Matthias & Maxime

recensione del film:
Matthias & Maxime

regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Gabriel D’Almeida Freitas, Harris Dickinson, Anne Dorval, Marilyn Castonguay, Catherine Brunet, Pier-Luc Funk, Adib Alkhalidey, Christopher Tyson – 119 min. – Canada 2019.

Ritorno in sala con molta emozione: pochi gli  spettatori, tutti – accuratamente controllati con lo scanner per rilevare la temperatura – indossano le mascherine e  rispettano le distanze, come viene raccomandato. Allo spettacolo delle 18,30 di sabato, al cinema Massimo (Museo del Cinema) di solito affollato, vedevano questo film, attesissimo, meno di venti persone. Speriamo che i doverosi controlli  all’entrata e la paura non annullino la voglia di tornare in sala, il luogo dove ogni film si vede nella sua piena magia, altro che streaming!

Incontrare a trent’anni i vecchi compagni di scuola che hanno organizzato, in casa Rivette, una festa di arrivederci (o d’addio?) per lui, Maxime (Xavier Dolan) che sta per lasciare Montreal alla volta dell’Australia dove si fermerà due anni per guadagnarsi da vivere facendo il cameriere.

Maxime ha trent’anni suonati, fa lavori precari, ed è schiacciato dalla responsabilità di badare a quella madre (Anne Dorval) impossibile (alcolista, tabagista e sprecona) che ha evidente necessità di accudimento e che continua a ferirlo con la disistima, gli insulti e persino con le aggressioni fisiche più sanguinose, che lasciano sul volto tracce, non diversamente da quell’ angioma vistoso che ne connota il viso dalla nascita, quasi un segnale metaforico di un destino di dolore.

Il film scandisce, con una serie di “quadri” significativi, il particolare calendario di Maxime: i turbamenti del passato e la difficile adolescenza, nonché i giorni che lo separano dalla partenza per l’Australia, ovvero da quel taglio netto che egli impone a se stesso per dimenticare il dolore e darsi un futuro.

Sembrerebbe un normale film di Dolan: la madre ricorda un po’ la madre del suo primo film, quella che egli “aveva ucciso”, così come gli amici, o come la propria diversità, qui  emblematicamente sottolineata da quel viso sfigurato, o come  la disperata ricerca di un affetto vero.
In realtà il tempo ha peggiorato i rapporti familiari e quelli di vicinato: le amiche materne che lo avevano visto crescere sono anch’esse insopportabili megere, né la memoria ritrovata dell’adolescenza evita il doloroso confronto fra speranze giovanili e la realtà del presente, lasciando dietro di sé l’amarezza del disincanto.

Un nuovo motivo di turbamento mette, però, in forse la sua partenza: è riemerso dal passato, dove sembrava destinato a rimanere, il ricordo di un bacio scambiato fra lui e il compagno di classe Matthias (Gabriel D’Almeida Freitas) durante una festa per l’ultimo giorno di scuola.

Ora quel bacio si ripropone (e assume la forza dirompente di un invito a definire la propria identità sessuale) per la richiesta della sorella dell’ospite, cineasta in erba, che vuole girare un film a soggetto gay e individua in lui e in Matthias la coppia giusta per il suo “corto”, riportando, senza volere (?) a galla la vecchia storia, rimasta nel mondo del pettegolezzo malizioso fra gli amici, sepolta dalla vita, ma mai del tutto rimossa da Matthias, che aveva preso coscienza subito delle emozioni suscitate dal bacio, accettando il conflitto fra la realtà, nella quale era già ben inserito e nella quale intendeva rimanere, e il sogno d’amore che per l’indifferenza evidente di Maxime non si era realizzato.

Matthias aveva conosciuto tutti i vantaggi di una posizione sociale elevata; ora è un famoso avvocato, ha una compagna che non ama e si muove in un mondo tollerante, comprensivo e disposto ad accettare la “diversità” delle scelte sessuali. Con la sicurezza ferma che gli viene dalla propria condizione economica e dal proprio prestigio sociale, Matthias spera che  Maxime non se ne vada, ma che accetti tranquillamente l’amore accanto a lui.

La scansione del tempo diventa perciò una tesa scommessa d’amore, in un clima di crescemte mélo, di cui Dolan è riconosciuto maestro e in cui mescola, con magia unica e personalissima, immagini, musica e colori  che sono soprattutto proiezioni del desiderio dei corpi e delle anime.

Così era stato anche per la scena indimenticabile, all’inizio del film, quando Matthias, immergendosi e perdendosi nelle profondità del lago Ontario, aveva riconosciuto e accettato se stesso, sfidando lo spessore limaccioso delle insidiose profondità, per uscirne, infine, rinfrancato con se stesso, in attesa della risposta di Maxime che non sarebbe venuta.

Anche qui, come nei film precedenti, il divertente gioco dei formati, che si adattano ai diversi stati d’animo, il gusto fluidissimo della sinestesia e della contaminazione dei generi, fra il pop e il sublime, l’urgenza espressiva sopra le righe, che può anche respingere parte del pubblico, ma che non passa sicuramente inosservata.

Da vedere sicuramente, nel sensualissimo quebecois originale e, possibilmente, su grande schermo, per coglierne appieno la suggestione.

 

Addio a Ennio Morricone

Dedico questo post al ricordo del grande musicista che ci ha lasciati: Sono le immagini per l’Oscar ricevuto per la sua lunga collaborazione  col cinema, che un commosso Clint gli aveva consegnato.

Gli dedico anche, modestamente, la mia vecchia recensione del film Il buono il brutto il cattivo che, con gli altri fiilm della trilogia del dollaro, aveva legato indissolubilmente il suo nome a quello di Sergio Leone, senza dimenticare che altre colonne sonore (più di 500) e molta altra musica ne fanno uno dei maggiori compositori del nostro secolo

Grazie per le emozioni che ha suscitato sempre nei nostri cuori.

Claudio Capriolo aveva segnalato due anni fa questa magnifica esecuzione che il DR SymfoniOrkestret diretto da Sarah Hicks aveva dedicato al maestro in occasione dei suoi novant’anni:

 

Omaggio al Festival del cinema fuori sala

È visibile QUI fino al 28 giugno 2020 l’omaggio della Cinématèque Française all’eccezionale  lavoro di restauro che con grande professionalità hanno svolto gli specialisti della Cineteca di Bologna per ridare vita ad alcune vetuste pellicole del cinema italiano, restituendo loro nitidezza, colore, e molta poesia.

Queste, nella mia traduzione, le importanti parole di presentazione della Cinématèque:

Questa è la prima di quattro sessioni, un omaggio al festival fuori sala: Il Cinema ritrovato di Bologna. In forma di benvenuto, un programma di piccoli film sorprendenti su un paese ancora più sorprendente,  l’Italia. Une selezione di  film ritrovati  e restaurati grazie al lavoro di cooperazione e di scambio fra gli archivi internazionali.
Accompagnamento musicale di Daniele Furlati.

Sono visibili quattro brevi film, preceduti da un “cortissimo” muto di soli 9 secondi
di
Luca Comerio

Italia / 1912, restaurato in 4K nel 2018 dalla Cineteca italiana di Milano ed elaborato da L’Immagine ritrovata di Bologna a partire da un nitrato positivo originale in bianco e nero:

Donna con garofani rossi e rosa
————

Seguono:

1)
Tontolini è triste
commedia muta di

Ferdinando Guillaume

Italia / 1911 / 7 min
Produzione Cines. Conservato dalla Cinemateca brasiliana di San Paulo.

Gian Luca Farinelli (direttore della Cineteca di Bologna) così lo presenta: “Non solo una commedia ma un un grande film filosofico sul cinema”.

2)
Bologna monumentale

Italia / 1912 / 5 min -Produzione Latium Film.

Rare e interessanti immagini di Bologna agli inizi del secondo decennio del ‘900
Un primo restauro era stato effettuato nel 1992 dal négativo nitrato originale conservato negli Archivi francesi del film. Del 2012, è il nuovo restauro dei laboratori Bolognesi L’Immagine ritrovata.

3)
Lu Tempu di li pisci spata

di
Vittorio De Seta

Italia / 1954 / 11 min restaurato in 4K dalla Cineteca di Bologna dal laboratorio L’Immagine ritrovata partendo da un negativo 35 mm e dal négativo sonoro originale. Il restauro ha avuto il sostegno di Film Foundation, ovvero di Martin Scorsese, che così ha voluto ricordare i suoi antenati siciliani.

Magnifico documentario che descrive non solo la partenza degli uomini, nella stagione tardo-primaverile, per la pesca del pescespada nello Stretto di Messina, ma anche la vita e il duro lavoro delle donne di quei luoghi. Si ritroveranno, tutti insieme, con i bambini e gli anziani, per la grande festa al ritorno dell’imbarcazione dei pescatori col loro prezioso bottino.

4)
L’Industria dell’argilla in Sicilia

di
Piero Marelli

Italia /1910 / 5 min. Produzione Tiziano Film Torino. Conservato dal Museo del Cinema di Torino.

Brevissimo ma affascinante documentario, eccezionale testimonianza, come il precedente, di un’Italia perduta. In sei tempi l’autore descrive il lavoro dei cavatori di Cefalù, che partono alla ricerca dell’argilla e successivamente dell’acqua necessaria per impastare le pietre macinate. Il documentario procede mostrandoci i vasai al lavoro  per le anfore e per la loro decorazione, che le impreziosisce e ne fa oggetti unici, vere creazioni artistiche.

Ritrovare il cinema perduto è, in fondo, ritrovare la storia dell’umanità: mi pare questo il senso della bella iniziativa, omaggio al nostro paese, ma anche omaggio a tutti gli uomini che, nel mondo, apparentemente lontani per lingua, tradizioni, cultura, avvertono la comune appartenenza.

La notte


recensione del film.
LA NOTTE

Regia:
Michelangelo Antonioni

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Monica Vitti, Marcello Mastroianni, Bernhard Wicki, Vincenzo Corbella – 122 min. – Italia 1961

 

Sono presenti nel film, interpretando se stessi:
Valentino Bompiani, Salvatore Quasimodo, Ottiero Ottieri, Giansiro Ferrata, nonché un giovanissimo e silenzioso (!) Umberto Eco senza barba e con molti capelli e il musicista Giorgio Gaslini, autore della colonna sonora del film.

La faticosa giornata si concludeva, al termine della notte, nel parco della lussuosa villa Gherardini, mentre le ultime note del concerto di Giorgio Gaslini accompagnavano gli ultimi ospiti della serata, quelli che tirano tardi dopo la festa.  Era arrivato il momento dell’inevitabile verità per Giovanni (Marcello Mastroianni) e Lidia (Jeanne Moreau), coppia in  crisi: da qualche ora lei aveva tentato di parlargli, poiché della la fine del loro matrimonio, ormai privo di prospettive e di ogni slancio amoroso, era pienamente cosciente, così come era certa che lui non sentisse la sua stessa necessità, poiché la coscienza dello sfacelo non gli era altrettanto dolorosa.

Lidia lo aveva sposato perché lo amava: glielo avrebbe ricordato al termine di quella festa, evocando il proprio passato di ragazza ricca e viziata, priva di interessi culturali, amata da Tommaso (Bernhard Wicki), saggista e scrittore dal cuore appassionato e suo insegnante di letteratura, che si era limitato ad adorarla, rispettandone la scelta di sposare l’amico Giovanni, anch’egli scrittore e intellettuale, brillante e un po’ vanesio, che l’aveva conquistata parlandole molto e soprattutto di sé.

Che cosa non avesse funzionato nel loro matrimonio non è importante sapere: Antonioni, infatti, non intende scavare in quella direzione; si sofferma piuttosto sulla fenomenologia di un legame che, sebbene logorato dal tempo e dalla noia, proseguiva senza scosse, proprio perché Giovanni, disincantato e lucido, accettava, bene dissimulando, con cortese eleganza, l’esaurirsi dell’interesse per lei, assorbito, dalla curiosità per i veloci cambiamenti che, nella vivace Milano da poco ricostruita dopo i disastri della guerra, richiedevano a lui (e ad altri intellettuali come lui), la disponibilità a rimettere in gioco proprio ruolo sociale, evitando di ripiegarsi su di sé nell’inutile tentativo di ricuperare il tempo passato.

La loro giornata era cominciata con la visita a Tommaso, morente all’ospedale, a cui
Giovanni aveva portato il proprio ultimo libro, prima dell’uscita ufficiale, prevista per il giorno stesso, quando, nel grande spazio dedicato, di lì a poco Valentino Bompiani, gli avrebbe consegnato la copia numero uno, fra brindisi, discorsi, autografi, e  inevitabili pettegolezzi…
Lidia se ne era allontanata presto, sconvolta per le condizioni di Tommaso e aveva cercato invano, nel corso di un lungo girovagare lungo le vie della città e nei vicini dintorni, le tracce del tempo perduto, tentando di riconoscere, nella degradata condizione di alcune periferie, ora approdo di binari interrotti fra le erbacce disseccate, di equivoche avventure sessuali, di violenza sguaiata, i luoghi degli incontri amorosi con Giovanni…

Al suo rientro a casa,  le premure distratte di lui ne avevano confermato la lontananza emotiva, rendendo urgente il chiarimento fra loro, rinviato dapprima per la sosta in un locale notturno (due ballerini contorsionisti* abilmente incantano il pubblico) e, infine, per la partecipazione alla festa dei Gherardini: il ricco industriale padrone di casa (Vincenzo Corbella) che, con la moglie e una folla di invitati, stava celebrando la prima corsa vittoriosa di Volfango, il bel cavallino della figlia Valentina (Monica Vitti).

Qui si ferma la mia sinossi, volendo evitare ogni ulteriore spoiler.

Ho cercato di delineare, pertanto, la principale vicenda del film, senza per altro rispettarne la diacronia: i limiti della mia presentazione sono connessi alla difficoltà di dare di questo film una lettura unitaria. Ho parlato di fenomenologia della crisi di un matrimonio, aggiungendo che Antonioni colloca quella crisi nel secondo dopoguerra novecentesco, tumultuoso groviglio di nuove opportunità, ma anche epoca dell’impietoso disvelarsi di inconsistenti e antiche certezze, che i due protagonisti del film osservano con interesse, nell’ambiguità delle rispettive scelte, dopo essersi diversamente confrontati col tabù generalizzato della morte, inevitabile esito della vita.
La scelta di lei, ovvero quella di ancorarsi a valori che non hanno più spazio non può che produrre solitudine e inutili rimpianti, ma il vacillare annaspante di lui la dice lunga sulla natura illusoria della ricchezza e del denaro, nuovi idoli pronti a cancellare dubbi e problemi, appannaggio, secondo il Gherardini-pensiero, di pochi intellettuali che vorrebbero resistere alle lusinghe degli industriali come lui,”illuminati”, che promettono alti salari e indipendenza…
Peccato che nelle loro case “l’area del dollaro” trovi spazio allegramente anche sotto le gonne delle signore e che la violenza degli spari di Hemingway, contro gli intrusi ricconi che vorrebbero visitarlo nella sua casa cubana, diventi significativa metafora di una società in cui ciascuno è chiamato ai propri compiti senza mettere in discussione i valori e le gerarchie prodotte dalla selezione “naturale” delle competenze.

Tutto il film, solitamente definito come il secondo della “trilogia dell’incomunicabilità”, dopo L’avventura e prima di L’eclisse, è una riflessione sui problemi che la coscienza del nulla solleva nella cultura contemporanea, non a caso trattati in un’altra trilogia, quella letteraria di Hermann Broch: I Sonnambuli, il libro composto dai tre romanzi che Valentina legge e annota solitaria mentre lontano da lei e dalle sue aspirazioni la folla festeggia Volfango, fra panini e vini pregiati, tuffi in piscina e inutili ostentazioni di ricchezza e di pseudo-cultura.

Raccontato con impassibile freddezza, il film lascia spazio alla nostra compassione, quella pietà che ne riscalda il finale, non diversamente da L’avventura.

*la presenza di Salvatore Quasimodo, nella sede di Valentino Bompiani, è una suggestione culturale molto forte del film, probabilmente all’origine dello spettacolo dei contorsionisti del locale notturno:

Quasi un epigramma (di Salvatore Quasimodo):

Il contorsionista nel bar, melanconico e zingaro, si alza di colpo da un angolo e invita a un rapido spettacolo. Si toglie la giacca e nel maglione rosso curva la schiena a rovescio e afferra come un cane un fazzoletto sporco con la bocca. Ripete per due volte il ponte scamiciato e poi si inchina sul suo piatto di plastica. Augura con gli occhi di furetto un bel colpo alla Sisal e scompare.
La civiltà dell’atomo è al suo vertice.

 

Picnic ad Hanging Rock

recensione del film:
Picnic ad HANGING ROCK

Titolo originale:
Picnic at Hanging Rock

Regia:
Peter Weir

Principali interpreti:
Rachel Roberts, Dominic Guard, Helen Morse, Jacki Weaver, Vivean Gray, Kirsty Child, Ingrid Mason, Anne Lambert, Jane Vallis, Karen Robson, Christine Schuler, Margaret Nelson, John Jarrett, Martin Vaughan, Jack Fegan – 115 min. – Australia 1975.

 In Australia il 14 febbraio cade in piena estate e fa molto caldo, soprattutto nella zona sud orientale del Victoria, lo stato che ricorda con questo nome la sovrana inglese, ancora  regnante all’epoca dei fatti raccontati nel film, che prendono l’avvio il giorno di San Valentino del 1900.

Un collegio femminile nel Victoria

Le giovani ragazze da marito, studentesse dell’Appleyard College, speravano di uscire da quella scuola, almeno in quel giorno speciale, consacrato all’amore e a Cupido, il suo dio che si era già manifestato al loro risveglio, quando, con la testa piena di sogni, avevano letto e commentato i bigliettini profumati, le letterine e le poesie che qualcuno aveva loro indirizzato.
Mrs Appleyard (Rachel Roberts), la direttrice inglese, cercava di convincerle ad accettare i comportamenti che la società vittoriana pretendeva dalle donne “per bene” di tutte le età, gli pseudo-valori della pruderie, del bon ton e del senso comune, che rassicuravano le famiglie dei coloni inglesi che gliele avevano affidate, contando sulla “saggezza” di cui dava prova scaltramente alternando blandizie e punizioni, strumenti di consenso e di altre redditizie iscrizioni.
Mai, dunque, avrebbe permesso alla piccola Sara (Margaret Nelson), triste orfanella australiana, lontana dal suo tutore legale, di partecipare al picnic quel 14 febbraio, essendo  Hanging Rock una meta troppo pericolosa per un’adolescente senza riferimenti educativi, persa nell’ammirazione della bellissima e gentile Miranda (Anne Lambert).
Le sue raccomandazioni, prima della partenza delle studentesse, erano state un capolavoro di perfetta organizzazione: le insegnanti Greta McCrow (Vivean Gray) e Mademoiselle de Poitier (Helen Morse) avrebbero dovuto vigilare; le ragazze avrebbero dimostrato, per iscritto, l’utilità della loro esperienza e, intanto, avrebbero obbedito, indossando i guanti fino all’attraversamento dell’ultimo centro abitato; Tom (Anthony Llewellyn-Jones) il cocchiere, avrebbe dovuto ricordare, imperativamente, l’orario del rientro, fissato per le otto di sera.
Nessuno, sul posto, inoltre, avrebbe dovuto avvicinarsi ad Hanging Rock, conformazione rocciosa di origine vulcanica infestata da insetti e serpenti velenosi e molto insidiosa per gli anfratti oscuri che nascondevano, nelle loro profondità abissali, veri tranelli per i visitatori incauti.

Dopo la presentazione dettagliata dei personaggi, del relazionarsi fra loro e con il milieu dell’epoca vittoriana, il regista imprime al film una svolta narrativa: il viaggio e l’avvicinarsi all’Outback australiano, dominato dal tabù di Hanging Rock, preparano l’incontro con un mondo diverso, quello della natura selvaggia e sconosciuta, anche se oscuramente avvertita dalle giovinette, che ora, finalmente disinibite, cominciavano a guardarsi intorno, ascoltando con ironia Miss Greta, l’insegnante di matematica,  impegnata a illustrare a Tom la natura e l’età della roccia, emersa dalle viscere della terra milioni di anni prima mantenendo intatto il proprio segreto. Il tempo scandito dall’esattissimo orologio del College, o da quelli più tecnologici da taschino, mostrava la sua irrilevanza, di fronte all’inquietante evocazione dell’eternità di quell’ammasso di lava cristallizzata…

Forse non per caso, dunque, a mezzogiorno si erano fermati gli orologi di Tom e di Greta e il tempo era diventato inconoscibile, allentando perciò stesso la preoccupazione di rispettare l’ora del rientro. Miranda, seguita dalle sue compagne Marion (Jane Vallis), Irma  (Karen Robson) ed Edith (Christine Schuler), si stava avventurando per esplorare da vicino la temibile rocca, liberandosi, come le altre, degli stivaletti e delle calze che impedivano il contatto sensoriale col terreno.

Le prime tre ragazze erano state notate salire intorno al monte maledetto dal giovane Albert (John Jarrett) il domestico australiano che aveva, come ogni giorno, accompagnato i coniugi scozzesi Fitzhubert ai quali, quel mattino, si era unito il nipote di lei Michael ( Dominic Guard).
L’orologio di Albert, come quello di Michael, aveva cessato di funzionare a mezzogiorno: strana coincidenza davvero!
Sospensione del tempo, clima di attesa… eventi straordinari si stavano verificando: Albert e Michael ora notavano il ritorno precipitoso di Edith, fuori di sé, che aveva visto, da lontano, Greta scalza e priva della sua solita gonna mentre saliva verso la montagna crudele mostrando l’orrore inverecondo dei suoi mutandoni alla caviglia.

Né lei, né le tre belle collegiali erano ritornate. Irma, però, sarebbe stata ritrovata dopo una settimana da Albert, attivatosi su insistenza di Michael, a sua volta partito per la loro ricerca e salvato in extremis mentre stava per essere inghiottito anche lui dal fascino inquietante di Hanging Rock.

Nè Irma né Michael, però, erano stati in grado di ricordare alcunché della loro avventura: interrogati più volte dalla polizia locale non fornirono notizie utili a spiegare il mistero. Edith e Irma, sottoposte a visita ginecologica, furono trovate “intatte”, ciò che avrebbe dovuto rassicurare le famiglie, che invece non rinnovarono l’iscrizione delle figlie alla scuola di Mrs. Applefield, determinando la tragica rovina dell’istituto e la fine misteriosa della sua proprietaria e della piccola Sara.

Il regista Peter Weir ha dichiarato, a più riprese, di essersi liberamente ispirato al romanzo* – di invenzione – della scrittrice australiana Joan Lindsay (1896 – 1984) di cui aveva mantenuto il titolo, deliberatamente evitandone le pur possibil iinterpretazioni storiche, politiche, sociologiche o psico-antropologiche, preferendo renderne l’atmosfera attraverso il linguaggio suggestivo delle immagini e della musica.

Scelta a mio avviso molto felice poiché, oltre alle fittissime corrispondenze simboliche e analogiche, due aspetti colpiscono chi guarda il film, il primo dei quali, visivo: la pellicola deve il suo memorabile  incanto alla straordinaria fotografia di Russell Boyd, sia quando indugia sul  bush australiano nei diversi momenti della giornata, sia quando, con colorato realismo, ci restituisce l’arcana bellezza degli esseri viventi che organizzano, in quei luoghi selvaggi, la propria sopravvivenza. È lo stesso fotografo che, in altri momenti del film, descrive con suggestivi tratti il progressivo incupirsi dell’atmosfera nell’Applefield College, mentre ll volto della sua proprietaria, coperto infine dalla veletta nera, diventa la  grottesca maschera di una sconfitta esistenziale. All’eleganza della fotografia di Boyd dobbiamo anche i ritratti delle bianchissime fanciulle in fiore del College e della botticelliana Miranda, immagine struggente della primavera che se ne va, in quel magico San Valentino, e nella terra di Hanging Rock, “tempo e luogo dove qualsiasi cosa ha principio e fine“.
La colonna sonora dell’australiano Bruce Smeaton, è assai complessa, poiché il compositore affianca e fonde con equilibrio le proprie musiche originali con quelle del Flauto di Pan del rumeno Gheorge Zamfir, evocative di atmosfere mitologiche che suggeriscono, in ogni parte del film, l’opposizione fra l’eternità della natura e la caducità della civiltà umana che nell’angustia dello spazio storico appronta le sue provvisorie difese, esprimendo attraverso la musica classica, da J.S. Bach a Mozart, da Beethoven a Tchaikovskij, il sentimento nostalgico per il “paradiso perduto” delle favole antiche e dei miti che non possono rivivere.

Il film uscì ad Adelaide l’8 agosto 1975, dopo un tournage molto travagliato, e dopo il disconoscimento da parte del regista dell’ultima parte del film.
L’edizione Director Cut, che contiene un nuovo montaggio del film secondo la volontà dell’autore, è quella a cui mi riferisco, contenuta nel DVD non recentissimo, in mio possesso.

* pubblicato in Australia nel 1967; edito in Italia da Sellerio nel 1983.

 

 

Il giovane Karl Marx

recensione del film:
IL GIOVANE KARL MARX

Titolo originale:
Le jeune Karl Marx

Regia:
Raoul Peck

Principali interpreti:
August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Olivier Gourmet, Hannah Steele – 112 min. – Francia, Germania, Belgio 2017

Film biografico riproposto in streaming da RAIPLAY.

Il regista non ricostruisce l’intera vita di Karl Marx (Treviri 1818-Londra 1883), secondo lo schema di un generico biopic: si limita a evocarne, con rigore storico, il breve periodo fra il 1843 e il 1848, indugiando sugli anni che precedettero la stesura del Manifesto del Partito Comunista (1848), che come sappiamo porta la firma di Marx e quella di Friedrich Engels (Barmen 1820-Londra 1895), diventati amici dopo un primo disastroso incontro in un salotto berlinese, seguito, però, dalla lettura reciproca delle rispettive opere, ritenute così importanti da trasformare l’iniziale diffidenza in un sodalizio sorretto da reciproca lealtà e stima, nonostante i due non potessero essere più diversi nel carattere e nell’appartenenza sociale.

Su queste diversità Raoul Peck costruisce l’intero film, avvalendosi della bella sceneggiatura di Pascal Bonitzer.
Alla durezza intransigente del filosofo Karl (August Diehl) – figlio di un ebreo convertito al luteranesimo – provato dalla povertà e dalle persecuzioni politiche e appassionatamente innamorato di Jenny (Vicky Krieps), il regista accosta la gentilezza quasi romantica di Friedrich (Stefan Konarske), coinvolgendoci nel rapporto di amicizia dal quale sarebbe nato il progetto rivoluzionario che avrebbe cambiato il corso della storia dell’800 e del ‘900

Engels era figlio di un ricco imprenditore di Manchester, fervente pietista, comproprietario di un’industria che occupava giovanissime donne irlandesi sottoponendole a turni massacranti e al rischio di invalidità permanenti. Alla loro ribellione contro un ingiusto licenziamento aveva assistito il giovane Friedrich, colpito dalla sprezzante durezza paterna, e contemporaneamente affascinato  dalla bellezza della combattiva Mary Burns (Hannah Steele), un’operaia che aveva voluto far sentire al padrone le ragioni della rivolta.
Attraverso la conoscenza diretta della fabbrica e dei suoi meccanismi inesorabili, e anche attraverso Mary, che sarebbe diventata sua moglie, Friedrich aveva approfondito gli studi sul lavoro di fabbrica e sulle conseguenze sociali che trasformavano le periferie delle citta negli spazi luridi in cui si aggiravano gli immigrati irlandesi abbrutiti dall’alcol, dalla prostituzione e dalle malattie.

Marx si era laureato in filosofia a Berlino (1841), dove aveva seguito i filosofi della sinistra hegeliana scrivendo per la Gazzetta Renana. L’esperienza di un massacro in difesa della proprietà della terra a Colonia  (1843), evocato nella prima scena del film, lo aveva convinto della necessità di elaborare un progetto politico e legislativo che, impedendo l’arbitrio dei proprietari, allontanasse il rischio della vendetta popolare, sicuramente destinata alla sconfitta e alla dolorosissima repressione successiva.  Aveva subito l’arresto ed era stato espulso dal territorio tedesco, cosicché aveva accettato l’invito dell’editore della Gazzetta, di dirigere un giornale più apertamente innovativo a Parigi, città, per tradizione, più tollerante.
È il 1844: alcuni incontri importanti sulla sua strada (Bakunin, Proudhon, il pittore Courbet) e ancora Engels, rivisto presso il vecchio editore della Gazzetta a cui l’avrebbe legato, oltre all’amicizia, il progetto di scrivere un libro insieme a lui, prima di lasciare la città ostile non meno di Berlino a qualsiasi progetto rivoluzionario. Friedrich sarebbe tornato a Londra per ritrovare e sposare Mary Burns; Karl sarebbe presto partito per Bruxelles, espulso anche dalla Francia.
Fra spostamenti, incontri, studi, squarci di vita privata, la famiglia cresce di pari passo con la miseria, mentre arrivano i provvidenziali assegni periodici di Friedrich insieme alle notizie dall’Inghilterra dove i fermenti rivoluzionari, guidati e frenati dalla Lega dei Giusti, erano pericolosamente privi di sbocchi politici.

Nonostante i pregiudizi, nell’organizzazione si faceva strada (l’onnipresente spettro del comunismo!) l’idea di utilizzare al suo prossimo congresso (1847) l’apporto innovativo che Karl e Friedrich avrebbero portato al suo interno con la freschezza delle loro proposte e con la rete estesa delle loro conoscenze. Quello stesso congresso avrebbe sancito la nascita della Lega dei comunisti. Cinque settimane dopo, nel febbraio del 1848, avrebbe visto la stampa il Manifesto del partito comunista, mentre a marzo un esteso movimento rivoluzionario avrebbe cambiato il volto alla vecchia Europa della Santa Alleanza.

Girato e presentato alla Berlinale del 2017 dal poco noto regista haitiano Raoul Peck, il film è vivace testimonianza del perdurare nel tempo (e fra i popoli del pianeta) dell’adesione convinta all’analisi marxiana dei rapporti di potere fra le classi sociali, nella prospettiva del loro superamento rivoluzionario, non in nome di un principio astratto di palingenetica giustizia, ma dell’urgenza reale di superare lo squilibrio contraddittorio fra i lavoratori, che producono ricchezza, e i capitalisti, che la detengono, ciò che rende pericolosamente instabile ogni forma di società che su questo squilibrio si fondi.

Questo film, un po’ spiazzante e probabilmente inattuale alla sua uscita del 2017, sembra tornato di attualità ora che le mutate condizioni della vita sul pianeta ripropongono, ancora una volta, il dibattito sulla necessità di sottrarre al dominio di pochi le risorse umane e materiali che assicurano la nostra sopravvivenza.

La scoperta di un regista: Paulino Viota

Fuori Orario, che, come sappiamo, ha collocato su RaiPlay un certo numero di film mai arrivati in Italia, propone alla nostra conoscenza tre lungometraggi di un interessante regista spagnolo, nato a Santander, dove tuttora vive, scrive di cinema, e fa l’editore.

 

Si chiama PAULINO VIOTA; il prossimo 20 giugno avrà 72 anni, essendo nato nel 1948, in pieno regime franchista.
In ordine cronologico i tre film che Fuori Orario ci invita a vedere sono:

CONTATTI (1970);
CON UNGHIE E DENTI (1977);
CORPO A CORPO (1984).

Brevemente presenterò tutti e tre, cominciando dal più recente. ovvero  da Corpo a corpo, accolto, a suo tempo, dal favore della critica, ma di scarsissimo successo commerciale, ciò che probabilmente indusse Viota ad abbandonare il suo cinema militante e a dedicarsi alla riflessione e alla scrittura sul cinema, nonché all’editoria, attualmente la sua principale attività.

Corpo a corpo (1984)
Un complesso gioco di coppie, quasi una guerra dei sessi nella Spagna, ormai fuori dal franchismo, nella quale uomini e donne stentano a trovare la propria collocazione e il proporio ruolo sociale. Le inquietudini più profonde sembrano riguardare soprattutto le donne, combattute come non mai fra volontà di emanciparsi e desiderio d’amore. È arduo, infatti, realizzarsi in una società ancora rigidamente tradizionalista e famiilista, che solo a parole riconosce la parità. Ne risulta distorto il rapporto con i maschi, amati con diffidenza guardinga, ma a loro volta sofferenti e combattuti fra le contraddittorie pulsioni del desiderio e la volontà di comprendere il confuso e misterioso universo femminile. Si direbbe un film su due mondi incomunicabili, che tuttavia si cercano e tentano, senza successo, di conciliare esigenze vitali e aspirazioni esistenziali.
Opera sicuramente da conoscere, che induce a riflettere sul lascito negativo delle dittature, il cui veleno continua a produrre effetti nefasti nel tempo, impedendo alle generazioni più giovani di progettare serenamente il proprio avvenire.

Con unghie e denti (1977)
Francisco Franco era morto da due anni, ma era molto faticosa la “normalità” democratica in un paese che non si era ancora rinnovato in profondità, essendo per il momento privo di una carta costituzionale e avendo mantenuto intatti, invece, i rapporti di proprietà e di potere.
In questa difficile transizione, gli sforzi economici internazionali per inserire l’economia spagnola nel sistema degli scambi e del commercio delle economie occidentali avevano incrementato la corruttela: latifondisti nostalgici si erano riciclati come dirigenti industriali, non investendo il denaro, ma intascandolo, con l’aiuto di avvocati compiacenti, di corrottissimi consigli di amministrazione e di violenti squadristi pronti a ridurre al silenzio gli organizzatori sindacali più intelligenti e popolari.
In questo quadro si svolge la storia di Marcos, dirigente sindacale costretto alla clandestinità dopo un’aggressione di inaudita violenza, la cui vita imprigionata nella casa accogliente di un’insegnante, compagna di lotta, è il tema di questo bellissimo e durissimo film, il più riuscito, a mio avviso, dei tre lungometraggi del regista; in ogni caso il più teso e coinvolgente, quello che si fa seguire con tutta la nostra trepidazione.
Insieme alle peripezie dello sfortunato sindacalista, la camera attentissima di Paulino Viota accompagna gli sviluppi degli scioperi, nonché la solidarietà disinteressata di chi avrebbe duramente pagato, insieme ai lavoratori sconfitti, la propria lealtà nei confronti di un uomo che stava rischiando la pelle per difendere la dignità di tutti.

Contactos (1970)
È il primo film del regista, girato in clandestinità, con molti rischi e pochi soldi nel 1970, ispirandosi – come ricorda la giornalista Cristina Piccino (Manifesto, 17 aprile 2020) – a “Cronaca di Anna Magdalena Bach di Straub e Huillet* con al posto della musica del grande compositore tedesco il silenzio opprimente nella Spagna di Franco”.

La vicenda semplicissima è il racconto della vita parallela di due oppositori del regime franchista: una giovane che trova una pensione dove sistemarsi a Madrid, e un suo collega di lavoro, che nella stessa pensione avrebbe occupato un’altra stanza. Il film non racconta una storia, ma descrive gli spostamenti dei due personaggi dalla casa al ristorante dove entrambi sono camerieri.
Casa e ristorante si rassomigliano: pochi e angusti gli spazi; pochissimi e apparentemente insignificanti gli oggetti; scarsa la luce. Che si tratti di corrispondenze volute dal regista per indicare l’oppressione claustrofobica del regime, immobile e soffocante è di ogni evidenza, così come di ogni evidenza è la costrizione alla ripetitività delle azioni, che si traduce, nel film, in ripetitività delle sequenze fra una prima e una seconda parte caratterizzata, però, da piccole variazioni, ma non di poco conto: la fuga e scomparsa di lui; l’irruzione di due agenti di polizia, le domande a lei. Pochissime e a loro volta ripetitive le riprese all’esterno: alcuni incontri; qualche auto che si ferma nella calma piatta e lugubre di un boulevard privo di luce.
Un film per cinefili, ma non per tutti, angoscioso, in un opaco e funzionale bianco e nero.

* Film del 1967  Cliccate, per qualche  notizia, Qui 

 

Henri e i suoi gioielli

Si chiama Henri la piattaforma cinematografica che la Cinematèque Française ha creato,  in tempo di coronavirus, per rendere visibili, ma non scaricabili, alcune rarità che conserva nei ricchissimi archivi della propria sede.

Il nome è un omaggio al fondatore  Henri Langlois

Quotidianamente Henri viene aggiornato con qualche novità: si tratta per lo più di cortometraggi molto preziosi, alcuni dei quali muti, con pochi sottotitoli esplicativi, la cui bellezza parla da sé. Dedicati in ogni caso ai cinefili pazienti, perché la visione richiede qualche minuto di attesa affinché vengano caricate le delicatissime pellicole, alcune delle quali in imperfetto stato di conservazione. Non mancano nomi famosi, importanti per la storia del cinema, come Jean Epstein e Otar Josseliani.

Poiché dare un’occhiata QUI non costa nulla e può riservare belle sorprese, faccio mio l’invito, che ho tradotto, del direttore della Cinematèque, Frédéric Bonnaud:

La Cinémathèque française è chiusa dal 13 marzo.

Da tre settimane, hai più del solito visitato cinematheque.fr per scoprire lezioni e conferenze sul cinema, siti e articoli dedicati alle nostre mostre e retrospettive, senza dimenticare tesori delle nostre collezioni. A questo corpus educativo e documentario, che riflette la ricchezza della nostra programmazione e la vitalità della nostra azione culturale, si aggiunge oggi la piattaforma delle collezioni cinematografiche della Cinémathèque, dal titolo sobrio “Henri”, per Henri Langlois, nostro padre. fondatore.

È da ricordare che se i grandi film della storia del cinema possono essere guardati oggi al computer e in VOD, è perché Langlois e alcuni altri hanno iniziato a salvarli dalla distruzione prima di programmarli, instancabilmente, indipendentemente dalle mode e dal tempo che passa.

Questa pubblicazione online di una piccola parte della nostra collezione, quella per la quale abbiamo i diritti di trasmissione, risponde naturalmente a un contesto molto specifico, l’epidemia e il contenimento di Covid-19, ma anche al desiderio di diffondere, nel modo più ampio possibile, alcune pietre preziose poco conosciute del patrimonio cinematografico. Molto fedele alla proiezione e all’emozione condivisa in una stanza, la Cinémathèque persegue così la sua missione di trasmissione e scoperta. Ogni sera, alle 20:30 e a questo indirizzo, vi offriremo quindi un film tra quelli che la Cinémathèque ha restaurato negli ultimi vent’anni. Il sito sarà così arricchito quotidianamente con meraviglie, spesso rare, anche senza precedenti, che rimarranno disponibili fino al ritorno dei giorni di sole, quando le nostre camere potranno riaprire.
Benvenuti a Henri, la quarta sala della Cinémathèque française!

Frédéric Bonnaud Direttore generale

A PRESTO, CARI AMICI LETTORI.

Titoli d’autore in streaming gratuito su Rai Play

Alcuni  titoli di film d’autore arrivano su RaiPlayPlay, per rendere meno pesante la nostra clausura collettiva. Sono bei titoli, di film molti dei quali mai arrivati in Italia nelle sale. 

Segnalo dapprima questo titolo, concesso, per pochi giorni ancora, dagli organizzatori del Festival di Locarno:

Ti presento la mia ragazza -Wondstruck, commedia sentimentale coreana del 2004.

https://www.raiplay.it/programmi/tipresentolamiaragazza-windstruck

Troverete, inoltre, 24 titoli d’autore che provengono da Fuori Orario, la storica trasmissione di RAI TRE di Enrico Ghezzi, che i cinefili nottambuli conoscono.

https://www.raiplay.it/raccolta/Fuori-Orario-ceaa4fb2-079a-4ba5-92a9-491f96b601a8.html

Approfittate di queste giornate per vedere COSE MAI VISTE!

Presto, spero, rileggerete qualche mia recensione.

Un affettuoso saluto a tutti.