Manchester by the Sea


schermata-2017-02-17-alle-19-34-41recensione del film:
MANCHESTER BY THE SEA

Regia:
Kenneth Lonergan

Principali interpreti:
Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Lucas Hedges, Gretchen Mol
– 135 min. – USA 2016. –

Lee (Casey Affleck) era vissuto da sempre con la sua famiglia d’origine (i Chandler) a Manchester by the Sea, cittadina del New England nella quale insieme alla moglie Randi (la bravissima Michelle Williams) aveva creato una famiglia tutta sua, con tre bei bambini teneramente amati. Con Randi, purtroppo, qualcosa non aveva funzionato: era diventata una donna apatica, scontenta e rancorosa: così almeno la vediamo nelle poche, ma memorabili apparizioni del film. Che cosa avesse incrinato il loro matrimonio non ci viene detto: sappiamo, però che, dopo l’incendio immane che aveva portato via, insieme al  cottage in cui abitavano, il senso stesso del loro ormai fragilissimo rapporto, Randi sarebbe rimasta a Manchester, mentre Lee se ne sarebbe andato a Boston, tentando di ricominciare a vivere, schiacciato dal peso dell’accaduto, dal senso di colpa di cui non riusciva a liberarsi, originato dai rimorsi per una presunta leggerezza che acuiva un dolore senza scampo.

A Boston, dove si era sistemato nel piccolo monolocale semi-interrato di uno stabile periferico, aveva trovato un lavoro: un amministratore di condomìni gli aveva infatti affidato la manutenzione e la riparazione degli impianti idraulici ed elettrici degli anonimi palazzoni di cui si occupava. Non lo preoccupava l’esiguità della paga, appena sufficiente a sopravvivere, poiché la disperazione sembrava averlo reso di ghiaccio e indifferente al proprio futuro. Suo fratello Joe (Kyle Chandler) gli aveva però acquistato un tavolo e una poltrona-letto che a Patrick (Lucas Hedges), suo figlio, avrebbe potuto far comodo se, terminato il liceo, avesse proseguito i suoi studi a Boston.
Gli affettuosi rapporti di sempre fra Lee e Patrick si sarebbero complicati, di lì a poco, per la morte improvvisa di Joe: ora Lee avrebbe dovuto occuparsi di quel nipote sedicenne fragile, rimasto solo al mondo (la madre aveva da tempo fatto perdere le proprie tracce) e perciò bisognoso di essere aiutato a crescere da un familiare attento e partecipe dei suoi problemi. Il testamento di Joe non lasciava dubbi in proposito: affidava quel figlio all’amato fratello, che ne sarebbe diventato il tutore, amministrando, nel suo interesse, i suoi risparmi e le sue proprietà.

La storia della solitudine di Lee, inebetito e raggelato dal cumulo delle proprie sciagure, rassegnato a scontarle fino in fondo soprattutto per volontà di espiazione, avrebbe potuto a questo punto diventare un drammone lacrimoso e insopportabile.
Kennet Lonergan, quasi sconosciuto regista newyorkese*, si rivela invece davvero all’altezza della difficoltà, poiché riesce a mantenere il racconto in un eccezionale equilibrio narrativo, conferendogli un carattere dolorosamente malinconico, in armonia coi magnifici e lattiginosi colori pastello del paesaggio nordico splendidamente fotografato.
Il film ci informa con lenta pacatezza dei fatti che avevano trasformato in un inferno tormentoso la vita di Lee Chandler, adottando un procedimento non diacronico del racconto, in cui, con grande naturalezza, si inseriscono, in uno scambio continuo fra presente e passato, ampi squarci del suo vissuto, flashback che scavano a fondo nei segreti della sua coscienza e del suo cuore. Spesso il passato è evocato mentre risuonano, rimanendo sullo sfondo, brani famosi di musica classica che accompagnano emotivamente gli spettatori a sopportare le situazioni più dolorose e difficili, senza sottolineare con effetti fragorosi la drammaticità che è tutta e soltanto nelle cose raccontate con austero pudore. Del tutto funzionale a questo equilibrio, mai tentato da toni enfatici, è l’uso costante di un delicato registro ironico, indulgente contrappeso alla narrazione del dolore. È Patrick, deuteragonista del film, colui che, con la sua presenza vitale e con l’affermazione accorata e anche buffa delle proprie necessità di adolescente che si affaccia alla vita adulta, riporta (forse) un po’ di luce tranquilla nel mondo cupo e disperato dello zio, costringendolo a uscire dal proprio egocentrismo e da quel “lago d’indifferenza” che sembra essere diventato il suo cuore, per confrontarsi con nuovi e  imprevisti problemi, quelli legati alle sue velleità di ragazzo convinto di saper bastare a se stesso, e di poter a lungo celare il dolore dietro la maschera dell’allegria spensierata con gli amici, i conoscenti e le ragazze per le quali comincia a provare curiosità e attrazione.
Di eccezionale rilievo, a questo proposito, l’interpretazione del giovane Lucas Hedges, che riveste perfettamente i panni dell’adolescente che unisce ai turbamenti e ai mutamenti di umore dell’età le contraddizioni di una condizione dolorosa inaccettabile e davvero incomprensibile.
Di uguale efficacia è la prova d’attore di Casey Affleck, che maschera nel gelo di un comportamento duro e talvolta aggressivo, il proprio disperato e vano bisogno di dimenticare, pur nella coscienza di dovere a Patrick la comprensione e l’attenzione che richiede la sua fragilità, emersa drammaticamente in una scena indimenticabile.
Film, a mio avviso, molto bello, anche se molto discusso, candidato a un certo numero di Oscar, che mi auguro ottenga almeno in parte, a riconoscimento della sua qualità non certo comune.  La sua visione mi pare assolutamente da consigliare.

*Ha avuto, in realtà, come regista, un’attività cinematografica piuttosto ridotta: tre soli film in sedici anni, di cui qualcuno potrebbe ricordare il primo: Conta su di me (2000). Più noto come co-sceneggiatore di due film di successo: Terapia e pallottole (1999) e  Gangs of New York di  Martin Scorsese (2002). Assai conosciuto, invece, come scrittore teatrale.

Un re allo sbando


schermata-2017-02-13-alle-15-16-49recensione del film:
UN RE ALLO SBANDO

Titolo originale:
King of the Belgians

Regia:
Peter Brosens, Jessica Woodworth

Ptincipali interpreti:
Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen – 94 min. – Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria 2016.

Una tempesta elettromagnetica di proporzioni inusitate e del tutto imprevedibile aveva scombinato i piani per il rientro in Belgio dalla Turchia (dove si trovava in missione diplomatica) del re Nicolas III (Peter Van den Begin), anche se l’emergenza gli imponeva di tornare al più presto. Era accaduto, infatti, che, mentre egli stava svolgendo il proprio compito, il Belgio si fosse diviso: i Valloni non avevano più voluto condividere le proprie sorti con i Fiamminghi e avevano proclamato la propria indipendenza. Purtroppo, le onde elettromagnetiche impazzite non permettevano né i voli aerei, né le telefonate internazionali, né la navigazione satellitare con cui si muoveva l’attrezzatissima limousine del re e del suo seguito. Un bel guaio, per quel re spilungone e incolore, grigio nell’abito e nel comportamento, così poco popolare da aver indotto la regina, a lanciare una campagna mediatica che lo riavvicinasse ai sudditi, cogliendo proprio l’occasione di quel viaggio in Turchia. Gli era stato messo al seguito, a questo scopo, un giornalista inglese con passato da cineasta (Pieter van der Houwen), tale Duncan Lloyd, col compito di ridisegnarne l’immagine sbiadita, rendendola più accettabile e più umana. Nicolas III, però, non avrebbe potuto concludere la sua missione, non rappresentando più il Belgio, ormai inesistente, e neppure avrebbe potuto continuare nel suo viaggio. Da questo momento ha inizio il racconto delle peripezie del re e del suo seguito per rientrare in patria, sotto la guida di Duncan Loyd che conosceva la realtà dell’Europa dell’Est, avendone seguito le vicende dalla caduta del muro di Berlino.


Il film è quindi uno strano Road Movie, che in seguito diventerà un Boat Movie per il perdersi nel nulla di molte strade in seguito alle guerre balcaniche: erano diventati introvabili persino i mezzi di fortuna (trattori, furgoni, tagliaerba) che il gruppo del re aveva usato, tappa per tappa, perciò la barca era diventata il necessario mezzo per raggiungere l’Italia e finalmente Bruxelles (onde elettromagnetiche permettendo).

Seguire le peripezie del gruppo significa ripercorrere l’anomala odissea di dignitari e sovrano alla ricerca di un modo per riannodare i rapporti interrotti dall’impazzimento generale, che, come le strade balcaniche, non stava portando da nessuna parte, ma che per un certo tempo aveva permesso a ciascuno, in primo luogo al re, di non vergognarsi della propria umana fragilità, ma di riconoscerla, ritrovando se stesso e le ragioni della propria esistenza, liberandosi dei formalismi insopportabili di riti monarchici vetusti e improponibili. Si trattava per lui, allora, probabilmente di ricuperare in modo credibile l’“etica della responsabilità”, di weberiana memoria: al raggiungimento di questo scopo Nicolas, sempre più metafora del potere nello stato moderno, fondato sull’ascolto, sulla condivisione dei problemi, e sul consenso non solo mediatico, si sarebbe dedicato, finalmente, con piena convinzione.
Il film, molto applaudito al festival veneziano in cui era stato presentato nella sezione Orizzonti, procede in modo alquanto sgangherato e, al di là di ogni altra plausibile lettura, oscilla fra registri narrativi abbastanza incerti, ciò che appesantisce spesso il racconto, che pure è interessante e intelligente, e che spesso, a tratti, è spiritoso e divertente.
Da vedere, se la distribuzione lo permetterà.

P.S. Comunico ai miei lettori, con vanitoso piacere, che questa recensione è stata collocata tra le 150 External Reviews a questo film di Internet Movie Data Base.

 

Billy Lynn-Un giorno da eroe


schermata-2017-02-06-alle-23-30-23recensione del film:
BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE

Titolo originale:
Billy Lynn’s Long Halftime Walk

Regia: Ang Lee

Principali interpreti:
Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Makenzie Leigh, Vin Diesel, Steve Martin, Deirdre Lovejoy, Ben Platt, Tim Blake Nelson, Beau Knapp
– 113 min. – USA, Gran Bretagna, Cina 2016.

Questo film è stato girato in HFR (120 frame al secondo – la normale riprese cinematografica non va oltre i 24 – 4k di risoluzione e 3D), perciò il film che vediamo è diverso da quello pensato da Ang Lee, che si può vedere in pochissime sale al mondo. È un bel film ugualmente, ma ne è stato ugualmente penalizzato visto che è passato come una meteora e subito ritirato dalle nostre sale. Peccato!

Non aveva potuto scegliere Billy, un ragazzo texano, quando per sfuggire a una condanna, si era arruolato come volontario nella fanteria americana, dopo di che, debitamente addestrato, era stato spedito in Iraq. Lì, aveva potuto misurare quanto grande fosse lo scarto fra una guerra vera e l’immagine che se ne fa chi non avendola mai vista, si accontenta della sua rappresentazione mediatica, mettendosi in pace la coscienza e vivendo senza rimorsi in questo nostro mondo occidentale, seducente e feroce. Billy, invece, aveva presto capito come fosse inutile illudersi che esistesse una guerra intelligente e pulita, in cui non ci si “sporca”, poiché si utilizza una tecnologia infallibile, chirurgica nella sua precisione distruttiva: la prudenza, le “coperture” a colpi di mitra e bombe a mano non erano state sufficienti a salvare la vita di uno dei suoi compagni di plotone, la Bravo Squad, né erano bastate a proteggere lui, attaccato alle spalle e prossimo a morire, tanto che aveva dovuto risolvere a coltellate il corpo a corpo. Ancora una volta non aveva potuto scegliere, poiché la guerra è una terribile trappola per chi la subisce ma anche per chi la combatte e non si rallegra della morte di un amico, né di quella di un nemico, di cui ha visto lo sguardo dapprima feroce, poi impaurito e angosciato. Era stato brutto vivere quei momenti, brutto comprendere che dietro l’ineluttabilità stavano opzioni politiche per lo meno discutibili, quasi certamente dissennate. Un cellulare rimasto acceso aveva immortalato quell’episodio, immediatamente diffuso e diventato “virale”, cosicché un fatto dolorosissimo che Billy avrebbe tenuto per sé, era stato utilizzato dai militari come elemento di propaganda. Tutta la Bravo Squad era stata premiata con una licenza premio di quindici giorni, che prevedeva il ritorno in patria, alcune tappe televisive (sponsorizzate) per interviste e dichiarazioni, e il finale glorioso, nel Giorno del Ringraziamento, per assistere a un importante finale di partita, nonché esaminare (e infine rifiutare) la proposta di girare un film sull’argomento. Billy, che aveva voluto rivedere la propria famiglia per l’occasione, aveva soprattutto compreso che tanta attenzione nei loro confronti era legata al mondo del denaro e degli affari, che non aveva alcun rispetto per le persone vere, impegnate, con le loro angosce e con le loro contraddizioni laceranti, in una guerra orribile, cosicché il mondo dello Show Business aveva prodotto ulteriore disincanto nel cuore di tutti, e in modo particolare nel suo, così giovane, così tenero e ingenuo.

Se vi capiterà di vederlo, non perdete questo film: vedrete  anche due bravissimi attori (Joe Alwyn e Kristen Stewart) nel ruolo rispettivo di Billy e della sorella Kathryn Lynn.

 

 

La La Land


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recensione del film:
LA LA LAND

Regia:
Damien Chazelle

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko
– 126 min. – USA 2016.

Come il precedente Whiplash del giovane regista Damien Chazelle, anche questo è un film musicale, in modo diverso, ma neppure troppo. In entrambi, infatti, il tema di fondo è quello del lavoro duro necessario per ottenere quel successo che i protagonisti si propongono. In questo film, però, non si vedono né sangue né croste sulle dita del musicista (la batteria era infatti lo strumento di Andrew Neyman, il protagonista del film precedente), e neppure la compiaciuta severità di un maestro che, oltre a insegnare la musica, vorrebbe insegnare a vivere: ci pensa la vita stessa a spiegare come vanno le cose in quell’universo molto particolare che ruota intorno allo star system hollywoodiano e a dirci che, se il sangue del cuore è invisibile, il dolore è ugualmente acuto e forse più profondo.
Il film si apre sull’ingorgo che viene a crearsi attorno a un’uscita autostradale nei pressi di Los Angeles, quando, nel momento del massimo caos, serpeggia fra gli automobilisti molto nervosismo e la voglia di farsi largo a colpi di clacson. All’improvviso, però, con un bel colpo di scena, prevale in tutti la voglia di abbandonare l’auto e di mettersi a danzare e a cantare sul ritmo della musica di un’autoradio, ciò che dà il via a un lungo piano-sequenza che, evocando il cinema musicale dei tempi d’oro di Hollywood, ci trasporta nel clima del film, ovvero nella storia dell’amore impossibile fra i due protagonisti, Sebastian e Mia (rispettivamente Ryan Gosling ed Emma Stone). Entrambi vorrebbero realizzare il loro sogno nel cassetto, facendolo coincidere col lavoro: Mia, che è cassiera in un locale dedicato alla preparazione di breakfast per i divi di Hollywood, vorrebbe fare l’attrice e intanto, su suggerimento di lui, scrive monologhi teatrali; Seb, che è un bravissimo pianista e un appassionato purista della musica jazz, vorrebbe aprire un locale suo e intanto lavora in un piano-bar, cercando, surrettiziamente e senza successo, di far apprezzare il jazz che ama, evitando di contaminarlo con le musiche commerciali delle band che si esibiscono nei locali e nelle discoteche. I due giovani si avvicinano dapprima scambiandosi le confidenze sui reciproci progetti, poi si scoprono innamorati e cercano di includere nei loro sogni anche il futuro che vorrebbero condividere.

Il film si svolge attraverso una serie di avvii musicali che trovano il loro spazio nei cinque momenti della storia, che Chazelle fa coincidere con le stagioni dell’anno  in cui si incontrano e si amano Seb e Mia, da un inverno all’altro, a cui aggiunge ancora l’inverno di qualche anno dopo, quando i due ormai avevano portato a compimento con successo personale i rispettivi progetti, dai quali, però, era rimasto fuori l’amore, poiché, senza che nessuno dei due lo volesse, il destino li aveva portati a percorrere strade separate. La narrazione  è molto esile e si distingue anche per un’elevata frammentarietà: impostata una svolta narrativa, infatti, il regista non la sviluppa, come se fosse incalzato dall’urgenza di impostarne un’altra e un’altra ancora, lasciando in noi un’impressione di leggerezza talvolta eccessiva, ma non sempre sgradevole, che forse significa che gli sta a cuore non tanto la vicenda, quanto l’esigenza di rendere omaggio, attraverso rimandi e citazioni quanto mai numerosi, al vecchio musical hollywoodiano, che non si produce più ma che si può rinnovare nelle forme, così da renderlo accettabile ai giovani, anche a costo di deludere un po’ i padri e i nonni, che con le vecchie musiche e le vecchie pellicole erano cresciuti e avevano formato il proprio gusto cinematografico. È un film sopravvalutato? Probabilmente sì, ma è sicuramente un film da vedere, sia perchè ha un impatto visivo di grande rilevanza, grazie all’uso sapiente del colore sempre molto saturo, sia anche perché è capace di creare effetti suggestivi, grazie alle belle musiche orecchiabili, alle atmosfere romanticheggianti, e alla bravura davvero eccelsa dei due interpreti principali. Forse non è il capolavoro che si dice, ma è un film assai interessante, almeno secondo me.

 

Allied-Un’ombra nascosta


schermata-2017-01-25-alle-13-28-56recensione del film:
ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA

Titolo originale:
Allied

Regia:
Robert Zemeckis

Principali interpreti:
Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Lizzy Caplan, Daniel Betts,
Matthew Goode, Angelique Joan, Jason Matthewson, Iain Batchelor, Peter Meyer, Raphael Acloque, Sally Messham, Raphael Desprez – 147 min. – USA 2016.

Siamo a Casablanca, nei primi anni ’40, dopo che i tedeschi avevano occupato militarmente il Marocco, colonia francese alle dirette dipendenze del governo collaborazionista di Vichy.
Il “quebecquois” Max (Brad Pitt) era stato paracadutato (letteralmente) dal controspionaggio inglese nel deserto del Marocco per prendere contatti operativi con la spia della Resistenza francese Marianne (Marion Cotillard), infiltrata fra gli occupanti nazisti per fornire informazioni sui loro movimenti. I due avrebbero dovuto fingersi marito e moglie, coll’obiettivo di permettere a Max di compiere una rischiosissima missione, che solo l’apporto di lei aveva reso possibile.
Ormai “bruciato”, dopo l’azione che aveva concluso con successo, Max era stato trasferito a Londra: nessuno, ovviamente, si era preoccupato dell’amore passionale che quasi subito era nato fra lui e Marianne, largamente prevedibile, per altro, visto che entrambi erano giovani, solidali negli ideali politici, e costretti a convivere.  La richiesta di sposarla, col conseguente avvio di scrupolose indagini sulla vita di lei che avevano allontanato ogni dubbio sulla sua correttezza, ne aveva permesso la partenza per Londra (dove, successivamente si sarebbe celebrato il matrimonio). Era passato parecchio tempo dai giorni di Casablanca: Marianne era incinta e al suo arrivo, ancora dentro all’aeroporto e sotto il primo bombardamento tedesco, avrebbe fatto nascere la loro bambina. Un’abitazione defilata in campagna li attendeva: lì lei avrebbe fatto la madre, mentre lui avrebbe continuato a servire la causa della libertà con le sue missioni pericolose.
La Germania nazista, intanto, stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa continentale e la stessa Gran Bretagna: alcune delle sue città erano distrutte dai bombardamenti, mentre alla popolazione, colta all’improvviso dall’immane tragedia, erano richieste lacrime e sangue, senza eccezioni, per affrontare il pericolo mortale che incombeva, cosicché la storia privata dell’amore felice di Max e Marianne era costretta a misurarsi con gli eventi  che stavano sconvolgendo la vita di ciascuno. I servizi segreti, infatti, avevano deciso di indagare più a fondo su di lei, sui suoi documenti, sul suo passato, poiché era sembrato che non tutto fosse stato chiarito ed era sorto il dubbio che  fosse in realtà una spia dei nazisti…
Questo è, a grandi linee, ciò che è narrato nella prima parte del film ed è anche ciò che ritengo si possa dire ai lettori evitando ulteriori spoiler, affinché la storia non perda parte del suo interesse.

Il regista, Robert Zemeckis, conduce l’intera vicenda con una certa abilità, dirigendo uno staff di prim’ordine, affiancato da un bravissimo regista (quello di Locke) come Steven Knight, qui con funzioni di sceneggiatore, oltre che da Marion Cotillard e da Brad Pitt, mostri sacri della recitazione (per la verità la recitazione di Brad Pitt mi è parsa poco espressiva). Il film, però, come spy-story non è davvero il meglio che ci si possa attendere: manca di mistero e di tensione. Se proprio occorre una definizione, lo definirei un mélo con frequenti scivolate verso il feuilleton, soprattutto nella seconda parte. Non è tuttavia un film privo di interesse se lo si considera una specie di repertorio citazionista mirato soprattutto alla ricostruzione degli stilemi che nel corso degli anni ’40 a Hollywood avevano dato l’impronta inconfondibile ad alcuni film di Hitchcock, nonché ai film d’amore e di guerra, primo fra tutti Casablanca, il capolavoro di Michael Curtiz. Casablanca è onnipresente nel film, nella prima parte (gli esterni della città, il mercato con i suoi venditori, i cammelli, l’uccisione dell’ufficiale nella cabina telefonica, gli abiti eleganti e d’epoca degli uomini e delle donne col loro trucco pesante), ma anche, checché se ne dica, nella seconda parte in cui, proprio alla fine, compare il pianoforte, decisivo per scoprire la verità, accompagnato dall’invito, più volte reiterato, a suonarlo (“play it, Sam” chi può dimenticarlo?).
Il confronto fra film così lontani non è possibile e, forse, anche ingiusto; sicuramente, per Zemekis, diventerebbe impietoso, perché assai poco questo suo film è dotato di fascino e di vera capacità di coinvolgerci: ricostruisce ambienti e atmosfere, ma è, almeno secondo me, finto, quasi kitsch.

Si può vedere, anche solo per curiosità, ma rivedere Casablanca, subito dopo, è un imperativo categorico, poiché
“We’ll always have… Casablanca” (per fortuna!) Perdonate la voluta imperfezione della mia citazione!

Dopo l’amore


schermata-2017-01-20-alle-18-04-57recensione del film:
DOPO L’AMORE

Titolo originale:
L’économie du couple

Regia:
Joachim Lafosse

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens – 100 min. – Francia, Belgio 2016

La fine di un matrimonio, forse (come lascerebbe intendere il titolo italiano come al solito alquanto arbitrario) dopo una storia d’amore. Il fatto è che, quand’anche ci fosse stata, nel film non se ne vede che una pallidissima traccia, subito cancellata dal ritorno del sentimento predominante nella moglie, Marie (la bella e brava Bérénice Bejo), ovvero l’odio. Marie, infatti, non solo non ama più Boris (Cédric Kahn), ciò che sarebbe comprensibile e che capita spesso anche nelle migliori famiglie, ma lo detesta, non sopporta la sua presenza e gli vomita addosso contumelie di ogni tipo, con l’obiettivo di fargli perdere ogni dignità, e di umiliarlo davanti agli amici, ai parenti e persino alle due figliolette, le deliziose gemelline che assistono sempre più sgomente alle scenate fra i genitori, che amano entrambi, con una leggera predilezione per il padre, certamente più paziente con loro, più disponibile a condividerne i giochi, a raccontare qualche favola prima che si addormentino, ad assecondarne gusti e predilezioni. Le ragioni del livore di lei sono probabilmente profonde e non vengono dette, anche se Marie non fa che parlare di soldi: dalle loro parole si comprende che Boris ha una storia di immigrazione dalla Polonia alle spalle e che ha avuto e continua ad avere difficoltà a trovare lavoro. È costretto perciò, il poveretto, a convivere con lei in una bella casa, acquistata da lei (che a quanto si capisce è di famiglia ricca) e ristrutturata con gusto e competenza da lui, che ne rivendica, perciò,  la proprietà in misura paritaria.

Il film che è un Kammerspiel condotto con piglio asciutto, senza alcuna indulgenza sentimentale, per un’ora e mezza procede accumulando dispetti e cattiverie, mortificazioni e ripicche né lascia intravedere soluzioni possibili se non quella che in genere viene adottata in ogni paese civile: il ricorso a un giudice che decreti la separazione legale di una coppia irrimediabilmente scoppiata. Ci voleva tanto?
Si esce dalla sala con la sgradevole sensazione di aver assistito senza volere e quasi dal buco della serratura a una interminabile serie di velenosissime accuse e controaccuse fra coniugi, alle quali non si capisce perché si debba in qualche misura partecipare.
Si può anche non vedere.

Silence


schermata-2017-01-12-alle-21-28-12recensione del film:
SILENCE

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata – durata: 161 minuti – USA 2016.

Fin dal 1989 Scorsese aveva manifestato la volontà di portare sullo schermo Silence, il romanzo storico (1966) di Shusaku Endo, di cui era venuto a conoscenza e che molto l’aveva colpito, per ragioni personali, attinenti alle proprie riflessioni circa i problemi della fede religiosa (in questo caso della fede cristiano-cattolica); dell’ adeguarsi con coerenza ai suoi principi fino al martirio; della liceità morale di questa coerenza, anche quando può causare le sofferenze e persino la morte di molti innocenti. Il film, pertanto, realizza un progetto molto a lungo meditato e studiato, ricostruendo con una certa libertà alcuni accadimenti della prima metà del ‘600, allorché i padri gesuiti portoghesi Sebastião Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garupe (Adam Driver) erano partiti alla volta del Giappone, sapendo che il loro compito sarebbe stato difficile e rischioso, per quanto limitato al solo obiettivo di ritrovare il confratello e guida spirituale Cristovão Ferreira (Liam Neeson), di cui da troppo tempo si erano perse le notizie. Era in corso, infatti, una violenta repressione della comunità cristiana giapponese (che aveva il suo centro a Nagasaki), molto numerosa dopo l’opera di evangelizzazione condotta da Francisco Javier nel corso del ‘500. La persecuzione, che era diventata pesante già alla fine del ‘500, divenne sempre più efferata soprattutto dopo il 1641*, quando i cristiani che non intendevano abiurare si erano rifugiati negli angoli più nascosti e selvaggi delle isole giapponesi, dove praticavano i loro riti in una condizione pressoché catacombale. Il film non indaga sulle ragioni di tanta ostilità, perché l’interesse del regista non è né storico, né documentaristico, ma indugia a lungo sulla crisi di coscienza che aveva accompagnato i due giovani preti in missione, dal momento del loro sbarco sulle coste, all’incontro con i cristiani costretti a vivere nella clandestinità, alla loro separazione e alla successiva cattura di Sebastião Rodrigues, nonché al terribile  confronto con il vecchio Samurai (Issei Ogata) incaricato di costringerlo a rinnegare la propria fede dal governo dei feudatari (shogun) che si erano impadroniti del potere. La tortura, praticata senza sconti e con studiata raffinatezza nei confronti della popolazione cristiana che rifiutava di rinnegare le proprie convinzioni religiose, scuoteva nel profondo la coscienza di Rodriguez, costretto a udire per giorni e giorni gli assordanti lamenti degli uomini e delle donne che, non volendo piegarsi,  subivano inenarrabili crudeltà, quando sarebbe bastato un suo semplice gesto (calpestare un’immagine sacra con l’effigie di Cristo) per far cessare il loro dolore e le loro sofferenze.
Il regista scava nei dubbi del gesuita, ci rappresenta il suo interrogarsi circa il senso della propria intransigenza dottrinaria di cui avverte la pesantissima responsabilità, mentre Dio tace, icommensurabilmente lontano e indifferente. Col linguaggio potentissimo delle immagini che ci parlano di un universo bellissimo e privo di ogni presenza divina, quasi leopardianamente vuoto di senso e di finalità, Scorsese racconta una fede piena di incertezze e di esitazioni, che si sottrae a ogni intento propagandistico per confrontarsi con le necessità profonde dell’uomo, con la solidarietà e l’amore che allevia il dolore e il male di vivere. Questo aspetto del film, secondo me, affronta in modo molto problematico questioni sulle quali la cultura europea, non solo religiosa, si è a lungo interrogata: mi è venuta in mente, per esempio La leggenda del Grande Inquisitore (credo proprio che Scorsese, che è uomo di cultura, conosca I fratelli Karamazov), ma per rimanere nell’ambito cinematografico, non si può ignorare che il bellissimo Nazarin di Louis Buñuel affronta (anche se certo con maggiore cattiveria) il tema dell’impraticabilità del messaggio cristiano nella sua integralità, poiché la sua perfezione e la sua purezza sono destinate a soccombere in un mondo in cui gli uomini non sono né puri né perfetti. A questo proposito, mi sembra che la scena di Rodriguez che si riflette nell’acqua , osservando con orrore il trasformarsi del proprio volto, sia una bella citazione del trasformarsi dell’immagine del ritratto di Cristo nel film buñueliano. Il film, perciò, presenta molti aspetti di estremo interesse per chi ama il cinema di Scorsese anche per la complessità culturale che è spesso in grado di esprimere. Da vedere sicuramente.

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*in quell’anno”lo shogun Tokugawa Iemitsu varò un decreto, che successivamente divenne noto come sakoku (“Paese blindato”), con il quale proibì ogni forma di contatto tra la popolazione giapponese e gli stranieri. Da allora i cristiani crearono una simbologia, una ritualità, persino un linguaggio tutto loro, incomprensibile al di fuori delle comunità di appartenenza.”  (Fonte: Wikipedia)

Il cliente


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recensione del film:
IL CLIENTE

Titolo originale:
Forushande

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajadi Hosseini, Mina Sadati – 124 min. – Iran, Francia 2016.

Una bella coppia affiatata, marito  e moglie (Shahab Hosseini e Taraneh Alidoosti, rispettivamente) nella Teheran di oggi.
Sono colti e giovani; belli e  spregiudicati: condividono gusti, aspirazioni e il lavoro da attori (attualmente sono impegnati nella più famosa pièce di Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore). Lui, Emad, al mattino è anche professore in una scuola in cui è amato e stimato dagli studenti; lei, Rana, si occupa di imparare la sua parte come attrice. Difficile sarebbe distinguerli da una qualsiasi coppia occidentale della loro condizione, se non fosse per la sciarpa rossa e setosa che copre il capo di lei: non è più il tempo del velo nero che mortificava giovinezza e femminilità, però: scivola spesso, lasciando scoperte morbide ciocche di capelli.
Conosciamo abbastanza bene il regista, tuttavia, per lasciarci illudere dal ritratto ottimistico dei due sposini in attesa di chissà quale roseo futuro: se è vero che a Teheran le cose stanno rapidamente cambiando e che il tumultuoso sviluppo economico ora lascia un po’ in ombra gli integralismi degli ayatollah, è altrettanto vero che molti problemi nuovi si presentano a chi vive in quella realtà: il vecchio stato sta andando a pezzi rapidamente, ma sembra lasciare dietro di sé sedimenti e vuoti che difficilmente possono essere compensati da una cultura troppo recentemente acquisita per costituire un saldo riferimento delle giovani generazioni.
Basta un incidente fortuito infatti, per mettere in crisi il matrimonio, solidissimo all’apparenza, di Emad e Rana. All’improvviso aveva mostrato segni di crollo imminente il palazzone dove i due abitavano: in fretta e furia erano stati costretti a lasciare l’appartamento, trasferendosi in quello di un amico, da poco rimasto senza inquilini e che, per la verità, non era stato sgombrato completamente, ma lo sarebbe stato presto, non appena la precedente affittuaria avesse trovato un’adeguata sistemazione agli oggetti che aveva chiuso a chiave in una stanza. Rana, però, aveva fretta di organizzarsi rapidamente, perciò il trasloco era avvenuto all’insegna del nervosismo e dell’insoddisfazione, alla quale, di lì a poco, si sarebbero aggiunte le dolorose conseguenze dell’incidente imprevisto che avrebbe sconvolto la vita di entrambi. Si era introdotto, infatti, nella loro casa, qualcuno che aveva cercato di approfittare di lei, sotto la doccia e sola in casa. La sua pronta reazione aveva messo in fuga l’aggressore, ma lo spavento e una brutta caduta avevano indotto i vicini di casa, accorsi per il trambusto, a farla ricoverare all’ospedale, dove infatti il marito l’avrebbe ritrovata.

Nella prima parte del film, dunque, il regista ci presenta il quadro generale entro il quale si sviluppa il racconto, insieme a molti particolari che acquisteranno chiaro significato nella seconda, quando i due coniugi, di fronte al fatto imprevisto, stavano perdendo la lucidità razionale che li aveva precedentemente contraddistinti. Per Rana, che non intendeva chiedere alcuna protezione alla polizia, nel timore che una sua denuncia innescasse sospetti e dubbi anche su di lei, l’affronto subito assumeva sempre più il carattere dell’ossessione, ciò che le impediva di stare in casa da sola e di dedicarsi al proprio lavoro. Per Emad, la sofferenza era conseguente a quella di lei, di cui aveva condiviso la scelta di non presentare denuncia, anche se ora intendeva da solo scoprire il colpevole per punirlo a dovere, confondendo evidentemente l’esigenza di giustizia con la vendetta personale, che infatti avrebbe messo in atto con dura e spietata determinazione. Null’altro posso aggiungere, perché il film è un thriller appassionante e, fino alla conclusione, molto teso. Mi sembra, però, che mentre il parallelismo fra il film e la tragedia di Arthur Miller diventa evidente solo alla fine del racconto, molto chiara (forse anche troppo), invece, sia la corrispondenza metaforica fra il crollo del palazzo, la fretta del trasloco, l’insoddisfazione di non trovare un posto alle proprie cose e la situazione dell’Iran, oggi, paese i cui abitanti sono maggiormente disposti ad aprirsi al mondo esterno, abbandonando le certezze religiose e morali di un passato opprimente, con una rapidità e un’urgenza tali che non possono che provocare crisi, sbandamenti e contraddizioni di non poca importanza nella vita collettiva e individuale.
Film affascinante, costruito con cura attenta anche ai più minuti particolari, ottimamente diretto e benissimo recitato: da vedere.

Paterson


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recensione del film:
PATERSON

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman,
Luis Da Silva Jr – 113 min. – USA 2016

 

Paterson è un giovane poeta: scrive di nascosto su un quaderno segreto che porta sempre con sé durante il suo lavoro: è autista sui pullman di linea, nel New Jersey, precisamente nella cittadina che porta il suo stesso nome: Paterson. Questo piccolo centro in passato aveva ispirato poeti come Williams Carlos Williams e, più recentemente, Allen Ginsberg, e aveva dato accoglienza anche a un celebre anarchico italiano, Gaetano Bresci, che da quel luogo era partito per uccidere nel 1900 il re d’Italia Umberto I. Il giovane autista (Adam Driver) sembra voler far rivivere la tradizione poetica radicata nella cittadina, confortato anche dall’incoraggiamento di Laura (Golshifteh Farahani), la tenera moglie innamorata, che egli lascia ogni mattina ancora semi-addormentata e che, a sua volta, coltiva una vena artistica, adornando la loro casa con tende e tessuti che dipinge nei toni del bianco e del nero.

Laura è la sua musa: per lei Paterson scrive su quel quaderno segreto (come Petrarca il suo Secretum, dice lei!), ispirandosi all’amore che li unisce. Sebbene non esista, nella sua vita, qualcosa che si possa considerare particolarmente rilevante, egli è capace di cogliere, al di là dell’apparenza ripetitiva di una vita senza scosse, gli scarti anche minimi che rendono sempre nuova la giornata: è il collega colpito dalle sciagure; sono le confidenze fra i passeggeri; è l’incontro con un gruppo di balordi; è il desiderio di Laura di quella bella chitarra bianca e nera; è la scatola di fiammiferi particolarmente significativa; è l’incidente che gli blocca il pullman durante la corsa; è l’atto involontariamente eroico all’interno della birreria dove ogni sera è atteso perché tutti vogliono ascoltare i suoi racconti; è l’improvviso incontro con la bimba poetessa, o col giapponese innamorato della letteratura; sono le coppie di gemelle che compaiono sulla sua strada, indizio di un destino misterioso, forse.
Jim Jarmush sembra essere tornato ai suoi primi lungometraggi, per il minimalismo del racconto e per l’attenzione nei confronti dell’umanità che oscuramente abita le periferie americane o le province dimenticate di cui ha colto spesso l’anima profonda, le aspirazioni e i sogni frustrati dalla realtà: vedendo Paterson, tornano alla mente i suoi film in bianco e nero (Stranger tan Paradise, soprattutto) o a colori, come Mistery Train anche più che Broken Flowers (pur bellissimo).
Siamo invece abbastanza lontani dai vampiri politicamente corretti  del suo Only Lovers Left Alive (questo, ovviamente, non è un giudizio di valore).
Il regista, seguendo giorno per giorno per un’intera settimana la vita apparentemente regolare di Paterson, riflette sull’amore, fonte primaria di ispirazione, sulla capacità dei poeti di ascoltare e di cogliere, al di sopra delle meschinità e della noia della vita quotidiana, misteriosi collegamenti, analogie, segnali, aspetti non sempre razionalizzabili della realtà.

Neruda, Il cittadino illustre, Paterson: la stagione cinematografica, dopo il vuoto dell’estate, ha proposto tre film sulla poesia. Me ne compiaccio, sperando che si tratti dell’ inizio di un cambiamento, finalmente, dopo una stagione anche troppo incentrata sulle ricostruzioni giornalistiche, cronachistiche, biografiche e documentaristiche. Personalmente, non ne potevo più.

Aquarius


schermata-2016-12-17-alle-22-42-29recensione del film:
AQUARIUS

Regia:
Kleber Mendonça Filho

Principali interpreti:
Sonia Braga, Maeve Jinkings, Irandhir Santos, Humberto Carrão, Fernando Teixeira,
Jeff Rosick, Julia Bernat, Carla Ribas, Rubens Santos
– 140 min. – Brasile 2016.

Alle soglie della vecchiaia, dopo la morte del marito e la “diaspora” dei figli, ciascuno per la propria strada, Clara (Sonia Braga)  vive da sola a Recife, in un condominio un tempo ideato per ospitare la buona borghesia locale e denominato Aquarius. Nell’alloggio di sua proprietà, affacciato sulla bella spiaggia brasiliana, essa custodisce gelosamente le testimonianze e i ricordi  di trent’anni della propria storia: sono gli oggetti che parlano della sua brillante carriera professionale di giornalista musicologa (i vinili stipati sugli scaffali fino al soffitto, insieme ai ritagli di giornali e alle fotografie in compagnia di famosi musicisti); sono anche gli arredi, muti testimoni delle gioie del periodo felice del suo matrimonio e della maternità, nonché dei dolori della malattia che l’aveva colpita ancora molto giovane (un cancro al seno, superato grazie a una crudele amputazione, alle pesanti cure che le avevano fatto perdere per qualche tempo i bellissimi capelli, e grazie anche alla propria caparbia volontà di vivere). Ora la bella dimora, carica di memorie, è insidiata da una società di immobiliaristi, molto potente in Brasile, che ha già acquistato tutti gli alloggi del condominio ed è decisa ad acquistare anche il suo, con le buone maniere in un primo tempo (offerte molto vantaggiose, sempre rifiutate) e adesso con le cattive (minacce, dispetti e intimidazioni di ogni tipo), per attuare la colossale speculazione edilizia destinata a mutare l’aspetto di Recife e della sua prestigiosa spiaggia, ormai poco fruibile, essendo la balneazione resa rischiosa dagli squali che infestano le acque della bellissima baia di Pernambuco. Il film è il racconto della lotta sorprendente intrapresa da Clara, quasi da sola, con pervicace ostinazione, per difendere insieme alla sua proprietà, se stessa e la propria dignità.

La vicenda, anche se per alcuni aspetti ricorda un bel film dagli accenti quasi dickensiani di Mike Leigh del 1988, High Hopes (la faccia più spietata della speculazione edilizia a Londra durante il governo di Margaret Thatcher), si colloca in modo originale e nuovo, nei suoi sviluppi e nella imprevedibile conclusione, ai nostri giorni per il ritratto moderno e inquieto di Clara, che vive l’ultima fase della vita non come una cadente vecchietta, ma rivendicando il giusto rispetto per le sue esigenze: il suo corpo, pur gravemente offeso, è ancora in grado di esprimere vitale sensualità; la sua mente è ancora lucidissima e presente a se stessa e intende mantenere intatta la memoria di un passato di rivendicazioni femministe, che, proseguendo una tradizione di famiglia, Clara aveva vissuto fra le mille contraddizioni e lacerazioni che soffrono tutte le donne, combattute fra il desiderio della propria affermazione personale e quello fortissimo di essere vicine ai propri figli. Non mancano nella narrazione del regista Kleber Mendonça Filho momenti di tensione penosa e talvolta struggente, soprattutto quando proprio dai figli arriva la pressante richiesta di cedere e di accettare di andarsene, dimostrando che essi hanno a cuore più la propria tranquillità che le ragioni di una madre fiera che non intende arretrare né svendere ciò che il denaro non può risarcire in alcun modo. Stupenda e perfetta l’interpretazione di Sonia Braga, in un film non certo privo di difetti (un po’ troppo lungo, forse), ma molto interessante e sicuramente da vedere.

Presentato in concorso a Cannes nello scorso aprile.