Un padre, una figlia


Schermata 2016-08-23 alle 21.41.02recensione del film:
UN PADRE, UNA FIGLIA

Titolo originale:
Bacalaureat

Regia:
Cristian Mungiu

Principali interpreti:
Vlad Ivanov, Maria-Victoria Dragus, Ioachim Ciobanu, Adrian Titieni, Lia Bugnar, Gheorghe Ifrim – 128 min. – Romania, Francia, Belgio 2016

Cristian Mungiu ha dichiarato di essere cosciente che i suoi film non trattano argomenti gradevoli, affermazione ampiamente condivisibile, alla quale, però, aggiungerei che si tratta di film molto belli e non facilmente dimenticabili. Il regista, incontentabile perfezionista, ha bisogno di tempi lunghi per il proprio lavoro: nulla che non lo convinca appieno può vedere la luce, finché non raggiunga la potenza espressiva desiderata, ciò che spiega l’esiguo numero dei suoi film e l’attesa che ne precede la proiezione nelle sale , nonché i prestigiosi riconoscimenti internazionali che li accompagnano.

Dopo aver raccontato nel suo primo film (Quattro mesi, tre settimane, due giorni – Palma d’oro a Cannes nel 2007) l’opprimente Romania di Ceausescu, attraverso l’odissea di due amiche in attesa di un aborto clandestino e, dopo averci descritto nel secondo (Oltre le colline – migliore sceneggiatura a Cannes nel 2012) la povertà della Romania rurale nonché la sua arretratezza culturale e superstiziosa, in questa sua ultima fatica, Bacalaureat (questo il titolo originale -miglior regia a Cannes 2016), Mungiu ci parla del paese attuale, quello della scuola, delle attese dei giovani e delle loro famiglie, nonché della pervasiva corruzione che infetta con la sua espansione mafiosa, tutti i gangli della vita civile, tema, per altro, presente anche nel primo film.
In particolare ora il regista focalizza la propria attenzione sulla famiglia di Romeo Aldea (Adrian Titieni) e della moglie Magda (Lia Bugnar). I due coniugi, lasciata la Romania per Londra ai tempi della dittatura di Ceausescu, dopo la fine del regime ne erano ritornati con la speranza che al cambiamento politico facesse seguito la rigenerazione morale dell’intero paese. Per dedicarsi in modo speciale all’educazione dell’unica figlia, Eliza (Maria-Victoria Dragus), avevano entrambi limitato le proprie ambizioni professionali: lei accontentandosi di fare la bibliotecaria e lui di essere medico nella cittadina della Transilvania in cui ora abitavano. Eliza, d’altra parte, aveva risposto positivamente a quei sacrifici e, dopo un eccezionale curricolo scolastico, stava per conseguire il Bacalaureat, ovvero il diploma di maturità, con gli alti voti necessari per iscriversi alla facoltà di psicologia a Cambridge, e per progettare lì il proprio futuro, lontano dalla terra che aveva travolto e infranto le speranze dei suoi genitori.
Proprio adesso, però, la vita semplice e onesta della piccola famiglia sembrava minacciata; un che di inquietante ne stava turbando l’ordinata routine. All’inizio, una violenta sassata aveva rotto il vetro della finestra di casa, poi sarebbero stati messi fuori uso i tergicristalli dell’auto, poi il parabrezza sarebbe andato in frantumi, quasi che gli Aldea, apparentemente senza nemici, fossero stati presi di mira da qualcuno: nulla di cui stupirsi, d’altra parte, nella triste e grigia realtà di una cittadina fatta di casermoni e di cantieri perennemente transennati, in cui i passaggi pedonali si riducevano a piccoli spazi ingombri di macerie, facile nascondiglio di male intenzionati.  Al moltiplicarsi degli atti di teppismo, infine, si era aggiunto il tentativo di stupro subito da  Eliza, proprio alla vigilia della maturità: solo, si fa per dire, un forte choc e un polso lussato (la poveretta aveva cercato di difendersi); in ogni caso danni sufficienti per non riuscire a concludere in tempo la prova scritta, compromettendo insieme all’esame, il futuro “inglese” che sembrava a portata di mano. Sarebbe stato Romeo a cercare di rimediare all’imprevista emergenza, ricorrendo a quel sistema di favori e raccomandazioni, pericoloso, ma diffusissimo, dal quale si era sempre tenuto ben lontano, ma che ora, per amore di quella figlia era stato disposto incautamente ad avvicinare.

Questo è un momento molto importante del film, decisivo per gli sviluppi successivi, amarissimi e in fondo ovvi, poiché da questi favori agli amici degli amici è difficilissimo uscire indenni, non solo dal punto di vista giudiziario: essi influiscono profondamente sui comportamenti, inducono prima o poi laceranti sensi di colpa e spengono ogni fiducia nel futuro, che per altro Romeo non aveva dimostrato di possedere in grande misura, vista la sua tenace volontà di indirizzare all’estero la vita dell’unica figlia.
Il regista, tuttavia, come ha più volte dichiarato, non ha inteso solo denunciare la condizione della Romania, ma, attraverso la rappresentazione di minuti ma significativi particolari della vita quotidiana dell’uomo, riflettere sul ruolo dei genitori, oggi, in tutto il mondo occidentale e sulla responsabilità verso i figli, nella consapevolezza che è il comportamento dei padri a incidere davvero sulla loro formazione, assai più di ogni predica e di ogni bella parola. Da questo punto di vista, il film, infatti, racconta proprio il lento logorarsi del rapporto di fiducia fra la figlia e il padre, che, ben prima del “fattaccio”, era apparso egoisticamente incline al compromesso morale. Lo testimonia la sua doppia vita coniugale, l’illusione di nasconderla dietro un muro di sotterfugi e di silenzio ipocrita, ma nota alla moglie, all’amante Sandra, ora incinta e prossima ad abortire nella più completa indifferenza di lui e conosciuta, ahimé, anche da Elisa, così profondamente turbata da preferire di confidare alla madre, piuttosto che a lui, i primi suoi problemi d’amore. Allo stesso modo, egli aveva sottovalutato la sofferenza del figlioletto di Sandra, piccolo, ma capace di comprendere, grazie alla grande sensibilità che lo spingeva a vendicare le ingiustizie tirando di fionda, come si addice agli innocenti senza peccato…
Un film non moralistico, che offre, ancora una volta, allo spettatore una storia sgradevole, poiché gli parla delle proprie debolezze, delle meschinità, delle piccole viltà del tutto insufficienti a mettere in pace la coscienza, degli insopprimibili sensi di colpa. Un film sorretto da una sceneggiatura accuratissima, e recitato da attori meravigliosi. Da vedere sicuramente.

1001 grammi


Schermata 2016-08-17 alle 21.15.40recensione del film:
1001 GRAMMI

Titolo originale:
1001 Grams

Regia:
Bent Hamer

Principali interpreti:
Ane Dahl Torp, Laurent Stocker, Magne Håvard Brekke, Dinara Drukarova, Per Christian Ellefsen, Didier Flamand, Peter Hudson, Hildegun Riise – 93 min. – Norvegia, Germania 2014.

Per effetto di vecchi accordi internazionali, il prototipo del Chilogrammo conservato con rigorosissima cura nei sotterranei del Bureau international des poids et mesures non lontano da Parigi, è l’unità di peso di riferimento per tutti i paesi del mondo, che con altrettanto severo rigore conservano nei loro gabinetti metrologici i rispettivi prototipi omologati, e provvedono periodicamente a confrontarli coll’originale francese al fine di rendere sicuri e trasparenti i rapporti commerciali internazionali e di limitare anche per questa via le occasioni di conflitto*.
Questa breve premessa è utile alla comprensione del film, opera del regista norvegese Bent Hamer **, che a lungo e non per caso si sofferma con ironia sul rito dell’apertura del forziere blindato francese in cui l’antico campione viene custodito. Fin dall’inizio, infatti, la complessità seriosa dell’evento si accompagna alla curiosità quasi divertita dei delegati dei paesi ex coloniali, che seguono attentamente le spiegazioni storico-scientifiche dei volonterosi accademici che li accolgono, ma che sembrano quasi increduli di fronte alla loro ingenuità, essendo convinti non solo che le vie della pace passino probabilmente altrove, ma che un’eccessiva attenzione alla dimensione esclusivamente razionale dell’uomo non serva né alla comprensione dei suoi problemi né al miglioramento effettivo dei rapporti sociali.
La contrapposizione fra coloro che dalla scienza e dalla ragione attendono tutte le risposte, secondo una visione evolutiva della storia umana (ahimé le intramontabili “magnifiche sorti e progressive”!), e coloro che di quella visione colgono appieno i limiti illusori attraversa tutto il film e si invera nei due protagonisti, cioè nei personaggi di Maria (Ane Dahl Torp) e Pi (Laurent Stocker).

A Maria, giovane norvegese, impiegata dell’istituto metrologico del suo paese, gli insigni scienziati che lo dirigono affidano il delicato compito di portare il campione nazionale del chilogrammo a Parigi, per ricevere l’omologazione del Bureau international des poids et mesures.  In un momento di grande solitudine, mentre stanno sbriciolandosi i riferimenti che avevano fino allora dato senso alla sua esistenza (il giovane che viveva con lei l’aveva lasciata e il padre stava morendo), a Parigi Maria incontra per caso Pi, un giovane che aveva da tempo abbandonato la fiducia nella scienza e nel progresso per dedicarsi all’attività di giardiniere, scoprendo la bellezza della natura e i suoi segreti, che non sempre hanno una spiegazione razionale e di cui non si può che prendere atto lasciandosene incantare, senza cercarne il perché o il senso. Le risposte possibili non possono che venire, dunque, dalle emozioni, che talvolta ci aiutano anche a sorridere dei pesi e delle misure, come a lei riuscirà di fare nello spiritoso e amabile finale del film.

Un metaforico “conte philosophique” in cui emerge, chiaramente, una garbata critica della tradizione illuministica e di quello scientismo che ci ha reso eccessivamente fiduciosi nel futuro, senza aiutarci ad affrontare i problemi della vita, poiché ci impedisce di comprenderne la tragica complessità. Qualsiasi riferimento ai “maestri del sospetto” ( Marx, Nietzsche e Freud che avevano smascherato la “falsa scienza” di origine cartesiana), secondo la celebre definizione di Paul Ricoeur, è assolutamente pertinente!

Da vedere.

 

* QUI troverete, se lo desiderate, maggiori informazioni

** dello stesso regista,  QUI troverete la mia recensione di Tornando a casa per Natale (2010)

Nahid


Schermata 2016-08-05 alle 15.50.59

 

recensione del film:
NAHID

regia:
Ida Panahandeh

Principali interpreti:
Sareh Bayat, Pejman Bazeghi, Navid Mohammadzadeh – 105 min. – Iran 2015

 

 

E’ stata presentata nel 2015 a Cannes (Un certain regard) questa opera prima della regista iraniana Ida Panahandeh, girata interamente in Iran sulle rive del Mar Caspio. Laggiù vive Nahid (Sareh Bayat), l’eroina della storia triste di questo film, che ne racconta l’ emarginazione progressiva dalla vita familiare e sociale. Nahid si era sposata molto giovane con un ragazzo sbandato, tossicodipendente che ora è indebitato fino al collo con un gruppo di strozzini che gli permettono di mantenere il suo vizio, grazie ai prestiti di denaro legati al gioco d’azzardo. Per sottrarre il figlio all’influenza nefasta di tanto padre, la giovane aveva chiesto e ottenuto il divorzio, nonché l’affido del bambino, un pre-adolescente viziato e arrogante, poco incline a darle retta. Le leggi iraniane sono, com’è noto, severe con le donne e ancora di più lo sono con le donne che chiedono il divorzio nel qual caso si preoccupano soprattutto della loro virtù: il bambino può essere immediatamente riconsegnato al padre, qualora le signore volessero risposarsi; il padre, infatti, per quanto indegno, è pur sempre colui che insegna ai propri figli maschi a non rispettare le donne, e a mantenere l’ordine sociale fondato sulla prevaricazione maschile. Nahid è molto bella e ancora giovane; nulla di strano che abbia incontrato, dopo molte tribolazioni, l’uomo della sua vita, Masoud (Navid Mohammadzadeh), vedovo e padre di una bimbetta. E’ un ricco signore, che l’ama davvero e che vorrebbe sposarla, ma che è costretto ad accontentarsi del “matrimonio temporaneo” (Sigheh), istituto giuridico antichissimo dell’Islam sciita, ma fortemente interdetto nelle famiglie rispettabili*. Questo diventa l’ espediente per aggirare il divieto di tenere con sé il figlio, ma è anche il motivo per il quale Nahid viene emarginata e disprezzata dalla sua famiglia.

Ricattata dall’ex marito, sempre più violento, non molto ascoltata dal figlio e incompresa dai propri parenti, Nahid è infine costretta a decidere del proprio futuro, in piena solitudine.


La regista racconta dunque le angosce di  Nahid che, combattuta fra l’amore materno e quello per Masoud, diventa quasi l’ emblema di tutte le donne iraniane costrette a mentire e a subire, ma ci rappresenta anche gli ambienti del degrado morale e sociale frequentati dal marito prepotente, che è umiliato a sua volta dallo sfruttamento degli spacciatori e dalla violenza dei cravattari, in cui rischia pericolosamente di trovarsi implicato anche quel figlio che a lei si nega.
Il risultato, purtroppo, è un film pieno di ottime intenzioni, ma affastellato di informazioni e incerto sulla direzione da percorrere:  un guazzabuglio narrativo nel quale il film si aggroviglia e in cui perdono interesse anche le ottime prove che gli attori danno di sé. Peccato!

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*Mentre qualsiasi forma di prostituzione rimane illegale in tutto il paese, esiste l’istituzione definita del “matrimonio temporaneo” (Shiah, ma chiamata solitamente Sigheh in Iran),  che consente rapporti contrattuali a breve termine tra i due sessi: viene consegnata una dote alla moglie temporanea e l’unione scade automaticamente senza alcun bisogno di ricorrere al divorzio. Secondo un piccolo numero di studiosi, quest’istituto è attuato in modo abusivo come copertura legale della prostituzione. (fonte: Wikipedia)

 

Senso


 

SENSO 1recensione del film:
SENSO

Regia:
Luchino Visconti

Principali interpreti:
Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti, Heinz Moog, Rina Morelli, Christian Marquand, Tino Bianchi, Ivy Nicholson, Sergio Fantoni, Mimmo Palmara, Marcella Mariani, Tonio Selwart, Franco Arcalli, Nando Cicero, Goliarda Sapienza, – 115 min. – Italia 1954.

Sono passati quarant’anni dalla morte di Luchino Visconti, uno dei più grandi registi del nostro cinema, di quelli che hanno maggiormente contribuito a farlo conoscere e amare nel mondo. Difficile rendergli l’omaggio che gli si deve, dopo i fiumi d’inchiostro e le parole che per decenni hanno tentato di interpretarne l’opera. Nel mio piccolo, però, voglio provarci anch’io parlando di uno dei film che ho amato di più.

Un incipit memorabile

Il film si apre sulla scena della Fenice di Venezia dove, il 27 maggio 1866, si rappresentava Il Trovatore. Al termine della cabaletta famosa, Di quella pira (era evidentemente il momento convenuto), dal loggione veniva lanciata  sulla platea, che ancora applaudiva il tenore, una pioggia di volantini tricolori, mentre ad alta voce risuonavano gli inviti a sostenere la guerra imminente (sarebbe scoppiata il 20 giugno e durata fino al 12 agosto) contro gli Austriaci che ancora occupavano Venezia*. Con gli alti ufficiali austriaci del parterre si mescolavano ora i garibaldini, uno dei quali, Roberto Ussoni (Massimo Girotti), coordinava l’arruolamento dei volontari a supporto del fronte meridionale della guerra. Il lancio dei volantini aveva provocato un vero parapiglia: allo sgomento degli ufficiali occupanti e del veneziano conte Serpieri (Heinz Moog), che con questi aveva stabilito rapporti d’affari, facevano eco le parole sprezzanti del tenente austriaco Franz Mahler (Farley Granger), prontamente e imprudentemente rintuzzate dall’Ussoni: ne era seguita l’immancabile sfida a duello, nonché l’arresto e l’esilio del “sovversivo”. Poche scene per descrivere il concitato succedersi degli eventi e presentarne lo sfondo sociale e politico: un incipit tra i più memorabili della storia del cinema.

Una brutta storia

I fatti di quella sera avrebbero cambiato per sempre la vita di Franz Mahler e di Livia Serpieri, la moglie del conte, legata a Roberto Ussoni da rapporti di cuginanza e dagli ideali irredentisti. Livia (Alida Valli), che era una bella donna molto più giovane del marito (che le offriva tuttavia agi, prestigio sociale oltre che rispettosa devozione), aveva seguito con apprensione da un palco l’increscioso incidente che stava compromettendo il futuro dell’impulsivo cugino e ora chiedeva di conoscere il tenente responsabile dell’offesa, fiduciosa che la vicenda si potesse comporre pacificamente grazie alla propria mediazione. Nacque, da quell’incontro, la storia del suo amore appassionato per Franz, sullo sfondo eccezionale di una Venezia bellissima sia nell’oscurità inquieta di quella notte sia al levarsi del sole, quando le calli, le fondamente, i porticati, gli approdi, le prospettive del mare aperto manifestavano con caldi colori luminosi la ripresa della vita e delle attività cittadine. Questa Venezia, stupefacente e tutta viscontiana, lontana dalla città dei viaggiatori sette-ottocenteschi, stava rivelando a poco a poco il proprio fascino segreto, e sembrava quasi corrispondere all’inquietudine e alla dolcezza dell’amore nascente nel cuore di lei. I loro incontri erano proseguiti nella clandestinità delle camere d’affitto fino allo scoppio della guerra, quando Franz aveva dovuto seguire il suo battaglione nel veronese, mentre la famiglia Serpieri si trasferiva nella tenuta familiare di Aldeno, fra Trento e Rovereto.
Chi era il tenente Franz Mahler? Era un giovane disincantato fino al cinismo (e non lo nascondeva), un tenace corteggiatore delle signore ricche e insoddisfatte della buona società veneziana. Per lui, come per tutti gli ufficiali austriaci, si stava avvicinando il momento dell’impegno militare diretto: la vita da ufficiale nella zona occupata, per quanto non priva di rischi per l’ostilità latente della popolazione locale, gli aveva finora permesso di vivere fra piaceri e gioco d’azzardo senza essere soggetto a una disciplina troppo severa. La prospettiva della guerra, unita alla coscienza della probabilissima sconfitta e del progressivo e inarrestabile sgretolarsi dell’impero austriaco, metteva in forse le sue abitudini e i vizi consolidati e imponeva un impegno difficile, richiedeva sacrifici, sostenuti da una visione ideale e da uno slancio del tutto estranei alla sua edonistica visione del mondo. Franz non aveva alcuna voglia di morire né tantomeno di perdere la bellezza del suo giovane corpo per le ferite o le mutilazioni orribili, così comuni nei reduci, per di più in una guerra che percepiva come incomprensibile, senza senso. Egli, anzi, cercava i soldi delle sue ricche amanti per comprare la propria diserzione e contava sull’amore di Livia per ottenerli, ben sapendo che la donna aveva davvero perso la testa per lui: gli avrebbe infatti consegnato i denari destinati ai volontari garibaldini, attestati ora non lontani da Aldeno.
L’illusione amorosa di Livia precipitava verso la deriva abietta del tradimento degli ideali risorgimentali; sarebbe poi arrivata l’umiliazione cocente dell’ultimo incontro con Franz, a Verona, che l’avrebbe indotta a denunciarlo presso i comandi militari per aver comprato la diserzione: vendetta feroce, perseguita con determinazione orgogliosa. Al tradimento degli ideali garibaldini nei quali aveva creduto erano seguite, dunque, la delazione e la fucilazione immediata di lui, in un crescendo melodrammatico sottolineato dalla musica di Anton Brukner (Sinfonia n° 7 in Mi Maggiore). Una storia di inganni e tradimenti, attraverso la quale Visconti lucidamente racconta la più vasta crisi del progetto risorgimentale e di quei settori della società che l’avevano sostenuto. Le vicende della guerra, d’altra parte, avevano messo in luce i difetti organizzativi e politici dell’esercito italiano, le rivalità e la confusione fra i comandanti (e fra loro e il re), causa non secondaria del disastro di Custoza, a cui il film dedica una pagina lunga e importante, soffermandosi particolarmente sulle atroci sofferenze dei militari impegnati nel combattimento inutile e crudele poiché il destino di Venezia si era deciso altrove, sul piano diplomatico e non su quello militare, mentre la vittoria dei garibaldini nel Trentino (l’unica italiana in quella orribile guerra) era stata considerata irrilevante ai fini dell’annessione di quel territorio, che sarebbe diventato italiano solo alla fine della prima guerra mondiale (1918)

Visconti si era ispirato dichiaratamente a un  racconto di Camillo Boito (1836 – 1914)** di cui egli volle conservare, dopo alcune incertezze della produzione, il titolo, sia pure trasformandone la vicenda, cosicché il singolare ritratto di donna che Boito delinea assume un considerevole spessore storico e anche emblematico, facendo confluire nella sua crisi personale la vicenda di un’intera società in uno dei momenti più critici del periodo post-unitario, non dissimile, forse, da quello che egli vedeva nell’Italia dei suoi anni, coll’affievolirsi degli slanci ideali che avevano animato poco tempo prima la lotta antifascista a cui aveva egli stesso partecipato.

Al termine di questo tentativo di analisi di un film bello e difficile come questo, vorrei segnalare ai lettori le pagine dedicate a quest’opera da un’appassionata studiosa delle opere di Luchino Visconti , l’amica blogger Teresa Antolin, che ricostruisce, attraverso gli articoli dei giornalisti e dei critici di allora il clima politico e culturale all’interno del quale il film fu girato: dai dubbi della produzione, ai pesantissimi interventi della censura, ai problemi che avevano preceduto o accompagnato le riprese, alle dichiarazioni dello stesso regista, alle discussioni sul titolo, ai costumi e alla loro ispirazione iconografica…

Si tratta sempre di articoli di grandissimo interesse documentario che forniscono elementi di giudizio assai importanti.

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/2/

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/3/

 

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*era la vigilia della Terza guerra d’indipendenza, ovvero della guerra che avrebbe opposto all’Austria la Prussia, alla quale si era alleato il giovane stato italiano in vista della probabile disfatta austriaca che avrebbe permesso l’annessione del Veneto. Un riassunto abbastanza chiaro della situazione politica e militare italiana prima e durante la Terza guerra d’indipendenza italiana può utilmente essere consultato sulle pagine di Wikipedia QUI

 

**Delle opere letterarie di Camillo Boito (1836 – 1914) , nonostante l’apprezzamento di Benedetto Croce, poco ci si ricorda, forse perché egli scrisse poco e soprattutto scrisse (senza molto crederci) per sé, essendosi dedicato quasi esclusivamente alla professione di architetto progettista e restauratore in cui particolarmente si distinse (QUI le notizie); più noto di lui è il fratello Arrigo, librettista d’opera, poeta e letterato annoverato fra i nostri maggiori “scapigliati” della seconda metà dell’ottocento.

Kiki & i segreti del sesso


Schermata 2016-07-24 alle 12.02.20

recensione del film:

KIKI & I SEGRETI DEL SESSO

Titolo originale:
Kiki, el amor se hace

Regia:
Paco León

Principali interpreti:
Natalia de Molina, Álex García, Paco León, Ana Katz, Belén Cuesta, Candela Peña, Luis Callejo, Luis Bermejo, Alexandra Jiménez, Jacobo Sánchez, Silvia Rey, Eduardo Recabarren, Blanca Apilánez – 102 min. – Spagna 2016.

Ancora  una pessima e volgare trasposizione italiana del titolo originale, che pure, di per sé, dovrebbe essere abbastanza esplicito*. Per nostra fortuna al raccapricciante titolo nella nostra lingua non corrisponde la sostanza del film, che è certamente una commedia erotica, ma non banale, né volgare. Il regista, infatti,  ci introduce nel mondo poco conosciuto  di alcune “perversioni” sessuali dai nomi strani che ne chiariscono la natura: alcuni (sonnofili) provano desiderio sessuale e  piacere solo guardando dormire il proprio partner; altri (arpaxofili) solo in situazioni di pericolo o di aggressione violenta; altri (elefili) mostrano una passione smodata per certi tessuti; altri ancora (dacrifili) per le lacrime del loro partner… e via elencando. Da queste situazioni che non sembrano in verità molto perverse (va da sé che le aggressioni violente siano simulate) nascono gli episodi raccontati dal film con tono spigliato e insieme garbatamente ironico. Una Madrid estiva, colorata e bellissima, costituisce lo sfondo in cui si intrecciano, alternandosi sullo schermo, le storie dei personaggi, la cui  “devianza”sessuale (ma esiste davvero la normalità in questo privatissimo ambito?) li caccia in situazioni quasi sempre imbarazzanti, talvolta buffe e talvolta patetiche e dolorose, ciò che costituisce l’oggetto del film, raccontato con umana e pietosa partecipazione. Il regista, che è al suo terzo lungometraggio, in questo lavoro ricopre anche un ruolo d’attore  non proprio secondario: dal desiderio del suo personaggio (Paco) di far rivivere la passione d’amore per la moglie (che ora è un po’ languente) nasce la coscienza della molteplicità delle fantasie erotiche che possono far bene al rapporto di coppia, riportando gioia e serenità laddove mugugni e silenzi potrebbero mettere in crisi anche il legame più solido. 
Il film, che è un remake dell’australiano The Little Death di Josh Lawson (non mi risulta essere arrivato in Italia), è in realtà molto “spagnolo” ed evoca soprattutto i primi film di Almodovar, per la vivacità e la naturalezza del racconto, per il gusto trasgressivo che lo attraversa e per la sincerità liberatoria dell’erotismo che lo caratterizza. Non un grande capolavoro, ma un film gradevolmente divertente.

 

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*il regista (QUI l’intera intervista ) dichiara:
“Kiki viene dall’Inglese quickly. Esiste anche il nome francese Kiki e un altro africano; ed è un termine inglese che si riferisce ad un tipo di festa: una canzone molto famosa degli Scissor Sisters si intitola Let´s have a kiki: facciamo una festa. Così kiki si usava per tutto: l’eufemismo infantile di fare un kiki rende la cosa festosa e internazionale”.

 

L’uomo dal braccio d’oro


Schermata 2016-04-28 alle 09.19.42recensione del film:
L’UOMO DAL BRACCIO D’ORO

Titolo originale:
The Man with the Golden Arm

Regia:
Otto Preminger

Principali interpreti:
Frank Sinatra, Kim Novak, Eleanor Parker Darren McGavin, Arnold Stang – 119 min. – USA 1955

 

Un vecchio film, un ottimo cast ben diretto dal grande Otto Preminger e una grande prova d’attore di Frank Sinatra, qui nei panni troppo appiccicosi del tossicodipendente da morfina Frankie Machine che ha già provato, apparentemente con successo, a liberarsi di quegli abiti scomodi, ma che ora è tornato a drogarsi alla grande con conseguenze devastanti.

Frankie Machine ha un braccio d’oro: così aveva sentenziato il musicista, docente di  batteria, che aveva provato a ricuperarlo durante il suo soggiorno in galera, dov’era finito per ragioni che, se pure non del tutto chiarite, certamente avevano a che vedere col  gioco d’azzardo e col consumo di droga. Siamo in un quartiere “a rischio” di un’imprecisata città americana, in cui un’umanità marginale e povera passa le proprie giornate nella noia e nell’avvilimento sempre presenti in chi, non avendo lavoro, cerca di sopravvivere tentando la sorte coi magri guadagni del gioco d’azzardo, nelle bische clandestine retrostanti i locali equivoci dove si aggirano sfruttatori privi di scrupoli, spacciatori avidi di guadagno, ballerine in cerca di compagnia e personaggi strani, come Sparrow, socialmente poco accettati. La storia di Frankie si colloca in questo contesto degradato, nel quale resistere alla droga era difficilissimo, anche perché sarebbe stata necessaria quella forza di carattere che in genere chi si droga non ha, soprattutto se, come era accaduto a lui, le scelte più importanti della sua vita erano state (e continuavano a essere) pesantemente condizionate dai ricatti emotivi di una moglie possessiva e asfissiante (Eleanor Parker), che gli attribuiva la responsabilità delle proprie permanenti disgrazie (la donna si fingeva paralizzata alle gambe in seguito a un incidente stradale avvenuto per colpa di lui), ed esigeva da lui denaro e attenzioni. Dilaniato dai sensi di colpa e incapace di dire di no, egli si era sentito costretto a lasciare Molly (Kim Novak), la donna che amava e che avrebbe voluto sposare.

Il braccio d’oro del grande batterista si stava trasformando ora in un braccio pieno di lividi e buchi, tracce delle assunzioni di droga che lo stavano riportando al vizio antico, al peso soffocante della “scimmia”, talvolta diventando anche il braccio quasi infallibile del giocatore d’azzardo, nella bisca dei falsi amici ai quali, ancora, era stato incapace di dire di no.

La cupa storia del progressivo sfacelo fisico e morale di Frankie ci viene raccontata con impassibile e duro realismo nel corso del film, che viola consapevolmente il codice Hays, ovvero il sistema di norme moralistiche a cui, a partire dagli anni ’30 (1934), i registi avrebbero dovuto sottoporre le riprese dei loro film, in modo da evitare il turbamento delle persone “per bene” a cui erano indirizzati. Nel contempo, però,  questo modo insolito della rappresentazione offre agli spettatori un quadro davvero impressionante anche dei bassifondi delle città americane, del mondo degli emarginati che lo abitavano in attesa che avesse termine in qualche modo la loro solitaria disperazione vissuta nell’assenza di qualsiasi forma di solidarietà, tra imbroglioni e sfruttatori di ogni risma, mai perseguiti dalla polizia che appare tollerante di questo stato di cose e propensa piuttosto a perseguirne le vittime.

Otto Preminger trasse il film dal romanzo omonimo di Nelson Algren, ma fu costretto dal produttore a discostarsene nel finale, sostituendo al suicidio di Frankie l’happy ending, che tuttavia appare in ogni caso molto, molto amaro. Bellissimo accompagnamento musicale composto da Elmer Bernstein.

Il piano di Maggie – A cosa servono gli uomini


Schermata 2016-07-08 alle 15.05.33

 

recensione del film:
IL PIANO DI MAGGIE – A COSA SERVONO GLI UOMINI

Regia:
Rebecca Miller

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Julianne Moore, Ethan Hawke, Bill Hader, Maya Rudolph – 98 minuti – USA, 2015

 

Maggie è una bella ragazza bionda che vive a New York, dove si occupa di arte e management. Ha un sorriso aperto e cordiale, un buon carattere e, a quanto pare, una fiducia incrollabile nell’utilità di programmare razionalmente la propria vita. Per questo, alla soglia dei trent’anni, decide che sia arrivato il momento di progettare un bambino da far crescere nell’amore e nella dedizione di cui è capace. Non è interessata a sposarsi, invece: i suoi amori erano velocemente naufragati senza eccezione alcuna, mentre, grazie all’ingegneria riproduttiva potrebbe evitarsi le seccature di un nuovo e complicato rapporto sentimentale. Le cose, naturalmente, non sono così semplici come sembra credere Maggie: non servono a molto i suoi piani, poiché il caso li scombina in fretta cosicché il bebé concepito senza gioia con il re dei sottaceti biologici (ora improvvisatosi, a malincuore, donatore di seme in provetta) rischia in realtà di essere il figlio di un rapporto d’amore vero con John, l’uomo che sta per diventare suo marito, dopo aver conquistato il suo cuore e aver abbandonato i due figli fra le braccia della moglie Georgette, ambiziosissima e determinata a farsi apprezzare nel mondo dell’Università. Che l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità di tutto prevedere e controllare abbia lasciato senza difese Maggie?

Siamo a New York, dalle parti del cinema indipendente americano e dei festival internazionali: ce lo ricordano le stampigliature della locandina, nonché gli attori protagonisti che sono i prediletti di Baumbach (Greta Gerwig è Maggie; Ethan Hawke è John) e Julianne Moore, ovvero Georgette, la deuteragonista; ce lo dicono inoltre le immagini della città e degli ambienti sofisticati in cui la storia si svolge: quello degli intellettuali che orgogliosamente rivendicano il diritto all’affermazione di sé, coltivando sogni improbabili e spesso velleitari. Tale è quello della stessa Maggie, tormentata dalla difficoltà di accettare la realtà con le sue contraddizioni, o quello di John, scrittore di scarso talento che Maggie incoraggia e che Georgette valuta con consapevole e non disinteressato realismo. Alla New York di quell’ambiente ci riportano l’eccesso di parlato, secondo le migliori tradizioni del cinema di Woody Allen, citato spesso, nonché il nome della regista, Rebecca Miller, la figlia di Arthur Miller, che, essendosi formata in quei luoghi, vi si muove con disinvolta conoscenza di causa.
Tutto déja vu, insomma?  
Non tutto direi, perché poche volte era stato detto in modo così chiaro quanto possano diventare ingombranti i figli, per gli uomini e per le donne, se ci si vuole realizzare davvero, nella vita e anche nell’amore, sempre pronti come sono a far valere, giustamente, le loro esigenze e i loro diritti!
Film sottile che con intelligenza indaga nelle relazioni di coppia e nei loro delicati equilibri, in cui, senza alcuna rete, ci si prende e ci si lascia per riprendesi di nuovo, nella convinzione che a poco servano precauzioni e piani per non soffrire. Anche la sofferenza è parte della vita, come la gioia e la felicità: è, allora, segno di maturità e saggezza stare al gioco del caso e, senza illusioni soverchie, godersi con leggerezza, quel po’ di gioia che la sorte riserva a ciascuno. Un film da vedere, possibilmente in versione originale e ignorando l’orribile e irritante (anche perché fuorviante) didascalia pedagogica del titolo italiano.

A Girl Walks Home Alone At Night


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recensione del film:
A GIRL WALKS HOME ALONE AT NIGHT

Regia:
Ana Lily Amirpour

Principali interpreti:
Sheila Vand, Arash Marandi, Marshall Manesh, Mozhan Marnò, Dominic Rains – 97 min. – USA 2013

 

Distribuito con estrema circospezione e col solito ritardo, è arrivato finalmente anche da noi questo film molto interessante della regista iraniana, alla sua opera prima, Ana Lily Amirpour, ora cittadina americana che difficilmente avrebbe potuto girare in Iran un film simile, data l’intenzione dichiarata di parlare del proprio lontano paese.
La vicenda si svolge a Bad City (nome fantasioso ma efficacissimo nel significare la peggiore città possibile), sullo sfondo del paesaggio da western del deserto californiano su cui sorgono rumorose, brutte e inquinanti alcune industrie, circondate da squallide e fatiscenti abitazioni. L’umanità costretta a vivere in quell’ ambiente trascina la propria esistenza fra malattie del corpo e (soprattutto) dell’anima, poiché al degrado ambientale e fisico si accompagna, come sempre accade, la corruzione che si insinua come un vizio nei cuori, li indurisce e annulla i rapporti di solidarietà e di amore ovunque, persino all’interno delle famiglie. Fin dalle prime immagini si intuisce che una sorta di mondo alla rovescia (di cui il vecchio drogato è una bella metafora) domina con i suoi disvalori un’umanità poverissima, costretta dal bisogno ad accettare impotente i soprusi e le prevaricazioni di un feroce pusher circondato dal lusso e pronto a corrompere i più giovani, anche i bambini, prossime sue prede. Non tutto è perduto, però, a Bad City: una misteriosa donna (Sheila Vand) si aggira di notte, celando, sotto il nero cappuccio del suo elegante mantello, i denti da vampiro, che le consentiranno di eliminare i corrotti inguaribili quali l’odioso pusher e il vecchio malvissuto (Marshall Manesh), salvando però i buoni, compreso, ovviamente, il bellissimo giovane (Arash Marandi), che aveva mantenuto in sé l’amore per la giustizia e la bellezza, del quale si era innamorata. Un magnifico gattone osserva, per tutto il film,  le storture del mondo circostante con occhi placidi ed enigmatici, costante richiamo agli occhi della donna misteriosa, della quale pare condividere il dono della chiaroveggenza.
Con molta ironia e numerose citazioni colte e cinefile, aiutandosi con un accompagnamento musicale perfettamente inserito in quel contesto di aridità crudele e di tecnologia impersonale, ma puntando anche su un elegantissimo bianco e nero, adeguato a quel luogo senza colori e senza gioia, il film è una lieta sorpresa per i  nostri occhi e la nostra mente, horror singolare, teso e avvincente, ma anche ironico e romantico mosaico di suggestioni vampiresche e di western (Sergio Leone?). Da vedere.

La morte e la fanciulla


Schermata 2016-06-21 alle 21.12.50recensione del film:
LA MORTE E LA FANCIULLA

Titolo originale:
Death and the Maiden

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Krystia Mova, Jonathan Vega, Rodolphe Vega, Gilberto Cortés, Jorge Cruz, Carlos Moreno, Eduardo Valenzuela, Sergio Ortega Alvarado, Karen Strassman. Drammatico, durata 103 min. – USA, Francia, Gran Bretagna 1995.

Premessa

Da una pièce teatrale del drammaturgo cileno  Ariel Dorfman, nasce nel 1995 questo film* di Roman Polanski, che è tra i suoi più angosciosi, sebbene (ed è stato più volte notato) la morte sia presente solo nel suo titolo, che è anche il medesimo del celebre quartetto per archi di Schubert. Con l’inizio del primo tempo della composizione schubertiana, infatti, si apre e si chiude circolarmente il film, che in questo modo suggella la convinzione, cara al regista,  che la conoscenza umana non proceda per accumulazione di esperienza, ma per il riproporsi costante di eventi che possono essere riportati alla memoria da improvvisi bagliori, da inattese illuminazioni, di cui talvolta la musica può diventare il tramite. Il dramma messo in scena dal film, perciò, altro non è che la rappresentazione del processo conoscitivo interno alla mente della protagonista, Pauline Escobar, la quale stava ricostruendo, grazie all’emergere di un ricordo angoscioso, suscitato da quella musica, una vicenda dolorosissima legata al proprio passato di militante politica rivoluzionaria. Le note dell’attacco schubertiano ora evocavano in lei non solo il ricordo doloroso delle torture subite al tempo della dittatura, ma anche quello del conflitto che l’aveva contrapposta duramente al marito Gerardo, nella notte drammatica che costituisce il centro del film.

Quella notte sulla costa dell’Oceano

Se all’inizio del concerto, i due coniugi, visibilmente turbati, si erano stretti la mano, quasi per farsi coraggio reciprocamente, ora cambia ai nostri occhi lo scenario: una violentissima burrasca si sta abbattendo sulla costa dell’Oceano, mentre una breve didascalia ci avverte che la dittatura è finita e che è tornata la democrazia. Il riferimento geografico è generico: il regista non ci dice se siamo in Cile, in Argentina o in qualche altro paese dell’America latina che ha attraversato i momenti bui della dittatura militare.
In una casa non lontana dalla costa, Pauline (Sigourney Weaver) stava attendendo il marito Gerardo  (Stuart Wilson) per la cena e aveva appena appreso dalla radio che a lui, brillante avvocato, il governo democratico avrebbe affidato l’inchiesta sugli abusi, le torture, gli orrori perpetrati durante la dittatura, con l’intento di identificarne e punirne i colpevoli. La burrasca intanto si era fatta violenta: presto era saltata la luce elettrica, la casa era  completamente isolata e al buio, anche se, con movimento circolare, giungeva a intervalli lenti il chiarore del faro, e, infine, in lontananza, quello dei due fanali di una vettura che si stava avvicinando. L’esperienza del proprio passato aveva reso guardinga Pauline: qualche candela e una torcia l’avevano aiutata a trovare la pistola della quale prudentemente si era impossessata. Il marito stava tornando a bordo di quell’auto che non era la sua, però: apprendiamo che uno sconosciuto (Ben Kingley), avendolo visto appiedato per una foratura, sotto la pioggia battente, si era offerto di accompagnarlo a casa. Ora da quell’auto erano scesi entrambi per salutarsi: a Pauline la voce dello sconosciuto (presto si sarebbe presentato come il dottor Roberto Miranda) era sembrata sinistramente nota: era la voce del medico a cui i suoi aguzzini l’avevano affidata dopo le torture subite per il silenzio ostinato a proposito del nascondiglio segreto di Gerardo. Quello stesso medico l’aveva più volte violentata, coprendo con la musica di Schubert a tutto volume le sue urla di dolore.

Memoria, verità e giustizia

Non aveva dubbi Pauline: mai avrebbe potuto dimenticare quella voce, che corrispondeva perfettamente a quella del dottor Miranda (guarda caso, anche lui medico). Mai avrebbe potuto sopportare che il proprio aguzzino, inaspettatamente tornato indietro e adesso fatto entrare da Gerardo addirittura nella loro casa, subisse il regolare processo previsto dalla Commissione d’inchiesta affidata al marito: a nulla sarebbe servito cercare prove contro di lui, che, dopo tanto tempo si sarebbe sicuramente avvalso degli alibi fornitigli da persone complici o compiacenti. La parola di lei, suffragata dalla sofferenza a ricordare ciò che avrebbe volentieri dimenticato, avrebbe dovuto essere sufficiente, almeno a Gerardo, per uccidere l’uomo e farlo sparire per sempre!
Lo svolgimento del film, ancora sotto la spinta del quartetto schubertiano (un nastro per audiocassetta da Pauline ritrovato, guarda caso di nuovo, proprio sull’auto di Miranda) sembra diventare più intrigante e coinvolgente, poiché, sorprendentemente, ci fa assistere al ribaltamento completo dei ruoli della vittima (forse è Roberto Miranda, che sembra non capire che cosa stia succedendo) e del carnefice (si direbbe Pauline, dura ai limiti dell’insensibilità). Lei era infatti riuscita a immobilizzarlo, a imbavagliarlo e a legarlo a una sedia, mentre quell’audiocassetta trasmetteva ad alto volume per coprire eventuali urli o lamenti di lui.
Le proteste di Gerardo non sarebbero tardate: le ragioni del diritto e della legge devono in ogni democrazia prevalere contro quelle barbariche ed elementari della vendetta: irricevibile qualsiasi proposito di uccidere Miranda non immaginabile neppure dopo un’ammissione di colpa, estorta, in ogni caso, sotto la minaccia della pistola.
Nella partita a tre, che si gioca drammaticamente, senza esclusione di colpi, davanti ai nostri occhi, ci è possibile, forse, cogliere il senso più profondo di questo bellissimo film e del suo finale apparentemente sconcertante.
Le pretese di Pauline sono ingiuste, ma non solo e non tanto per le ragioni “politiche” e morali addotte da Gerardo, quanto per ragioni che definirei gnoseologiche: esse, nel momento stesso in cui si dirigono contro un uomo indifeso, che protesta la propria assoluta innocenza, proclamandosi vittima di coincidenze del tutto casuali e bizzarre, testimoniano che la dimensione tutta soggettiva e memoriale della conoscenza impedisce l’accertamento di qualsivoglia verità e non può che generare il conflitto e la crisi, allontanando perciò qualsiasi ipotesi di giustizia. I processi della nostra memoria, infatti, sono tortuosi e affondano nel mondo oscuro delle analogie, delle somiglianze, dei ritorni opachi, talvolta rischiarati da una luminosità che non fa luce, come il faro dello scenario iniziale, che diventa a questo punto un potente riferimento simbolico.

Costruita secondo i più classici dettami della tragedia antica, la parte centrale del film si snoda nella rigorosa osservanza delle tre unità di tempo, di luogo e d’azione, ma il collegamento con la scena iniziale del concerto e con quella finale, esplicativa e catartica, sposta la nostra attenzione sulla circolarità del film che non è però solo il semplice ritorno all’inizio: si era determinato in Pauline, nel corso degli anni, forse grazie all’aiuto di quel marito che ora le stringe la mano per farle coraggio, un probabile incremento di consapevolezza che ora le rendeva possibile ascoltare quella musica, che, aveva giurato a se stessa, mai avrebbe voluto udire ancora.

Chiedo scusa ai lettori se non ho trovato alcun trailer italiano di questo film.

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*sceneggiato dallo stesso Ariel Dorfman, insieme a Rafael Yglesias.

Laurence Anyways


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Ricordo ai lettori che avevo recensito nell’agosto dello scorso anno (2015), insieme agli altri film di Xavier Dolan usciti nelle sale di tutto il mondo, ma non in Italia, anche questa bellissima pellicola, che ora, grazie a una piccola e coraggiosa casa distributrice, finalmente gode anche in Italia della meritata visibilità. QUI la mia recensione di allora.

 

 

Fiore


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recensione del film:
FIORE

Regia:
Claudio Giovannesi

Principali interpreti:
Daphne Scoccia, Josciua Algeri, Laura Vasiliu, Aniello Arena, Gessica Giulianelli, Klea Marku, Francesca Riso, Valerio Mastandrea – 110 min. – Italia, Francia 2016.

 

Presentato quest’anno a Cannes, alla Quinzaine des Réalisateurs, questo piccolo film di Claudio Giovannesi ci ripaga, in parte, delle delusioni di questa stagione un po’ magra di racconti cinematografici convincenti . La pellicola narra, con uno sguardo attento e affettuoso, le vicende degli adolescenti Daphne e Josch (rispettivamente interpretati da Daphne Scoccia e Josciua Algeri), che vivono la loro difficilissima età nell’ambiente triste e deprimente di un carcere minorile. Di Josch non si sa molto: si trova lì per una rapina e dice di avere una ragazza che non vuole aspettarlo fino al  termine della sua pena; di Daphne il regista tratteggia un po’ meglio la storia: anche lei è lì per rapina, poiché si impadroniva, armata di un piccolo pugnale, dei cellulari dei coetanei all’uscita della Metropolitana di Roma. Si intuisce (il regista non ce ne parla) il deserto affettivo della sua infanzia e il desiderio di un riferimento familiare, che sembrerebbe concretizzarsi, almeno in prospettiva, allorché il padre (un ottimo Valerio Mastandrea), da poco uscito di galera e ora convivente con una compagna straniera e suo figlio, torna a farsi vivo con lei e va a visitarla. Non è facile, però,  capire che cosa sia davvero importante per Daphne, essendo, come tutti gli adolescenti, combattuta fra desideri e impulsi violentemente contraddittori, che nessuna amorevole guida le ha insegnato a chiarire e a contenere all’interno di un progetto importante per il futuro. La repressione ottusa, d’altra parte, sembra essere la preoccupazione principale per il personale di quel carcere, soprattutto dopo che la scoperta di un fitto scambio di bigliettini fra lei e Yosh rivela la forte corrente di attrazione amorosa che si è creata segretamente fra i due ragazzi. I due giovani sono immediatamente separati, ciò che rende possibile un breve permesso-premio per lei, accettata provvisoriamente, senza troppo entusiasmo, nella nuova famiglia paterna. Ora nella mente di Daphne diventa chiaro che da quella parte nessun aiuto le arriverà: non le resta che ritrovare Yosh e prevedere il futuro insieme a lui.

Non intendo svelare altro di questo film, che racconta, in modo non del tutto nuovo due adolescenze difficili e probabilmente senza futuro. Ritengo che i precedenti si possano ritrovare in molto cinema francese (Truffaut, Bresson), o francofono (Dardenne), come è stato notato da molti. Personalmente lo trovo più vicino al mondo duro e disperato di Non essere cattivo, soprattutto per quel finale dolce ma senza futuro, che al di là delle migliori intenzioni, non potrà che ricacciare i protagonisti nella disperazione da cui provengono.

Molto interessanti, invece, alcuni precedenti letterari riconoscibili, da Manzoni (l’analisi dell’adolescenza inquieta della fragilissima Gertrude, lo scambio dei messaggi che la perderanno, la presenza di un padre idealizzato, ma lontano dalla comprensione dei suoi bisogni profondi), al Pasolini dei romanzi disperati. I punti di forza sono nella bellissima fotografia, nello sguardo intelligente e sempre “giusto” di un’attrice straordinaria, del tutto nuova in questo ruolo (Daphne Scoccia faceva la cameriera in un bar quando fu notata da Giovannesi), ma certo sensibilissima e bravissima interprete, insieme a Mastandrea, nonché nella bellezza delle inquadrature ispirate, sia pure con molta libertà, alla tradizione della pittura italiana più alta (la stessa immagine della locandina evoca lontanamente la Sibilla di Michelangelo). Un film da vedere.

In nome di mia figlia


Schermata 2016-06-12 alle 19.52.34recensione del film:
IN NOME DI MIA FIGLIA

Titolo originale:
Au nom de ma fille

Regia:
Vincent Garenq

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Sebastian Koch, Marie-Josée Croze, Christelle Cornil, Lila-Rose Gilberti,  Emma Besson, Christian Kmiotek, Serge Feuillard, Fred Personne, Thérèse Roussel. – 87 min. – Francia 2016.

Con l’approssimarsi dell’estate, è sempre più difficile trovare nelle sale un film accettabile: Cannes si è visto poco (speriamo nell’autunno); Venezia non è ancora all’orizzonte (idem); arrivano, invece, sui nostri schermi film non eccelsi, nonché talvolta qualche discreto documentario, che, travestito da evento, si ferma nelle sale per due soli giorni ed è visto da un pubblico di nicchia, non troppo numeroso, anche per l’alto costo del biglietto. Mai come in questo periodo si avverte in Italia la mancanza di un’offerta dignitosa di racconti cinematografici, diversi dai documentari e dalle biografie, e anche dai film-cronaca, come questo, che troverebbero spazi più adatti sul piccolo schermo televisivo, almeno secondo me.

Il regista Vincent Garenq ha affrontato un caso giudiziario che per trent’anni è stato al centro della pubblica attenzione in Francia: un uomo, André Bamberski (Daniel Auteuil), ha infatti sacrificato trent’anni della propria vita per dedicarsi alla ricostruzione delle circostanze che avevano provocato la morte della figlia Kalinka e per farne condannare il responsabile. La giovinetta, legata a lui da un profondo affetto, era partita per le vacanze estive alla volta della Germania, dove viveva la madre col suo compagno, il medico Dieter Krombak. Da quella vacanza Kalinka non sarebbe mai tornata: un tragico destino l’aveva stroncata all’improvviso, senza che le cause della sua morte venissero in qualche modo chiarite. L’ambiguo comportamento del dottor Krombak aveva insospettito André, che a poco a poco si era convinto del suo ruolo attivo in tutta la vicenda.
Purtroppo per lui, però, non gli sarebbe stato facile dimostrarne la colpevolezza, sia per l’incredulità della ex moglie, ben decisa a difendere il suo compagno; sia per l’inerzia dei giudici tedeschi, alquanto riluttanti a incriminare senza prove un cittadino stimato; sia per le resistenze della giustizia francese, attenta a evitare che un caso diplomatico mettesse in crisi le relazioni buone fra i rispettivi stati. Nonostante le difficoltà, ma grazie soprattutto a una capillare e non facile informazione dell’opinione pubblica dei due paesi (più avanti verrà coinvolta anche anche quella austriaca e svizzera), André avrebbe vinto la sua causa, ottenendo la condanna di quel medico, di cui venne riconosciuta la pericolosità sociale: era un maniaco sessuale, uno stupratore, oltre che un assassino.

Erano passati trent’anni, però: una vita intera, durante la quale egli aveva perso tutto: gli amici, l’amante e persino l’altro figlio l’avevano abbandonato alla sua “ossessiva ” ricerca della verità, diventata la ragione stessa della sua vita.
Per fortuna degli spettatori, i trent’anni di lotta del poveretto sono stati ridotti a 87 (pesantissimi) minuti sullo schermo: sempre troppi anche per un caso di cronaca doloroso come questo, che non è molto diverso dai numerosi casi simili che trasmissioni televisive (benemerite, per carità) ci presentano settimanalmente sui piccoli schermi di casa nostra. Una buona inchiesta giornalistica non diventa automaticamente un bel film! L’interpretazione di Auteuil, molto partecipata, riesce talvolta a salvarci dagli sbadigli.