Le sorelle Macaluso

recensione del film:
LE SORELLE MACALUSO

Regia:
Emma Dante

Principali interpreti:
Alissa Maria Orlando, Laura Giordani, Rosalba Bologna, Susanna Piraino, Serena Barone, Maria Rosaria Alati, Anita Pomario, Donatella Finocchiaro, Ileana Rigano, Eleonora De Luca, Simona Malato, Viola Pusateri – 94 min. – Italia 2020.

Emma Dante torna al cinema adattando allo schermo una sua pièce teatrale, molto apprezzata, che porta lo stesso titolo, ovvero Le sorelle Macaluso: lo fa – affiancata nella sceneggiatura da Elena Stancanelli e Giorgio Vasta – non solo modificandone il copione, e riducendo il numero delle sorelle protagoniste (che da sette diventano cinque) ma, soprattutto, visivamente, mettendo al centro del suo film una palazzina periferica di Palermo e il mare di Mondello, la spiaggia palermitana che, con uno squarcio ottenuto a colpi di bastone nel muro dello scantinato, diventa visibile fin dall’inizio del film.

Il varco è qui?

Il film comincia proprio con questa sequenza, straordinaria sul piano simbolico e cinematografico: il varco, faticosamente aperto, permette alla luce di penetrare quel tanto che serve alla visione di quel mare, lontano nello spazio, e lontano nel tempo, poiché il raggio dorato di sole, che offre allo sguardo qualcosa di simile a un’antica e ingiallita immagine fotografica, ci immette, quasi senza che ne prendiamo coscienza, in pieno film. Emma Dante procederà  gradualmente nel racconto, iniziando proprio con l’evocazione di  questa voglia di mare e di spiaggia, struggente momento di riflessione sul passato che non può tornare se non attraverso l’affiorare dei ricordi quando, molti anni dopo, la memoria si fa più debole e le sorelle che ancora ne conservano le tracce stanno per abbandonare per sempre questo mondo.

Nella palazzina palermitana delle giovani Macaluso (Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella), il piano alto ospita la colombaia, dimora dei colombi che vengono affittati su richiesta (non mancavano, nella Sicilia di allora gli eventi per i quali erano utilizzati: processioni, matrimoni, feste patronali…) e che sono addestrati per volare dopo il colpo di starter e tornare alla casa.
Allevarli è il lavoro delle sorelle che di quello campano, anche se ciascuna di loro coltiva in segreto un grande sogno, come tante altre ragazze giovani: Maria si allena per diventare ballerina; Pinuccia vorrebbe sposare l’uomo che ama, Lia si esercita per scrivere come una grande scrittrice, mentre Katia sembra la più adatta a occuparsi della casa. Antonella, che è la piccolina della famiglia, per ora guarda e ammira la più bella, Pinuccia, quando si  trucca e (talvolta) le passa un po’ dl rossetto sulle labbra.

Ὅν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνήσκει νέος
Muor giovane colui ch’al cielo è caro.
(Leopardi da Menandro)

Un drammatico fatto, tuttavia, interrompe l’atmosfera festosa della casa e i sogni a lungo vagheggiati delle fanciulle: diventare adulte, per quattro di loro, significa fare i conti con una realtà pesantissima, del tutto imprevedibile: in un giorno pieno di sole, Antonella è inghiottita da quel mare affollato di bagnanti verso il quale, con le sorelle, si era avviata con la gioia nel cuore e nel corpo (solo alla fine del film conosceremo i particolari di quella morte che nulla avrebbe lasciato presagire). Fu un’entrata traumatica nell’età adulta per le quattro sorelle, tanto inevitabilmente, quanto ingiustamente devastate dai sensi di colpa, dai rimorsi che i rinfacci reciproci, seguiti da liti furibonde, aggravavano inutilmente, cosicché l’armoniosa e vivace convivenza di un tempo era diventata un rancore acido e rabbioso che aveva travolto le esistenze di Maria, ora ammalata gravemente, di Lia e di Pinuccia, la ex bella, che nel corpo e nella mente portava i segni di una follia così devastante da renderla irriconoscibile.  I tentativi di Katia (che non abitava con loro) di ricomporre i dissidi più gravi, non avevano sortito alcun effetto. A lei sarebbe rimasto l’ingrato compito di riordinare quel che rimaneva della casa, progressivamebte svuotata degli oggetti di valore, e dei piccioni, che col loro volo avrebbero accompagnato l’ultima delle bare calata dalla finestra.

Il racconto è infarcito di citazioni letterarie, cinematografiche, e musicali, così numerose da aver provocato le accigliate proteste di molta parte della critica, che ha parlato anche troppo di eccessi barocchi ingiustificati, tenendo poco conto che la stessa cultura letteraria siciliana da Cielo D’Alcamo a Verga ha offerto alla regista più di uno spunto creativo.

A me, che non sono un critico, ma semplicemente una persona che ama il cinema, il film è sembrato nel suo complesso, una meditazione sul desiderio, espresso incontenibilmente dai corpi delle protagoniste da giovani, e sempre presente, anche nelle età successive, ciò che è all’origine del profondo disincanto nei confronti delle illusioni, e della impossibilità anche fisica di farle in qualche modo rivivere.

Aggoiungo che molto di questo film mi ha ricordato alcune opere di Bergman, soprattutto Sussurri e grida, in cui il tema delle sorelle  e dell’odio rabbioso che le separa di fronte al dolore e alla malattia, si accompagna alla meditazione sulla casualità che governa imperscrutabilmente i nostri destini (è comune ai due film il tema metaforico della nostra vita nelle mani del burattinaio-puparo invisibile che muove i nostri passi, nel silenzio di dio).

Ai lettori

UN’IMPORTANTE RICORRENZA

Care lettrici, cari lettori

Il Covid, il Referendum, le Elezioni, i Pargoli che tornano a scuola: non si parla d’altro.

I “Mezzi di Distrazione di Massa” sembrano aver messo la sordina sul

                      20 SETTEMBRE 2020

                                ovvero sui

       150 ANNI  DALLA CONQUISTA DI ROMA

         

Mi segnala l’amico blogger Claudio Capriolo che questa sera, alle 21,10, Rai Storia ha in programma il documentario

20.09.1870 La battaglia per Roma

cui seguirà una trasmissione dedicata a Filoteo Alberini, regista del cinema muto, autore di

La presa di Roma,

cortometraggio che venne proiettato il 20 settembre 1905 sui bastioni di Porta Pia, di fronte a migliaia di persone, per celebrare il 35° anniversario della conquista della città, ormai capitale d’Italia.

È uno dei primissimi film italiani: ne rimangono, dopo il restauro del 2005, circa 4 minuti (75 metri circa di pellicola): credo che in originale presentasse alcuni quadri in più.

Se lo volete vedere potete trovarlo su YouTube:

Buone Visioni

 

Una intima convinzione

recensione del film:
UNA INTIMA CONVINZIONE

Titolo originale:
Une Intime Conviction

Regia:
Antoine Raimbault

Principali interpreti:
Marina Foïs, Olivier Gourmet, Laurent Lucas, Philippe Uchan, Jean Benguigui – 110 min. – Francia 2019.

Una intima convinzione – che racconta un fatto di cronaca relativamente recente il cui clamore mediatico aveva diviso l’opinione pubblica francese –  pur presentando alcune caratteristiche del Legal Drama, manifesta una certa coinvolgente originalità, perché, rispetto alle convenzioni di genere, si svolge per lo più fuori dalle aule del tribunale,  per seguire soprattutto la storia personale di Nora (Marina Foïs), donna semplice, cuoca in un ristorante popolare, madre di famiglia, convinta da sempre dell’assoluta innocenza di un uomo, rispetto alle gravi accuse che gli venivano rivolte.

Questo film, infatti, ricostruisce la brutta storia che in Francia aveva gettato ombre e sospetti su Jacques Viguier (Laurent Lucas), tranquillo marito tradito di una donna scomparsa misteriosamente dalla propria abitazione, che aveva dovuto difendersi nelle aule del tribunale dall’accusa di uxoricidio e di occultamento di cadavere.

Ne era uscito assolto, in mancanza di prove e anche di cadavere, ma, in seguito a un feroce battage mediatico orchestrato da Olivier Durandier  (Philippe Uchan), amante della donna, un giudice aveva deciso, dopo dieci anni, di riaprire il processo  per chiederne la condanna. I suoi figli, schierati con lui, avevano cercato di salvare, insieme al padre, quel poco che rimaneva della famiglia e si erano rivolti invano agli avvocati più noti perché ne assumessero la difesa: nessuno, purtroppo, voleva pregiudicare la propria carriera per una causa ritenuta, universalmente, persa in partenza.

Nora che aveva seguito, come giudice popolare, le udienze del primo processo, aveva maturato la convinzione dell’innocenza di Viguier e aveva indotto l’avvocato riluttante Dupond-Moretti, (Olivier Gourmet), certamente il miglior difensore sulla piazza, ad assumerne la difesa. 
Furono infatti le insistenze quasi ossessive di lei a convincerlo: la donna, anteponendo alla propria tranquillità l’esigenza della solidarietà contro un’iniziativa giudiziaria persecutoria, aveva sacrificatoi il proprio tempo libero, gli impegni familiari e qualche amicizia per aiutare, contro ogni ragionevole speranza, Viguier e i suoi figli, Fu ripagata dall’assoluzione, questa volta definitiva, dell’imputato, contro il quale nessuna prova era stata trovata.

Antoine Raimbault, giovane regista di questo lungometraggio (il suo primo), catturato come molti altri francesi, dal fascino di una storia piena di mistero, aveva seguito dapprima in tribunale, poi attraverso la documentazione, gli sviluppi del processo e aveva deciso di farne un film, mettendo in luce sia gli aspetti umani della vicenda che avrebbe potuto annullare per sempre la vita di un innocente, sia le contraddizioni della “giustizia”, nella quale si riflettono le convinzioni e i comportamenti – non sempre limpidamente decifrabili – di chi ha il difficile e delicato compito di amministrarla nell’interesse generale.

Il dubbio, in casi così complessi, deve costituire perciò la guida morale di ogni giudice,  indipendentemente dalle proprie convinzioni private, per evitare le pericolose e suggestive derive populistiche a cui sembrano indirizzati, invece, senza alcun pudore, i mezzi dell’informazione (o manipolazione?) di massa, facilmente trasformabili in strumenti di facile consenso politico giustizialista.

Ottimo il cast degli attori fra i quali primeggia Olivier Gourmet, vero mattatore del film degnamente affiancato da Marina Foïs.

Ema

recensione del film:
EMA

regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Paola Giannini, Cristián Suárez – 102 min. – Cile 2019. –

 

 

È uscito nelle nostre sale, ed è ben distribuito, l’attesissimo ultimo film di Pablo Larrain, Ema, che, nel 2019 a Venezia, era stato accolto con molte polemiche, dividendo la critica (non solo in Italia) e anche il pubblico: due tifoserie poco utili per comprendere il messaggio del film che neppure le dichiarazioni dello stesso  regista hanno chiarito, tanto che infine ci si chiede se sia necessario che il film contenga davvero un messaggio.

Sullo sfondo della moderna Valparaiso, la più turistica delle città cilene, si svolge la vicenda che ha come protagonista Ema (Marianna Di Girolamo), giovane ballerina che ha sposato il coreografo Gaston (Gael García Bernal), di vent’anni più vecchio. Matrimonio d’amore, parrebbe, ma senza figli, fonte perciò di gravi sofferenze per lei, che dopo aver tentato invano la via della fecondazione assistita, aveva deciso, d’accordo con lui, l’adozione di un bambino. Nella loro vita, dunque, era entrato Polo, dieci anni, probabilmente malvissuti, riottoso a ogni forma di educazione che tentasse di frenarne l’incoercibile piromania.

Come talvolta capita nella vita, alle loro ottime intenzioni di accogliere amorosamente un bambino in difficoltà, con i genitori in galera, la realtà si rivelava in tutta la sua durezza: il  piccolo e sadico Polo, come Cecco Angiolieri avrebbe arso il mondo, ma non potendo farlo si era accontentato di ardere la zia, bruciandole il volto e compromettendone la vista.  L’evidenza dell’ inadeguatezza di entrambi a far fronte a una situazione vieppiù …incandescente aveva indotto Ema a riportare indietro il bambino, ovvero a ricacciarlo in quel brefotrofio da cui l’aveva fatto uscire. Gesto crudele, fonte di recriminazioni e sensi di colpa che rapidamente avrebbero dissolto il matrimonio e indotto lei a esplorare il mondo, finalmente libera dalle gabbie che avevano fin allora imprigionato la sua intelligenza e la sua energia vitale.

Per Ema si era trattato di immergersi nella realtà nascosta di Valparaiso, nelle sue strade, nelle suggestioni trasgressive del reggaeton, la danza che avrebbe acceso il fuoco dei suoi istinti più profondi, rifutando le briglie ricattatorie dell’amore matrimoniale, ma non la sessualità né la maternità, né la famiglia, purché aperta al resto della società, così promiscua e allargata da rendere impossibile il possesso dei figli e la genitorialità tradizionale.

La proposta “sovversiva” del film si accompagna a immagini simboliche, questa volta completamente digitali, in cui si alternano le danze orecchiabili del reggaeton, le scene di sesso e di droga rese, nell’intenzione di Larrain, più suggestive e coinvolgenti grazie ai colori  “lisergici” che ammiccano al giovanilismo di chi in un globale incendio palingenetico, vedrebbe il modo per far emergere “nuovi” valori, dei quali Ema si fa portavoce, con la sua  disturbante e fascinosa femminilità istintuale e creativa, utili a liberare tutti, al di là degli orientamenti sessuali, dalle catene del conformismo sociale che le leggi perpetuano…

La proposta di Ema risulta più o meno convincente a seconda dei punti di vista di ciascuno di noi (personalmente mi convince poco poiché la ritengo viziata da un insopportabile rivendicazionismo post-femminista-populista-metoo), ed è comunque espressa con coerenza visionaria da un Larrain un po’ diverso dal solito, talvolta un po’ irritante per eccesso di enfasi incendiaria.

 

Le Amiche

recensione del film
LE AMICHE

Regia:
Michelangelo Antonioni

Principali interpreti:
Gabriele Ferzetti, Yvonne Furneaux, Ettore Manni, Valentina Cortese, Eleonora Rossi Drago, Franco Fabrizi, Alessandro Fersen, Franco Giacobini, Madeleine Fischer, Anna Maria Pancani, Luciano Volpato, Maria Gambarelli, Marcella Ferri – 106 min. – Italia 1955.

Questa recensione vuole ricordare Pavese a 70 anni dal suicidio  attraverso un film che è anche l’omaggio di un grande regista allo scrittore molto amato.

Dal bel romanzo breve di Cesare Pavese Tra donne sole, che raggruppato con gli altri due brevi* sotto il titolo La bella estate, ottenne nel 1950 il Premio Strega, Antonioni trasse il soggetto di questo bellissimo film, che sceneggiò con Suso Cecchi d’Amico e Alba De Cespedes, per presentarlo, infine, alla  Mostra Internazionale  d’Arte Cinematografica di Venezia nel settembre 1955, dove fu premiato col Leone d’argento.

Torino, in cui sono ancora visibili le distruzioni della guerra, è lo scenario del film; le riprese en plein air – secondo la tecnica che veniva al regista ferrarese dall’esperienza di documentarista, oltre che da quella del suo primo film – si alternano ai piani sequenza molto numerosi degli interni: degli alberghi, dei ristoranti, delle gallerie d’arte e delle case private, nonché dei nobili palazzi del centro, ricuperati come sedi di rappresentanza dell’alta moda romana.

In questo ambito, con scopi e funzioni diverse, si muovono le “donne sole” del film e del romanzo: Clelia (Eleonora Rossi Drago), Momina (Yvonne Furneaux), Nene (Valentina Cortese) e Rosetta (Madeleine Fischer).

Clelia era appena arrivata a Torino in rappresentanza di una sartoria della capitale con l’incarico di controllare che procedessero speditamente i lavori per l’apertura della filiale staccata della maison.
La drammatica e casuale circostanza del tentato suicidio di Rosetta, nella stanza d’albergo adiacente alla sua, le aveva fatto incontrare il gruppo delle amiche nel quale presto si era inserita anche lei, per cortesia, dapprima, quindi per compassione nei confronti di  Rosetta, infine perché quelle donne erano nel giro delle amicizie di Cesare (Franco Fabrizi), l’architetto   che, insieme al suo tecnico Carlo (Ettore Manni), stava dirigendo il lavoro per la nuova sede della sartoria

Nel mondo non ancora globalizzato di allora, Torino era simile a un piccolo club, nel quale la borghesia si incontrava, condividendo interessi culturali, aspirazioni, divertimenti e anche amori, non sempre tenuti a bada dai legami matrimoniali. Le donne sole erano molto diverse fra loro: Momina ostentava il proprio cinico disincanto: separata dal marito, che continuava a mantenerla nel lusso, non nascondeva che le piacesse Cesare;  Nene, gallerista della Bussola, in Via Po, era un’apprezzata ceramista, che tendeva a minimizzare la propria creatività nel timore di oscurare le mediocri opere di Lorenzo (Gabriele Ferzetti),  il pittore che l’aveva sposata, che la invidiava e che con superficiale leggerezza aveva corteggiato Rosetta, ben sapendo che di Nene non avrebbe potuto fare a meno.

Clelia in un momento di sincerità, aveva raccontato a Carlo, di cui si era innamorata, di essere nata e cresciuta a Torino in un quartiere povero e degradato, giocando e condividendo le sue giornate di bambina con i monelli delle case di ringhiera, fino alla sua partenza per Roma, dove aveva lavorato fin da giovane avendo sempre a mente l’obiettivo prioritario della propria indipendenza economica, anche a costo di amari sacrifici e dolorose rinunce. Era una donna soddisfatta, ancora capace di tenerezza e solidarietà, ma giammai avrebbe accettato un legame matrimoniale con lui, dopo aver conquistato una ragguardevole posizione sociale che appagava le proprie aspirazioni.

Antonioni osserva, prende nota, registra,  come in Cronaca di un amore, le attese, le sofferenze, le contraddizioni e infine le sconfitte di donne e uomini, privilegiati solo in apparenza, che vanamente cercano risposte di senso nella libertà ritrovata dopo gli anni bui del fascismo e della guerra, in questo film  bellissimo, lontano dal neorealismo della denuncia o della retorica pauperistica, ma non per questo meno emozionante e coinvolgente.

Stupenda la fotografia dalle mille sfumature del bianco e del nero di Gianni Di Venanzo; ottima per qualità e verità l’interpretazione di Gabriele Ferzetti, Madelaine Fischer , Ettore Manni e Valentina Cortese.

 

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* La bella estate -1940; Il diavolo sulle colline -1949.
Trascrivo qui, circa l’inizio di Tra donne sole ,le parole di Cesare Pavese (Il mestiere di vivere, 23 marzo 1949):
Senza parere, cominciato nuovo romanzo: Tra donne sole“. Lavoro pacato, sicuro, che presuppone una solida organatura, un’ispirazione diventata abitudine. (Riprende la Spiaggia, la Tenda, molte poesie su donne). Dovrebbe scoprire novità”.

 

Un lungo viaggio nella notte

recensione del film:
UN LUNGO VIAGGIO NELLA NOTTE

Titolo originale:
Long Day’s Journey Into Night

Regia:
Gan Bi

Principali interpreti:
Wei Tang, Sylvia Chang, Meng Li, Jue Huang, Yongzhong – 110 min. – Cina 2018

 

Gan Bi aveva meno di trent’anni quando presentò a Locarno, nel 2015, il suo primo film, Kaili Blues, che colpì molto favorevolmente la critica*, e che non è stato distribuito in Italia.
Questo è ìl suo secondo film che, come il precedente, si differenzia da quelli dei registi cinesi “politici”, ovvero dei più noti Jia ZhangkeBai Ri Yan Huo, per le importanti novità nel contenuto e nella forma che gli conferiscono un’insolita e potente suggestione.  Le immagini, ricchissime di colore, di luci smorzate e di ombre, celano un accurato studio degli effetti tridimensionali, nonché una sofisticata tecnologia, largamente utilizzata nella seconda parte della pellicola, nella quale  piccoli droni accompagnano gli spostamenti verticali della macchina durante un interminabile piano – sequenza, uno dei più lunghi mai visti al cinema.
Non è davvero poco, per un film che non è fantascientifico e non punta sugli effetti speciali.

Il film, infatti, è una recherche, dal sapore non  proustiano: è un’indagine nel mondo della memoria strettamente correlato alla dimensione onirica della percezione, nella quale quale i ricordi si confondono e passato e presente non si distinguono.
ll protagonista, Luo Hongwu (Jue Huang), che vorrebbe vederci chiaro, soprattutto per capire chi è e ritrovare una donna molto amata, è costretto  a confrontarsi con la dimensione storica del proprio passato dal sogno che lo riporta a a Kaili, non solo luogo della sua nascita, ma città antichissima che ha conservato le tracce di una civiltà remota, che non ha ancora del tutto perduto memoria di sé. Il suo ritorno, illuminato debolmente dalla luce delle candele, non gli offre alcuna chance di raggiungere lo scopo, poiché ogni possibilità di uscita, razionalmente governabile, da quel luogo, che solo parzialmente egli riconosce, è frustrata dalla sua stessa natura labirintica, dagli orologi senza lancette che non indicano il tempo, dagli specchi che non sempre rimandano immagini note, prolungando, forse senza fine, il buio della conoscenza.

Il ricupero del passato, ritenuto decisivo da Luo Hongwu è dunque un “viaggio”senza conclusione possibile, un obbligato “eterno ritorno” senza vie d’uscita nella dimensione senza tempo nella quale si confondono amori, affetti familiari, violenze e rivalità, verità e menzogne, dimensione onirica che non offre conoscenze realisticamente utilizzabili.

 

 

Il film ha caratteristiche di innegabile suggestione e diventa un’esperienza immersiva anche se, nella versione  delle sale italiane, non è dato l’uso del 3D, ciò che, a quanto pare, è avvenuto in altra parte del mondo e che comunque è parzialmente avvertibile grazie alla potenza suggestiva delle cupe e claustrofobiche immagini che scorrono davanti ai nostri occhi nel lunghissimo piano-sequenza che (non) conclude il film.

 

 

Lettera a tre mogli

recensione del film:
LETTERA A TRE MOGLI

Titolo originale:
A Letter to Three Wives

Regia:
Joseph L. Mankiewicz

Principali interpreti:
Linda Darnell, Ann Sothern, Jeanne Crain, Jeffrey Lynn, Paul Douglas, Connie Gilchrist, Thelma Ritter, Kirk Douglas, Florence Bates – 103 min. – USA 1949. 

Nel nostro millennio Lettera a tre mogli (1949) ha ispirato una seguitissima serie televisiva dedicata alle casalinghe americane che vivono lontane dai centri urbani (Desperate Housewives, 2004), ciò che ne ha riproposto l’interesse, il restauro e la presentazione in alcune sale anche in Italia nel 2017. Ne è seguito il DVD, ancora reperibile che contiene la versione originale sottotitolata, che ha, fra gli altri meriti, anche quello di farci sapere che i nomi e i cognomi dei protagonisti erano stati curiosamente cambiati nella versione italiana. A questi ultimi, tuttavia, faccio riferimento nella recensione.

Il film, considerato un’opera minore di Manckiewicz, nel 1950 ottenne due Oscar (miglior regia e migliore sceneggiatura non originale), e, nel decennio successivo, l’ammirazione più volte ribadita di François Truffaut, e scusate se è poco!

La vicenda è raccontata da una voce fuori campo, la misteriosa narratrice che, molto conoscendo dei fatti di cui si parlerà, mette in moto il racconto.  Si chiama Eva Ross: non ne vedremo né il volto né le fattezze,  ma è lei l’amica delle tre mogli alle quali ha indirizzato una lettera crudele per avvisarle che non avrebbe partecipato né al gran ballo della sera (il primo sabato di maggio, unico evento mondano della cittadina), né alla gita fluviale degli orfanelli, per la quale era attesa in mattinata, poiché stava fuggendo lontano con l’uomo della sua vita: il marito di una di loro!

Nella prima fondamentale parte del film Eva Ross ci presenta la cittadina in cui lei come le tre amiche abitavano: piccolo centro uguale a molti altri negli Stati Uniti, collegato alla grande città da un’efficientissima ferrovia, e da una rete stradale in pieno sviluppo. Tutti si conoscono e tutti, o quasi, aspirano a migliorare la propria posizione sociale in un momento che pare favorevole all’American Dream: siamo nel 1949, poco dopo la fine della guerra, quando anche le più ottimistiche previsioni sembravano prossime ad avverarsi.

Eva Ross, alla fine del conflitto, avrebbe dovuto sposare Bill (Jeffrey Lynn), il suo vecchio fidanzato, senonché sotto le armi Bill si era innamorato della bella Barbara (Jeanne Crain), arruolata come ausiliaria, l’aveva sposata ed era rientrato con lei nella grande e prestigiosa magione appena fuori città. Eva conosceva bene anche George (Kirk Douglas), grande amico di Bill, insegnante non ricco, aspirante scrittore, marito di Rita (Ann Sothern) bella e intelligente giornalista che non avrebbe disdegnato di lavorare per la radio, arrotondando le magre entrate della famiglia, ora ingrandita per l’arrivo di due bambini.

Rita e Barbara erano diventate amiche fra loro e anche di Eva che della loro vita matrimoniale era perfettamente informata: sapeva che l’ex ottima soldatessa avvertiva tutto il peso della propria provenienza: era una ragazza di campagna che si riteneva una moglie inadeguata  e goffa e anche un po’ ridicola. Allo stesso modo Eva era al corrente dei dissapori fra Rita e George, delle loro difficoltà economiche e soprattutto sapeva che l’una e l’altra erano un po’ gelose di lei…

Nella piccola città viveva anche la terza destinataria della lettera: Dorothy (la bellissima Linda Darnell), la moglie di Berto (Paul Douglas). Si erano sposati  dopo un lungo corteggiamento durante il quale si erano attentamente studiati, cosicché il loro matrimonio sembrava nato dall’intrecciarsi singolare della razionalità e del desiderio. I due innegabilmente si piacevano, ma i soldi di lui (industriale produttore di frigoriferi) e l’accortezza guardinga di lei (che da lui cercava un lavoro) sembravano essere di ostacolo alla realizzazione dell’amore poiché alla fortissima attrazione reciproca entrambi parevano contrapporre mire non troppo disinteressate: un gioco a carte abbastanza scoperte, tuttavia, e perciò stesso leale, che si era concluso, nonostante la riluttanza di lui, con la consacrazione matrimoniale, grazie alla quale Dorothy era uscita dalla condizione di estrema povertà, senza  permettere a lui di usarla e infine di liberarsene come di un capriccioso e costoso passatempo.
Delle tre mogli Dorothy era la più orgogliosamente sicura di sé e ostentava la massima tranquillità per il ballo della sera: il momento della verità per tutte…

La bellissima commedia, che si conclude con una sorpresa che naturalmente non rivelerò, ci mostra la profondità dei mutamenti di un genere cinematografico che aveva riscosso tradizionalmente grandi successi, sia nella forma della Sophisticated Comedy, sia nelle sue evoluzioni, prima della conclusione della guerra.

Mankiewicz, costruisce, infatti, un’opera del tutto nuova, non soltanto evitando i vecchi stilemi della commedia hollywoodiana, ma soprattutto mettendo in luce gli elementi contraddittori e inquietanti della realtà americana post bellica, il più evidente dei quali è lo scontro fra denaro e cultura, da cui prende origine la riflessione critica sulla crescente invadenza della pubblicità. La presenza di due attori grandi come Kirk Douglas e Ann Sothern, attrice teatrale, conferisce accenti di moderna verità a questo aspetto del film.

Non è la sola novità del film: la questione della subalternità femminile nella famiglia e nella società che preferisce conservare i vecchi ruoli, è onnipresente e riguarda tutte e tre le mogli, per ognuna delle quali al peso per la differenza di genere si aggiungono le preoccupazioni economiche (Rita) oppure la discriminazione sociale (Barbara) o quella di classe (Dorothy), che mettono a rischio la stabilità dei rapporti di coppia.

Qualche parola, infine, per la coppia più interessante del film, resa con sublime e poetica verità da Linda Darnell e Paul Douglas, animati entrambi da una vera passione che nasce dal desiderio, ma costretti a misurarsi con la meschina realtà dell’ipocrisia pettegola, che preferisce ignorare la natura dell’amore, al quale antepone il denaro e il successo mondano.

Film minore? non direi

Se volete vederlo (purtroppo solo nella versione italiana) su YouTube, cliccate QUI: non vi costerà nulla e non ve ne pentirete.

 

 

L’ereditiera

 

recensione del film
L’EREDITIERA

Titolo originale
The Heiress

Regia
William Wyler

Principali interpreti:
Olivia De Havilland, Montgomery Clift, Ralph Richardson, Miriam Hopkins, Vanessa Browndurata – 115 min. – USA 1949.

 

Ci ha lasciati a 104 anni Olivia de Havilland. spegnendosi placidamente nel sonno a Parigi, dove abitava da molto tempo. La nostra memoria non può che andare alla Melania di Via Col Vento; tuttavia a me piace ricordarla  per un altro film, questo piccolo film del 1949 che le fece guadagnare l’Oscar, e non fu il solo della sua lunga carriera. La sua interpretazione del personaggio di Catherine mi pare riflettere anche un po’ la sua personalità: era infatti una donna che dietro l’aspetto mite e delicato, nascondeva un alto senso della propria dignità di cui ha dato l’estrema testimonianza alla bella età di 101 anni, quando, dopo aver ricevuto la prestigiosa onorificenza di Dama dell’Impero Britannico, fece causa a un’emittente televisiva sostenendo di essere stata ritratta in maniera fuorviante nella serie Feud, in cui il suo personaggio era interpretato da Catherine Zeta Jones (Fonte: Wikipedia).

 

Il personaggio della giovane Catherine Sloper, la protagonista di L’ereditiera, non era fra i più facili: si trattava di far vivere le mille contraddizioni della newyorkese figlia del medico Austin Sloper (Ralph Richardson), la protagonista del romanzo Washington Square (di Henry James) che il grande William Wyler intendeva portare sullo schermo con lo sguardo attento, però, alla sua versione teatrale, della quale il film mantiene alcune fondamentali caratteristiche, a cominciare dall’ambientazione, all’interno della lussuosa villa di Washington Square in cui si svolge la maggior parte delle scene.

Catherine era, come le avrebbe detto con brutale sincerità suo padre, una giovane donna senza qualità, o meglio con l’unica qualità di essere così ricca da poter vivere di rendita per tutta la vita. Quanto al resto, sempre a giudizio di quel padre, era una bruttina che stava invecchiando fra ricami e opere di beneficenza, priva di grazia e di gusto, goffa nei modi, perennemente infagottata da abiti sontuosamente grevi, destinata a morire senza aver conosciuto l’amore, se non attraverso qualche romantica fantasticheria, del tutto fuori dalla realtà. Il riferimento paterno era all’infatuazione di Catherine per un giovane ingegnere senza lavoro e senza soldi, arrivato da Chicago, che  sembrava averne scosso il torpore con un assiduo corteggiamento: era il bellissimo  Morris Towsend (Montgomery Clift), uomo raffinato nei modi e dalla conversazione brillante, spregiudicato cacciatore di doti, meglio se di ragazze ingenue come Catherine, ciò che fu subito chiaro chiaro a Austin, disincantato conoscitore degli uomini e ben deciso a impedire che l’infatuazione prevedibile della figlia permettesse al giovanotto la dilapidazione del patrimonio familiare, anche a costo di diseredarla.
Il film racconta la progressiva e dolorosa “educazione” sentimentale di Catherine, ferita nel proprio orgoglio e nella propria autostima da quel padre crudele, che mai avrebbe perdonato, ma fermamente decisa a difendere la propria dignità, avendo fatto dolorosamente chiarezza in se stessa: per tutta la vita, avrebbe portato con sé il proprio Chagrin d’amour, unito alla  consapevolezza della breve durata del Plaisir d’amour, secondo le parole della bella romanza di Jean-Paul Égide Martini  (1785) che Morris aveva eseguito al pianoforte per lei, conquistandone l’ingenua e generosa disponibilità all’amore:

 

Il nostro animo trepida per Catherine, al cui ritratto si dedica con cura il regista, che senza nascondercene gli aspetti involontariamente buffi , ci induce a seguirne la dolorosa crescita con affettuosa e indulgente partecipazione. Non sarebbe davvero facile immaginare una donna, anche meno ingenua, resistere alla corte di un cacciatore di dote “volgare” come il giovane Montgomery Clift!

Alessandro Blasetti al Cinema Ritrovato Luglio 2000

Raccolgo molto volentieri l’invito a ripubblicare questo post, con la testimonianza preziosissima di Mara Blasetti.
Grazie a Teresa Antolin e al suo preziosissimo archivio, che invito caldamente a visitare, per conoscere direttamente la registrazione dell’intervista che non mi riesce di trasferire qui.

sempre in penombra

Intervento di Mara Blasetti al Festival del Cinema Ritrovato XIV Edizione (Bologna 2000), a proposito delle ricerche sui film scomparsi di Alessandro Blasetti, ed in particolare del recente ritrovamento di alcuni fotogrammi del film “Sole” (1929).

Il seguito di questa storia, e del ritrovamento dei fotogrammi perduti, qui: Sole di Alessandro Blasetti: Ipotesi per un riconoscimento

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La lunga strada del ritorno

Sono giorni difficili per chi ama il cinema: le sale non riaprono, salvo qualche eccezione: d’altra parte siamo a luglio, il mese delle vacanze per quasi tutte le sale. L’anno scorso nelle città alcuni piccoli distributori avevano programmato per l’estate qualche film “raro”, venendo incontro alle aspettative del pubblico più esigente, al quale non erano mancate le occasioni per arricchire le proprie conoscenze, con qualche bella “chicca”.

Sappiamo tutti che quest’estate sarà povera di cinema nelle sale che amiamo e che hanno riaperto da qualche giorno, con poco pubblico e con qualche piccolo film di un certo interesse. Molte carte in serbo verranno giocate non prima dell’autunno, al rientro da vacanze che non sono mai state così magre e così tristi. Della necessità di rivalutare lo streaming ho già detto; ora vi parlo di uno streaming ricuperabile su RaiPlay in un settore che è quello delle teche RAI, che contengono alcuni tesori da non perdere.

Uno di questi è il film – inchiesta che Alessandro Blasetti girò per la Tv, presentato nel 1962 alla 23° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ovvero in occasione della prima presenza della RAI come ente produttore cinematografico . Si tratta di un eccezionale documentario e porta il titolo: La lunga strada del ritorno, che potete vedere cliccando su questo link

https://www.raiplay.it/video/2019/07/La-lunga-strada-del-ritorno-2a565fef-a648-45c2-b1f3-38c8dea524e2.html

È un lungometraggio sulle condizioni dei soldati italiani che avevano combattuto nella seconda guerra mondiale, basato su una mole straordinariamente significativa di testimonianze, che utilizza una tecnica eminentemente cinematografica.
Rai Teche ha ripresentato questo bellissimo film nella sua versione completamente restaurata alla 74° Mostra del Cinema (2017): un omaggio a Blasetti, al cinema italiano e alle produzioni Rai promosse da sempre dal Festival Internazionale del cinema

Riporto qui le notizie che ho trovato sul sito di Rai teche:

“La lunga strada del ritorno” (1962) di Alessandro Blasetti (1900-1987) è uno dei primi casi di riutilizzo sistematico dei materiali di repertorio e raccoglie le testimonianze dei reduci italiani della Seconda Guerra Mondiale, coniugando il racconto del conflitto a quello delle vicende degli uomini impegnati al fronte. Restaurato da Rai Teche in occasione della 74ma Mostra del Cinema di Venezia, questo importante docu-film d’autore è il risultato di un certosino lavoro di ricerca nelle cineteche italiane e straniere, nelle quali Blasetti andò in cerca non della cronaca bellica tout-court, ma del volto più privato e sofferto della guerra”.

Il film raccoglie infatti non solo le testimonianze di molti protagonisti che erano tornati dai diversi fronti, dei reduci dalla Russia, dai territori coloniali e dai campi di sterminio, feriti, stremati e umiliati, ma anche quelle dei familiari che erano rimasti nell’attesa tenace del ritorno e che spesso non volevano credere alle notizie ufficiali della morte dei loro cari.

Sono pagine bellissime di grandissimo cinema, potente messaggio di pace e di amore per tutti gli uomini che vivono su questa terra; pagine particolarmente attuali oggi, quando la crisi provocata dalla pandemia ripropone vecchi pregiudizi, vecchie discriminazioni che non promettono un futuro molto sereno per l’umanità.

Mara Blasetti, la figlia del regista che ha speso la propria vita per il ricupero delle opere paterne si è spenta il 5 luglio scorso, all’età di 96 anni. Al suo ricordo dedico l’invito a vedere questo film meraviglioso.