lasciarci immaginare quali potessero essere gli incubi terribili che avevano accompagnato i giorni dell’inchiesta, nel lodevole intento di far parlare i fatti sufficientemente drammatici di per sé per aver bisogno di un racconto a tinte più forti e soprattutto più false. Il tormento del pilota, rimosso in quei drammatici minuti, ricompare in forma allucinatoria durante le notti insonni in cui i fantasmi dell’11 settembre sembravano rivivere, prospettando scenari di schianto contro i più famosi grattacieli della metropoli, con un utilizzo sobrio e appropriato degli effetti di simulazione, del tutto giustamente abbandonati nella narrazione “storica” degli eventi. Il risultato è quello di un racconto fluido e contenuto nei canoni classici e composti dei film di Eastwood, sdrammatizzati ulteriormente dall’ironia del co-pilota e dalle scene finali che accompagnano i titoli di coda e che, mostrandoci il vero Sully, circondato dalla famiglia sorridente, ci fa penetrare in quella normalità della middle-class americana per la quale eroismo significa senso del dovere e fiducia nella capacità della società americana di trovare nel momento del pericolo la massima solidarietà collettiva. Null’altro, quindi che la riproposizione della weltanschauung sottesa ai migliori (e anche ai meno convincenti) film di Eastwood: siamo pur sempre nel migliore dei mondi possibili! Splendide interpretazioni di Tom Hanks e di Aaron Eckhart, il co-pilota. Film da vedere.

QUI se volete approfondire, potete trovare tutte le notizie sui fatti del 2009 e sul coraggioso Sullenberger, oltre che qualche intervista e qualche divertente curiosità.

L’avenir


schermata-2016-11-26-alle-22-33-28recensione del film:
L’AVENIR

Regia:
Mia Hansen-Løve
.

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Edith Scob, Roman Kolinka, André Marcon, Marion Ploquin
– 100 min. – Francia 2016.

Orso d’Argento alla Berlinale di quest’anno, del tutto ignorato qui in italia, visto al TFF, con la sgradevole sensazione che da noi non arriverà mai. Possibile che proprio nessuno intenda distribuirlo anche qui?

Nathalie (Isabelle Huppert), insegnante di filosofia, era apparsa all’inizio del film quando, ancora giovane, aveva portato i suoi bambini a visitare Le Grand Bé, il luogo caro a Chateaubriand che lì aveva voluto essere seppellito: una piccola altura unita a Saint Malo da una lingua di terra percorribile solo nei momenti di bassa marea, emblematica dell’aspirazione dello scrittore a confondersi con l’eterno fluire del mare, non del tutto staccato, però, dal mondo degli uomini.
Erano passati gli anni, i bambini erano cresciuti e ora vivevano per lo più lontani da lei, mentre si moltiplicavano i suoi problemi: una madre (Edith Scob) con la demenza senile, che di lì a poco l’avrebbe lasciata; una vita matrimoniale prossima alla deflagrazione; una vita professionale ormai priva di soddisfazioni, poiché le sue belle lezioni di filosofia interessavano sempre meno gli studenti, spesso in sciopero per rivendicare spazi e diritti che le sembravano incomprensibili, mentre gli editori dei suoi saggi le richiedevano minor rigore nel linguaggio, maggiore facilità, e la spingevano ad adeguarsi a un pubblico superficiale e poco disposto a letture impegnative. Le era rimasto vicino solo Fabien (Roman Kolinka), l’antico discepolo intelligente, un po’ anarcoide, che aveva seguito con passione le sue lezioni e che si era messo a scrivere di filosofia, col suo pieno sostegno. Ora Fabien, però, aveva fatto una scelta decisiva per la propria esistenza:  aveva iniziato a vivere, in coerenza con le proprie convinzioni, in una “comune”, nelle prealpi del parco regionale del Vercors (il territorio è quello di Grenoble), riducendo al minimo i bisogni e le necessità indotti dalla vita di città, e l’aveva invitata a condividere quella vita con lui e con quanti, come lui, erano disposti a rinunciare ai modelli imposti dalle convenzioni borghesi. Nathalie, avrebbe trovato però, inaspettatamente, nella sua filosofia e in se stessa la forza di affrontare i cambiamenti e le separazioni inevitabilmente legate al passare del tempo, accettate finalmente con consapevole serenità.

Il film, minimalista, come gli altri di questa bravissima regista, indaga delicatamente negli stati d’animo di Nathalie, nelle sue esitazioni, nell’equilibrio instabile della sua esistenza che perde a poco a poco certezze e riferimenti, avvalendosi dell’interpretazione eccezionale di Isabelle Huppert, che senza retorica, con la ricchissima gamma delle espressioni del volto, dello sguardo, della gestualità e delle parole costruisce un personaggio femminile bellissimo e non facilmente dimenticabile.

Da vedere, se arriverà in Italia, s’intende!

Il cittadino illustre


schermata-2016-11-26-alle-22-12-13recensione del film:
IL CITTADINO ILLUSTRE

Titolo originale:
El ciudadano ilustre

Regia
Gastón Duprat, Mariano Cohn

Principali interpreti:
Oscar Martínez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Belén Chavanne, Nora Navas, Iván Steinhardt, Marcelo D’Andrea, Manuel Vicente – 117′- Argentina/Spagna 2016

Gli avevano dato il Nobel per la letteratura, ma Daniel Mantovani (Oscar Martinez), scrittore argentino per nascita e spagnolo di Barcellona per elezione, non sembrava averlo molto gradito, stando, almeno, al discorso pronunciato col quale avrebbe dovuto ringraziare tutti, dai giurati al re di Svezia, che forse ci erano rimasti un po’ male! Aveva sostenuto, infatti, Daniel, con un accento di verità non privo di snobismo, che i premi, e il Nobel in modo particolare, sanciscono la fine della carriera di qualsiasi scrittore, poiché, suggellando meriti e pregi di un’opera ormai conclusa e gradita al pubblico e fissandone rigidamente i contorni, gli rendono molto difficile, se non impossibile, imboccare nuovi percorsi, per quanto promettenti. Era accaduto, infatti, che dopo quel premio Daniel non avesse più scritto alcunché: aveva perso l’ispirazione, assediato da inviti per incontri, conferenze, convegni in ogni parte del mondo. Aveva sempre rifiutato, però, in quanto detestava i riti della sovraesposizione mediatica, gli autografi sui libri, la mondanità presenzialista, gli incontri con le autorità. Aveva invece accettato, dopo cinque anni dal premio, la proposta di tornare a Salas, la piccola città argentina che gli aveva dato i natali e che ora intendeva festeggiarlo. Anche se di lì se n’era andato da quarant’anni, in fondo quella lontana località aveva ispirato i suoi racconti e, forse, ora gli avrebbe fatto ritrovare l’antica voglia di scrivere e raccontare.
Erano stati pochi giorni da dimenticare, invece, vissuti in un clima da incubo vieppiù angoscioso, durante i quali aveva chiarito prima di tutto a se stesso che non la realtà di quei luoghi, ma l’elaborazione mitica del suo ricordo lontano, che ne aveva trasformato paesaggio, case, e abitanti, era stata all’origine della sua narrazione e della sua arte. Ora, quella realtà gli appariva in tutta la sua brutalità violenta e gretta: le antiche baruffe da ragazzo esigevano risposte; le vecchie rivalità amorose erano conti da regolare; il suo successo era sfruttabile per gli scopi più diversi; il suo distacco rispetto ai problemi locali era vissuto come un vero tradimento.

I registi ci raccontano queste cose e molte altre alternando l’ironia e l’umorismo tagliente e spietato della descrizione di Salas, con la tensione crescente di alcune drammatiche scene, verso la fine, quando il film è ormai un noir teso poiché Daniel rischia di diventare la  vittima dell’invidia, dell’ignoranza diffusa e delle contraddizioni di un piccolo paese e dei suoi meschini abitanti. Molto bella la riflessione finale, che compendia lo spirito del film, che è anche un piccolo racconto filosofico sull’arte, sui rapporti dell’arte con la verità, e sulla necessità per l’artista di far prevalere l’interpretazione sulla rappresentazione, negando ogni consistenza alla cosiddetta realtà. Oscar Martinez ha più che meritato la Coppa Volpi che quest’anno a Venezia gli è stata assegnata come miglior attore. Film bello e originale, molto sorprendente e consigliabile.