Personal Shopper


 

recensione del film:
PERSONAL SHOPPER

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Kristen Stewart, Lars Eidinger, Anders Danielsen Lie, Nora von Waldstätten, Sigrid Bouaziz, David Bowles – 105 min. – Francia 2016.

Maureen (Kristen Stewart) è una giovane americana che fa un lavoro insolito: è personal shopper (ovvero si occupa degli acquisti di lusso) per conto di Kyra, attrice famosa, che nel racconto compare così fugacemente, da non essere in alcun modo individuabile come volto del film.
Nel suo spostarsi fra le capitali europee del lusso e del prestigio, Londra e Parigi, Maureen porta con sé (come sempre accade quando si viaggia), i problemi che la turbano e sui quali non smette di interrogarsi. La sua breve vita era stata di recente sconvolta dalla perdita del proprio fratello gemello, Lewis, portato via da un’improvvisa crisi cardiaca, esito di una malformazione congenita presente anche in lei, né la medicina, le aveva spiegato granché di quella morte, così come non le aveva chiarito perché quel difetto al cuore, comune a entrambi, non avesse stroncato anche lei, ora alle prese con un lutto difficile, e con un senso di vuoto che era, soprattutto, un vuoto di identità.

Con quel suo fratello speciale, Maureen aveva condiviso una particolare e acuta sensibilità “medianica”, ovvero l’attitudine a cogliere segnali che sembravano provenire da un altrove, a cui nessuno dei due attribuiva carattere trascendente: erano visioni, presenze, rumori, quasi epifanie di una vita altra, fenomeni ignorati dalla scienza ufficiale, ma ben presenti forse anche ora, quando, durante i suoi viaggi,  la giovane cercava di individuare affannosamente le tracce di quella presenza che non poteva averla abbandonata. Forse i segnali erano quelli dell’ interlocutore misterioso della chat che la stava seguendo ovunque; o forse si trovavano in quella casa della periferia parigina infestata da fantasmi rumorosi e cattivi, o forse in quell’angosciosa e lieve epifania danzante di un ectoplasma che era apparso dietro le tende del suo albergo nel deserto di una città nordafricana. Forse, invece, queste presenze non erano altro che le proiezioni della sua mente che cercava di dare un senso agli elementi slegati della sua esperienza che non sembrava averne alcuno, o delle sue angosciose ricerche di segnali non equivoci che tardavano ad arrivare, poiché elaborare un lutto può richiedere molto tempo, mentre non è sufficiente appellarsi alla razionalità per superare le lacerazioni e il senso irreparabile di insicurezza e di vuoto che la morte improvvisa di una persona cara lascia a chi sopravvive.

Il regista affronta, con una singolare mescolanza dei generi cinematografici e anche delle tradizioni culturali europee e americane, il tema della perdita e del senso della vita, con una operazione non priva di rischi, il primo dei quali era quello di cadere nel ridicolo dell’esoterismo grossolano dei film di fantasmi. Non sempre, probabilmente, è bastato al regista il rigore della narrazione, pur presente e apprezzabile soprattutto nella prima parte del film, per evitarlo del tutto: certe immagini di materializzazione degli ectoplasmi, personalmente, mi sono sembrate ingenue e fastidiose.
Allo stesso modo non mi hanno convinta del tutto né l’evocazione “in costume” dell’esilio americano di Victor Hugo, né l’inserimento di trame cruente e delittuose in un film che contiene in sè sufficienti elementi di tensione per lo spettatore. Si è trattato, in ogni caso, di un esperimento registico interessante, che non ha meritato, secondo me, le denigrazioni di cui è stato fatto oggetto a Cannes lo scorso anno, che la giuria ha in parte compensato con l’attribuzione della Palma d’argento ad Assayas per la miglior regia. Ottima l’interpretazione di Kristen Stewart, grazie alla quale il personaggio di Maureen è risultato umanamente credibile nella sua tenera fragilità.

Mal di pietre


recensione del film:

MAL DI PIETRE

Titolo originale:
Mal de Pierres

Regia:
Nicole Garcia

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan, Victoire Du Bois, Aloïse Sauvage, Daniel Para, Sören Rochefort, Camilo Acosta Mendoza – 16 min. – Francia 2016.

Provenza – Anni ’50
Sullo sfondo suggestivo dell’abbazia di Sénanque e dei campi di lavanda che la circondano, aveva vissuto la propria adolescenza tormentata Gabrielle (Marion Cotillard). Ai mutamenti del corpo e alla tempesta ormonale conseguente, la giovane aveva reagito cercando di dissimulare debolmente le prepotenti pulsioni sessuali sotto il velo dell’amore passionale, alimentato dalle letture romanzesche consigliate dall’insegnante-bibliotecario locale, colui che sarebbe diventato la futura vittima della sua esuberanza amorosa. Durante una festa sociale, infatti, costui se ne era arrivato accompagnato dalla moglie incinta ed era stato pubblicamente aggredito da Gabriella, le cui escandescenze erano da tempo oggetto delle preoccupazioni dei suoi genitori, ricchi possidenti agrari. La giovane fu messa davanti all’alternativa: o un matrimonio al più presto, con l’onesto operaio José Rabascal (Alex Brendemühl), un esule catalano dopo la vittoria franchista del 1939, che ne apprezzava da tempo grazia e bellezza, oppure il manicomio per il resto dei suoi giorni, unico rimedio praticato nei casi in cui la vivacità sessuale femminile si fosse fosse spinta in modo imbarazzante troppo oltre l’accettabile, secondo le convenzioni del tempo. Gabrielle, pertanto, era diventata moglie di un marito non voluto, che avrebbe a lungo respinto, il quale aveva accondisceso al rapporto asimmetrico con lei, nella speranza di riuscire, col suo comportamento paziente e devoto, a far breccia prima o poi nel suo cuore.

In un lussuoso sanatorio svizzero dove la donna era stata ricoverata per curarsi dei calcoli renali (il mal di pietre) di cui soffriva e che le impedivano di diventare madre, sarebbe avvenuto, però, l’incontro fatale e imprevedibile con André (Louis Garrel), un ufficiale dell’esercito francese in Indocina, ferito a morte e circondato dall’aura fascinosa dell’eroe “bello di fama e di sventura”.
Nel folle amore passionale per lui, Gabrielle, del tutto priva del senso della realtà, sembrava aver trovato, finalmente, la risposta alle proprie ossessioni, ma si era trattato di una risposta dissociata e allucinatoria, di cui, solo molto più tardi avrebbe avuto piena coscienza.

Rifacendosi al romanzo italiano omonimo della scrittrice sarda Milena Agus (2002), la regista Nicole Garcia sembra aver soddisfatto pienamente le attese della sua ispiratrice; non altrettanto si può affermare per il pubblico cinefilo di Cannes, che lo scorso anno espresse il proprio dissenso, anche con molto clamore, rispetto a questa pellicola lacrimosa, che offre davvero poche occasioni di empatia con la protagonista della storia. Gabrielle, infatti, nonostante l’ottima e misurata interpretazione della bravissima Marion Cotillard, non riesce a catalizzare attorno a sé molto altro che la pena e il disagio che si prova generalmente nei confronti di chi è incapace di qualsiasi approccio razionale col mondo. Personalmente, pur ritenendo che la prima parte del film presenti una buona ricostruzione del milieu, legato ai pregiudizi largamente presenti nelle campagne non solo francesi, che si alimentavano della secolare diffidenza nei confronti della sessualità femminile, il film mi è sembrato degno di nota solo per le bellissime immagini della lavanda e dell’abbazia di Sénanque, poiché evoca nel mio cuore luoghi a cui sono affettivamente molto legata. Questa, però, è un’altra storia!

Buona Pasqua a tutti i lettori


BUONA PASQUA

Unisco agli auguri di una Pasqua serena a tutti voi, un piccolo regalo, tratto da YouTube:
una breve sequenza dal bellissimo film di Martin Scorsese: L’ultima tentazione di Cristo (1988). È la ricostruzione poetica e suggestiva della “necessità” del tradimento di Giuda, il discepolo più amato e più devoto; è anche uno dei momenti più alti e suggestivi del film, riflessione tormentosa senza risposte facili sul rapporto fra libertà e necessità.

I due bravissimi attori sono:
Willem Dafoe (Gesù); Harvey Keitel (Giuda).

A presto!

Virgin Mountain


recensione del film:
ViRGIN MOUNTAIN

Regia:
Dagur Kári

Principali interpreti:
Gunnar Jonsson, Ilmur Kristjánsdóttir, Sigurjón Kjartansson, Franziska Una Dagsdóttir, Margrét Helga Jóhannsdóttir  – 94 min – Islanda 2015.

Fùsi (Gunnar Jonsson) ha più di quarant’anni, è obeso e lavora in un aeroporto islandese così instancabilmente che da anni non va in ferie. È un omone grande e grosso; forse per questo non gli sembrano faticose le mansioni del carico e dello scarico di merci e bagagli, che spesso svolge anche per conto di colleghi meno robusti e più sfaticati di lui, i quali invece di mostrargli gratitudine, lo fanno oggetto di un continuo e crudele mobbing che subito egli perdona, grazie alla sua connaturata mitezza.
In realtà Fùsi ha trovato, fuori dall’aeroporto, un modo di vivere non privo di qualche piccolo piacere e di qualche gratificazione: si diletta di simulare le grandi battaglie della storia, che ha studiato bene e che vuole ricostruire con precisione, disponendo sul plastico dei campi di battaglia, che ha accuratamente riprodotto, i modellini dei mezzi e dei soldati che vi hanno partecipato, aiutato in questo da un amico che lo stima e ne accetta le stravaganze senza problemi. Non ha grandi pretese, per il resto: è abitudinario nei cibi, così come nella vita quotidiana con sua madre, la sola donna della sua esistenza: non ha mai avuto, infatti,  storie d’amore.
Il ritratto che il regista delinea, nella prima parte del film, è quello di un uomo che probabilmente ha paura di vivere, ma che ha saputo trovare un certo rassegnato equilibrio fra ciò che vorrebbe essere e ciò che non ha il coraggio di essere e che, accontentandosi di poco, vorrebbe continuare a fare le cose che ha sempre fatto, senza doversene giustificare. Naturalmente, in una società che, anche in Islanda, diventa sempre meno tollerante della diversità, nei confronti della quale, anzi, molti nutrono una profonda diffidenza, i suoi comportamenti un po’ infantili, per quanto innocui, suscitano più di un sospetto e gli procurano un po’ di guai, seguiti da molto dolore e sofferenza.
Sarà una donna, Sjöfn (Ilmur Kristjánsdóttir), sola e piena di problemi, a prospettargli la possibilità di una vita diversa, una svolta vera che lo porterebbe finalmente fuori dalla “protezione” materna molto soffocante, per affrontare la vita insieme a lei. Chiudo con queste parole ogni altra anticipazione sui complessi sviluppi del film.

Il regista rivela una eccezionale finezza di analisi psicologica nel ritrarre Fùsi, uomo tanto enorme nell’aspetto, quanto fragile e indifeso nella realtà; così come narra con molta delicatezza il nascere in lui del sentimento d’amore che non è mai disgiunto dalla volontà di proteggere Sjöfn, donna forte solo in apparenza, ma in realtà alla disperata ricerca di qualche solido e affettuoso riferimento, sul quale contare. Di grande sensibilità espressiva e di assoluto rilievo l’interpretazione di Fùsi, ma, sia pure con ruoli meno impegnativi, tutti gli attori appaiono molto bravi e ottimamente diretti. Un piccolo film, spesso triste, ma non del tutto chiuso alla speranza. Da vedere.

L’altro volto della speranza


recensione del film:
L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

Titolo originale:
Toivon tuolla puolen

Regia:
Aki Kaurismäki

Principali interpreti:
Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Kaija Pakarinen, Simon Al-Bazoon, Kati Outinen, Tommi Korpela, Ville Virtanen, Matti Onnismaa – 98 min. – Finlandia 2017.

L’incontro era stato violento: un pugno del giovane Khaled (Sherwan Haji), prontamente restituito dal meno giovane Wikström (Sakari Kuosmanen); sangue dal naso per entrambi,  sommaria medicazione e improvviso e sorprendente rovesciamento della situazione, in puro stile Kaurismaki, il regista che aveva già presentato Khaled, ma che aveva detto poche (e ambigue) cose su Wikström. L’avevamo visto, infatti, lanciare la propria fede nuziale, insieme a un mazzo di chiavi, verso la moglie, una rugosa signora, tabagista e alcolista, offesa da quel gesto così poco gentile. L’uomo se n’era, quindi, andato con la sua vecchia auto, sistemandovi i bagagli pieni di camicie, per rivenderle a stock (e a stento); si era infine giocato i magri incassi ottenuti, al poker; aveva stravinto, letteralmente sbancando il casinò e lasciando allibiti e furibondi tutti, dai giocatori al direttore di sala, che minacciosamente lo aveva pregato di non provarci un’altra volta. Aveva preteso di incassare la vincita in contanti, Wikström, poiché in contanti avrebbe comprato La pinta d’oro, ristorante sull’orlo del fallimento, in cui lavoravano ormai da mesi senza stipendio tre persone. Apparentemente, perciò, si sarebbe detto un uomo duro, forse un baro, forse un malavitoso, troppo attento a lasciare poche tracce degli “affari” che aveva in animo di condurre.

Khaled, invece era un siriano di Aleppo: la sua casa era stata bombardata; i suoi genitori erano morti; si era salvato fuggendo, insieme alla sorella, che aveva perso di vista seguendo le vie di fuga dei disperati che, come lui, cercavano un futuro certamente di lavoro, di sacrifici, ma anche dignitoso e sicuro. Era arrivato in Finlandia, a Helsinki, fortunosamente, accettando di viaggiare immerso nel carbone stivato in una nave. Intendeva chiedere l’asilo politico, convinto che sarebbe stato facile. L’avevano accolto, invece, con fredda e formale gentilezza: aveva fatto il giro degli uffici  di polizia, si era lasciato interrogare e aveva spiegato la sua disperata situazione nei dettagli, ma il suo dossier era diventato una pratica burocratica come le altre, alla quale avrebbe risposto con parere negativo la Commissione apposita: lo avrebbero riaccompagnato in Siria. Era riuscito a fuggire e a rifugiarsi nel retro del ristorante di Wikström, dove, sorprendentemente, dopo lo scambio dei pugni, avrebbe trovato lavoro e accoglienza, solidarietà e qualche speranza per il futuro. Non racconto altro.

Come nei suoi precedenti film, Kaurismaki segue con partecipazione le storie dei personaggi che ama: i perseguitati dalla sorte, gli emarginati, e gli “irregolari”, quelli che non accettano di adeguarsi ai disvalori diffusi; quelli che non si integrano, quelli che non sopportano l’omologazione. Con il suo narrare amabile e poetico, senza moralismi e prediche inutili, egli ci trasporta come sempre nel mondo alternativo che gli piace, quello degli uomini un po’ folli, dei creativi fantasiosi che si inventano con pochi  mezzi un modo di sopravvivere gratificato dall’amore e dalla solidarietà. Da regista attento ai problemi del mondo, tuttavia, egli non vuole soltanto raccontare la favola bella (che sarebbe sciocca) di chi s’illude facilmente che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto in un momento storico come quello di oggi, di fronte all’immane tragedia dell’emigrazione dall’Africa e dal Medio oriente. Kaurismaki ha ben presente la deriva xenofoba e razzista che sta attraversando l’Europa e che coinvolge persino un paese apparentemente tranquillo come la Finlandia; così come ha orrore per la barbarie che rende insicura e precaria la vita del protagonista, di cui è difficile prevedere la sorte, mentre gli appare del tutto inadeguata un’accoglienza tanto politicamente corretta quanto burocratica e lontana dalle esigenze dei profughi che vorrebbero, come Khaled, rapidamente integrarsi. Il film, bellissimo,  ci lascia quindi un messaggio di speranza e insieme di realismo, l’altro volto, appunto di quella speranza che non si rassegna a morire.

 

La vendetta di un uomo tranquillo


recensione del film:

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

Titolo originale:
Tarde para la ira

Regia:
Raúl Arévalo
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Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Luis Callejo, Ruth Díaz, Alicia Rubio, Manolo Solo, Raúl Jiménez – 92 min. – Spagna 2016.

José (Antonio de la Torre) era un giovane della ricca borghesia madrilena (padre gioielliere) in procinto di sposare la donna che amava teneramente e con la quale, di lì a pochi giorni, avrebbe messo su famiglia. La serenità della propria esistenza, però, era sparita di colpo, insieme ai suoi sogni e ai suoi propositi, il mattino in cui tre banditi mascherati avevano fatto irruzione nella gioielleria paterna e, con l’accanimento ottuso e insensato degli stolti, gli avevano ridotto il padre, che pure non aveva opposto resistenza, in coma e gli avevano ucciso con crudeltà la fidanzata che si trovava lì per caso. Era stato un colpo durissimo per lui, vissuto fino a quel momento pacificamente, lontanissimo dall’immaginare che i suoi progetti sarebbero naufragati in quello spaventoso mare di sangue.
La sua vita ora, a parecchi anni dal fatto, si svolgeva tra l’ospedale, dove il padre sopravviveva in stato vegetativo e un bar lontano dal centro, dove tutti lo conoscevano e dove sembrava essersi fatto più di un amico. Era un altro uomo, però, (chi non lo sarebbe diventato, con quella pena nel cuore?), che ora meditava soprattutto di vendicare il torto irrisarcibile che aveva subito.
La giustizia istituzionale, del resto, era riuscita a mettere le mani su uno solo dei banditi implicati nella vicenda: un uomo violento di nome Curro (Luis Callejo), il meno colpevole, però, dell’omicidio della sua fidanzata, trattandosi dell’autista che fuori dalla gioielleria attendeva i tre compari con il bottino. L’allarme era scattato prima del previsto, ciò che aveva permesso alla polizia di sorprenderlo nell’auto e di piombargli addosso, mentre i complici erano fuggiti all’impazzata, né avrebbero dato in seguito altre notizie di sé.
Curro aveva pagato per tutti, ma non aveva fatto nomi: condannato a otto anni, ora si apprestava a uscire dal carcere. Aveva in mente di sposare Ana (Ruth Diaz), la fidanzata, madre del suo bambino, ma ignorava che, da qualche tempo, fra Ana e José fosse nata una storia…

Vedremo sbigottiti, nel procedere del racconto, quale spietatezza, ferocia e anche intelligente perfidia stesse usando per la sua vendetta l’ex uomo tranquillo, col quale avevamo in un primo momento simpatizzato e solidarizzato. Il film infatti precisa a poco a poco i contorni inizialmente sfuggenti dei personaggi e degli accadimenti, disseminando solo qualche indizio connotato da una forte ambiguità, senza perciò permettere, prima degli ultimi minuti di proiezione, di comprendere esattamente come fossero andate le cose: tutto è avvolto da una sorta di doppiezza, dal comportamento di José, a quello dei balordi che gli avevano rovinato la vita; dall’amore che sembra legare José ad Ana, al paesaggio della meseta, sfondo di molte scene centrali del film. Tutto è, insomma, contemporaneamente solare e oscuro, sostanzialmente misterioso, né sfugge alla difficoltà di palesarsi con chiarezza ai nostri occhi la stessa Madrid teatro dei fatti: bella e luminosa nel suo centro borghese, sporca e infida nelle zone più povere, dove è collocato anche il bar dei nuovi “amici” di José.

Un bellissimo thriller, molto teso, avvincente e coinvolgente, raccontato con grande e lucida durezza, nonché un magnifico film d’azione, ennesima dimostrazione dello stato di grazia del cinema spagnolo di questi anni, che sa muoversi fra i generi senza temere la concorrenza del cinema americano, fedele, anzi, alla propria tradizione culturale che lo rende riconoscibilissimo e inconfondibile.
Da vedere sicuramente.

Raúl Arévalo, al suo primo lungometraggio come regista*, aveva tenuto per quattro anni la sceneggiatura nel cassetto, sperando di trovare un finanziatore che gli permettesse di realizzare questo film. Aveva poi incontrato sulla sua strada una produttrice che l’aveva aiutato, disinteressatamente, consentendogli l’uscita a Venezia lo scorso anno, nella sezione Orizzonti, dove al termine della proiezione una standing ovation, sette minuti di applausi e il premio all’attrice Alicia Rubio (migliore attrice non protagonista) ne sancirono il successo.

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*Raúl Arévalo era già noto come attore almodovariano (Gli amanti passeggeri), che aveva interpretato con un ruolo importante anche La isla minima. Non aveva precedenti esperienze di regia.

Victoria


recensione del film:
VICTORIA

Regia:
Sebastian Schipper

operatore:
Sturla Brandth Grǿvlen

Principali interpreti:
Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski, Burak Yigit, Max Mauff – 140 min. – Germania 2015.

Sturla Brandth Grǿvlen è il nome dell’operatore citato con grande evidenza, prima di ogni altro, nei titoli di coda di questo film: a lui, principalmente, va infatti il merito della sua singolare realizzazione. A fronte della sceneggiatura ridotta all’osso del regista Sebastian Schipper (una decina di pagine o poco più), egli ha girato il film per circa 140 minuti con un lunghissimo piano-sequenza che non solo segue la notte di alcuni ragazzi che per caso si erano incontrati all’uscita di un locale notturno berlinese, ma ci permette di dare un’occhiata anche agli aspetti più significativi del passato della protagonista, Victoria, la giovane di Madrid che si era allontanata dalla sua città, abbandonando il sogno, che aveva perseguito con tenacia e faticoso impegno, di affermarsi come pianista. A Berlino Victoria aveva trovato un lavoro e un alloggio, e ora aveva deciso di concedersi una notte un po’ speciale, in una discoteca: un piccolo sballo e una dormita prima di tornare alla sua quotidiana occupazione di cameriera in un bar. Non conosceva il tedesco, ma il suo ottimo inglese le permetteva di farsi ben comprendere, persino da quel gruppo di quattro amici con i quali, uscita dalla discoteca, aveva avviato una conversazione. A dire il vero, dei quattro solo Sonne riusciva a parlare in inglese e a capire le parole di lei: non a caso di tutti loro sembrava anche il più presentabile, il più gentile, il più attento e protettivo nei suoi confronti. Che i due si piacessero, e molto, si era compreso subito: dopo un lungo girovagare per le vie della città e dopo la sosta su una terrazza panoramica per godersi l’incanto di Berlino di notte, essi si sarebbero finalmente trovati da soli, in quel bar che lei avrebbe di lì a poco aperto al pubblico.
Gli accadimenti successivi spiazzeranno completamente le attese dello spettatore che immagina l’inizio della loro storia d’amore: una telefonata inattesa, infatti, avrebbe interrotto, insieme alle confidenze dolorose di lei di fronte al pianoforte del bar, anche l’amore nascente, per dare il via a una rischiosissima avventura che, coinvolgendoli entrambi, avrebbe cacciato nei guai anche lei, lontanissima dall’immaginare che una storiaccia di ricatti, di soldi, di sangue avrebbe cambiato per sempre la sua vita nel tempo brevissimo della fine di una notte .
Il film ce lo racconta, in un crescendo di tensione, seguendo in tempo reale, insieme agli spostamenti della giovane, il repentino mutare delle sue speranze e delle sue illusioni, annullate di colpo da una tragica e amarissima realtà.
L’attrice bravissima che interpreta Victoria è Laia Costa, la cui mutevole e intensissima espressività appare decisiva per la credibilità dell’intera vicenda, affiancata da un valido partner come Frederick Lau nel ruolo di Sonne.

Un piccolo film, straordinario non solo per la tecnica narrativa adottata, ma per il carattere quasi di scommessa che ha assunto la sua realizzazione (qualsiasi imprevisto incidente avrebbe potuto vanificarla), nonché per l’insperata successiva accettazione al Festival di Berlino, sorprendente anche per il regista e l’operatore. Finalmente arrivato anche da noi, merita di sicuro di essere visto e apprezzato.

Mister Universo


 

 

recensione del film:
MISTER UNIVERSO
Docu-fiction

Regia:
Tizza Covi, Rainer Frimmel

Principali interpreti:
Tairo Caroli, Wendy Weber, Arthur Robin, Lilly Robin – 90 min. – Austria, Italia 2016.

Tizza Covi che, insieme allo sceneggiatore Rainer Frimmel, firmò il bellissimo docu-film del 2009 Non è ancora domani – La pivellina  (si era visto  nelle nostre sale per pochi giorni nel corso del 2010) è tornata ad allietarci con un altro bel lavoro girato ancora con lo stesso partner. Di nuovo al centro del suo cinema il mondo sempre più marginale degli artisti circensi e di tutti coloro che lavorano nell’universo magico dei trapezisti, dei giocolieri, dei domatori, degli illusionisti, dei clown…Mister Universo è al momento del film un vecchio signore molto anziano, di nome Arthur Robin, da tempo ormai fuori dal circo in cui aveva fatto il sollevatore di pesi. Il suo eccezionale corpo muscoloso nel 1955 gli era valso il titolo di Mister Universo, nonché l’ammirazione di molte signorine, fra le quali egli aveva trovato la moglie Lilly, alquanto più giovane e tuttora fedele sostegno dei suoi giorni da vecchio. Nonostante l’aspetto ancora gradevole e giovanile, Arthur non riesce più a curvare, come in passato, le barre di ferro per creare gli amuleti ricercati nel mondo del circo, dove molte attività pericolose sembrano destinate all’insuccesso senza la garanzia …dei ferri di cavallo. Per ricuperare appunto uno di quei portafortuna, che gli era stato rubato, il domatore dei grossi felini, Tairo Caroli, protagonista del film, si mette alla ricerca di Arthur, mentre la contorsionista Wendy Weber si organizza per imparare a cacciare il… malocchio.
Con ironia bonaria i registi seguono le peripezie dei due protagonisti, ma in realtà scavano nelle ragioni vere della crisi di quel tipo di spettacolo, che non trova più nei bambini, nativi digitali e ormai smartphone-dipendenti, il pubblico elettivo, cosicché ora i numeri, anche quelli più emozionanti, si svolgono davanti a un pugno di spettatori, ignari delle sofferenze degli animali vecchi e malati, ancora costretti a esibirsi, delle tensioni fra gli addetti che si incolpano a vicenda per le difficoltà crescenti, delle malattie reumatiche che minano la salute di Wendy e di tutti quelli che esibiscono con apparente naturalezza il loro corpo dolorante. Tutto questo mondo che si muove fra la crisi, temo irreversibile, e il rimpianto di un passato che non può tornare, è detto con delicata simpatia per gli sconfitti, che con commovente ostinazione non vogliono arrendersi al cambiamento velocissimo che li sta marginalizzando. Allo stesso modo non si arrendono Tizza Covi e Rainer Frimmel che persistono a girare i loro umanissimi documentari su pellicola, rifiutando la resa al piatto mondo del digitale. Con quali prospettive? Per ora con un certo successo nella nicchia di un pubblico di gusti raffinati, ma anche col riconoscimento delle giurie internazionali, come dimostra la menzione speciale che questa bella coppia di cineasti ha ottenuto al recente festival di Locarno.

Il padre d’Italia


recensione del film:
IL PADRE D’ITALIA

Regia:
Fabio Mollo

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia, Federica de Cola – 93 min. – Italia 2017

Siamo sempre più coscienti che la tenerezza materna, convenzionalmente ritenuta una naturale disposizione dell’animo femminile, sia una qualità umana che possiedono in ugual misura anche molti maschi della nostra specie, che possono perciò svolgere molto bene il ruolo dell’accudimento materno, contrariamente a ciò che si era creduto nel corso dei secoli. Anche se in Italia questa verità è accettata con molta difficoltà per il persistere di inveterati pregiudizi, in molti stati nord europei, nei paesi francofoni in Europa e in America, nonché nel mondo anglosassone è stata da tempo accolta e regolamentata anche a livello giuridico.
Nel 2009 François Ozon ci aveva raccontato, in un film molto bello, Il rifugio, la storia di una giovane donna incinta che non aveva accettato di diventare madre: aveva perso imprevedibilmente il proprio compagno e non si sentiva pronta per quel compito che riteneva troppo impegnativo per lei. Avrebbe portato a termine la gravidanza, ma avrebbe lasciato il proprio bebè alle cure di Paul, il fratello gay del suo giovane fidanzato scomparso, di cui conosceva il profondo desiderio di avere un figlio a cui dare e da cui ricevere affetto.
Il regista italiano Fabio Mollo con questo film, si inserisce in qualche misura nella discussione in corso nel nostro paese su questo tema, raccontandoci una storia che con quella di Ozon ha molti aspetti in comune, a cominciare dal nome del protagonista, Paolo, che è gay come Paul e che sente come Paul di poter dare affetto e protezione alla neonata creatura che una giovanissima fanciulla, Mia, aveva partorito prematuramente, per abbandonarla subito dopo il parto. Nelle mani del regista italiano, però, la vicenda di Paolo e Mia è fin dal primo momento una una storia improbabile e strampalata, che inizia con un inverosimile incontro fra lei, Mia (Isabella Ragonese), incinta, e lui, Paolo (il bravissimo Luca Marinelli), in un locale dei gay torinesi nel quale egli era andato per trovare consolazione a una recente delusione d’amore.

Dal loro primo fortuito incontro era iniziata la storia di solidarietà-attrazione (si potrebbe dire, forse, invidia dell’utero gravido) che avrebbe portato Paolo a seguire Mia (abbandonando il proprio lavoro che, per quanto precario, gli dava da vivere), ad accettarne bugie, incoscienza irresponsabile e trasgressioni incredibili in un viaggio lungo la nostra penisola, durante il quale avrebbe maturato la decisione di riconoscere il figlio non suo, di cui lei non voleva occuparsi affatto. Non intendo ulteriormente addentrarmi nei particolari della vicenda, molto debole per le numerose incongruenze, per la sommaria analisi psicologica del personaggio di lei (assimilabile a troppe protagoniste “sbiellate” della commedia italiana), per la stereotipata rappresentazione del sud italiano, nonché per l’eccessivo uso di metaforoni banali (quegli oscuri tunnel che lasciano intravvedere una lontana uscita luminosa, forse li abbiamo già visti un po’ troppe volte per commuoverci!). I due protagonisti sono bravi attori un po’ sprecati in questo road- movie secondo me poco convincente. Peccato!

Il tesoro


recensione del film:
IL TESORO

Titolo originale:
The Treasure

Regia:
Corneliu Porumboiu

Principali interpreti:
Radu Banzaru, Toma Cuzin, Florin Kevorkian, Iulia Ciochina, Dan Chiriac, Cristina Toma, Laurentiu Lazar, Adrian Purcarescu, Ana Maria Stegaru, Corneliu Cozmei, Clemence Valleteau, Ciprian Mistreanu, Marius Coanda, Nicodim Toma – 89 min. – Francia, Romania 2015

Bucarest: un casermone della periferia come tanti altri, una famiglia come tante altre e un padre di nome Costi, che la sera, dopo il lavoro, leggeva al suo bambino, come fanno tanti altri papà, le belle favole di un libro illustrato. L’atmosfera incantata una volta, però, era stata interrotta da un vicino di casa, Adrian, che aveva suonato alla porta chiedendo un prestito di 800 euro per evitare di essere cacciato dal suo appartamento dalle banche, di cui era insolvente debitore. Costi avrebbe voluto aiutarlo (non per nulla stava leggendo al figlioletto la storia di Robin Hood), ma, non disponendo di quella somma, si era offerto di dargli una mano, anticipandogli il denaro necessario a localizzare e dissotterrare l’ingente tesoro che un bisnonno di Adrian aveva nascosto in una cassetta metallica nel giardino dell’antica casa di famiglia, in campagna, per celarlo ai comunisti alla fine del secondo conflitto mondiale.

Da questa premessa, molto importante anche per la conclusione del film, si origina la parte centrale, ovvero il racconto della caccia al tesoro, durante la quale, alla coppia dei due vicini di casa si era aggiunto l’operaio Cornel, proprietario di un sofisticato metal-detector, collegato a un computer, in grado di rilevare, fra le altre cose, ogni presenza metallica nel terreno, nonché di datarla, per evitare (per quanto possibile) che le tracce ferrose delle rocce più antiche inducessero in errore chi aveva necessità di scavare solo (si fa per dire!) per pochi metri.

La sera dello scavo, un po’ prima del tramonto, il terzetto aveva dunque raggiunto la casa, cominciando a osservare e a tastare il terreno, mentre il dispositivo di Cornel emetteva grotteschi segnali sonori per indicare con un po’ di approssimazione il luogo in cui probabilmente la cassetta era stata nascosta. Dai racconti di Adrian, intanto, si potevano cogliere numerosi aspetti della storia di quell’angolo di Romania, e anche della storia di quella casa, che nel corso degli anni aveva cambiato funzione e utilizzo e nella quale si erano avvicendati, lasciando evidenti tracce del loro lavoro e della loro presenza, farmacisti, baristi, insegnanti di scuola materna, malavitosi…
Coll’arrivo della notte e del buio si andava diffondendo, però, un certo nervosismo, soprattutto in Adrian, vieppiù provato dalla stanchezza per la fatica improba dello scavo, che pure aveva iniziato baldanzosamente, ma che ora, forse per l’assenza di risultati (ma era davvero troppo presto per vedere il tesoro), manifestava la propria aggressiva diffidenza nei confronti di Cornel, accusandolo di essere un imbonitore truffaldino e di pretendere il pagamento per una prestazione del tutto inadeguata. Costi, benché si fosse impegnato a pagare Cornel, e benché ritenesse un po’ troppo precipitosa, forse, la sua promessa di aiuto ad Adrian, aveva tenuto saldi i propri nervi, diviso i contendenti e ora si impegnava a sostituire Adrian nell’operazione di scavo.

Dell’avventurosa e fiabesca conclusione della vicenda non intendo anticipare alcunché: mi limito a dire, sulle tracce del trailer, che esisteva effettivamente una cassetta, che per la sua apertura era stato necessario l’intervento di un ladro, chiamato a quello scopo dalla polizia rumena, aggiungendo però che il finale è tra i più sorprendenti e spiazzanti che mi sia capitato di vedere e che ben si collega a quel tenero padre lettore di fiabe di cui ho parlato all’inizio.
Vorrei invitare i miei lettori alla visione di questo film delicatamente ironico e girato costantemente nel segno dell’intelligenza, aggiungendo che raramente ci è data la possibilità di seguire con la stessa trepida attesa un racconto così incantevole, così tenero e così profondamente umano.
Porumboiu è dunque un altro bravo regista che arriva dalla Romania e che con mezzi limitatissimi ha saputo dirigere e rendere avvincente una storia inverosimile, avvalendosi anche di un gruppo di attori bravi e motivati* .
Presentato con successo a Cannes (nella selezione di Un certain regard) nel 2015, ha impiegato ben due anni per arrivare a noi! Meglio tardi che mai. Se, come spero, arriverà anche in altre parti d’Italia, andate a vederlo, e abbandonatevi, semplicemente, al piacere di vedere, splendidamente illustrata, una fiaba dei nostri giorni molto bella!

*per la cronaca, Corneliu Cozmei, che nel film ha la parte di Cornel, è davvero, nella vita, un operaio che usa il metal detector del film e che si è molto divertito interpretando se stesso; tutta la vicenda, invece è stata ispirata da un racconto che Adrian (ovvero l’attore Adrian Purcarescu) aveva fatto all’amico regista, parlandogli di una leggenda legata alla storia della propria famiglia.