Mister Universo


 

 

recensione del film:
MISTER UNIVERSO
Docu-fiction

Regia:
Tizza Covi, Rainer Frimmel

Principali interpreti:
Tairo Caroli, Wendy Weber, Arthur Robin, Lilly Robin – 90 min. – Austria, Italia 2016.

Tizza Covi che, insieme allo sceneggiatore Rainer Frimmel, firmò il bellissimo docu-film del 2009 Non è ancora domani – La pivellina  (si era visto  nelle nostre sale per pochi giorni nel corso del 2010) è tornata ad allietarci con un altro bel lavoro girato ancora con lo stesso partner. Di nuovo al centro del suo cinema il mondo sempre più marginale degli artisti circensi e di tutti coloro che lavorano nell’universo magico dei trapezisti, dei giocolieri, dei domatori, degli illusionisti, dei clown…Mister Universo è al momento del film un vecchio signore molto anziano, di nome Arthur Robin, da tempo ormai fuori dal circo in cui aveva fatto il sollevatore di pesi. Il suo eccezionale corpo muscoloso nel 1955 gli era valso il titolo di Mister Universo, nonché l’ammirazione di molte signorine, fra le quali egli aveva trovato la moglie Lilly, alquanto più giovane e tuttora fedele sostegno dei suoi giorni da vecchio. Nonostante l’aspetto ancora gradevole e giovanile, Arthur non riesce più a curvare, come in passato, le barre di ferro per creare gli amuleti ricercati nel mondo del circo, dove molte attività pericolose sembrano destinate all’insuccesso senza la garanzia …dei ferri di cavallo. Per ricuperare appunto uno di quei portafortuna, che gli era stato rubato, il domatore dei grossi felini, Tairo Caroli, protagonista del film, si mette alla ricerca di Arthur, mentre la contorsionista Wendy Weber si organizza per imparare a cacciare il… malocchio.
Con ironia bonaria i registi seguono le peripezie dei due protagonisti, ma in realtà scavano nelle ragioni vere della crisi di quel tipo di spettacolo, che non trova più nei bambini, nativi digitali e ormai smartphone-dipendenti, il pubblico elettivo, cosicché ora i numeri, anche quelli più emozionanti, si svolgono davanti a un pugno di spettatori, ignari delle sofferenze degli animali vecchi e malati, ancora costretti a esibirsi, delle tensioni fra gli addetti che si incolpano a vicenda per le difficoltà crescenti, delle malattie reumatiche che minano la salute di Wendy e di tutti quelli che esibiscono con apparente naturalezza il loro corpo dolorante. Tutto questo mondo che si muove fra la crisi, temo irreversibile, e il rimpianto di un passato che non può tornare, è detto con delicata simpatia per gli sconfitti, che con commovente ostinazione non vogliono arrendersi al cambiamento velocissimo che li sta marginalizzando. Allo stesso modo non si arrendono Tizza Covi e Rainer Frimmel che persistono a girare i loro umanissimi documentari su pellicola, rifiutando la resa al piatto mondo del digitale. Con quali prospettive? Per ora con un certo successo nella nicchia di un pubblico di gusti raffinati, ma anche col riconoscimento delle giurie internazionali, come dimostra la menzione speciale che questa bella coppia di cineasti ha ottenuto al recente festival di Locarno.

Il padre d’Italia


recensione del film:
IL PADRE D’ITALIA

Regia:
Fabio Mollo

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia, Federica de Cola – 93 min. – Italia 2017

Siamo sempre più coscienti che la tenerezza materna, convenzionalmente ritenuta una naturale disposizione dell’animo femminile, sia una qualità umana che possiedono in ugual misura anche molti maschi della nostra specie, che possono perciò svolgere molto bene il ruolo dell’accudimento materno, contrariamente a ciò che si era creduto nel corso dei secoli. Anche se in Italia questa verità è accettata con molta difficoltà per il persistere di inveterati pregiudizi, in molti stati nord europei, nei paesi francofoni in Europa e in America, nonché nel mondo anglosassone è stata da tempo accolta e regolamentata anche a livello giuridico.
Nel 2009 François Ozon ci aveva raccontato, in un film molto bello, Il rifugio, la storia di una giovane donna incinta che non aveva accettato di diventare madre: aveva perso imprevedibilmente il proprio compagno e non si sentiva pronta per quel compito che riteneva troppo impegnativo per lei. Avrebbe portato a termine la gravidanza, ma avrebbe lasciato il proprio bebè alle cure di Paul, il fratello gay del suo giovane fidanzato scomparso, di cui conosceva il profondo desiderio di avere un figlio a cui dare e da cui ricevere affetto.
Il regista italiano Fabio Mollo con questo film, si inserisce in qualche misura nella discussione in corso nel nostro paese su questo tema, raccontandoci una storia che con quella di Ozon ha molti aspetti in comune, a cominciare dal nome del protagonista, Paolo, che è gay come Paul e che sente come Paul di poter dare affetto e protezione alla neonata creatura che una giovanissima fanciulla, Mia, aveva partorito prematuramente, per abbandonarla subito dopo il parto. Nelle mani del regista italiano, però, la vicenda di Paolo e Mia è fin dal primo momento una una storia improbabile e strampalata, che inizia con un inverosimile incontro fra lei, Mia (Isabella Ragonese), incinta, e lui, Paolo (il bravissimo Luca Marinelli), in un locale dei gay torinesi nel quale egli era andato per trovare consolazione a una recente delusione d’amore.

Dal loro primo fortuito incontro era iniziata la storia di solidarietà-attrazione (si potrebbe dire, forse, invidia dell’utero gravido) che avrebbe portato Paolo a seguire Mia (abbandonando il proprio lavoro che, per quanto precario, gli dava da vivere), ad accettarne bugie, incoscienza irresponsabile e trasgressioni incredibili in un viaggio lungo la nostra penisola, durante il quale avrebbe maturato la decisione di riconoscere il figlio non suo, di cui lei non voleva occuparsi affatto. Non intendo ulteriormente addentrarmi nei particolari della vicenda, molto debole per le numerose incongruenze, per la sommaria analisi psicologica del personaggio di lei (assimilabile a troppe protagoniste “sbiellate” della commedia italiana), per la stereotipata rappresentazione del sud italiano, nonché per l’eccessivo uso di metaforoni banali (quegli oscuri tunnel che lasciano intravvedere una lontana uscita luminosa, forse li abbiamo già visti un po’ troppe volte per commuoverci!). I due protagonisti sono bravi attori un po’ sprecati in questo road- movie secondo me poco convincente. Peccato!

Il tesoro


recensione del film:
IL TESORO

Titolo originale:
The Treasure

Regia:
Corneliu Porumboiu

Principali interpreti:
Radu Banzaru, Toma Cuzin, Florin Kevorkian, Iulia Ciochina, Dan Chiriac, Cristina Toma, Laurentiu Lazar, Adrian Purcarescu, Ana Maria Stegaru, Corneliu Cozmei, Clemence Valleteau, Ciprian Mistreanu, Marius Coanda, Nicodim Toma – 89 min. – Francia, Romania 2015

Bucarest: un casermone della periferia come tanti altri, una famiglia come tante altre e un padre di nome Costi, che la sera, dopo il lavoro, leggeva al suo bambino, come fanno tanti altri papà, le belle favole di un libro illustrato. L’atmosfera incantata una volta, però, era stata interrotta da un vicino di casa, Adrian, che aveva suonato alla porta chiedendo un prestito di 800 euro per evitare di essere cacciato dal suo appartamento dalle banche, di cui era insolvente debitore. Costi avrebbe voluto aiutarlo (non per nulla stava leggendo al figlioletto la storia di Robin Hood), ma, non disponendo di quella somma, si era offerto di dargli una mano, anticipandogli il denaro necessario a localizzare e dissotterrare l’ingente tesoro che un bisnonno di Adrian aveva nascosto in una cassetta metallica nel giardino dell’antica casa di famiglia, in campagna, per celarlo ai comunisti alla fine del secondo conflitto mondiale.

Da questa premessa, molto importante anche per la conclusione del film, si origina la parte centrale, ovvero il racconto della caccia al tesoro, durante la quale, alla coppia dei due vicini di casa si era aggiunto l’operaio Cornel, proprietario di un sofisticato metal-detector, collegato a un computer, in grado di rilevare, fra le altre cose, ogni presenza metallica nel terreno, nonché di datarla, per evitare (per quanto possibile) che le tracce ferrose delle rocce più antiche inducessero in errore chi aveva necessità di scavare solo (si fa per dire!) per pochi metri.

La sera dello scavo, un po’ prima del tramonto, il terzetto aveva dunque raggiunto la casa, cominciando a osservare e a tastare il terreno, mentre il dispositivo di Cornel emetteva grotteschi segnali sonori per indicare con un po’ di approssimazione il luogo in cui probabilmente la cassetta era stata nascosta. Dai racconti di Adrian, intanto, si potevano cogliere numerosi aspetti della storia di quell’angolo di Romania, e anche della storia di quella casa, che nel corso degli anni aveva cambiato funzione e utilizzo e nella quale si erano avvicendati, lasciando evidenti tracce del loro lavoro e della loro presenza, farmacisti, baristi, insegnanti di scuola materna, malavitosi…
Coll’arrivo della notte e del buio si andava diffondendo, però, un certo nervosismo, soprattutto in Adrian, vieppiù provato dalla stanchezza per la fatica improba dello scavo, che pure aveva iniziato baldanzosamente, ma che ora, forse per l’assenza di risultati (ma era davvero troppo presto per vedere il tesoro), manifestava la propria aggressiva diffidenza nei confronti di Cornel, accusandolo di essere un imbonitore truffaldino e di pretendere il pagamento per una prestazione del tutto inadeguata. Costi, benché si fosse impegnato a pagare Cornel, e benché ritenesse un po’ troppo precipitosa, forse, la sua promessa di aiuto ad Adrian, aveva tenuto saldi i propri nervi, diviso i contendenti e ora si impegnava a sostituire Adrian nell’operazione di scavo.

Dell’avventurosa e fiabesca conclusione della vicenda non intendo anticipare alcunché: mi limito a dire, sulle tracce del trailer, che esisteva effettivamente una cassetta, che per la sua apertura era stato necessario l’intervento di un ladro, chiamato a quello scopo dalla polizia rumena, aggiungendo però che il finale è tra i più sorprendenti e spiazzanti che mi sia capitato di vedere e che ben si collega a quel tenero padre lettore di fiabe di cui ho parlato all’inizio.
Vorrei invitare i miei lettori alla visione di questo film delicatamente ironico e girato costantemente nel segno dell’intelligenza, aggiungendo che raramente ci è data la possibilità di seguire con la stessa trepida attesa un racconto così incantevole, così tenero e così profondamente umano.
Porumboiu è dunque un altro bravo regista che arriva dalla Romania e che con mezzi limitatissimi ha saputo dirigere e rendere avvincente una storia inverosimile, avvalendosi anche di un gruppo di attori bravi e motivati* .
Presentato con successo a Cannes (nella selezione di Un certain regard) nel 2015, ha impiegato ben due anni per arrivare a noi! Meglio tardi che mai. Se, come spero, arriverà anche in altre parti d’Italia, andate a vederlo, e abbandonatevi, semplicemente, al piacere di vedere, splendidamente illustrata, una fiaba dei nostri giorni molto bella!

*per la cronaca, Corneliu Cozmei, che nel film ha la parte di Cornel, è davvero, nella vita, un operaio che usa il metal detector del film e che si è molto divertito interpretando se stesso; tutta la vicenda, invece è stata ispirata da un racconto che Adrian (ovvero l’attore Adrian Purcarescu) aveva fatto all’amico regista, parlandogli di una leggenda legata alla storia della propria famiglia.

Vi presento Toni Erdmann


schermata-2017-03-03-alle-20-09-12recensione del film:
VI PRESENTO TONI ERDMANN

Titolo originale:
Toni Erdmann

Regia:
Maren Ade

Principali interpreti:
Peter Simonischek, Sandra Hüller, Michael Wittenborn, Thomas Loibl, Trystan Pütter, Hadewych Minis, Lucy Russell, Ingrid Bisu, Vlad Ivanov, John Keogh, Ingo Wimmer, Cosmin Padureanu, Anna Maria Bergold – 162 min. – Germania, Austria 2016.

Qualcuno (perdonatemi se non ricordo chi) ha accostato questo film all’irriverente scultura di Cattelan prospiciente il Palazzo della Borsa a Milano: un dito medio che protendendosi dal dorso di una mano sembra indicare la necessità che un’ ironia graffiante metta in forse il nuovo “Verbo”, ovvero il neo-liberismo che dell’economia finanziaria si serve senza scrupoli.
Questo accostamento, secondo me, pur cogliendone, probabilmente, un aspetto, non esaurisce il complesso significato di questo film quale emerge dal racconto della drammatica storia dell’amore interrotto fra un padre e una figlia, sullo sfondo di una globalizzazione in cui ai rapporti più naturalmente umani si vanno sostituendo le connessioni internazionali della “rete”, idolo crudele al quale veniamo tutti sacrificati, sulla base indiscutibilmente “neutrale” (ma è davvero così?) dei grafici e delle tabelle.
Ci racconta, infatti, la regista tedesca Maren Ade, al suo terzo lungometraggio, che se è pur vero che qualche sana risata potrebbe seppellire la spocchia autoreferenziale degli addetti alle operazioni economiche e finanziarie, che giocano con la vita e le speranze di tutti noi, è altrettanto vero che i costi di quella spocchia arrogante diventano presto o tardi insostenibili anche per loro, costretti, infine, a fare i conti con la propria fragilità acuita dalla solitudine e dal deserto degli affetti.
Ines Conradi (Sandra Hüller), la protagonista di questo film, è una tedesca (una “bruttina stagionata”, direbbe, forse, Carmen Covito) che lavora a Bucarest dove la multinazionale da cui dipende l’ha incaricata di elaborare le proposte più adeguate per la delocalizzazione delle aziende locali, presentando piani particolareggiati per il licenziamento “indolore” del personale. Ines parla perfettamente l’inglese; è continuamente connessa con i colleghi che in qualsiasi momento e da ogni angolo del pianeta l’aggiornano, le forniscono dati, mappe, informazioni che ne accrescono efficienza, prestigio e… crudeltà.  Non esistono affetti per lei: non l’amore, sostituito dal rapporto con un collega che non può e non deve coinvolgerla, distaccato a tal punto da sfiorare la perversione,  non esiste la famiglia: la madre e la nonna, anch’esse a Bucarest, accettandone la “brillante” carriera, si accontentano di vederla qualche volta soltanto. Chi non si rassegna, però, è suo padre Winfred Conradi (grandissimo Peter Simonischek), che vive da solo in Germania e che, ora che è in pensione e gli è morto il vecchio cane fedele, si muove verso la Romania per tentare di ricucire un rapporto con lei. Era sempre stato un burlone, Winfred; gli era sempre piaciuto travestirsi e recitare, semi-nascosto da un trucco clownesco a cui amava aggiungere una chiostra di finti dentoni sporgenti che gli davano (o avrebbero dovuto dargli) un aspetto aggressivo, cosicché, vestito da Toni Erdmann, ora che l’aveva riavvicinata e che ne era stato umiliato, si era presentato agli appuntamenti importanti di lei, intenzionato a svelare l’inconsistenza vuota e ipocrita dei suoi modi e del suo linguaggio.
La satira buffonesca di Toni Erdmann, travestito da ambasciatore tedesco, ora sfrontato e beffardo, ora volgare e sguaiato, turba Ines, che tuttavia ancora lo respinge, inducendolo all’estremo camuffarsi celando il proprio corpo e il proprio capo dentro la maschera soffocante del Kukeri, l’animale pelosissimo che, secondo la tradizione antica dei popoli della Tracia, teneva lontani gli spiriti maligni.

Il film procede con lenta progressione, fra gag, invenzioni comiche spettacolari, ricevimenti ingessati, balli e vuoti discorsi fino alla svolta determinata dall’irrompere improvviso del Kukeri nel bel mezzo di un Naked party nella casa di Ines. Forse non è ancora il ritrovarsi tanto atteso, che abbisogna dei tempi lunghissimi del maturare della coscienza di Ines, ma è quasi sicuramente la nascita di un rapporto nuovo, del nuovo interesse all’ascolto reciproco, e anche, per lei, dell’ascolto di sé, dei propri bisogni profondi, ivi compresi quelli di quel corpo troppo a lungo ignorato per privilegiare una carriera che ha cancellato affetti e ricordi, ma non l’ha fatta star bene.
Splendidamente recitato, il film, ottimamente accolto a Cannes nel 2016 è da vedere assolutamente, poiché rivela una regista di grande originalità, poco nota da noi, di cui forse varrebbe la pena conoscere anche i film precedenti.

Jackie


schermata-2017-02-24-alle-16-50-30recensione del film:
JACKIE

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant, John Carroll Lynch, Beth Grant, Max Casella, Caspar Phillipson, Sunnie Pelant, Corey Johnson – 91 min. – USA, Cile 2016

Chi si illude che questo film permetta di acquisire qualche informazione in più sull’oscuro assassinio (1963) di John Kennedy, da soli due anni presidente degli Stati Uniti, o sulla sua graziosa e chiacchieratissima moglie Jacqueline certamente ne riporterà una delusione. Allo stesso modo era rimasto deluso chi si aspettava dalla visione di Neruda la celebrazione del rivoluzionario vate quale omaggio a un poeta morto opponendosi a Pinochet.
L’intento di Larrain, in tutti i suoi film, mi sembra sia stato sempre quello di portare alla luce l’essenza umana dei suoi eroi-personaggi, indagando la loro verità più profonda alla luce dei condizionamenti del loro tempo. Sotto questro aspetto Tony Manero o Padre Vilar non sono meno “veri” di Neruda, realmente vissuto; così come, rovesciando la questione, Neruda, è nel film di Larrain, altrettanto immaginario quanto Tony Manero: la loro verità è tutta interna all’opera di cui diventano protagonisti, veri e falsi in ugual misura. Paradossalmente, però, spesso, meglio di un documentario, di un’inchiesta giornalistica o di un saggio biografico ci aiutano a capire un’intera epoca storica. Questo lungo preambolo non può che valere anche per l’ultima fatica di Larrain, Jackie, ovvero la falsa-vera biografia di Jacqueline Kennedy.

Jackie è il nomignolo col quale Jacqueline era chiamata dal marito John, che a sua volta lei chiamava Jack. Il particolare ha una funzione narrativa; non solo ci introduce all’interno della vita della coppia presidenziale, ma dentro il progetto (che era di entrambi ma che fu portato avanti da lei) di creare attorno a quella coppia, un ampio consenso popolare, grazie all’uso della televisione, già molto presente all’epoca nelle case americane. Tutta di Jackie era stata l’iniziativa di trasformare la Casa Bianca in un luogo di incontro dei grandi personaggi della cultura e dell’arte contemporanea; di tenervi concerti; di arredare alcune stanze in modo che ricordassero la storia americana, soprattutto quella grande storia di libertà e giustizia incarnata dal Presidente Abraham Lincoln, che a quegli ideali aveva sacrificato la propria vita. Da Jack, invece, era arrivato il suggerimento delle visite televisive alla Casa Bianca: la graziosa Jackie, in funzione di impacciata accompagnatrice, a illustrare, spiegare, raccontare, mentre milioni di americani guardavano con interesse e simpatia l’insolita attenzione (vera o presunta) nei loro confronti. Naturalmente quell’ondata di ammirazione era per lei, che tuttavia, leale nel gioco di squadra, la rifletteva sul marito, accontentandosi di giocare di rimessa, e godendo dei privilegi che in ogni caso le arrivavano grazie a lui. Su questa “vita di corte”, allietata dalle feste danzanti del bel mondo di allora, sulle note del musical Camelot, si abbatté, come un fulmine a ciel sereno, l’attentato di Dallas, che in poche ore mise fine a ogni spensierato e spregiudicato sogno di gloria e di potere, annullò il ruolo di Jackie, che ancora sotto choc per la feroce crudeltà dell’attentato, era stata costretta a sgombrare il campo subito, per far posto al nuovo presidente. Era ben decisa, però, a non lasciarsi travolgere e soprattutto a non accettare l’irrilevanza cui sembrava destinata ora, senza rimedio.

Il film, a questo punto entra nel vivo della storia che è il racconto di come, utilizzando tutta la determinazione dura e spregiudicata di cui era capace, Jackie fosse riuscita a imporre a tutti, attraverso l’imponente funerale, non solo la glorificazione del suo Jack, ma l’immagine epica di lui, degno, come Lincoln, della sepoltura ad Arlington nel cimitero degli eroi, in una tomba di famiglia, per realizzare la quale erano stati esumati i corpi dei due figli morti precocemente, uno alla nascita e l’altro al terzo giorno di vita.
Il film racconta tutto ciò attraverso un complesso capolavoro di montaggio in cui si alternano autentiche immagini di repertorio con altre girate con la pellicola e la macchina dell’epoca, perché si ricostruissero in modo perfetto quelle ritrovate delle “visite alla Casa Bianca”* . A queste immagini, vere e quasi vere, si affiancano quelle che costituiscono la narrazione di tutta la storia, ricomposta attraverso una serie di rimandi al passato, di memorie riemerse durante il racconto-intervista- confessione che Jackie, a pochissimi giorni dal funerale di Jack, aveva rilasciato a un giornalista, dal quale aveva preteso la supervisione del racconto e la cancellazione di tutte le parti che avrebbero diffuso della coppia presidenziale e di lei, un’immagine forse più veritiera, ma molto meno perfetta. Fra queste colpiscono la lunga conversazione col prete cattolico (John Hurt al suo ulimo film); l’ammissione di un matrimonio più deludente del previsto e della sua conseguente sublimazione; l’affannosa ricerca di un perché destinata a rimanere senza risposta.

Altrettanto rimangono senza risposta nella mente dello spettatore altre domande. Chi era veramente, al di là della gloria postuma voluta da Jacqueline, John Kennedy ; quali erano stati i suoi meriti politici, al di là dei bellissimi discorsi che tutti abbiamo ammirato? A chi era giovato, inoltre, il frenetico attivismo di Jackie per ammantare di gloria una presidenza alquanto incolore, almeno fino a quel momento, se non a se stessa, che da allora aveva costruito di sé quell’icona di eleganza e bellezza, di “principessa consorte” che sempre l’avrebbe accompagnata? Quel dolore profondo era un dolore rabbioso per l’improvviso mutamento della propria sorte o era un dolore vero e rabbioso insieme?

Il racconto, come spesso quelli di Larrain, riflette sul potere, sull’utilizzo dei mass-media nel costruire il consenso politico; sulla potenziale falsità, camuffata da verità che trasforma  uomini (e donne) senza qualità in idoli mitici. Magnifico e complesso film, di non facile lettura, interpretato con grande professionalità da una Natalie Portman davvero da Oscar.

*alle quali non sarebbe stato possibile sostituire con elaborazione digitale (se non con costi proibitivi) la vera Jackie con Natalie  Portman

Manchester by the Sea


schermata-2017-02-17-alle-19-34-41recensione del film:
MANCHESTER BY THE SEA

Regia:
Kenneth Lonergan

Principali interpreti:
Casey Affleck, Michelle Williams, Kyle Chandler, Lucas Hedges, Gretchen Mol
– 135 min. – USA 2016. –

Lee (Casey Affleck) era vissuto da sempre con la sua famiglia d’origine (i Chandler) a Manchester by the Sea, cittadina del New England nella quale insieme alla moglie Randi (la bravissima Michelle Williams) aveva creato una famiglia tutta sua, con tre bei bambini teneramente amati. Con Randi, purtroppo, qualcosa non aveva funzionato: era diventata una donna apatica, scontenta e rancorosa: così almeno la vediamo nelle poche, ma memorabili apparizioni del film. Che cosa avesse incrinato il loro matrimonio non ci viene detto: sappiamo, però che, dopo l’incendio immane che aveva portato via, insieme al  cottage in cui abitavano, il senso stesso del loro ormai fragilissimo rapporto, Randi sarebbe rimasta a Manchester, mentre Lee se ne sarebbe andato a Boston, tentando di ricominciare a vivere, schiacciato dal peso dell’accaduto, dal senso di colpa di cui non riusciva a liberarsi, originato dai rimorsi per una presunta leggerezza che acuiva un dolore senza scampo.

A Boston, dove si era sistemato nel piccolo monolocale semi-interrato di uno stabile periferico, aveva trovato un lavoro: un amministratore di condomìni gli aveva infatti affidato la manutenzione e la riparazione degli impianti idraulici ed elettrici degli anonimi palazzoni di cui si occupava. Non lo preoccupava l’esiguità della paga, appena sufficiente a sopravvivere, poiché la disperazione sembrava averlo reso di ghiaccio e indifferente al proprio futuro. Suo fratello Joe (Kyle Chandler) gli aveva però acquistato un tavolo e una poltrona-letto che a Patrick (Lucas Hedges), suo figlio, avrebbe potuto far comodo se, terminato il liceo, avesse proseguito i suoi studi a Boston.
Gli affettuosi rapporti di sempre fra Lee e Patrick si sarebbero complicati, di lì a poco, per la morte improvvisa di Joe: ora Lee avrebbe dovuto occuparsi di quel nipote sedicenne fragile, rimasto solo al mondo (la madre aveva da tempo fatto perdere le proprie tracce) e perciò bisognoso di essere aiutato a crescere da un familiare attento e partecipe dei suoi problemi. Il testamento di Joe non lasciava dubbi in proposito: affidava quel figlio all’amato fratello, che ne sarebbe diventato il tutore, amministrando, nel suo interesse, i suoi risparmi e le sue proprietà.

La storia della solitudine di Lee, inebetito e raggelato dal cumulo delle proprie sciagure, rassegnato a scontarle fino in fondo soprattutto per volontà di espiazione, avrebbe potuto a questo punto diventare un drammone lacrimoso e insopportabile.
Kennet Lonergan, quasi sconosciuto regista newyorkese*, si rivela invece davvero all’altezza della difficoltà, poiché riesce a mantenere il racconto in un eccezionale equilibrio narrativo, conferendogli un carattere dolorosamente malinconico, in armonia coi magnifici e lattiginosi colori pastello del paesaggio nordico splendidamente fotografato.
Il film ci informa con lenta pacatezza dei fatti che avevano trasformato in un inferno tormentoso la vita di Lee Chandler, adottando un procedimento non diacronico del racconto, in cui, con grande naturalezza, si inseriscono, in uno scambio continuo fra presente e passato, ampi squarci del suo vissuto, flashback che scavano a fondo nei segreti della sua coscienza e del suo cuore. Spesso il passato è evocato mentre risuonano, rimanendo sullo sfondo, brani famosi di musica classica che accompagnano emotivamente gli spettatori a sopportare le situazioni più dolorose e difficili, senza sottolineare con effetti fragorosi la drammaticità che è tutta e soltanto nelle cose raccontate con austero pudore. Del tutto funzionale a questo equilibrio, mai tentato da toni enfatici, è l’uso costante di un delicato registro ironico, indulgente contrappeso alla narrazione del dolore. È Patrick, deuteragonista del film, colui che, con la sua presenza vitale e con l’affermazione accorata e anche buffa delle proprie necessità di adolescente che si affaccia alla vita adulta, riporta (forse) un po’ di luce tranquilla nel mondo cupo e disperato dello zio, costringendolo a uscire dal proprio egocentrismo e da quel “lago d’indifferenza” che sembra essere diventato il suo cuore, per confrontarsi con nuovi e  imprevisti problemi, quelli legati alle sue velleità di ragazzo convinto di saper bastare a se stesso, e di poter a lungo celare il dolore dietro la maschera dell’allegria spensierata con gli amici, i conoscenti e le ragazze per le quali comincia a provare curiosità e attrazione.
Di eccezionale rilievo, a questo proposito, l’interpretazione del giovane Lucas Hedges, che riveste perfettamente i panni dell’adolescente che unisce ai turbamenti e ai mutamenti di umore dell’età le contraddizioni di una condizione dolorosa inaccettabile e davvero incomprensibile.
Di uguale efficacia è la prova d’attore di Casey Affleck, che maschera nel gelo di un comportamento duro e talvolta aggressivo, il proprio disperato e vano bisogno di dimenticare, pur nella coscienza di dovere a Patrick la comprensione e l’attenzione che richiede la sua fragilità, emersa drammaticamente in una scena indimenticabile.
Film, a mio avviso, molto bello, anche se molto discusso, candidato a un certo numero di Oscar, che mi auguro ottenga almeno in parte, a riconoscimento della sua qualità non certo comune.  La sua visione mi pare assolutamente da consigliare.

*Ha avuto, in realtà, come regista, un’attività cinematografica piuttosto ridotta: tre soli film in sedici anni, di cui qualcuno potrebbe ricordare il primo: Conta su di me (2000). Più noto come co-sceneggiatore di due film di successo: Terapia e pallottole (1999) e  Gangs of New York di  Martin Scorsese (2002). Assai conosciuto, invece, come scrittore teatrale.

Un re allo sbando


schermata-2017-02-13-alle-15-16-49recensione del film:
UN RE ALLO SBANDO

Titolo originale:
King of the Belgians

Regia:
Peter Brosens, Jessica Woodworth

Ptincipali interpreti:
Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen – 94 min. – Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria 2016.

Una tempesta elettromagnetica di proporzioni inusitate e del tutto imprevedibile aveva scombinato i piani per il rientro in Belgio dalla Turchia (dove si trovava in missione diplomatica) del re Nicolas III (Peter Van den Begin), anche se l’emergenza gli imponeva di tornare al più presto. Era accaduto, infatti, che, mentre egli stava svolgendo il proprio compito, il Belgio si fosse diviso: i Valloni non avevano più voluto condividere le proprie sorti con i Fiamminghi e avevano proclamato la propria indipendenza. Purtroppo, le onde elettromagnetiche impazzite non permettevano né i voli aerei, né le telefonate internazionali, né la navigazione satellitare con cui si muoveva l’attrezzatissima limousine del re e del suo seguito. Un bel guaio, per quel re spilungone e incolore, grigio nell’abito e nel comportamento, così poco popolare da aver indotto la regina, a lanciare una campagna mediatica che lo riavvicinasse ai sudditi, cogliendo proprio l’occasione di quel viaggio in Turchia. Gli era stato messo al seguito, a questo scopo, un giornalista inglese con passato da cineasta (Pieter van der Houwen), tale Duncan Lloyd, col compito di ridisegnarne l’immagine sbiadita, rendendola più accettabile e più umana. Nicolas III, però, non avrebbe potuto concludere la sua missione, non rappresentando più il Belgio, ormai inesistente, e neppure avrebbe potuto continuare nel suo viaggio. Da questo momento ha inizio il racconto delle peripezie del re e del suo seguito per rientrare in patria, sotto la guida di Duncan Loyd che conosceva la realtà dell’Europa dell’Est, avendone seguito le vicende dalla caduta del muro di Berlino.


Il film è quindi uno strano Road Movie, che in seguito diventerà un Boat Movie per il perdersi nel nulla di molte strade in seguito alle guerre balcaniche: erano diventati introvabili persino i mezzi di fortuna (trattori, furgoni, tagliaerba) che il gruppo del re aveva usato, tappa per tappa, perciò la barca era diventata il necessario mezzo per raggiungere l’Italia e finalmente Bruxelles (onde elettromagnetiche permettendo).

Seguire le peripezie del gruppo significa ripercorrere l’anomala odissea di dignitari e sovrano alla ricerca di un modo per riannodare i rapporti interrotti dall’impazzimento generale, che, come le strade balcaniche, non stava portando da nessuna parte, ma che per un certo tempo aveva permesso a ciascuno, in primo luogo al re, di non vergognarsi della propria umana fragilità, ma di riconoscerla, ritrovando se stesso e le ragioni della propria esistenza, liberandosi dei formalismi insopportabili di riti monarchici vetusti e improponibili. Si trattava per lui, allora, probabilmente di ricuperare in modo credibile l’“etica della responsabilità”, di weberiana memoria: al raggiungimento di questo scopo Nicolas, sempre più metafora del potere nello stato moderno, fondato sull’ascolto, sulla condivisione dei problemi, e sul consenso non solo mediatico, si sarebbe dedicato, finalmente, con piena convinzione.
Il film, molto applaudito al festival veneziano in cui era stato presentato nella sezione Orizzonti, procede in modo alquanto sgangherato e, al di là di ogni altra plausibile lettura, oscilla fra registri narrativi abbastanza incerti, ciò che appesantisce spesso il racconto, che pure è interessante e intelligente, e che spesso, a tratti, è spiritoso e divertente.
Da vedere, se la distribuzione lo permetterà.

P.S. Comunico ai miei lettori, con vanitoso piacere, che questa recensione è stata collocata tra le 150 External Reviews a questo film di Internet Movie Data Base.

 

Billy Lynn-Un giorno da eroe


schermata-2017-02-06-alle-23-30-23recensione del film:
BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE

Titolo originale:
Billy Lynn’s Long Halftime Walk

Regia: Ang Lee

Principali interpreti:
Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Makenzie Leigh, Vin Diesel, Steve Martin, Deirdre Lovejoy, Ben Platt, Tim Blake Nelson, Beau Knapp
– 113 min. – USA, Gran Bretagna, Cina 2016.

Questo film è stato girato in HFR (120 frame al secondo – la normale riprese cinematografica non va oltre i 24 – 4k di risoluzione e 3D), perciò il film che vediamo è diverso da quello pensato da Ang Lee, che si può vedere in pochissime sale al mondo. È un bel film ugualmente, ma ne è stato ugualmente penalizzato visto che è passato come una meteora e subito ritirato dalle nostre sale. Peccato!

Non aveva potuto scegliere Billy, un ragazzo texano, quando per sfuggire a una condanna, si era arruolato come volontario nella fanteria americana, dopo di che, debitamente addestrato, era stato spedito in Iraq. Lì, aveva potuto misurare quanto grande fosse lo scarto fra una guerra vera e l’immagine che se ne fa chi non avendola mai vista, si accontenta della sua rappresentazione mediatica, mettendosi in pace la coscienza e vivendo senza rimorsi in questo nostro mondo occidentale, seducente e feroce. Billy, invece, aveva presto capito come fosse inutile illudersi che esistesse una guerra intelligente e pulita, in cui non ci si “sporca”, poiché si utilizza una tecnologia infallibile, chirurgica nella sua precisione distruttiva: la prudenza, le “coperture” a colpi di mitra e bombe a mano non erano state sufficienti a salvare la vita di uno dei suoi compagni di plotone, la Bravo Squad, né erano bastate a proteggere lui, attaccato alle spalle e prossimo a morire, tanto che aveva dovuto risolvere a coltellate il corpo a corpo. Ancora una volta non aveva potuto scegliere, poiché la guerra è una terribile trappola per chi la subisce ma anche per chi la combatte e non si rallegra della morte di un amico, né di quella di un nemico, di cui ha visto lo sguardo dapprima feroce, poi impaurito e angosciato. Era stato brutto vivere quei momenti, brutto comprendere che dietro l’ineluttabilità stavano opzioni politiche per lo meno discutibili, quasi certamente dissennate. Un cellulare rimasto acceso aveva immortalato quell’episodio, immediatamente diffuso e diventato “virale”, cosicché un fatto dolorosissimo che Billy avrebbe tenuto per sé, era stato utilizzato dai militari come elemento di propaganda. Tutta la Bravo Squad era stata premiata con una licenza premio di quindici giorni, che prevedeva il ritorno in patria, alcune tappe televisive (sponsorizzate) per interviste e dichiarazioni, e il finale glorioso, nel Giorno del Ringraziamento, per assistere a un importante finale di partita, nonché esaminare (e infine rifiutare) la proposta di girare un film sull’argomento. Billy, che aveva voluto rivedere la propria famiglia per l’occasione, aveva soprattutto compreso che tanta attenzione nei loro confronti era legata al mondo del denaro e degli affari, che non aveva alcun rispetto per le persone vere, impegnate, con le loro angosce e con le loro contraddizioni laceranti, in una guerra orribile, cosicché il mondo dello Show Business aveva prodotto ulteriore disincanto nel cuore di tutti, e in modo particolare nel suo, così giovane, così tenero e ingenuo.

Se vi capiterà di vederlo, non perdete questo film: vedrete  anche due bravissimi attori (Joe Alwyn e Kristen Stewart) nel ruolo rispettivo di Billy e della sorella Kathryn Lynn.

 

 

La La Land


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recensione del film:
LA LA LAND

Regia:
Damien Chazelle

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko
– 126 min. – USA 2016.

Come il precedente Whiplash del giovane regista Damien Chazelle, anche questo è un film musicale, in modo diverso, ma neppure troppo. In entrambi, infatti, il tema di fondo è quello del lavoro duro necessario per ottenere quel successo che i protagonisti si propongono. In questo film, però, non si vedono né sangue né croste sulle dita del musicista (la batteria era infatti lo strumento di Andrew Neyman, il protagonista del film precedente), e neppure la compiaciuta severità di un maestro che, oltre a insegnare la musica, vorrebbe insegnare a vivere: ci pensa la vita stessa a spiegare come vanno le cose in quell’universo molto particolare che ruota intorno allo star system hollywoodiano e a dirci che, se il sangue del cuore è invisibile, il dolore è ugualmente acuto e forse più profondo.
Il film si apre sull’ingorgo che viene a crearsi attorno a un’uscita autostradale nei pressi di Los Angeles, quando, nel momento del massimo caos, serpeggia fra gli automobilisti molto nervosismo e la voglia di farsi largo a colpi di clacson. All’improvviso, però, con un bel colpo di scena, prevale in tutti la voglia di abbandonare l’auto e di mettersi a danzare e a cantare sul ritmo della musica di un’autoradio, ciò che dà il via a un lungo piano-sequenza che, evocando il cinema musicale dei tempi d’oro di Hollywood, ci trasporta nel clima del film, ovvero nella storia dell’amore impossibile fra i due protagonisti, Sebastian e Mia (rispettivamente Ryan Gosling ed Emma Stone). Entrambi vorrebbero realizzare il loro sogno nel cassetto, facendolo coincidere col lavoro: Mia, che è cassiera in un locale dedicato alla preparazione di breakfast per i divi di Hollywood, vorrebbe fare l’attrice e intanto, su suggerimento di lui, scrive monologhi teatrali; Seb, che è un bravissimo pianista e un appassionato purista della musica jazz, vorrebbe aprire un locale suo e intanto lavora in un piano-bar, cercando, surrettiziamente e senza successo, di far apprezzare il jazz che ama, evitando di contaminarlo con le musiche commerciali delle band che si esibiscono nei locali e nelle discoteche. I due giovani si avvicinano dapprima scambiandosi le confidenze sui reciproci progetti, poi si scoprono innamorati e cercano di includere nei loro sogni anche il futuro che vorrebbero condividere.

Il film si svolge attraverso una serie di avvii musicali che trovano il loro spazio nei cinque momenti della storia, che Chazelle fa coincidere con le stagioni dell’anno  in cui si incontrano e si amano Seb e Mia, da un inverno all’altro, a cui aggiunge ancora l’inverno di qualche anno dopo, quando i due ormai avevano portato a compimento con successo personale i rispettivi progetti, dai quali, però, era rimasto fuori l’amore, poiché, senza che nessuno dei due lo volesse, il destino li aveva portati a percorrere strade separate. La narrazione  è molto esile e si distingue anche per un’elevata frammentarietà: impostata una svolta narrativa, infatti, il regista non la sviluppa, come se fosse incalzato dall’urgenza di impostarne un’altra e un’altra ancora, lasciando in noi un’impressione di leggerezza talvolta eccessiva, ma non sempre sgradevole, che forse significa che gli sta a cuore non tanto la vicenda, quanto l’esigenza di rendere omaggio, attraverso rimandi e citazioni quanto mai numerosi, al vecchio musical hollywoodiano, che non si produce più ma che si può rinnovare nelle forme, così da renderlo accettabile ai giovani, anche a costo di deludere un po’ i padri e i nonni, che con le vecchie musiche e le vecchie pellicole erano cresciuti e avevano formato il proprio gusto cinematografico. È un film sopravvalutato? Probabilmente sì, ma è sicuramente un film da vedere, sia perchè ha un impatto visivo di grande rilevanza, grazie all’uso sapiente del colore sempre molto saturo, sia anche perché è capace di creare effetti suggestivi, grazie alle belle musiche orecchiabili, alle atmosfere romanticheggianti, e alla bravura davvero eccelsa dei due interpreti principali. Forse non è il capolavoro che si dice, ma è un film assai interessante, almeno secondo me.

 

Allied-Un’ombra nascosta


schermata-2017-01-25-alle-13-28-56recensione del film:
ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA

Titolo originale:
Allied

Regia:
Robert Zemeckis

Principali interpreti:
Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Lizzy Caplan, Daniel Betts,
Matthew Goode, Angelique Joan, Jason Matthewson, Iain Batchelor, Peter Meyer, Raphael Acloque, Sally Messham, Raphael Desprez – 147 min. – USA 2016.

Siamo a Casablanca, nei primi anni ’40, dopo che i tedeschi avevano occupato militarmente il Marocco, colonia francese alle dirette dipendenze del governo collaborazionista di Vichy.
Il “quebecquois” Max (Brad Pitt) era stato paracadutato (letteralmente) dal controspionaggio inglese nel deserto del Marocco per prendere contatti operativi con la spia della Resistenza francese Marianne (Marion Cotillard), infiltrata fra gli occupanti nazisti per fornire informazioni sui loro movimenti. I due avrebbero dovuto fingersi marito e moglie, coll’obiettivo di permettere a Max di compiere una rischiosissima missione, che solo l’apporto di lei aveva reso possibile.
Ormai “bruciato”, dopo l’azione che aveva concluso con successo, Max era stato trasferito a Londra: nessuno, ovviamente, si era preoccupato dell’amore passionale che quasi subito era nato fra lui e Marianne, largamente prevedibile, per altro, visto che entrambi erano giovani, solidali negli ideali politici, e costretti a convivere.  La richiesta di sposarla, col conseguente avvio di scrupolose indagini sulla vita di lei che avevano allontanato ogni dubbio sulla sua correttezza, ne aveva permesso la partenza per Londra (dove, successivamente si sarebbe celebrato il matrimonio). Era passato parecchio tempo dai giorni di Casablanca: Marianne era incinta e al suo arrivo, ancora dentro all’aeroporto e sotto il primo bombardamento tedesco, avrebbe fatto nascere la loro bambina. Un’abitazione defilata in campagna li attendeva: lì lei avrebbe fatto la madre, mentre lui avrebbe continuato a servire la causa della libertà con le sue missioni pericolose.
La Germania nazista, intanto, stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa continentale e la stessa Gran Bretagna: alcune delle sue città erano distrutte dai bombardamenti, mentre alla popolazione, colta all’improvviso dall’immane tragedia, erano richieste lacrime e sangue, senza eccezioni, per affrontare il pericolo mortale che incombeva, cosicché la storia privata dell’amore felice di Max e Marianne era costretta a misurarsi con gli eventi  che stavano sconvolgendo la vita di ciascuno. I servizi segreti, infatti, avevano deciso di indagare più a fondo su di lei, sui suoi documenti, sul suo passato, poiché era sembrato che non tutto fosse stato chiarito ed era sorto il dubbio che  fosse in realtà una spia dei nazisti…
Questo è, a grandi linee, ciò che è narrato nella prima parte del film ed è anche ciò che ritengo si possa dire ai lettori evitando ulteriori spoiler, affinché la storia non perda parte del suo interesse.

Il regista, Robert Zemeckis, conduce l’intera vicenda con una certa abilità, dirigendo uno staff di prim’ordine, affiancato da un bravissimo regista (quello di Locke) come Steven Knight, qui con funzioni di sceneggiatore, oltre che da Marion Cotillard e da Brad Pitt, mostri sacri della recitazione (per la verità la recitazione di Brad Pitt mi è parsa poco espressiva). Il film, però, come spy-story non è davvero il meglio che ci si possa attendere: manca di mistero e di tensione. Se proprio occorre una definizione, lo definirei un mélo con frequenti scivolate verso il feuilleton, soprattutto nella seconda parte. Non è tuttavia un film privo di interesse se lo si considera una specie di repertorio citazionista mirato soprattutto alla ricostruzione degli stilemi che nel corso degli anni ’40 a Hollywood avevano dato l’impronta inconfondibile ad alcuni film di Hitchcock, nonché ai film d’amore e di guerra, primo fra tutti Casablanca, il capolavoro di Michael Curtiz. Casablanca è onnipresente nel film, nella prima parte (gli esterni della città, il mercato con i suoi venditori, i cammelli, l’uccisione dell’ufficiale nella cabina telefonica, gli abiti eleganti e d’epoca degli uomini e delle donne col loro trucco pesante), ma anche, checché se ne dica, nella seconda parte in cui, proprio alla fine, compare il pianoforte, decisivo per scoprire la verità, accompagnato dall’invito, più volte reiterato, a suonarlo (“play it, Sam” chi può dimenticarlo?).
Il confronto fra film così lontani non è possibile e, forse, anche ingiusto; sicuramente, per Zemekis, diventerebbe impietoso, perché assai poco questo suo film è dotato di fascino e di vera capacità di coinvolgerci: ricostruisce ambienti e atmosfere, ma è, almeno secondo me, finto, quasi kitsch.

Si può vedere, anche solo per curiosità, ma rivedere Casablanca, subito dopo, è un imperativo categorico, poiché
“We’ll always have… Casablanca” (per fortuna!) Perdonate la voluta imperfezione della mia citazione!