Sole alto


Schermata 2016-04-28 alle 20.08.34recensione del film:
SOLE ALTO

Titolo originale:
Zvizdan

Regia:
Dalibor Matanic

Principali interpreti:
Tihana Lazovic, Goran Markovic, Nives Ivankovic, Mira Banjac, Slavko Sobin, Dado Cosic, Trpimir Jurkic, Lukrecija Tudor, Stipe Radoja, Tara Rosandic, Ksenija Marinkovic -durata 123 min. – Croazia, Serbia, Slovenia 2015

Tre storie d’amore in terra di Croazia, negli anni tormentati della guerra inter-etnica crudele e barbarica che dal 1991 al 1995 aveva opposto la popolazione di origine croata ai serbi che lì abitavano, essendo vissuti per secoli sul territorio dove avevano costruito case e futuro per le loro famiglie, formate spesso senza troppo badare alla purezza delle origini etniche. Tale questione sembrava essere diventata di capitale importanza solo ora, dopo che, morto Tito, si stava disgregando lo stato della Jugoslavia sotto la spinta irrazionale dei nazionalismi più estremi.
I vicini di casa o di villaggio (in questo caso i serbi) erano diventati “quelli là”, gli intrusi, gli invasori non invitati, che avrebbero dovuto tornare a casa loro (?): Il sonno della ragione* stava generando i nuovi mostri del pregiudizio, della diffidenza, della paura e dell’odio. Questa era l’aria che si respirava nel 1991, alla vigilia della guerra civile, nel tempo in cui si amavano la serba Jelena (Tihana Lazovic) e il croato Ivan (Goran Markovic), con la profondità e la forza sensuale dei loro vent’anni: raramente si era vista al cinema una rappresentazione così francamente carnale e insieme così pura e innocente dell’amore, fatto di attrazione tenera, di improvvisi capricci, di repulsioni inattese, di slanci appena turbati dall’orizzonte sempre più oscuro, mentre le frontiere si chiudevano soffocando i sogni in un presente senza speranza.

Con un bellissimo passaggio musicale si arriva al secondo episodio del film: una storia ambientata nel 2001, ovvero a dieci anni dalla prima, quando la guerra si era finalmente conclusa.
I personaggi ora si chiamano Natascia (croata) e Ante (serbo), ma (vero colpo di genio del regista) gli interpreti sono gli stessi, così come sembra essere lo stesso il paesaggio in cui si muovono, ciò che indica la continuità della vicenda che, in fondo, è unica in tutto il film. 
I disastri della guerra
* si avvertono nel villaggio di case sventrate dai bombardamenti, così come nel loro cuore di sopravvissuti, in cui il dolore per i lutti si unisce al rancore per ciò che è avvenuto.
Natascia e Ante sono giovani: lui è un bravo carpentiere, che sta riparando i danni e le devastazioni belliche nella casa distrutta e violata in cui lei è tornata a vivere con sua madre. Da Natascia, che è fortemente attratta da lui, arrivano inviti e segnali sempre più espliciti, che infine Ante raccoglie:

Lo slancio sensuale, chiarissimo anche in questo episodio, è però come offuscato dal sentire rancoroso di lei, splendidamente simbolizzato, alla fine del racconto, dallo specchio annerito che ci rimanda il loro amplesso in modo confuso e deformato: tracce di sporcizia ne hanno opacizzato la superficie, cosicché sembra riflettere immagini remotissime, prive di gioia, in una scena di grande eleganza e ricchissima di implicazioni metaforiche, che ci racconta l’impossibilità di vivere pienamente l’amore quando il passato che non si riesce a dimenticare è ancora troppo vicino e il risentimento per le offese subite non è ancora razionalmente dominabile.

Ancora uno splendido stacco musicale ci introduce all’ultimo episodio, ambientato nei pressi di Spalato in tempi più recenti: siamo nel 2011.
Marja e Luka (sempre gli stessi attori) si sono amati; ne è nato un figlio, ma ognuno si è chiuso in sé; Luka è tornato a studiare in città e preferisce non tornare in famiglia dove una madre gli ricorda il passato da soldato-eroe, per il quale egli si sente in colpa e per il quale Marija, che ha perso un fratello, ora gli vieta persino di vedere il piccolo:

Dopo un drammatico incontro fra i due che ancora si amano, una porta lasciata aperta, al mattino, dopo una notte da dimenticare, potrebbe forse preludere al perdono e alla riconciliazione, non facile ma necessario nell’interesse del bambino. Il processo di riavvicinamento, per quanto lento, forse è possibile.
L’intento politico del regista diventa più evidente in quest’ultimo episodio, ma è presente in tutto il film bellissimo che non a caso è stato realizzato dai capitali congiunti di produttori serbi, croati e sloveni. La pellicola è purtroppo poco distribuita nelle nostre sale, ma è sicuramente da vedere e molto da meditare.

Non so, né forse è interessante sapere, se questo magnifica opera, premiata a Cannes (Un certain regard) nel 2015, sia la migliore tra quelle che si sono viste quest’anno, come alcuni sostengono. Mi pare in ogni caso giusto dire che la sua visione è irrinunciabile, perché difficilmente si incontra un film così insolito e così ben risolto: dalla fotografia molto suggestiva dello splendido paesaggio, alla musica molto pertinente; dai personaggi umanamente veri e plausibili, alla sensualità aperta e profonda. Il film, inoltre, è capace di veicolare, con la massima evidenza, un messaggio morale e politico alto in modo non predicatorio, affidandosi esclusivamente alla forza delle immagini e alla grande interpretazione dei due straordinari protagonisti. Un gran bel film, insomma, tra i migliori che hanno trattato l’argomento delle guerre jugoslave, fra i quali vorrei ricordarne due: Il sentiero; Perfect Day.

*I richiami alle incisioni di Goya sono persino troppo ovvi.

Truman – Un vero amico è per sempre


Schermata 2016-04-27 alle 14.00.23recensione del film:
TRUMAN – Un vero amico è per sempre

Titolo originale:
Truman

Regia:
Cesc Gay

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Javier Cámara, Dolores Fonzi, Eduard Fernández, Alex Brendemühl,
Pedro Casablanc, José Luis Gómez, Javier Gutiérrez, Elvira Mínguez – 108 min. – Spagna, Argentina 2015.

Se si riesce a superare il fastidio per la solita appendice didattica del titolo italiano (Truman è il sobrio titolo originale spagnolo), si può vedere un film di notevole interesse, che affronta un tema delicato e duro con intelligenza e leggerezza così amabili da renderne la visione molto gradevole. Un vero amico è in realtà un uomo vero: true man, quello che non si lascia spaventare dalla morte prossima e inevitabile dell’amico antico e che accorre anche se la richiesta di soccorso arriva dall’altro capo del mondo, dopo anni di silenzio. Così era andata, infatti, quando Tomas, ormai canadese di adozione, (Javier Càmara) aveva raggiunto a Madrid il vecchio compagno di scuola e di avventure giovanili Julian (Ricardo Darin), che si era ammalato senza possibilità di guarire: un tumore all’ultimo stadio e giusto il tempo (quattro giorni) per un passaggio di consegne che diventava soprattutto un affidarsi alla memoria di chi sarebbe sopravvissuto accogliendo fra le proprie mani l’animale simbolo dell’amicizia eterna che tutto accetta senza giudicare né chiedere, il cane di nome Truman, vero uomo proprio come il suo padrone che se ne stava andando. L’aspetto più singolare del film è che di morte, di malattia e del cane stesso si parla pochissimo nel corso di tutta la narrazione: sono presenze-assenze nella mente e nei cuori degli spettatori, ma non incombono opprimendoli angosciosamente, perché tutto il racconto è fatto di squarci della vita quotidiana di Julian, dalla visita medica per la prognosi definitiva, al lavoro (Julian fa l’attore), alle visite dal veterinario, all’adozione in prova di Truman da parte di una famiglia di donne russe; da uno stravagante (in apparenza) viaggio all’improvviso Madrid-Amsterdam e ritorno, a qualche buona mangiata, a qualche generosa libagione… La vita dei due amici che continua, nonostante tutto, insomma, parlando il meno possibile di ciò che accadrà, che rimane sullo sfondo con discrezione, con dolcezza, perché, in fondo, morire è strettamente legato al vivere, alle cose e alle persone che si sono amate e che si devono lasciare, e che conserveranno in sé qualcosa di noi.

Credo che questo, infatti, sia anche e soprattutto un film sull’accettazione della morte, grande tabù dell’uomo occidentale che continuamente la esorcizza tenendola lontana dai suoi pensieri, dai suoi discorsi, dalla sua quotidianità.
In una intervista al Venerdì di Repubblica del 15 aprile 2016, il regista afferma:”Se dovessi raccontarlo in  parole direi che è un film sulla despedida, sull’addio… Non si vuol affrontare la morte – di un amico, di un familiare, di una persona cara – e si accampano tutte le scuse possibili… Io credo che sia importante despedirse per non avere il rimorso di quello che non si è detto, di quello che non si è fatto. Truman non è un film su chi muore, ma su chi rimane….su come tu ti relazioni alla persona che muore”.

Un altro film spagnolo ben scritto, ben diretto e ottimamente interpretato, che ci dice molto dello stato di grazia di quella cinematografia, oggi. Da vedere!

 

Mistress America


Schermata 2016-04-24 alle 15.12.15recensione del film:
MISTRESS AMERICA

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Lola Kirke, Matthew Shear, Jasmine Cephas Jones, Heather Lind – durata 84 min. – USA 2015.

New York è una città difficile per chi ci vive senza conoscere qualcuno, senza punti di riferimento che ti facciano sentire meno sola, soprattutto se sei una donna molto giovane come Tracy (Lola Kirke), sempre vissuta in provincia, avvolta nella protettiva bambagia di una madre vedova. Ora, al College, deve cavarsela da sola, cercando di sfruttare ogni opportunità per realizzare la propria aspirazione più profonda: diventare scrittrice. Il Circolo letterario al quale vorrebbe essere ammessa è di difficilissimo accesso, spesso sbarrato da altri aspiranti scrittori, compreso il ragazzo del College che, data la rivalità, si è subito pentito di averla corteggiata. Per questo la giovane aveva deciso di incontrare Brooke (Greta Gerwig), la trentenne figlia dell’uomo che presto avrebbe sposato, in seconde nozze, sua madre.

Brooke è, come altri personaggi di Baumbach , da Greenberg a Francès Ha, a Josh di Giovani si diventa, un’amabile velleitaria, una giovane donna piena di idee che non sempre riesce a rendere concrete, rimanendo tenacemente convinta, però, che prima o poi riuscirà a realizzare il sogno che coltiva da tempo, quello di aprire un ristorante hamishe, capace di offrire non solo cibo di grande qualità ai clienti, ma anche una serie di servizi che li facciano sentire a casa. Le due giovani, dunque, si incontrano e si raccontano; simpatizzano subito e si organizzano sperando di vincere le rispettive difficoltà. Le aspirazioni frustrate di Brooke forniscono, però, più di uno spunto al romanzo che Tracy ora si è finalmente messa a scrivere per diventare famosa: proprio le pagine di quel romanzo, letto a Brooke ad alta voce, per dispetto, da una donna stupidamente gelosa, rischiano di incrinare la loro amicizia per sempre.

Il film dunque fornisce, principalmente, il ritratto di due giovani donne che si muovono fra mille difficoltà nell’America di oggi, alternando alle molte sconfitte, anche qualche provvisorio successo, ma che non perdono mai completamente la fiducia in se stesse, né la voglia di farcela. In questo caso le due giovani sono assai diverse: come il personaggio di Jame  (sempre in Giovani si diventa) Tracy è “soprattutto assetata di sapere e di vita“* e si impadronisce avidamente delle esperienze di Brooke, che successivamente, nella scrittura, interpreta anche distorcendole**. Brooke, invece, nonostante le apparenze e l’ostentata sicurezza, sembra davvero la più fragile delle due, quella che continua, a trent’anni, a navigare a vista fra gli scogli e le insidie della società contemporanea contando sulla solidarietà di un’amicizia, quasi di una sorellanza che ora sente tradita**.

Quest’ultima fatica di Baumbach, perciò, ripropone il tema del confronto, che può diventare conflittuale, fra giovani-adulti e giovani che crescono e che ai primi guardano in modo da non ripeterne errori e ingenuità. All’ottima interpretazione di Greta Gerwig (che ne è stata anche la co-sceneggiatrice) e di Lola Kirke è affidata la riuscita di questo film, secondo me interessante e intelligente anche se non sempre convincente come gli altri che lo hanno preceduto.

*si tratta di un’autocitazione dalla mia recensione di quel film (i lettori mi perdoneranno!)

**Il problema è, come ben sa ogni scrittore vero, che la traduzione della realtà, senza mediazioni, è impossibile, perché la realtà grezza è da interpretare e anche da distorcere, se occorre, fino a corrispondere a ciò che egli ha in mente. Il film contiene quindi, anche una riflessione, non troppo nascosta, sull’artista, che pur utilizzando molti aspetti della vita reale, li trasforma e li piega alle proprie esigenze che attengono al processo ideativo e creativo e pertanto racconta una propria particolare “verità”.

Ascensore per il patibolo


Schermata 2016-04-13 alle 14.26.46recensione del film:
ASCENSORE PER IL PATIBOLO

Titolo originale:
Ascenseur pour l’échafaud

Regia:
Louis Malle

Principali interpreti:
Jeanne Moreau, Maurice Ronet, Georges Poujouly, Yori Bertin, Jean Wal, Lino Ventura – 90 min. – Francia 1958. 

Il primo film di Louis Malle, che, nella sua versione originale, dopo il restauro della Cineteca di Bologna, è stato distribuito in settanta sale italiane, per la gioia di chi ama il cinema. Un bellissimo film.

Questa è la storia maledetta di due amanti: lui è Julien Tavernier (Maurice Ronet); lei è Florence Carala (Jeanne Moreau). Julien lavora nell’impresa di Simon Carala, uomo impegnato in affari poco chiari, marito di lei; entrambi sono legati da una passione così profonda e totalizzante da organizzare con meticolosa razionalità l’uccisione di Simon, simulandone il suicidio, per vivere liberamente il loro amour fou. Il delitto, che è raccontato all’inizio del film, è materialmente compiuto dal solo Julien, che con lei ha definito i dettagli con tale perfetta precisione da rendere inattaccabili i loro rispettivi alibi.
Non andrà così, però: una corda dimenticata; l’ascensore che si blocca all’improvviso rendendo inutili i tentativi di uscirne e raggiungere lei, a sua volta impegnata nella febbrile ricerca di lui nella notte parigina; un furto d’auto che si conclude malamente, ma che accende gelosie e sospetti del tutto infondati… il caso, insomma, inaspettato e imprevedibile manderà in fumo il sogno d’amore della coppia, preparando, forse per entrambi, il cupo futuro evocato dal titolo del film.

Quando Louis Malle girò questo suo primo lungometraggio (aveva alle spalle un solo documentario girato nel 1955 come assistente di  Jacques Yves Cousteau), a Parigi cominciavano ad avvertirsi i primi fermenti della Nouvelle Vague, il movimento al quale egli non aderì mai, ma al quale, per più di un aspetto, proprio questo film sembra preludere, in modo particolare per il gusto delle riprese en plein air che rendono indimenticabile la notte irrequieta di Florence, in quelle strade di Parigi ancora poco esplorate dal cinema, battute dalla pioggia, lontane dalla grandeur trionfale dei boulevard, in singolare opposizione rispetto alla notte claustrofobica di Julien, bloccato nell’ascensore del grande edificio in cui ha commesso il delitto.
Non mancano poi squarci illuminanti della realtà quotidiana, come il risveglio della città; la ripresa della vita dopo la pausa notturna; la riapertura dei bar e dei piccoli bistrot; la lettura dei giornali, e persino la vita nelle case dei poveri, degradate e sporche o negli squallidi ambienti dei commissariati di polizia: un insieme di immagini che ci offrono anche il quadro complessivo delle contraddizioni di una Francia alle prese con gli enormi problemi non ancora risolti del dopoguerra e delle colonie, alla vigilia della ribellione di queste ultime.

Fra i grandi pregi del film va annoverata la straordinaria musica diventata leggendaria: Miles Davis, il grande jazzista che si trovava a Parigi, fu avvicinato da Louis Malle, che non intendeva chiedergli una vera e propria colonna sonora, ma una collaborazione con alcuni musicisti francesi per una seduta di improvvisazione: dopo alcune perplessità, Davis accettò e registrò in una notte (dalle 10 di sera alle 8 del mattino) le musiche che avrebbero accompagnato sette scene del film, precedentemente montate su una bobina, che continuava a proiettare durante tutta la seduta.*

*Chi vuole saperne di più, QUI, troverà per esteso la storia di questo straordinario incontro, molto importante nella storia del Jazz ma anche nella storia del cinema

 

Medea


Schermata 2016-04-08 alle 23.44.20recensione del film:
MEDEA

Regia:
Pier Paolo Pasolini

Principali interpreti:
Massimo Girotti, Maria Callas, Giuseppe Gentile, Margareth Clementi, Laurent Terzieff, Sergio Tramonti, Piera Degli Esposti – 118 min. – Italia 1969

Ho rivisto questo vecchio lavoro di Pier Paolo Pasolini, incuriosita dal post del blog di Teresa Antolin (Alla ricerca di Luchino Visconti) che me lo ha indirettamente ricordato. Non sapevo che nel 1953 Luchino Visconti avesse portato sulla scena teatrale questa tragedia di Euripide, conferendole attraverso l’ambientazione (insolita, allora, per una tragedia classica) un che di “realistico” grazie al quale  la Grecia antica poteva essere “vista come una terra dall’arcaica civiltà pastorale“. Questo aveva fatto scattare nella mia mente l’associazione col film di Pasolini di cui era rimasta nella mia memoria (oltre che la bellissima e intensa interpretazione di Maria Callas) soprattutto l’arcaica ambientazione pastorale, che Pasolini presentava sullo sfondo suggestivo delle antichissime abitazioni della Cappadocia.
Il tempo aveva cancellato dalla mia mente ogni altro ricordo di questo film, finito ingiustamente nel dimenticatoio anche di critici assai illustri, probabilmente perché oscurato dai grandi capolavori del primo periodo e dalla grandezza delle opere successive. Eppure più di una ragione consiglierebbe di rivederlo, riconsiderandone la singolare bellezza, che va oltre la splendida fotografia dei diversi luoghi: dalla laguna di Grado, con i suoi capanni dal tetto di paglia, alle abitazioni primitive della Cappadocia, al Campo dei miracoli di Pisa.
Alle diverse località, infatti, il regista fa corrispondere le svolte antropologiche più importanti della storia dell’uomo: dalla vita ferina dello “stato di natura”, tempo del “sacro”, quando gli uomini non percepivano la natura come altro da sé, all’agricoltura, momento del primo distacco cosciente fra sé e il mondo, alla razionalità della vita delle città: quelle della Grecia antica, così come Pisa (l’accostamento è geniale!), le città marinare nelle quali avviene la totale separazione fra l’uomo e la natura, fra  razionalità e “barbarie” , fra le conoscenze profonde, scandite da riti oscuri e anche feroci, ma accettati festosamente in piena innocenza, alla freddezza della scienza, fatta di numeri aridi, al servizio del guadagno e del potere. L’immagine significativa che accompagna lo sviluppo del film fin dalle prime scene è quella del Centauro Chirone (Laurent Terzieff), per metà uomo e per metà cavallo, che a poco a poco perde definitivamente l’aspetto animale e si trasforma compiutamente in uomo: allusiva della lunga strada percorsa dall’umanità, ma anche del nostro individuale processo di “incivilimento”, quando, diventando adulti, ci separiamo definitivamente dalle nostre origini oscure per vivere nella piena consapevolezza della morte e del dolore, dell’insensatezza, cioè, dell’esistere che ci condanna alla solitudine, dopo che sono venuti meno i riferimenti pre-razionali che davano un senso alla vita. Questo è anche il significato delle parole disperate di Medea, nel momento dell’approdo all’isola di Iolco, di cui coglie l’origine artificiale, priva di qualsiasi riferimento “sacrale” (non religioso, però) capace di stabilire il giusto legame fra gli abitanti e la loro terra. 
La voce di  Chirone, dunque, ci aiuta a comprendere l’interpretazione pasoliniana della tragedia antica di Medea e di Giasone, del Vello d’oro che lei, per amore, gli aveva permesso di portare via dalla Colchide, e della fine del rapporto d’amore che li aveva legati.

Il re di Corinto, Creonte (Massimo Girotti), infatti, aveva promesso a Giasone (Giuseppe Gentile) il proprio regno in cambio del matrimonio con Glauce (Margareth Clémenti), la sua giovanissima figliola. Giasone, dunque si accingeva a ripudiare Medea (Maria Callas), che pure gli aveva dato due figli, dopo lunghi anni di convivenza serena.
Ispirandosi a grandi linee al racconto di Euripide, il film narra la feroce volontà di rivalsa di Medea determinante per lo sviluppo sanguinoso della tragedia sulla quale non mi soffermerò oltre, ritenendola assai nota ai miei lettori. Se qualcuno, però, non la conoscesse, qui può trovarne un breve riepilogo.

 

 

La Comune


Schermata 2016-04-01 alle 14.55.59recensione del film:
LA COMUNE

Titolo originale:
Kollektivet

Regia:
Thomas Vinterberg

Principali interpreti:
Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hanse, Lars Ranthe, Fares Fares, Magnus Millang, Julie Agnete Vang, Anne Gry Henningsen, Lise Koefoed, Adam Fischer, Oliver Methling Søndergaard, Ida Emilie Krarup, Mads Reuther, Jytte Kvinesdal, Rasmus Lind Rubin – 111 min. – Danimarca 2016.

Il film racconta i ricordi del regista nella Danimarca degli anni ’70, quando, ancora assai piccolo, con i genitori, aveva abitato all’interno di una Comune, percorrendo un’esperienza al tempo assai diffusa. I riferimenti storici sono dati dagli eventi della guerra fra Americani e Vietnamiti, ampiamente citata nel corso della narrazione.

Lui, Erik (Ulrich Thomsen), insegna Architettura all’Università di Copenhagen; lei, Anna (Trine Dyrholm), conduce da anni il telegiornale danese; il loro matrimonio regge, senza scosse, da tre lustri, durante i quali era nata Freja (Martha Sophie Wallstrom Hanse), l’amata figlioletta, ora adolescente. L’eredità imprevista di una grande villa, nella campagna intorno a Copenhagen, che avrebbe permesso ad Anna e a Freja di vivere in un spaziosa abitazione circondata dal verde, aveva contrariato Erik, l’erede, timoroso che le notevoli spese per rimettere in ordine e mantenere quella casa sarebbero state al di sopra delle loro reali possibilità. Era stata Anna a trovare la soluzione al problema che avrebbe messo d’accordo tutti: invitare alcuni amici, attentamente selezionati, a vivere con loro tre, per condividere gli spazi e distribuire le spese aiutandosi reciprocamente nei lavori della casa. Si era costituita in questo modo una piccola comunità: anche se forse un po’ anomala rispetto alle numerose “Comuni” sessantottine: gli abitanti non erano molto giovani; le trasgressioni si limitavano alle sole bevande alcoliche; la privacy di ogni coppia era assicurata; la vita sociale regolamentata con una certa pignoleria.  La convivenza sembrava funzionare, perché tutto, anche il dolore più atroce (qual era stato il lutto per la morte del bambino di una coppia) era diventato più sopportabile essendo condiviso: tutti ne avevano sinceramente partecipato; tutti se ne erano davvero fatti carico, con la loro rispettiva sensibilità, col loro individuale modo di piangere.
In queste pagine si trovano le cose migliori del film: la narrazione successiva, infatti, non raggiunge la stessa forza espressiva ed emotivamente non è altrettanto convincente.
La nuova storia d’amore di Erik con Emma (Helene Reingaard Neumann), la giovane studentessa, avvia il film  verso un finale di grande tristezza, affrontato però con estrema superficialità. Il regista, infatti, pur raccontando la progressiva estromissione  di Anna (oltre che dal cuore di Erik) dal suo lavoro e, infine, per l’inconsapevole crudeltà di Freja, persino dalla  casa che aveva voluto e organizzato tenacemente, ci lascia l’impressione sgradevole di una conclusione quasi ottimistica, più adatta a Rossella O’Hara ( della serie…domani è un altro giorno!) che alla donna complessa e matura che, per ingenua generosità, aveva aperto anche alla nuova coppia la comunità che aveva costruito.

Grandissima interpretazione di Trine Dyrholm, Orso d’Argento a Berlino, assegnato con pieno merito a lei, quale migliore attrice nell’edizione di quest’anno.

Vinterberg ci aveva dato film migliori, peccato!

 

Il condominio dei cuori infranti


Schermata 2016-03-30 a 10.54.57IL CONDOMINIO DEI CUORI INFRANTI

Titolo originale:
Asphalte

Regia:
Samuel Benchetrit

Principali interpreti:

Isabelle Huppert, Gustave Kervern, Valeria Bruni Tedeschi, Tassadit Mandi, Jules Benchetrit,  Michael Pitt, Mickaël Graehling, Larouci Didi – 100 min – Francia, Gran Bretagna 2015

Non esistono cuori infranti nel condominio di questo film: esistono condòmini, invece, che si ignorano reciprocamente pur invocando l’unanime solidarietà quando le spese da decidere in assemblea richiedono la totalità dei deliberanti. Così era accaduto per installare l’ascensore: l’opposizione del solo Sterkovitz (Gustave Kervern) fu presto risolta  vietandogliene l’uso, senza altre discussioni, cosicché, quando il poveretto ne ebbe davvero  bisogno  (un incidente lo aveva ridotto su sedia a rotelle) fu costretto a usarlo di notte alla chetichella, senza riuscire a parlarne con nessuno. Questo condominio è, infatti, abitato da persone che non riescono a comunicare fra loro e vivono perciò chiuse in una sorta di autoreferenziale solipsismo, inventandosi un’esistenza fittizia intorno alla quale costruiscono la propria immaginaria identità. Sterkovitz, per esempio, si sposta solo di notte, per rifornirsi al distributore dell’ospedale di cibi e bevande, e intreccia con la solinga infermiera di turno (Valeria Bruni Tedeschi) un’impacciata conversazione, fingendosi reporter per conto della National Geographic e mostrandole fotografie scattate, invece, in vista dell’incontro con lei…Allo stesso modo, Jeanne Meyer attrice cinematografica un tempo famosa e ora dimenticata da tutti (Isabelle Huppert) vive della memoria del proprio passato glorioso, in attesa di un nuovo improbabilissimo contratto, sul quale molto fantastica, mentre lo studente Charly (Jules Benchetrit), la cui madre, per lo più assente, lo lascia da solo a gestire la giornata, intreccia con lei uno strano rapporto filiale, fingendo interesse per le vecchie pellicole, che invece lo annoiano. Vive da sola anche un’altra abitante di quello stabile, la magrebina Madame Hamida (Tassadit Mandi), che spesso riempie le sue giornate visitando il figlio in prigione. L’arrivo inaspettato di John (Michael Pitt), astronauta americano che ha perso la rotta ed è piovuto letteralmente dal cielo, le offre l’occasione per ospitarlo con vera gioia per due giorni in quella casa, e di trattarlo davvero come il figlio che tanto le manca, coccolandolo e vezzeggiandolo con amabile semplicità.

I personaggi di questo film, che stentano a riconoscere la loro insensata solitudine esistenziale, si muovono sullo sfondo di un simbolico paesaggio urbano anonimo e squallido, ben rappresentato da quel nastro di aridissimo asfalto che è la strada senza direzione che attraversa la banlieu con i suoi casermoni privi di storia. Non è un caso che Asphalte sia proprio il titolo originale (e assai indicativo) di questa pellicola, la cui versione italiana (Il condominio dei cuori infranti), invece, ne suggerisce una lettura comico-sentimentale ben lontana, almeno a mio avviso, dal suo significato. Se di “comicità” si può parlare, allora va riferita ai numerosi effetti demenziali e grotteschi che scaturiscono dallo scarto, molto evidente in tutti i personaggi, fra il mondo immaginato e la realtà quotidiana, da cui nascono dialoghi e situazioni senza senso razionale, quasi da teatro dell’assurdo, in cui i fatti che si succedono appaiono assai privi di logica. Certo, se ne può ridere, e talvolta si ride, ma non ci si può staccare mai del tutto dalla coscienza dolorosamente tragica della condizione umana, che gli eroi del film ben interpretano.

Un film che ho personalmente molto apprezzato.

 

 

 

Brooklyn


Schermata 2016-03-21 alle 22.04.37recensione del film:
BROOKLYN

Regia:
John Crowley

Principali interpreti:
Saoirse Ronan, Domhnall Gleeson, Emory Cohen, Jim Broadbent, Julie Walters, Emily Bett Rickards, Nora-Jane Noone, Michael Zegen, Paulino Nunes, Jenn Murray, Eve Macklin, Aine Ni Mhuiri, Maeve McGrath, Mary O’Driscoll, Gillian McCarthy, Eileen O’Higgins, Karen Belfo, Eva Birthistle, Brid Brennan, Ellen David – 113 min. – Irlanda, Gran Bretagna 2015.

Ci troviamo nella verde Irlanda degli anni ’50, bella ma povera e arretrata: poco il lavoro per i giovani, e, in ogni caso, dequalificato, mal pagato e privo di tutele, tanto da indurre molti di loro, attratti dal sogno americano, ad abbandonare quella terra avara e a imbarcarsi per gli Stati Uniti. Molte le speranze, altrettante le promesse di tornare o, almeno, di scrivere, ma il cuore è a pezzi per l’angoscia dell’abbandono e la paura di non rivedere più i propri cari. E’ il dramma, ieri come oggi, dell’emigrazione, che non risparmiava neppure le ragazze, alcune delle quali, spostandosi, riuscivano a emanciparsi dalle famiglie e dal controllo sociale soffocante, oltre che a sfuggire alla prospettiva probabile di un futuro grigio, senza storia. In questo contesto di opprimente povertà si colloca la vicenda di Eilis (Saoirse Ronan), la protagonista del film, giovane donna, che in Irlanda guadagnava poco come aiutante in una panetteria, senza limiti di orario e costretta a subire la volontà tirannica della proprietaria. Il suo parroco, che da sempre conosceva lei e la sua famiglia, si era interessato per farla emigrare a Brooklyn: viaggio pagato, accoglienza sicura in un pensionato solo femminile e lavoro da commessa in un reparto dei grandi magazzini Bartocci.

La giovinetta, dapprima impacciata e timidissima, aveva lentamente imparato a essere più disinvolta e meno lacrimosa, si era messa a studiare per migliorare la propria posizione sociale e si era innamorata, per la prima volta nella sua vita, conquistata dalla dolcezza paziente e rispettosa di Tony (Emory Cohen), giovane di origini italiane; ora la nostalgia della famiglia stava diventando meno tormentosa e anche l’Irlanda si stava allontanando dalla sua mente.
La notizia tragica della morte improvvisa dell’amatissima sorella l’aveva, però, costretta a tornarci precipitosamente, lasciando i sogni prossimi a realizzarsi, la scuola serale a cui era iscritta, Tony, che aveva segretamente sposato, e dimenticando, forse, la libertà e la disinvoltura che l’avevano a poco a poco trasformata in una donna meno timorosa e più sorridente. La sua fascinosa isola, verdissima, ma senza vita, ora sembrava diventare quasi l’emblema della sottile rete che la stava avvolgendo, quella dei dolci egoismi materni, delle amicizie pettegole e dei corteggiamenti non del tutto disinteressati, ciò che avrebbe compromesso per sempre la matura coscienza di sé che aveva faticosamente conquistato. Dovrà dolorosamente scegliere per decidere del proprio futuro.

Il regista John Crowley, che segue con attenta e asciutta partecipazione i mutamenti dell’animo di Eilis, ha tratto questa vicenda da un romanzo di Colm Tóibín, avvalendosi della bella sceneggiatura di Nick Hornby, e, evitando banalità e aspetti facilmente melodrammatici, ci ha dato un buon film sulle drammatiche e laceranti contraddizioni  sempre presenti negli emigrati, che rimangono molto sensibili al richiamo della propria terra d’origine, ai legami familiari, per quanto ricattatori, al mito del ritorno, “pavesianamente” accompagnandolo alla coscienza dell’ impossibile conciliazione, fonte, perciò, di grandi sofferenze. Ottimi gli attori; bravissima la protagonista, Saoirse Ronan, che ha fatto incetta di nomination in questo 2016 (Oscar, Golden Globe, Bafta).

La Corte


Schermata 2016-03-17 alle 22.23.01recensione del film:
LA CORTE

Titolo originale:
L’hermine

Regia:
Christian Vincent

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Eva Lallier, Miss Ming, Berenice Sand, Claire Assali, Floriane Potiez, Corinne Masiero, Sophie-Marie Larrouy, Fouzia Guezoum, Simon Ferrante, Abdellah Moundy, Serge Flamenbaum, Emmanuel Rausenberger, Gabriel Lebret, Salma Lahmer – 98 min. – Francia 2015.

A Saint Omer, nella regione del Pas de Calais , Xavier Racine (Fabrice Luchini), presidente della Corte d’Assise, era considerato, universalmente, un “giudice a due cifre” ovvero di una tale severità che i malcapitati imputati nei suoi processi non se l’erano cavata mai con meno di dieci anni di condanna. E’un solitario di mezza età, Xavier, poco incline alla cordialità, al sorriso, all’amicizia: la moglie lo ha lasciato e sta chiedendo il divorzio, cosicché egli ora si trascina fra una triste stanza d’albergo e il tribunale, vestito in modo un po’ sommario e un po’ patetico, con una inseparabile sciarpa rossa che mal si accorda col suo vestiario; un orso, insomma, a cui fa persino comodo l’infuenzaccia che  si porta addosso: nessuna stretta di mano, nessun contagio! Eppure, proprio una stretta di mano, morbida come una carezza, un tempo l’aveva molto turbato: quella mano era di Ditte, l’anestesista dell’ospedale in cui Xavier era stato operato. Quel gesto amorevole, che la donna riservava a tutti i pazienti, era riaffiorato alla sua memoria proprio ora, perché il gioco del caso gli aveva fatto ritrovare la bella Ditte (Sidse Babett Knudsen) fra i giurati estratti a sorte come giudici popolari in un suo processo…

Gli sviluppi dell’incontro sono prevedibili, direi ovvi, ma il film presenta comunque, al di là della esilissima vicenda sentimentale, alcuni motivi di interesse, il primo dei quali è l’eccezionale interpretazione di Fabrice Luchini (al quale evidentemente si addicono, come avevamo già notato, i panni del misantropo). L’attore è capace di rendere credibili le trasformazioni del cuore e la sensualità. rimossa da troppo tempo, di Xavier, di farcene avvertire l’intensità crescente, coinvolgendoci in una commedia molto gradevole e piena di quell’esprit de finesse di cui i francesi conoscono molto bene ogni sfumatura. Né è priva di attrattive la rappresentazione del processo e degli incontri che, prima o dopo le udienze, avvengono fra i giurati, che parlano di sé, si scambiano opinioni e giudizi su ciò che avviene nell’aula e sul loro ruolo: piccoli sguardi su un’umanità per lo più ignorata, che, al di là dei propri problemi, sa dedicarsi con senso di responsabilità a funzioni pubbliche molto delicate. Ancora, poi, appare assai intrigante la deliziosa descrizione della provincia francese, che richiama altri film, anche recenti: un po’ sonnacchiosa, non particolarmente aperta e alquanto lontana dalla vivacità libera e frizzante della capitale (e anche dal suo cinema!).  

Luchini si è guadagnato l’anno scorso a Venezia, per questo film, la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile, mentre al Cesar 2016, il premio alla migliore attrice non protagonista è andato a Sidse Babett Knudsen. Una graziosa commedia, che si può vedere senza offesa per l’intelligenza.

Weekend


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recensione del film

WEEKEND

Regia:
Andrew Haigh

Principali interpreti:
Tom Cullen, Chris New, Laura Freeman, Vauxhall Jermaine, Jonathan Race – durata 96 min. – Gran Bretagna 2011.

Opera prima di Andrew Haigh, questo film uscì nelle sale europee fra il 2011 e il 2012. Finalmente è arrivato anche da noi, che non l’avremmo probabilmente mai visto senza il successo del più recente 45 Anni, diretto dallo stesso regista, che evidentemente ha acceso la curiosità anche verso questa sua prima fatica, così da spingere un coraggioso distributore ad acquistarlo per offrirlo alla visione del pubblico italiano. La versione originale in lingua inglese è l’unica presente da noi, perciò è bene che chi vuol vederlo sappia che il film non è stato doppiato, né lo sarà, della qual cosa, personalmente, mi compiaccio. A spiegare il ritardo della sua apparizione nei nostri cinema probabilmente è il soggetto, ritenuto  un po’troppo osé per noi, che sembriamo, agli occhi di chi fa queste scelte, eterni minorenni bisognosi di protezione. Credo che sappiamo proteggerci da soli!

Ambientato a Nottingham (Regno Unito), questo film ci racconta la storia d’amore di due ragazzi, dal suo nascere al suo concludersi dolce e disperato nel breve tempo di un weekend. Si chiamano Russell (Tom Cullen) e Glen (Chris New) i due giovani che si incontrano per caso la notte del venerdì, in un locale gay: una serata in cui per vincere la noia si fuma, si beve e ci si droga. Passeranno la notte a casa di Russell, il più introverso di loro due, quello che vive la propria omosessualità con maggiore tormento: un lavoro da bagnino nella grande piscina della città, molta solitudine, qualche amico d’infanzia che si è fatto la propria famiglia, ma che continua a vedere. Nessun coming-out, però: forse tutti sanno, forse suppongono, forse fingono o forse semplicemente si fanno gli affari loro.
Glen è diverso: ha accettato senza problemi la propria identità sessuale, non l’ha mai celata, anzi l’ha esibita orgogliosamente. E’un artista che vuole affermarsi; registra a questo scopo gli incontri con i suoi partner occasionali con l’intento di mettere insieme tutto il materiale raccolto, in vista di un progetto artistico, una sorta di mosaico che dovrebbe forse diventare una grande confessione collettiva. Anche Russell ha un diario dei propri incontri, ma non intende esibirlo: è per sé, non per altri. Eppure, da questo incontro, simile, per ciascuno di loro, a tanti altri di ordinario squallore, fatto di sesso droga e solitudine, nasce a poco a poco l’amore, che si fonda, come ogni amore, sulla passione dei sensi, ma che sviluppa in loro una nuova e vera confidenza, quella dei gesti quotidiani condivisi, delle piccole attenzioni per l’altro, della tenerezza profonda: inusitata scoperta per tutti e due. Durerà poco: Glen deve partire per gli Stati Uniti, dove conta di realizzare il proprio futuro di artista; ha già il biglietto aereo in tasca, perciò il distacco diventa inevitabile. L’esperienza dell’amore, tuttavia, ha dato una nuova consapevolezza a entrambi: li ha fatti crescere, li ha trasformati profondamente, poiché può capitare, talvolta, che due soli giorni valgano un’intera vita.

Il regista conduce questa sua opera prima con acuta sensibilità e delicatezza psicologica, la stessa che avrebbe dimostrato anche nel suo successivo 45 anni, realizzando un film molto bello, che si può inserire nella scia di indimenticabili pellicole quali My Beautiful Laundrette (1985) La moglie del soldato (1992) e I segreti di Brokeback Mountain, il bellissimo film di Ang Lee del 2005, che come questo racconta una drammatica storia d’amore fra maschi.
Da vedere, e, soprattutto, da meditare, in un paese come il nostro, in cui arriva con cinque anni di ritardo e in cui la Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI così si è espressa: “Sconsigliato, non utilizzabile, scabroso”. Eppure è solo una storia d’amore!

Ave, Cesare!


Schermata 2016-03-11 alle 21.35.01recensione del film
AVE, CESARE!

Titolo originale:
Hail, Caesar
!

Regia:
Ethan Coen, Joel Coen

Principali interpreti:
Josh Brolin, George Clooney, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Frances McDormand, Channing Tatum – 106 min. – USA 2016.

Siamo nella Hollywood degli anni ’50, quando ai film si richiedeva l’adeguamento acritico ai “valori” propugnati dal dominante maccartismo: anticomunismo di ferro; esaltazione dei valori della famiglia tradizionale; religiosità esibita; evasione dai problemi attraverso il puro entertainement, visivamente appagante e suggestivo. Eddie Mannix (Josh Brolin), il protagonista di questo bel film dei Coen, è un “fixer” per conto della Capitol Studios, cioè un addetto alla soluzione dei problemi che sui diversi set di questa casa cinematografica si presentano: un lavoro difficile e delicato, in quegli anni, che richiedeva non solo pazienza e capacità di mediazione, ma anche infinito amore per il cinema, la cui magia rischiava davvero di essere messa a dura prova, dati i ristretti spazi di libertà in cui registi, sceneggiatori e artisti erano costretti a muoversi. I guai a cui doveva porre rimedio il povero Eddie erano davvero molti, a cominciare dai capricci della bellissima (Scarlett Johansson) che, travestita da sirena, emergeva, come Esther Williams, dalle acque, al centro di una spettacolare e caleidoscopica coreografia: alla diva, incinta e senza marito, egli avrebbe organizzato in fretta e furia, prima che scoppiasse lo scandalo inevitabile, un bel matrimonio con un attore gay, costretto a sua volta a celare i propri orientamenti sessuali. Ancora Eddie sarebbe riuscito a ridurre al minimo le battute per far recitare in modo soddisfacente, in una commedia romantica, come richiesto dal produttore, un giovane attore (Ralph Fiennes) che sapeva  fare solo il cowboy. Davvero, allora, nulla sarebbe sfuggito al suo controllo scrupoloso, così efficiente da organizzare in anticipo le contromosse per ogni possibile problema? Anche qui, come nella generalità dei film dei Coen, il caso, dominus della vita degli uomini, avrebbe scombinato piani e previsioni, ridicolizzando beffardamente qualsiasi tentativo di programmare il futuro. A farne le spese sarebbe stata principalmente la costosissima produzione di Hail Caesar! un “peplum” sul quale  la Capitol Studios contava massimamente e per il quale il fixer aveva impegnato se stesso con grande scrupolo teso a evitare ogni grana possibile: un gruppo di intellettuali e sceneggiatori  comunisti aveva malauguratamente e inaspettatamente rapito la star principale, Baird Whitlock (un grande George Clooney), sottraendolo alla recitazione mentre, ancora vestito da legionario romano, stava smaltendo una sbornia colossale. A nulla dunque era servito l’impegno preventivo di Eddie, che ora doveva anche vedersela con due temibili giornaliste gemelle, tremendamente pettegole (Tilda Swinton) che  ne avrebbero volentieri rovinato la reputazione. L’uomo, a poco a poco privato di ogni riferimento, stava accumulando frustrazioni e stanchezza, dimostrandosi molto simile ai numerosi personaggi sconfitti del cinema dei fratelli Coen, dallo scrittore Barton Fink, a Larry, a Davis.

Il film procede alternando sguardi malinconicamente ironici sulla vecchia Hollywood, attraverso molteplici citazioni di film che fecero epoca (e che a loro volta gli stessi Coen si erano divertiti a citare in molti dei loro film in un gioco di specchi e di rimandi), con spunti di riflessione in cui è riconoscibile la loro vena irresistibilmente comica e amara soprattutto in due episodi: quello in cui ci presentano, convocati da Eddie, i rissosi esponenti delle fedi religiose praticate in America, ciascuno dei quali si ritiene l’unico interprete autorizzato della volontà divina, e quello in cui il gruppo dei comunisti, fra i quali si trova anche un pericoloso sovversivo come… Herbert Marcuse, si caratterizza sia per l’astrattezza fideistica e dottrinaria non molto diversa da quella dei preti, sia per il gusto cospirativo che trova la massima espressione comica nella conclusione beffarda dell’appuntamento notturno col sottomarino sovietico, la cui luce rossa, emergendo dal mare, evoca un imprecisato sole dell’avvenire.

Il film, che mi pare molto bello, dei più interessanti fra quelli in circolazione, fa appello all’intelligenza e al gusto degli spettatori, coinvolgendoli grazie all’eleganza e alla magia delle scene tratte dalle vecchie pellicole, accompagnate da musiche e danze suggestive, consolazione illusoria dell’arte al vuoto lasciato dalla fine delle certezze nel mondo dominato dal caos e dall’irrazionalità