La casa sul mare

recensione del film:
LA CASA SUL MARE

Titolo originale:
La villa

Regia:
Robert Guédiguian

Principali interpreti:
Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Yann Trégouët, Geneviève Mnich, Fred Ulysse – 107 min. – Francia 2017.

Questo, che è un film bellissimo, di uno dei più grandi registi d’oltralpe viventi, è stato presentato lo scorso autunno a Venezia, dove non ha ottenuto alcun premio. No comment! Cercherò di analizzarlo, individuandone, senza troppo spoiler, i temi principali.

Armand, suo padre e i suoi fratelli

Dopo il malore, la vita del vecchio padre sembrava essersi bloccata in un limbo senza memoria e senza progetti nel quale, da un momento all’altro, egli aveva smarrito la coscienza, la parola, la mobilità e ogni autonomia: tutto era cambiato all’improvviso per lui e per Armand (Gérard Meylan), l’unico dei tre figli che gli era stato vicino sempre, nella bella casa in fondo alla calanque de Méjean, l’incantevole baia prossima a Marsiglia, che infatti si vedeva in lontananza, nelle limpide giornate invernali, quasi alla distanza di sicurezza sufficiente a impedire che la pace e la serenità del luogo, sovrastato dal viadotto dell’alta velocità, ne venissero disturbate. Méjean che non era mai stata fuori dal mondo, adesso era fortunatamente fuori dal caos convulso della vita di tutti.
Armand, che era vedovo da poco, aveva deciso di non abbandonare il suo vecchio in un istituto e di non tradirne la storia: intendeva portare avanti da solo il bel ristorante sotto casa (ideato, un tempo, per offrire ottima cucina di pesce a prezzi popolari), resistendo alle pressioni e alle proposte vantaggiose di acquisto che gli erano arrivate. Egli non poteva e soprattutto non voleva staccarsi da quell’ambiente e da quella memoria di solidarietà, né dai ricordi legati alla fede, limpida e generosa – forse un po’ utopica – nel comunismo prossimo venturo, che aveva ispirato tutta la vita del padre e dei suoi compagni di lotta, i pescatori del villaggio che in quel locale avevano trovato buon cibo, buon vino, prezzi bassi e un po’ di vita sociale.
Gli era necessario, però, incontrarsi con i suoi fratelli per definire, prima di ogni altra cosa, la sua quota di eredità paterna. Era già lì da qualche giorno Joseph (Jean-Pierre Darroussin), intellettuale comunista in crisi permanente, che, con un passato da operaio, era arrivato a insegnare all’università. Con lui, una giovane fidanzata, Berangère (Anaïs Demoustier), sua ex allieva, confusa e annoiata dai discorsi nostalgici sui vecchi tempi di Armand e di Joseph, il quale condivideva la tenacia quasi ingenua di Armand nel difendere l’antica diversità che lo legava al padre.
Stava arrivando, intanto, da Parigi, Angèle (Ariane Ascaride), che a Méjean non si era più vista da vent’anni, intenzionata a ripartire per Parigi al più presto. Per lei, che era stata una brava attrice teatrale e che ora lavorava nelle serie televisive, Méjean era legata al grande dolore per la morte della sua bimba di sette anni, la cui accidentalità non aveva mai voluto ammettere, convinta com’era della pesante responsabilità di suo padre.

Méjean e i suoi abitanti

Se, come ho detto, Marsiglia era abbastanza lontana, il mondo, al contrario, si era fatto sempre più vicino al villaggio: la globalizzazione e la rapidità delle connessioni, ben più dell’alta velocità, avevano favorito il diffondersi di un nuovo modo di pensare e di organizzare i rapporti umani; il pensiero unico stava appiattendo le culture e  mostrava, senza pietà, l’anacronismo delle posizioni ideali di Armand e di Joseph, nobili ma velleitarie e destinate, forse, ad altre  durissime sconfitte. La loro nostalgia del passato era un po’ patetica poiché si scontrava innanzitutto con la realtà indiscutibile del ridursi progressivo degli abitanti di Méjean: la crisi economica aveva portato lontano qualcuno di loro, o i loro figli; i pochi rimasti erano invecchiati, qualcuno era morto, qualcuno avrebbe preferito morire per non vedere la decadenza del proprio corpo e l’umiliazione della povertà. Era vivo però un giovane pescatore che di lì non si era mai mosso, in attesa di rivedere Angèle, che da bambino, molti anni prima, aveva ammirato mentre recitava in un teatro di Marsiglia: aveva studiato, aveva fondato una compagnia filodrammatica locale e, ostinatamente, aveva continuato a vivere di pesca, pensando a Claudel e a Brecht: prima o poi, quell’unica donna della sua vita sarebbe pur tornata e forse addirittura avrebbe apprezzato la sua lunga fedeltà!

In realtà il villaggio, con le sue case vuote o semi-vuote era al centro dell’attenzione di speculatori edilizi, pronti a farne un’attrazione per il turismo distratto dei nostri giorni; una sosta al ristorante, un selfie veloce, forse persino un breve soggiorno, poche ore o un paio di giorni, senza badare al prezzo: il trionfo dell’individualismo, l’orrore alle porte, la fine di ogni umana solidarietà, il tramonto dei sogni nobili e generosi del passato!

Nuovi arrivi a Méjean

Sarebbe invece, a sorpresa, venuto presto il momento di riprendere in mano le vecchie e logore bandiere rosse: magari non sarebbero servite alla rivoluzione, ma avrebbero indicato una strada percorribile e avrebbero ridato senso alla vita dei tre fratelli che sentivano di averlo smarrito; allo stesso modo sarebbero tornati utili gli abiti e i giocattoli della figlia di Angèle, rimasti per vent’anni nella sua stanzetta, perché Angèle non li aveva voluti portare con sé.
Nel porticciolo era naufragata rovinosamente un’imbarcazione col suo carico di clandestini nordafricani: molti morti erano stati ritrovati, ma qualche bambino si era salvato sicuramente: per questo la Gendarmerie aveva chiesto in giro notizie, e, anche nel ristorante, Armand e i suoi fratelli erano stati allertati…
Quei piccini, ripuliti, sfamati e rivestiti, però, non erano diversi dagli altri bambini e potevano, anzi, dovevano essere aiutati a superare, nel calore dell’accoglienza, le loro paure e a elaborare, col tempo, i loro lutti!
Con sobrietà pudica, senza retorica, senza insistere nel racconto particolareggiato del dolore, senza prediche inutili, scorre davanti agli occhi degli spettatori la grande tragedia dei nostri giorni, ben simboleggiata dall’immagine straziante delle due manine intrecciate che non vogliono separarsi, e che nessuno dovrà separare in futuro, se davvero si vuole la fine dell’odio  irrazionale e della paura insensata che sta avvelenando e distruggendo il nostro vecchio continente.

Un film molto bello, malinconico, ma non triste, aperto, con molte cautele, alla speranza, come non sempre accade  nei film di Guédiguian, interpretato dalla squadra dei suoi meravigliosi attori fra i quali, come sempre, si distingue la grandissima Arianne Ascaride. Dello stesso regista, avevo recensito anni fa La Ville est tranquille e Le nevi del Kilimangiaro.

Da vedere sicuramente!

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Un grande vuoto, un dolore profondo.

 

Un grande vuoto; un dolore profondo.

 

 

 

Grazie a Vittorio Taviani, per gli indimenticabili film che ha lasciato nel mio cuore; grazie perché ha contribuito alla mia passione per il cinema, grazie, per l’umanità profonda e la cultura, che insieme a Paolo, ha profuso dal primo all’ultimo film.

 

 

 

Per ora lo ricordo così, con la piccola clip da un film che ho molto, molto amato: Kaos (1984).
La scena conclusiva del film (se ben ricordo) è l’incontro di Luigi Pirandello con la madre.

Aggiungo che Micromega on line ha pubblicato una vecchia intervista bellissima e lunga a Vittorio Taviani, per ricordarlo come appassionato uomo di cultura e di cinema. Merita una lettura|

Improvvisamente l’estate scorsa

recensione del film:
IMPROVVISAMENTE L’ESTATE SCORSA

Titolo originale:
Suddenly, Last Summer

Regia:
Joseph L. Mankiewicz


Principali Interpreti:
Elizabeth Taylor, Mercedes McCambridge, Montgomery Clift, Katharine Hepburn, Albert Dekker -114 min. – USA 1959

Questo magnifico film di Joseph L. Mankiewicz, è stato riproposto, per pochi giorni, al Cinema Massimo di Torino (Museo del cinema) nell’ambito di una rassegna dedicata al grande regista.

Dall’atto unico al film
Nel 1959 Joseph L. Mankiewicz aveva presentato l’adattamento cinematografico dell’atto unico Suddenly, Last Summer di Tennesse Williams, il notissimo scrittore teatrale intervenuto di persona accanto al collega Gore Vidal, per perfezionare la sceneggiatura: la nascita del film, infatti, non era stata facile anche per l’esigenza di estendere la parte centrale della pièce al fine di trasformarne la vicenda (breve) in un credibile lungometraggio. La maggiore preoccupazione di tutti, però, era lo scabrosissimo contenuto, solo parzialmente aggirabile applicando il codice di autoregolamentazione dei produttori, il cosiddetto Codice Hays *, secondo il quale di omosessualità nei film non si poteva assolutamente parlare, ma solo oscuramente alludere. In questo caso, i movimenti più integralisti avevano imposto che il personaggio “irregolare” non fosse in alcun modo visibile, né nel corpo, né nel volto, e neppure identificabile attraverso la voce. Almeno due altri temi scandalosi, però, percorrevano sottotraccia la pièce rendendone difficilissima la trasposizione cinematografica: uno di questi era il morboso rapporto, quasi incestuoso, fra l’invisibile Sebastian e sua madre Violet (Katharine Hepburn), cosciente della “scandalosa” omosessualità del figlio e delle sue probabili pulsioni pederastiche; l’altro, abbastanza apertamente accennato nel tragico finale, era l’impressionante primitivismo orgiastico del rito dionisiaco (cannibalesco?), che avrebbe concluso la vita del giovane Sebastian in vacanza in Spagna. La difficile impresa fu affrontata con molta eleganza, depotenziando le probabili proteste, grazie alla forza eccezionalmente coinvolgente  dell’interpretazione di Elizabeth Taylor, attrice molto popolare e gradita agli spettatori, che aveva contribuito, con la propria recitazione [melo]drammatica a oscurare i contenuti più scandalosi. La presenza dell’ottimo Montgomery Clift, che fu imposta da lei, si rivelò, a sua volta, un’ottima scelta, nonostante le difficoltà e i rallentamenti conseguenti alle cattive condizioni di salute dell’attore, non guarito dopo l’incidente del 1956.

La vicenda

La vicenda del film è abbastanza nota, ma forse non ai più giovani, perciò vale la pena soffermarvisi: si svolge a New Orleans, dove sorgeva un manicomio pubblico, luogo terribile, estremo ricovero di uomini e donne emarginati dalla società e dalla famiglia per ragioni che non sempre attenevano alla malattia mentale, e che erano più spesso frutto di inconfessabili interessi economici, di ipocrisie e di odi familiari. Si era trasferito in questa struttura un neurochirurgo specializzato nelle operazioni di lobotomia, il giovane dottor Cukrowicz (Montgomery Clift), che si era fatto le ossa a Los Angeles e che qui ora intendeva lavorare. L’ospedale, però, per la scarsità dei finanziamenti pubblici, non poteva assicurare strumenti e condizioni ottimali per le sue delicate operazioni al cervello, anche se il direttore sanitario, attento e sensibile alle sue esigenze, contava sulle generose donazioni di molti cittadini ricchi che volentieri, nel ricordo dei loro defunti, devolvevano all’ente cospicue somme di denaro. In modo particolare, una ricca vedova, Violet Venable (Katharine Hepburn), aveva promesso migliaia di dollari per una fondazione legata al nome del proprio figlio Sebastian, giovane poeta, morto nell’estate precedente durante una vacanza in Spagna, dove la cugina Catherine Holly (Elizabeth Taylor) lo aveva accompagnato. Al suo ritorno, Catherine aveva dato segni di squilibrio mentale, e aveva rimosso dalla sua memoria i particolari orribili di quella morte, legata alle abitudini sessuali di Sebastian. La rispettabilità della ricca famiglia di Sebastian, nella persona di Violet, la madre amorosissima, ora privata del figlio, richiedeva che Catherine mettesse a tacere per sempre i ricordi legati alla torbida vicenda di cui era stata involontaria e terrorizzata testimone. Aveva promesso, pertanto, che se il dottor Cukrowicz avesse, con la lobotomia, “aiutato” Catherine a liberarsi di un ricordo doloroso, una ricchissima donazione avrebbe garantito all’ospedale tutto il prestigio e i soldi necessari al suo perfetto funzionamento.

Il bellissimo dottor Cukrowicz, ora, vorrebbe vederci chiaro….

Film indimenticabile non solo per le grandi interpretazioni degli attori, ma per il crescente e teso clima di orrore perverso che, seguendo il dolorosissimo riemergere dei ricordi di Catherine (affiancati da un lungo e ansiogeno flashback), ne fa un’opera inquietante, unica nella grande vicenda cinematografica del regista e insolita anche nella lunga storia dei film capaci di suscitare insieme pietà, sdegno e repulsione.
Il DVD dell’opera è facilmente reperibile sul mercato e la sua visione è particolarmente raccomandabile a chi ama il cinema, a chi apprezza il bianco e nero (molto prezioso) e anche a chi ancora oggi vorrebbe ripristinare i manicomi!

*Sull’applicazione del codice Hays vigilavano, mobilitando i propri iscritti fanatici, agguerriti movimenti ultra-conservatori che miravano a introdurre la censura governativa sul cinema, non ritenendo sufficiente l’autoregolamentazione dei produttori!

 

Un sogno chiamato Florida

recensione del film:
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Titolo originale:
The Florida Project

Regia:
Sean Baker

Principali interpreti:
Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones, Macon Blair, Karren Karagulian, Sandy Kane, Cecilia Quinan – 115 min. – USA 2017.

Il trailer italiano è insopportabile: gli urli e gli strepiti dei bambini, protagonisti del film, ti indurrebbero a scappare velocemente, altro che compiacerti e ridere per le loro prodezze da teppistelli! Nonostante il trailer, è stato il passaparola a indurmi a vedere questo film che, anche senza essere un capolavoro, merita tuttavia di essere visto e meditato poiché affronta, senza ipocrisie, il tema del duro vivere quotidiano alla periferia di uno dei luoghi consacrati al turismo di massa negli USA: Disneyland, preannunciato dai terribili colori pastello dei residence che sorgono nelle immediate vicinanze, e anche dalle forme kitsch degli edifici commerciali. In quegli edifici rosa o lilla, così dipinti per propiziare i sogni dei visitatori con pochi soldi, che non possono permettersi qualche notte in un albergo decente, in realtà vengono accolte, per lo più, donne con prole, senza lavoro e senza futuro, disposte a trasferirsi, con le loro poche cose, da una monocamera a quella adiacente, secondo le necessità dell’amministrazione degli stabili. Queste donne vivono di assistenza (alcuni volontari periodicamente portano cibo e bevande), ma anche di piccoli furti, di espedienti e di prostituzione, in modo da rimediare, comunque, i soldi dell’affitto che devono puntualmente pagare. Di questa condizione profondamente degradata, i bambini sono vittime incolpevoli: non vanno a scuola (è estate, ma, a quanto si comprende, non tutti ci vanno anche quando non sono in vacanza); per lo più si annoiano e si inventano modi più o meno divertenti di passare il tempo, del tutto indifferenti ai divieti, ai tabù  e ai richiami della “proprietà”, che ha affidato a un top manager, ovvero a Bobby (Willem Dafoe) la gestione quotidiana dei residence. Bobby è davvero grande per l’intelligente umanità con la quale interviene per prevenire i problemi, riportandoli, prima che diventino irrisolvibili, alle loro giuste dimensioni, ma certo non può fare miracoli! Quando la miseria è davvero profonda e la sofferenza, spaventosamente enorme, è quella dei bambini abbandonati a se stessi e privi di riferimenti positivi, riesce difficilissimo, anche con le migliori intenzioni, inventare soluzioni, soprattutto in assenza di  una rete di solidarietà intelligente, fatta di ascolto e collaborazione piuttosto che di condanna morale e di repressione poliziesca, fonte di ulteriore dolore e di fallimenti pressoché certi. Meravigliose le interpretazioni dei bambini; particolarmente notevole quella della piccola Brooklynn Prince, nei panni dell’infelicissima e terribile Moonee, la figlia di Halley (Bria Vinaite), la giovane madre incosciente,  drogata e irrimediabilmente perduta, le cui vicende sono emblematiche di un fallimento senza sconti e senza vie d’uscita, ovvero della fine dell’American Dream. Va da sé che Willem Dafoe si confermi anche in questo piccolo film quel grandissimo attore che conosciamo.

Girato con un Iphone e con pochissimi mezzi, il film non risulta scritto in modo molto accurato, eppure ha una sua forza coinvolgente che lo rende  più interessante di quanto il titolo e il trailer italiano lascino supporre.

Foxtrot-La danza del destino

recensione del film:
FOXTROT- La danza del destino

Titolo originale.
Foxtrot

Regia:
Samuel 
Maoz

Principali interpreti:
Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray, Gefen Barkai, Dekel Adin, Shaul Amir, Itay Exlroad, Yehuda Almagor, Ran Buxenbaum, Rami Buzaglo, Aryeh Cherner – 113 min. – Israele, Germania, Francia 2017

Il film ha una struttura insolita: se fosse una pièce teatrale, si direbbe una vicenda raccontata in tre atti unici in sé conclusi. In questo film, infatti, tre ambientazioni sceniche sono le diverse cornici che racchiudono tre momenti a se stanti di una stessa storia che, alla fine della pellicola si rivela chiarissima, poiché tutti i particolari apparentemente “slegati”diventano significativi pezzi di un solo disegno.  Analogamente i frammenti di cartone, incastrandosi  nel puzzle, trovano il loro posto e la loro funzione nel disegno che era sembrato difficile da ricostruire.
Cercherò di analizzare, pertanto, i tre diversi “atti” del film e di non rivelare nulla che non sia strettamente indispensabile:

ATTO PRIMO
L’esprit de finesse non è probabilmente diffuso negli ambienti militari, né è paricolamente apprezzato laddove, come a Israele, ci si trova in uno stato di guerra permanente. Nessuna meraviglia, dunque, se, quando si era trattato di avvisare i coniugi israeliani Michael e Daphna Feldmann (Lior Ashkenazi e Sarah Adler) della morte dell’amato figlio Jonatan (Yonatan Shiray), caduto in un’operazione difensiva lungo la linea di confine fra Israele e la Palestina, fosse emersa impietosamente la rozzezza grottesca degli ufficiali incaricati di confortare quei poveri genitori: troppe le parole, troppa la retorica, troppe le raccomandazioni insistenti (anche via cellulare e persino in piena notte!). Una insopportabile violazione, insomma, del diritto a piangere in privato un dolore così grande, mentre, purtroppo, non veniva comunicata alcuna vera notizia: nessuno sapeva come e perché Jonatan fosse morto; nessuno conosceva le condizioni del suo corpo, sottratto alla vista dei genitori; la bara sarebbe arrivata già chiusa, essendo da escludere che non contenesse il corpo di Jonatan… Eppure era andata proprio così: era avvenuto che il loro Jonatan Feldmann fosse stato confuso con uno sconosciuto soldato che si chiamava come lui!  Dopo tanto strazio sembrava tornata un po’ di serenità, ma Michael Feldmann, che era un affermato architetto, con conoscenze molto importanti anche fra gli ufficiali dell’esercito, non avrebbe dimenticato, né perdonato tanta leggerezza: aveva chiesto e ottenuto che, a risarcimento dell’intera famiglia, il figlio tornasse subito a casa. Non restava che attenderlo per festeggiarlo nel generale sollievo, sempre più simile all’euforia,  imbarazzante, data l’uccisione reale di un ragazzo, funesto presagio che lascia la propria impronta sull’intero film.

ATTO SECONDO

Dall’interno borghese, al paesaggio arido e sterminato del deserto in cui un surreale check point è lo sfondo di altre situazioni grottesche: quattro ragazzi, fra i quali Jonatan, sono impegnati in attesa di… “Godot”, armati fino ai denti, mentre scorrono i giorni, uno dopo l’altro e nulla accade di rilevante: rari gli automobilisti di passaggio e, per di più, sempre i soliti, a cui vengono richiesti i documenti in un rito umiliante e ripetitivo, ridicolo tanto quanto drammaticamente ottuso. A intervalli più regolari arriva un dromedario, a cui immediatamente si aprono le sbarre, pronte a rialzarsi al suo ritorno. In questa situazione ai giovani soldati non resta che vincere la noia, presenza costante, dentro quel parallelepipedo di lamiera, che sta visibilmente sprofondando nelle sabbie del deserto.  Jonatan Feldmann, per far passare il tempo, si dedica al foxtrot, la danza che dà il titolo al film, quella che gli sembra descrivere meglio la loro condizione di uomini forzati a tornare al punto di partenza dopo aver tentato qualche passo per uscirne. Essendo anche un bravo disegnatore Jonatan sta ricostruendo a fumetti un po’ di storia della sua famiglia, su un album che scorre rapidamente dinanzi ai nostri occhi e che ci dice qualche cosa di più degli avi e di Michael Feldmann. La tragedia vera è in agguato: una lattina vuota di birra, scivolata dal grembo di una ragazza che rientava a casa con gli amici, dopo la festa di un sabato sera, aveva innescato la reazione di paura, e la successiva sparatoria; tragico errore di cui, in tutta fretta, sarebbero scomparse anche le tracce più minute.

ATTO TERZO
Ancora all’interno di un appartamento borghese, che non è quello del primo atto, però, siedono e discutono intorno alla torta, preparata per il compleanno della figlia, Michael e Daphna, che si sono separati. Ora lei vive lì; Jonatan non c’è, ma se ne piange l’assenza in un gioco al massacro crudele di recriminazioni e rinfacci, rimpallandosi le responsabilità del fallimento comune: di Michael, di Daphna e, in fondo, dell’intera generazione che, dopo le speranze del ’68, aveva accettato senza protestare le scelte politiche che stavano portando Israele sulla pericolosissima china dello stato di guerra continuo, da cui ora era difficile uscire, ma in cui era altrettanto pericoloso rimanere: il foxtrot aveva fatto il suo tempo e nuove danze si stavano imponendo; nuovi erano i danzatori che si stavano affacciando al mondo con le loro tradizioni e i loro valori, e che difficilmente avrebbero sopportato le dure condizioni della “pax israeliana”. Parlarsi, discutere, comprendersi: la coppia di Michael e di Daphna, dopo la rovinosa separazione, avrebbe potuto, ricomponendosi nella reciproca comprensione, indicare la via d’uscita per tutti.

Con le sterzate improvvise che ci spiazzano fin dall’inizio del film, torna il cinema dell’israeliano Samuel Maoz, dopo otto anni di assenza dallo schermo: aveva vinto nel 2010 il Leone d’oro a Venezia con Lebanon, film che ritengo nettamente inferiore a questo, molto più discutibile, sbilanciato com’era dalla parte dei sionisti. Più problematico mi è sembrato questo secondo, dal quale emerge, con improvvise e forti illuminazioni, una visione critica del presente, dal quale deve essere possibile venir fuori, riconoscendo l’umanità e perciò stesso la sofferenza del “nemico”. In assenza di ciò, diventerebbe inesorabile lo sfilacciarsi dell’antica solidarietà che aveva spinto gli ebrei della diaspora, alla fine dell’800, a rifondare il loro stato. Pur in una dimensione tutta ebraica della rappresentazione, che ha la sua splendida metafora nel dromedario, figura del destino inesorabilmente segnato per gli uomini (come si comprenderà alla fine del film), le ragioni del dialogo e della pace dovranno prevalere. Originale e molto interessante la forma narrativa, spiazzante per il brusco interrompersi improvviso; per le belle e significative metafore che continuamente balzano davanti ai nostri occhi, rappresentative nella loro frammentaria e talvolta contraddittoria evidenza, della condizione di inquietudine dei giovani, disillusi e privi di valori fermi sui quali fondare la propria esistenza.

Leone d’argento a Venezia lo scorso settembre.
Da vedere sicuramente.

Buona Pasqua a tutti i lettori

Come forse avrete notato, quest’anno i miei più sinceri auguri pasquali vi giungono da un sito rinnovato: sto utilizzando un tema più flessibile e più adatto ai dispositivi digitali attraverso i quali avviene la lettura degli articoli dei blog. Con l’occasione ho modificato l’intestazione: i bellissimi fiori di ciliegio che vedete sono sul mio terrazzo e la fotografia è mia.
Si annuncia, almeno dalle mie parti, una Pasqua piovosissima. Che dire? Lascio la risposta a Gene Kelly e rinnovo a tutti i miei affettuosi auguri🤗

Maria Maddalena

recensione del film:
MARIA MADDALENA

Titolo originale:
Mary Magdalene

Regia:
Garth Davis.

Principali interpreti:
Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Chiwetel Ejiofor, Tahar Rahim, Shira Haas, Charles Babalola, Tawfeek Barhom, Uri Gavriel, Zohar Shtrauss, Hadas Yaron, Tsahi Halevi, Michael Moshonov, Ariane Labed, Sarah-Sofie Boussnina, Ryan Corr, Lubna Azabal, Lior Raz – 120 min. – Gran Bretagna 2018.

Ambientato nella Palestina del I secolo, più precisamente nel 33, anno a cui si fa risalire la crocifissione di Cristo, il film ci racconta la storia di Maria (Rooney Mara), figlia ribelle di una altolocata famiglia ebrea di Magdala che l’aveva destinata al matrimonio contro la sua volontà. La giovane, che per questa ragione era fuggita dalla propria casa, era entrata a far parte dei discepoli di un predicatore, Gesù di Nazareth (Joaquin Phoenix), che con loro, che lo chiamavano Rabbi (Maestro della legge), attraversava terre, deserti e villaggi, con l’obiettivo di raggiungere il tempio di Gerusalemme nella settimana della celebrazione della Pasqua ebraica.
La folla dei seguaci, uomini e donne, si infittiva durante il viaggio, grazie alla semplicità suggestiva di quella predicazione, alla fiducia suscitata da quel messaggio d’amore e di pace e alle guarigioni miracolose con le quali Gesù accompagnava le  parole, conforto e incoraggiamento per le popolazioni di ebrei  smarriti e incerti, dopo che i governatori romani avevano cominciato a perseguitarli per la loro fede monoteistica, creando paure e divisioni.
Maddalena, che era stata la prima donna a seguire il Maestro, aveva la comprensione e il rispetto di tutti, ma soprattutto era prediletta da lui, poiché meglio di altri ne aveva colto l’importanza profetica rivoluzionaria, capace di mutare il cuore degli uomini mitigandone la rabbia e il desiderio di vendetta e di guerra.
Il film, che si vede con piacere, essendo narrato in modo molto asciutto e teso ed essendo (soprattutto) privo di quella retorica compunta a cui l’argomento religioso potrebbe prestarsi, è ricco di altri pregi. Fra questi va ricordata in primo luogo l’ottima prova dei due principali attori, sempre molto controllati e pacati nell’espressione e nell’accettazione del dolore. Molto apprezzabile, poi, il ritratto di Maria Maddalena, donna cosciente di sé, ben decisa a difendere, con dolce fermezza, il messaggio cristiano di cui era diventata convinta mediatrice, nella certezza della sua necessità, così come è molto interessante la rappresentazione degli apostoli, umanissimi nelle incertezze, nelle fragilità e nelle paure; non sempre pronti a cambiare il loro sentire, ancora troppo turbato dai risentimenti, dai rancori o dai ricordi familiari che non avevano del tutto abbandonato per seguire il Maestro: questo (forse) potrebbe non essere accettabile sul piano della dottrina, ma li rende umanamente molto simili a noi, che li vediamo con simpatia fraterna. Bellissima, infine, la fotografia dei volti e del paesaggio, che è quello dell’Italia meridionale, continentale e siciliana, scelta come location dell’intero film.

Una Maddalena insolita, dunque, diversa dall’immagine della prostituta redenta da Gesù Cristo diffusa dalla tradizione cristiano-cattolica, consolidata dal papa Gregorio Magno, che nel calendario liturgico unificò nella sola persona di Santa Maria di Magdala tre presenze femminili del Nuovo Testamento.* Il cinema si era già ripetutamente occupato di lei, attraverso alcune opere famose fra le quali ricordo soltanto L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese, che pur accogliendo, senza mettere in discussione, la decisione di papa Gregorio, aveva introdotto nella sua pellicola alcuni elementi eterodossi, in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa, ciò che aveva destato violentissime proteste nel mondo cattolico più conservatore e guai infiniti a lui.
Il regista di questo film, invece, pare orientato a una ricostruzione basata sulla tradizione dei Vangeli Apocrifi, fra cui principalmente Il Vangelo di Filippo e il cosiddetto Vangelo di Maria, giunti a noi attraverso frammenti molto lacunosi, che, come i quattro Vangeli canonici, sono principalmente mirati all’interpretazione del messaggio cristiano, piuttosto che alla narrazione storica della vita di Gesù e testimoniano perciò soprattutto le divisioni interne al mondo cristiano dei primi secoli, cui posero fine, come sappiamo, le decisioni dell’imperatore Costantino al termine del concilio di Nicea (325).

———
* Maria di Magdala, Maria di Betania e la Peccatrice senza nome che si era lasciata convincere dalla forza delle parole di Gesù. Da allora Maddalena, ufficialmente, era stata presentata come l’ex peccatrice che per essersi affidata al Cristo, e per averlo seguito fino ai piedi della Croce, era stata santificata.

 

 

Oltre la notte

recensione del film:
OLTRE LA NOTTE

Titolo originale:
Aus dem Nichts

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:
Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Muriel Chancrin, Numan Acar – 100 min. – Germania, Francia 2017.

La famiglia, la giustizia, il mare
Con questi sottotitoli Fatih Akin suddivide in capitoli (come fa spesso) questo suo film, dal quale, personalmente, mi aspettavo qualcosa di meglio dopo le deludenti ultime sue opere.
La crudeltà di un attentato terroristico di matrice neonazista aveva cancellato in un solo momento la famiglia di Katja (Diane Kruger), provocando l’orribile morte delle due persone che la donna aveva amato sopra ogni altra: suo marito Nuri (Numan Acar) e il piccolo Rocco (Rafael Santana), il figlioletto.
Si erano sposati in carcere, dove lui, turco e curdo, scontava una pena per spaccio di droga. Per rispetto di sé, per lei e in vista del loro futuro, Nuri, una volta libero, aveva cambiato vita: ad Amburgo, dove abitavano, aveva aperto un’agenzia di servizi (pratiche immobiliari e finanziarie) e finalmente svolgeva un lavoro pulito, alla luce del sole.
Lì, in quell’ufficio, un maledetto pomeriggio, Katja gli aveva affidato il piccolo Rocco; lì, una ragazza, che lei aveva visto benissimo, aveva parcheggiato la bici su cui era sistemata la valigetta metallica, ovvero la bomba piena di chiodi che avrebbe provocato l’esplosione disastrosa in cui padre e figlio sarebbero stati spazzati via. Katja, che l’aveva incrociata e le aveva anche parlato, era stata in grado di riconoscerla subito fra le foto segnaletiche dei neonazisti che la polizia le aveva mostrato. Nonostante questa sua testimonianza e nonostante le schiaccianti prove raccolte dalla polizia nel garage della residenza del suo compagno, neonazista come lei, i due criminali erano stati assolti con pretestuose e ridicole motivazioni garantiste, lasciando Katja disperata e determinata a farsi giustizia da sé. Nella terza parte del film, i luoghi luminosi della Grecia e la riva di quel suo limpido mare diventano lo sfondo della vendetta atroce di Katja, che aveva raggiunto i due assassini mettendosi sulle tracce del loro complice di Alba Dorata, nobilitando il proprio gesto col cosciente sacrificio di sé.

Il film

Questo film ha avuto un prestigioso riconoscimento internazionale ai Golden Globe 2018, dove è stato considerato il migliore film straniero del 2017; l’attrice Diane Kruger, da parte sua, aveva ricevuto qualche mese prima la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile.
Per quanto poco possa contare esprimo il mio dissenso in entrambi i casi.
Non mi ha convinta né l’enfasi, a tratti insopportabile, dell’interpretazione di Diane Kruger, né la diffusa pornografia del dolore che vorrebbe giustificarla, né la faciloneria della seconda parte del film, relativa al processo, nella quale gli imputati, il loro avvocato, per non parlare del testimone di Alba Dorata sono tutti così brutti e cattivi da sembrare caricature, nazisti con “stigmate” da assassini talmente vistose da dover essere riconosciuti colpevoli prima ancora di aprir bocca. La sentenza, eccessivamente garantista, non poteva che provocare lo sdegno che in lei assumeva la forma di uno scellerato disegno di vendetta, quale unica soluzione per risarcire le vittime innocenti la cui memoria lo stato tedesco non aveva saputo difendere con la forza delle sue leggi.

Discutibile e disomogeneo racconto di una bruttissima storia di terrorismo e di una vendetta privata in puro stile kamikaze.

Quello che non so di lei

recensione del film:
QUELLO CHE NON SO DI LEI

Titolo originale:
Based On a True Story

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Damien Bonnard, Dominique Pinon – 110 min. – Francia, Belgio, Polonia 2017.

Delphine Dayrieux era l’autrice di un romanzo di grande successo, Vienne la nuit, che aveva incontrato i suoi lettori per gli autografi con dedica personalizzata, finendo travolta dal fanatismo dilagante nella folla che sgomitava per avvicinarsi a lei, per vederla, per parlarle, per raccontarsi. La stanchezza per la serata in suo onore, però, si aggiungeva alla spossatezza che, dopo la scrittura di quell’opera, ne aveva prosciugato ogni energia creativa. Aveva perciò chiuso, con un po’ d’anticipo, l’incontro col pubblico, escludendo involontariamente, con suo dispiacere, una donna giovane e affascinante per la singolarità della sua bellezza, che ne aveva accettato la decisione con rincrescimento dignitoso, sedendo in disparte nei locali della libreria che aveva promosso l’evento.

Così Polanski, senza molti preamboli, ci introduce in medias res, presentandoci le due attrici protagoniste di quest’ultima sua fatica: Emmanuelle Seigner (che è anche sua moglie), qui nella parte della scrittrice Delphine ed Eva Green, ovvero Elle, la deuteragonista-antagonista, l’ammiratrice alla quale Delphine aveva negato in un primo tempo l’autografo e l’ascolto. Delphine, però, poco più tardi, aveva firmato anche la copia nelle sue mani e aveva ascoltato le sue confidenze, poiché Elle non era un’ ingenua e sprovveduta fan, ma una scrittrice a sua volta, una “ghostwriter”, ovvero una scrittrice-fantasma che si guadagnava da vivere pubblicando, per conto di altri, storie vere o apparentemente vere, dietro le quali era costretta a nascondersi, rimanendo ignota. Fra le due donne era nata un’amicizia strana, asimmetricamente connotata: da una parte l’ingenua Delphine, che viveva sola, nonostante un marito, un giornalista televisivo molto noto fra gli intellettuali, sempre all’inseguimento, in tutto il mondo, dei più grandi scrittori del nostro tempo per intervistarli; dall’altra parte Elle, giovane donna, con un passato costellato di lutti e di disgrazie, che Delphine avrebbe generosamente accolto nella propria grande casa in un momento di difficoltà. Dopo le prime confidenze e l’amicizia iniziale, si paleseranno ai nostri occhi le perfide intenzioni di Elle, il tentativo di amareggiare la gioia dell’amica per il successo del suo romanzo mettendone in discussione la verità e sminuendone il valore letterario connotato, secondo lei, da profonda insincerità; allo stesso modo diventerà sempre più evidente la sua perversa volontà di farla soffrire e, quasi spinta dall’invidia, di impadronirsi della sua mente per coglierne i segreti nascosti e indurla a scrivere una storia vera e scomoda, quella che finora Delphine aveva tenuto solo per sé.
In questa vicenda di potere e di follia (che ovviamente non racconterò), ottimamente costruita e sviluppata, ritroviamo molto dei vecchi grandi film di Polanski, riconosciamo il riproporsi, per molti aspetti, di antichi schemi e situazioni, nonché la razionalità narrativa attentissima, indizio della volontà del regista di dominare ossessioni e paure attraverso la limpidezza della rappresentazione, sostenuta da una sceneggiatura impeccabile.

Un po’ di storia della sceneggiatura di questo film e qualche legittima(?) domanda.

Riappare nel film il tema inquietante dello scrittore che si muove nell’ombra, ma che deve necessariamente conoscere tutta la verità a proposito del suo committente, per decidere che cosa dire e che cosa tacere e talvolta addirittura come consigliarlo: era stato sviluppato nel penultimo film polanskiano (2010), L’uomo nell’ombra, il tema ambiguo dello scrittore “fantasma” investito di un compito difficilissimo pericoloso per lui e altrettanto rischioso per chi ne utilizza le competenze, che continuamente paventa di essere spossessato di se stesso. Per trattare ancora una volta di questo (l’argomento è comunque onnipresente anche in film meno espliciti ma non dissimili nell’insistere su un disturbo ossessivo che si impossessa della volontà dei personaggi), Polanski ha condiviso, si dice con qualche screzio, col regista Olivier Assayas la sceneggiatura di un romanzo di successo: D’apres un’histoire vraie, pubblicato nel 2015 dalla scrittrice Delphine de Vigan… ciò che sembra suggerire un ironico gioco di specchi col soggetto di questo film. Polanski ha utilizzato il lavoro di Assayas, grande narratore di presenze fantasmatiche nel recente Personal Shopper, nonché nel precedente Sils Maria in cui lo stesso tema si intrecciava con quello del rapporto fra realtà e finzione nella creazione artistica!  Singolari coincidenze, per la gioia di noi cinefili, che dopo aver visto un bel thriller teso e pauroso, ci avventuriamo con piacere nella ricerca dei significati chiari e di quelli nascosti, come se il gioco di specchi non dovesse finire mai! Grandissima prova di tutti gli attori, di Emmanuelle Seigner sopra ogni altra!
Da vedere.

Da vedere.

Lady Bird

recensione del film:
LADY BIRD

Regia:
Greta Gerwig

Principali interpreti:
Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet, Beanie Feldstein, Lois Smith, Danielle Macdonald, Monique Edwards, Christina Offley, Roman Arabia, Odeya Rush, Jake McDorman, Kathryn Newton, Laura Marano, Jordan Rodrigues – durata 93 min. – USA 2017

 

È il primo film da regista di Greta Gerwig, già interprete di alcune buone pellicole firmate da Noah Baumbach*, di cui era diventata la musa, la co-sceneggiatrice, e infine la moglie, continuando, tuttavia, parallelamente, a essere attrice anche per altri registi, fra cui Woody Allen (To Rome with love), Rebecca Miller (Il piano di Maggie) e anche il grande Pablo Larrain, che le aveva affidato una parte secondaria nel suo bellissimo Jackie
Molto apprezzata per la sua intelligenza interpretativa, non solo dagli estimatori del cinema americano a bassissimo budget, G.G. ha dato vita in passato a personaggi femminili problematici: donne sui trent’anni, in difficoltà nel chiarire il proprio ruolo sociale e le proprie scelte sentimentali, ambiziose nelle aspirazioni, decise ad affrontare un futuro incerto con un atteggiamento grintoso che spesso nasconde insospettabili fragilità; donne spesso convinte della necessità di realizzare i propri progetti anche allontanandosi dalle proprie origini familiari. Essere californiana di Sacramento, con l’aspirazione di affermarsi come ballerina a NewYork, nonostante le difficoltà e il dolore inevitabile della separazione dagli affetti, era l’obiettivo dalla protagonista del bellissimo Frances Ha (2012), diretto da Baumbach, ma scritto da lei, che aveva attinto a questo scopo anche alla propria memoria autobiografica.

G.G. torna su questa stessa memoria in Lady Bird, questa volta firmato e scritto da lei, film che sembra quasi precedere il racconto di Frances Ha, poiché tratta dell’adolescenza della protagonista, lasciandola a NewYork, laddove avevano invece avuto inizio le avventure di Frances. Lady Bird si chiamava, in realtà, Christine Mc Pherson (Saoirse Ronan) e viveva a Sacramento, ma, volendo allontanare da sé ogni traccia di condizionamento familiare e sociale, si era ribattezza con questo nomignolo col quale provocatoriamente voleva essere riconosciuta anche nelle aule del liceo cattolico che frequentava per volontà dei genitori. Aveva la speranza di condurre di lì, anche partecipando alle attività extra-curricolari del collegio, la propria battaglia per l’emancipazione di sé: il suo obiettivo era di conquistare un buon diploma, e alcuni crediti utili per la borsa di studio, grazie alla quale avrebbe ottenuto l’iscrizione a qualche prestigiosa università dell’East Coast.

Il film, che anche troppo si dilunga sul conflitto dell’adolescente con sua madre (la bravissima Laurie Metcalf), presenta due aspetti che a mio avviso sono interessanti e sorprendenti:
il primo è la risposta inattesa degli educatori cattolici, che avevano accettato benevolmente le sfide di Christine e avevano dato segno di comprenderne l’impazienza e la vitalità, incoraggiandone l’ambizioso progetto; il secondo è la rappresentazione non retorica del graduale impoverirsi della piccola e media borghesia americana, attraverso la descrizione emblematica delle rinunce dolorose della famiglia Mc Pherson, costretta a risparmiare su tutto, persino sul parcheggio all’aeroporto di San Francisco, dove la madre avrebbe voluto uscire dall’auto almeno per salutare Christine alla partenza per NewYork, dove l’attendevano i difficili test di ammissione all’Università

Per qualche giorno, i rumors da Los Angeles, avevano dato per certo che Lady Bird fosse in pol-position in vista dell’Oscar per il miglior film, addirittura!
L’evento, come tutti sappiamo, non si è verificato, per fortuna del cinema e anche per fortuna sua, poiché anche questa piccola pellicola, che è interessante e quasi sempre piacevole da vedere, e che certamente non è un capolavoro, ha il diritto di essere valutata per quello che è, lontana dalle polemiche che stavano per trasformarla nel capro espiatorio dello scontento diffuso prima e dopo le assegnazioni, che questa volta, secondo me, hanno raggiunto livelli un po’ troppo alti di attenzione al politically correct.

 

*Lo stravagante mondo di Greenberg, (2010) Frances Ha, (2012) Mistress America (2015)

 

 

L’Atalante

recensione del film:
L’ATALANTE

Regia:
Jean Vigo

Principali interpreti:
Michel Simon, Dita Parlo, Jean Dasté, Gilles Margaritis, Louis Lefebvre, Maurice Gilles, Raphaël Diligent, Claude Aveline, Jacques Prévert, Paul Grimault, Fanny Clar, René Blech, Genya Lozinska, Gen Paul, Albert Riéra, Lou Tchimoukoff, Pierre Prévert – 89 min. – Francia 1934.

È uno dei più grandi film della storia del cinema questo capolavoro di Jean Vigo, dalle vicende tormentate (tagli selvaggi dei produttori che in Francia addirittura gli avevano cambiato il titolo, facendolo diventare Le Chaland qui passe) così come quelle del suo autore, morto a soli 29 anni senza essere riuscito a vederlo in sala.  Ora è di nuovo fra noi, dopo l’ultimo restauro che ce lo restituisce in un’edizione forse definitiva, dopo quella del 2001. Il nuovo e accuratissimo restauro della Cineteca di Bologna si è basato principalmente sulla pellicola intera conservata al British Film Institute di Londra, (dove era stata portata per volontà dello stesso Vigo).  Le notizie e i problemi posti da quest’ultimo restauro, che integra e perfeziona quello del 2001, sono reperibili QUI .

L’Atalante è il nome di una chiatta fluviale che si spostava col suo carico di merci lungo le ramificazioni della Senna, fra Parigi, e l’estuario di Le Havre, sulla quale vivevano il capitano Jean (Jean Dasté), père Jules (Michel Simon) anziano marinaio e un ragazzetto tuttofare, il mozzo.

All’inizio del film si percepisce un festoso fermento, una diffusa aria di attesa trepidante intorno a quel barcone a motore: poco lontano, infatti, in terra di Normandia, Jean stava sposando la sua Juliette (Dita Parlo) che avrebbe portato lì, sull’Atalante, per la luna di miele e per il resto della loro vita insieme. Dopo le nozze, Jean era tornato alle sue quotidiane occupazioni, mentre Juliette si era preoccupata di ripulire e riordinare l’imbarcazione che si presentava sporca e disordinata, nonostante il frettoloso tentativo di renderla accogliente da parte dei tre uomini in previsione del suo soggiorno. Aveva avuto, perciò, il suo bel daffare a sistemare tutto, a lavare indumenti e biancheria, a riordinare gli spazi angusti, a provvedere al cibo per tutti, anche per i gatti di père Jules, che, in numero imprecisato, si aggiravano sulla chiatta.  Père Jules, con malcelata galanteria, l’aveva spesso affascinata con i suoi racconti, mentre lei attendeva, un po’ annoiata, che Jean la raggiungesse, lasciando per brevi momenti le operazioni di carico e consegna delle merci, oltre che la navigazione. L’anziano marinaio, che evocando il suo passato avventuroso e i suoi viaggi, le aveva mostrato maliziosamente il proprio corpo tatuato, i tesori celati, i vecchi ricordi e le fotografie di luoghi e persone lontane, la incantava e la aiutava a immaginare che anche per lei sarebbero arrivati i momenti magici delle avventure e dei lunghi viaggi nei paesi più esotici, mentre per l’immediato era felice e impaziente per l’imminente sosta dell’Atalante nei pressi di Parigi. Lì finalmente avrebbe avuto, per qualche giorno, Jean tutto per sé; finalmente fuori da quella barca Jean l’avrebbbe  portata a ballare, al cinema, avrebbe accontentato qualche suo capriccio… Non era andata così, però! Tutto preso dai problemi del suo lavoro, che continuavano anche sulla terra ferma, Jean si rivelava poco comprensivo e anche violentemente geloso, cosicché Juliette, col lutto nel cuore, lo aveva lasciato. Avrebbe, però, presto fatto i conti con la realtà durissima della crisi economica in Francia, che non permetteva a nessuno di illudersi sul proprio futuro…

Il film, ora, segue separatamente i destini di Jean e Juliette, nonché il percorso individuale della rispettiva maturazione sentimentale che li avrebbe portati a ritrovarsi. Per Juliette, come ho accennato, la presa di coscienza coincideva con la scoperta della dura realtà della crisi economica dilagante nel paese e della conseguente difficoltà per tutti di trovare lavoro, cui si aggiungeva la peculiarità di essere donna e quindi esposta a ogni tipo di insidia e ricatto. Indimenticabile, fra le altre, la scena delle lunghe code delle donne e degli uomini disoccupati, respinti col comunicato Non si assume affisso ai cancelli di un cantiere (o di una fabbrica).

Per Jean, da sempre immerso nella realtà e nel lavoro, è invece il momento di emergere, di spingere lo sguardo un po’ oltre, al di sopra delle meschinità e delle beghe quotidiane: non l’avrebbe vista comparire nel fondo di un secchio d’acqua, come gli era stato suggerito di fare, ma l’avrebbe ritrovata in una dimensione onirica, mentre lo stava raggiungendo, sul fondo del mare in cui si era tuffato, coll’abito da sposa per riportarlo sulla terra, all’amore.
La scena è di quelle mitiche, ormai parte dell’immaginario di ogni amante del cinema, utilizzata anche da Enrico Ghezzi come sigla della famosa trasmissione televisiva cinefila di RAI 3, Fuori Orario (accompagnata dalla voce di Patti Smith):

Jean Vigo riesce a mantenere, per tutto il film, un miracoloso equilibrio narrativo, evitando l’insidia del melò strappalacrime, dietro l’angolo, grazie alla leggerezza sorridente del racconto, fluido e molto semplice, che non disdegna la dimensione onirico-simbolica surrealista degli anni ’20* ed evita, contemporaneamente, la deriva piattamente realistica su cui il cinema francese sembrava avviarsi. così come ha colto benissimo il grande François Truffaut:
” Con L’ Atalante Vigo raggiunge la perfezione, raggiunge il capolavoro. Si limita a porre davanti al suo obiettivo una realtà che trasforma in incantesimo, e filmando prosa ottiene poesia.” (Francois Truffaut – 1970)

Da vedere, ça va sans dire!
Credo che sia prossima la sua uscita in DVD

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*Così Luis Buñuel: “Ho amato […] L’Atalante di Jean Vigo. Sono andato a trovare Vigo durante le riprese. Il ricordo di un uomo molto debole fisicamente, giovane e cortese  (Luis Buñuel – Dei miei sospiri estremi – SE – 2005 – pag. 236 ).

Il filo nascosto

recensione del film:
IL FILO NASCOSTO

Titolo originale:
Phantom Thread

Regia:
Paul Thomas Anderson

Principali interpreti:
Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Camilla Rutherford, Gina McKee – 130 min. – USA 2017.

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Premessa forse non inutile:

È Alma (Vicky Krieps), la protagonista del film, a raccontare nella prima scena, a un amico medico, il suo rapporto difficile con Reynold Woodcoock (Daniel Day-Lewis), l’uomo che era diventato suo marito dopo che un loro casuale incontro aveva cambiato la vita di entrambi.
Questo implica due conseguenze: la prima è che tutti i fatti di cui veniamo a conoscenza sono ricostruiti solo attraverso le parole di lei, della cui attendibilità tocca a noi decidere; la seconda è che le ultime scene del film non ci dicono nulla circa il seguito della loro storia, che rimane aperta alle nostre interpretazioni.

Reynolds, Cyril e la Maison 

Nella Londra del secondo dopoguerra (anni ’50) l’atelier di Reynolds Woodcock vestiva le donne della casa reale inglese, nonché molte signore della più alta nobiltà europea: alla creazione degli abiti-capolavoro, esclusivi per l’inventiva e per il sontuoso pregio dei tessuti, si dedicava, con tutto se stesso Reynolds, che personalmente li disegnava e della cui perfetta realizzazione si faceva completamente carico, curandone anche i più piccoli particolari e intervenendo durante le prove, quando conferiva loro l’inconfondibile impronta della suo gusto infallibile.
La Maison che portava il suo nome era diretta in modo deciso e inflessibile da sua sorella Cyril (Lesley Manville), che, profondamente comprendendolo, sapeva come liberarlo dai problemi che avrebbero potuto limitarne la creatività: era lei la segretaria che organizzava  e controllava gli orari di lavoro dello staff, o che gli fissava appuntamenti e impegni; era lei che si occupava della cucina, dei cuochi, del cibo, nonché del lindore e del decoro discreto delle molte stanze della casa. Era sempre lei, infine, ad accogliere e a congedare, con poche parole e senza spiegazioni, le signore che avevano occupato per breve tempo il cuore (forse) arido di lui, divorato dalla passione creativa, alla quale egli sacrificava ogni piacere e ogni affetto, in una sorta di ascetico slancio, alla ricerca della perfezione e della bellezza assoluta. La sua passione crudele lo stava allontanando dalla vita e gli procurava ora una stanchezza triste, da cui, per una volta, seguendo il suggerimento di Cyril, egli si sarebbe sottratto durante il tempo breve di un weekend.

Alma

Reynolds, dunque, aveva vissuto quel fine settimana fra le brume del paesaggio attorno a Londra, nell’antica casa di campagna, con le fotografie di famiglia e con i numerosi ricordi di sua madre, morta troppo presto: la sola donna che egli avesse molto amato,  quella che lo aveva iniziato ai segreti della sartoria e che gliene aveva trasmesso la passione. Nei pressi della casa era il locale in cui, insolitamente sereno, Reynolds avrebbe ordinato il suo breakfast, sotto l’urgenza di una fame inusitata, sconosciuta da tempo, ciò che aveva colpito la cameriera, pronta ad accontentarlo e anche ad accettarne la corte nonché l’invito a cena per la sera stessa. Si chiamava Alma ed era una bella e giovane creatura che, un po’ intimidita, era riuscita a strappare, finalmente, a quel volto scavato e triste, il sorriso e uno sguardo speciale, annuncio dell’amore nascente e  segnale, anche nel successivo svolgersi del film, dei momenti belli di un rapporto sempre più difficile, quasi una… storia d’amore e di tenebra spiazzante e sorprendente.
All’origine del conflitto era l’impossibilità per entrambi di rinunciare a se stessi: la cenerentola, che aveva incontrato e sposato il suo principe azzurro, ora presentava il conto delle rinunce e delle umiliazioni che non le erano state risparmiate, trasformando il suo amore in una sfida crudele per imporre a lui la propria visione del mondo.
L’arte era stata per lui la malattia ossessiva necessaria per ritrovare, senza soluzione di continuità, il filo segreto, cucito negli abiti meravigliosi, che lo legava alle proprie origini, alla memoria della madre venerata, fantasma grazie al quale l’intera sua vita si colorava di senso.
Non esisteva, al contrario, alcuna memoria positiva per lei, il cui passato le ricordava la propria marginalità irrilevante, le insofferenze mortificanti della propria vitalità poco tollerata e spesso compressa. Per Alma, dunque, il senso della vita si esauriva nei piaceri del momento, nella “normalità” quotidiana, in una continuità che poteva trovare un senso solo nel suo naturale perpetuarsi. Si faceva strada nella sua mente un delirante e perverso progetto di dominio (quasi una volontà di potenza), al fine di rendere il marito inerme, indifeso e pronto ad  abbandonarsi completamente nelle sue mani. Il finale del film, che come ho detto non è quello della loro storia, ci presenta alcune immagini allusive della capitolazione umana di lui, che sembrano prefigurare il loro futuro possibile secondo le speranze di lei, che sadicamente lo aveva indotto ad accettare, con piena consapevolezza, la sofferenza e il sacrificio di sé. Quelle immagini ci parlano anche della solitaria inattualità della sua arte, sopravvissuta ma senza prospettive, in un mondo che cominciava a sostituire alle immortali creazioni dell’artista prodotti di consumo privi di ogni pregio e di ogni bellezza.

Il film*

La visione dei film di P.T.Anderson mi lascia ogni volta una sensazione mista di ammirazione e di sgomento inquieto. All’ammirazione sono indotta dall’eccezionale qualità di ogni sua opera, dalla perfezione tecnica, dalla quasi amorosa attenzione a ogni particolare, dalla naturalezza fluida della narrazione che non ci lascia cogliere il dilatarsi del tempo, che scorre molto velocemente. I suoi racconti, inoltre, sfuggono a qualsiasi tentativo di frettolosa interpretazione, ci spiazzano, ci interrogano, ci inquietano, sollecitano la nostra riflessione, ciò che costituisce, secondo me, uno degli aspetti più affascinanti del suo cinema. Il regista è sempre presente, ma è abilissimo nel non comparire: suggerisce i possibili collegamenti, soprattutto evocando atmosfere, molte delle quali ci riportano ai grandi registi del passato, mai citati esplicitamente: c’è un po’ di Hitchcock in Cyril, ma il thriller è ancora lontano e ci suggerirà un inaspettato collegamento: Siegel e il suo Soldato Jonhatan; c’è un po’ di Shining nei lunghi corridoi, ma Kubrick sarà invece indirettamente ricordato con la musica di Schubert, quella del Piano Trio op. 100 che, col secondo movimento, accompagna la resistibile ascesa di Barry Lyndon, il piccolo arrivista che forse rassomiglia ad Alma, o forse no… Certo è impressionante e stupefacente l’attacco schubertiano al primo arrivo di Alma nella Maison…

Da vedere, da rivedere e da meditare. Un film capolavoro, anche senza gli Oscar: peggio per l’Academy se, ancora una volta, non saprà distinguere il grano dal loglio.

Non ho parlato degli attori, interpreti davvero tutti eccezionali: spero che Daniel Day Lewis non mantenga la parola e che non ci abbandoni.

Avverto che la visione in lingua originale ci aiuta a liberarci dal birignao del fastidioso doppiatore che trasforma Reynold Woodcoock in un insopportabile snob.

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*Il film è ispirato liberamente alla figura di C. Balenciaga da tempo al centro della curiosità di P.T. Anderson.Sull’ispirazione del film e sulle ricerche d’archivio condotte per la sua realizzazione, può essere utile e interessante questo articolo del Corriere della Sera che contiene, una bella intervista a Daniel Day Lewis, l’eccezionale interprete del personaggio di Reynolds