1981: Indagine a NewYork


Schermata 2016-02-06 alle 21.14.35recensione del film:
1981: INDAGINE A NEW YORK

Titolo originale:
A most violent Year

Regia:
J.C. Chandor

Principali interpreti:
Oscar Isaac, Jessica Chastain, David Oyelowo, Alessandro Nivola, Albert Brooks, Elyes Gabel, Catalina Sandino Moreno, Peter Gerety, Christopher Abbott, Ashley Williams, John Procaccino, Glenn Fleshler, Jerry Adler, Annie Funke – 125 min. – USA 2014.

Abel Morales  (splendidamente interpretato da Oscar Isaac) era un uomo di grandi ambizioni, ma di modeste origini, figlio di immigrati messicani, convinto di poter realizzare il proprio sogno americano. Lavorando sodo e onestamente, nel rispetto scrupoloso delle leggi, egli era diventato un piccolo imprenditore affermato nell’attività di trasporto del gasolio per riscaldamento, ma ora puntava decisamente più in alto: stava trattando, infatti, con un esponente della comunità chassidica di Brooklyn per l’acquisto di un grandissimo lotto di terreno e di un contiguo enorme edificio: la costruzione avrebbe stivato le scorte di olio combustibile in misura più che sufficiente per scaldare, fin da subito, tutta New York, durante uno degli inverni più gelidi della sua storia, mentre dal parcheggio sorto su quel terreno sarebbero partiti i suoi camion, debitamente riforniti, alla volta della metropoli, in tutta sicurezza, con notevole risparmio dei costi e quindi con prezzi così competitivi da garantirgli il controllo dell’intero mercato. L’affare si era avviato: Abel, assistito dal suo legale, aveva firmato l’oneroso contratto necessario per diventare padrone di tutta l’area: il vecchio proprietario gli aveva ricordato a quali penalità gravissime sarebbe andato incontro nel caso non l’avesse concluso, entro un mese, con il saldo dell’intera somma richiesta (per ora ne aveva versato la metà).  Era ottimista Abel: in fondo, non si trattava che di pazientare: tutto sembrava volgere al meglio, né esistevano ragioni plausibili per immaginare il peggio. Il peggio, invece, sarebbe arrivato subito: aggressioni ai suoi camionisti lungo la strada, tentativi di introdursi in casa durante la notte… come se un’oscura forza malvagia lo avesse preso di mira: una presenza feroce, senza un volto riconoscibile, né fattezze individuabili, ma capace di colpirlo nei suoi affetti più cari, oltre che nel suo sogno di piccolo imprenditore che tentava di farsi grande. Ad aggravare la situazione si era messa d’impegno persino l’autorità giudiziaria, che non fidandosi di lui, stava avviando un’indagine per verificare i suoi conti, anziché proteggerlo e aiutarlo di fronte a minacce e intimidazioni sempre più gravi. Nel 1981, annus horribilis per quella città, era cresciuto a dismisura il numero dei delitti e degli episodi di corruzione, che non avevano mai sfiorato né la sua vita né la sua attività e che proprio ora, a un mese dalla scadenza del contratto, dunque nel momento più delicato, rendevano incerto il suo futuro, quello della sua famiglia, delle sue bambine, dei suoi dipendenti e insidiavano persino la sua immagine di uomo probo, realizzatosi senza mai aver ceduto ai ricatti e ai compromessi a cui altri si erano piegati senza troppi scrupoli. La sua probità, agli occhi dell’amatissima moglie Anna (una fascinosa Jessica Chastain, bravissima e ambigua quanto basta per creare l’atmosfera di incertezza del film) sembrava debolezza incosciente; i suoi dipendenti, sistematicamente aggrediti da banditi armati e crudeli lungo la strada, avrebbero voluto armarsi a loro volta; lo stesso suo avvocato manifestava una certa propensione al compromesso e alla trattativa…

Il bravissimo regista (lo stesso di Margin Call) racconta la vicenda con la giusta lentezza e con gelida impassibilità, riuscendo a creare un’atmosfera di grande tensione, scandita da qualche colpo di scena, quando meno ce lo si aspetta, ciò che rende appassionanti le due ore di proiezione, durante le quali è difficile annoiarsi. Una fra le cose migliori viste quest’anno, anche se il film era già pronto nel 2014!

Chapeau alla piccola casa distributrice che, scommettendo sulla qualità del film (e degli spettatori), ha permesso di  vederlo a molti di coloro che ormai lo ritenevano perduto.

 

A torto o a ragione


Schermata 2016-02-01 alle 15.06.14recensione del film:
A TORTO O A RAGIONE

Titolo originale
Taking Sides

Regia:
Istvan Szabò

Principali interpreti:
Harvey Keitel, Stellan Skarsgård, Moritz Bleibtreu, Ulrich Tukur – 100 min. – Francia 2002.

Ho recentemente trovato, grazie all’indicazione dell’amico blogger Claudio Marcello Capriolo, il DVD di questo film che non avevo potuto vedere all’epoca della sua uscita in Italia e che ora, a pochi giorni dalla Giornata della memoria, può essere utilmente rivisto per capire (o almeno provarci) qualche cosa di più su un’epoca che è lontana da noi, dal punto di vista temporale, ma che non cessa di inquietarci e di porci domande a cui non è facile rispondere.

Le potenze alleate che, alla fine della seconda guerra mondiale, occupavano militarmente la Germania distrutta avviarono dapprima il Processo di Norimberga contro i principali responsabili dei crimini più efferati del regime hitleriano e, successivamente, tentarono di estirpare dalle radici la cultura del nazismo che era penetrata nella società tedesca in modo capillare.
Si diede il via, perciò a più di un tentativo di denazificazione, secondo piani gestiti dagli eserciti di occupazione, i cui comandi militari avrebbero dovuto individuare le responsabilità degli uomini di cultura sospettati di aver offerto il proprio appoggio al regime.
Questo film, derivato da una pièce teatrale (La torre d’avorio di Ronald Harwood), di cui conserva opportunamente l’impianto dialogico, racconta l’importante inchiesta che il comando americano, nella persona dell’ufficiale Steve Arnold (Harvey Keitel),  condusse contro uno degli intellettuali più in vista durante il regime nazista, il musicista Wilhelm Furtwängler (Stellan Skarsgård), grandissimo direttore d’orchestra, interprete fra i più colti e raffinati della grande tradizione sinfonica tedesca, nonché a sua volta compositore di valore. Colpisce subito la violenza arbitraria di Arnold che avvia l’indagine convinto pregiudizialmente della colpevolezza di Furtwängler, nonché dell’importanza di condurre con severità anche rude l’interrogatorio nei suoi confronti, nella certezza che l’uomo avrebbe presto ammesso le proprie responsabilità.  Di fronte ai suoi metodi inquisitoriali rozzi e volgari (da Gestapo, gli diranno inorriditi gli aiutanti ebrei che Arnold aveva voluto con sé e che quei metodi avevano, purtroppo, subito) appare con tutta evidenza l’indifeso smarrimento del grande maestro, uomo schivo e mite, mai iscritto al partito nazista, che a proprio rischio in qualche occasione aveva salvato alcuni musicisti ebrei dalla deportazione. La sua adesione al nazismo non sarebbe stata dimostrabile: questo il film ci dice, mettendoci indirettamente in guardia dai processi sommari che troppo spesso colpiscono innocenti, per ragioni che non hanno molto a che fare con la giustizia, che si dovrebbe occupare di fatti e non di opinioni, che, per quanto eterodosse, appartengono alla sfera dei convincimenti privati. 

Il regista di questo film, dunque, si schiera apertamente contro le accuse di ambiguità che offuscano l’immagine del grande direttore d’orchestra, del quale più volte è stata rimproverata la contiguità (che è cosa diversa dalla collaborazione) col regime nazista. A sostegno di questa difesa, Szabò, alla fine del film, ci presenta un documento storico: la scena, ripresa dal vivo, in bianco e nero, in cui Furtwängler, al termine di una memorabile direzione, alla vigilia del compleanno di Hitler nel 1942, non solo non aveva risposto al saluto nazista dell’intera platea ma, anzi, dopo aver stretto la mano di Goebbels, sembrava aver voluto passare sul palmo della  propria mano destra, quasi per ripulirlo, il fazzoletto che aveva nella sinistra:

Che dire? lascerei ai lettori interessati l’interpretazione di un gesto che, personalmente non mi è parso così denso di significato. Rimangono le accuse più gravi, quelle di fronte alle quali non si riesce a rimanere indifferenti, quelle che gli erano arrivate da grandissimi musicisti ebrei rifugiati negli Stati Uniti e che non gradirono la sua nomina a  direttore della Chicago Symphony Orchestra nel 1949: Orowitz e Rubinstein, prima di ogni altro. Chi si aspettava di trovare nel film di Szabò un approfondimento del tema dei rapporti fra intellettuali e potere, già trattato magistralmente nel precedente Mephisto non può che manifestare una certa delusione.

Ottima l’interpretazione di Stellan Skarsgård, futuro attore di molti film di Lars von Trier.

Ti guardo


Schermata 2016-01-21 alle 21.26.25recensione del film:
TI GUARDO

Titolo originale
Desde allà

Regia:
Lorenzo Vigas

Principali interpreti:
Alfredo Castro, Luis Silva, Jericó Montilla, Catherina Cardozo, Marcos Moreno – 93 min. – Venezuela, Messico 2015.

Un signore di mezza età, grigio nell’aspetto, nei capelli e nell’abbigliamento (i suoi armadi sono pieni di capi di vestiario tutti ugualmente privi di colore) si aggira per Caracas in cerca di ragazzetti che riesce a convincere perché lo seguano a casa sua, semplicemente mostrando loro una bella manciata di banconote.  Non si tratta di un serial killer e neppure di un violentatore: è semplicemente un uomo dalla sessualità evidentemente disturbata, che si accontenta di guardare, a qualche metro di distanza, le nudità degli adolescenti che gli mostrano la schiena, evidente richiamo erotico per lui, che infatti si masturba. Al termine di ciò, i giovani, lautamente e opportunamente ricompensati, si rivestono e se ne vanno, senza che sia stata detta una sola parola e senza che si sia stabilito alcun contatto fisico: né affettuoso, né lascivo. L’adulto si chiama Armando (Alfredo Castro), ha una attività da odontotecnico e un negozio dove vende le protesi dentarie che fabbrica con alcuni collaboratori; ha molto denaro, più che sufficiente per comprare la dignità dei ragazzi di strada della sua città, che sembrano usciti da un film o da un romanzo di Pasolini: ragazzi di vita con i quali nulla ha (né intende avere) da spartire. Erano sempre avvenuti in questo modo gli incontri e nello stesso modo sarebbero continuati per chissà quanto altro tempo se l’ imprevisto comportamento di uno dei giovani non avesse cambiato radicalmente le cose. Si chiamava Elder (Luis Silva) il giovanotto e lavorava, sottopagato (quando era pagato), presso un’officina di autoriparazioni. Elder non disdegnava i quattrini di Armando, ma detestava spogliarsi e lasciarsi guardare come facevano gli altri: credeva che quella perversione vergognosa dovesse in qualche modo ricevere la giusta sanzione: il furto e l’aggressione fisica stavano diventando la sua dura risposta all’umiliazione subita, la ribellione a quei silenzi disumani, al gelo di quell’uomo incapace rapportarsi agli altri se non attraverso il denaro. Neppure le crescenti violenze di Elder, però, avevano scalfito la suprema indifferenza di Armando, che non era mitezza, né generosità, come pure era sembrato nel corso del racconto e come capiremo alla fine di questo film, ora diventato teso ed enigmatico come un thriller.  Lo capirà anche Elder, caduto in una trappola insospettabile, proprio quando gli era sembrato che qualche breccia nel muro di ghiaccio eretto dall’uomo si fosse finalmente aperta e che qualche forma di comunicazione si potesse davvero stabilire con lui. Non aggiungo altro, perché intendo mantenere alta la curiosità di chi è interessato a vedere questo eccellente film.

Leone d’oro a Venezia lo scorso settembre, questo film è insolito, bello e durissimo, e, attraverso il racconto metaforico del curioso comportamento sessuale di Armando, evidenzia l’ incredibile distanza delle classi sociali in quell’angolo del continente sudamericano, sottolineandola fin dal titolo originale Desde allà, che, se fosse stato correttamente tradotto, sarebbe diventato “Da lontano“. (Ti guardo, invece, descrivendo la conseguenza di una lontananza davvero incolmabile, sposta l’attenzione sui comportamenti piuttosto che sul loro significato).

Ottima prova d’esordio per il regista e grande interpretazione di Alfredo Castro, stupendo attore dei film cileni di Larrain (Tony Manero, Post Mortem, No) e qui insuperabile protagonista.

 

 

Revenant – Redivivo


Schermata 2016-01-20 alle 11.45.46recensione del film:
REVENANT – REDIVIVO

Titolo originale:
The Revenant

Regia
Alejandro González Iñárritu

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck – 156 min. – USA 2015.

Revenant, il film che sta ottenendo ovunque uno straordinario successo di pubblico e di critica, è tratto, con molta libertà, dal romanzo* che ricostruisce la storia reale del sorprendente ritorno alla vita di Hugh Glass, l’ottocentesco americano cacciatore di pellicce, che, ferito mortalmente per l’aggressione imprevista di un’orsa grizzly, era riuscito a guarire e, dopo inenarrabili guai e peripezie, a vendicarsi della slealtà dei suoi compagni, che, dandolo per spacciato, lo avevano abbandonato al suo destino, privandolo delle armi e di ogni suo avere. Siamo nel 1823 nel lontano Nord Ovest americano, in quel Far West tante volte raccontato dal cinema, dove, in un ambiente innevato e gelato per la maggior parte dell’anno, le tribù degli indiani nativi contendevano ai bianchi la colonizzazione del territorio. Secondo la loro visione del mondo la terra non poteva essere oggetto di conquista, essendo la madre comune di tutti gli esseri viventi, di cui era  importante conoscere e rispettare  le leggi per evitare che da madre amorosa si trasformasse in nemica spietata. Questo, per millenni, era stato il segreto della loro convivenza armoniosa con l’ambiente naturale; questo aveva affascinato il bianco Hugh Glass che, arrivato lì come trapper (cacciatore di pellicce), era stato sedotto (oltre che da una bella fanciulla del luogo, che lo aveva reso padre) dalla weltanschauung, così diversa da quella degli Europei e dei pionieri per i quali il gusto della scoperta di nuove terre da sempre era legata a una pervicace volontà di rapina e di sfruttamento economico. Amando teneramente quel suo figlioletto che presto avrebbe perso la madre, Glass aveva imparato la lingua locale e stabilito discreti rapporti con i nativi, grazie ai quali accompagnava le spedizioni dei trappers, affinché raggiungessero con i loro pesantissimi carichi di pellame il campo base, e poi le imbarcazioni dirette ai mercati americani ed europei nel tempo più rapido e senza troppi rischi.

Il tema fondamentale intorno al quale si sviluppa tutto il film è il rapporto uomo-natura in una regione quasi inesplorata, coperta di ghiacci e di foreste e attraversata da grandi corsi d’acqua; abitata soprattutto dagli animali in grado di adattarsi a quelle temperature. Lo scenario naturalistico, che non è solo lo sfondo, poiché interagisce in modo decisivo con le vicende raccontate, è tra le cose più belle e suggestive del film, per la grandissima fotografia di Emmanuel Lubezki, che sembra qui, come già era avvenuto per The Tree of Life, introdurre nel paesaggio una dimensione mistico – religiosa, sottolineata dal riproporsi della luce che, attraversando verticalmente le altissime conifere, permette di vedere ciò che accade nel cuore di quelle foreste e anche di guardare oltre, al di là di una frontiera, che è inesplorata ma che è anche raggiungibile, attraverso strade pericolose che mettono a dura prova la volontà di arrivare a quel traguardo luminoso: la salvezza (Dio?). Per il protagonista Glass (Leonardo di Caprio) Dio coincide con la giustizia vendicatrice contro John Fitzgerald (Tom Hardy), il trapper che l’aveva tradito e offeso (non voglio dire di più) negli affetti più cari; per John Fitzgerald Dio coincide con lo scoiattolo, che si mette provvidenzialmente sulla strada degli uomini, che subito lo uccideranno per divorarlo e continueranno a sopravvivere: ognuno, in quelle condizioni estreme crea il proprio Dio rispondendo alle proprie speranze e alle proprie attese, al di fuori certamente delle rappresentazioni della tradizione iconografica cristiana, evocata con sapientissimi squarci di antiche pitture .

Il film ci presenta perciò pagine di grande e indiscutibile bellezza, all’interno delle quali è raccontata la sofferenza più atroce: quella di Glass, sottoposto a torture morali e soprattutto fisiche insopportabili (anche per enfasi retorica), che sommandosi senza tregua in un uomo già ferito quasi mortalmente dall’orsa appaiono del tutto incredibili e spesso anche ridicole, almeno a me, che non riesco a impressionarmi per le ingenue rappresentazioni del Male Assoluto ottenute, talvolta, anche attraverso gli effetti della Computer Grafica. Le torture, anziché piegare la volontà del protagonista, lo spronano riducendolo spesso a un balbettante e grugnente ammasso di piaghe putride e sanguinolente che egli cura, utilizzando gli insegnamenti della sapienza dei nativi, con infusi ed erbe miracolose, lasciando alla fine il dubbio che il Dio della salvezza abbia più di una caratteristica “new Age”. Rimane il fatto che Glass, redivivo, alla fine del film non porterà sul corpo snello e smagrito, molto opportunamente, alcuna traccia di piaghe e di ferite.

Da vedere e da discutere, per lo meno un po’, lasciando decantare gli entusiasmi che non si addicono alla critica e meditando sulla triste sorte di Leonardo di Caprio, che è un bravo attore e che non meritava tante botte per dimostrarlo all’Academy.

*Michael Punke – Revenant – Einaudi editore.
Per saperne di più, cliccate QUI.

Il labirinto del silenzio


Schermata 2016-01-14 alle 22.45.23recensione del film:
IL LABIRINTO DEL SILENZIO

Titolo originale:
Im Labyrinth des Schweigens

Regia:
Giulio Ricciarelli,

Principali interpreti
Alexander Fehling, Andre´ Szymanski, Friederike Becht, Johannes Krisch, Hansi Jochmann, Johann von Bülow, Robert Hunger-Bühler, Lukas Miko, Gert Voss -m124 min. – Germania 2014.

E’ nelle sale, ed è una bella sorpresa, in leggero anticipo rispetto al Giorno della Memoria (che è il 27 di gennaio) questo importante film, interessante per tutti, ma quasi indispensabile per i giovanissimi che, si spera,  lo vedranno accompagnati dai loro insegnanti.
Il regista, Giulio Ricciarelli, milanese di nascita, ma tedesco per ascendenza materna, per cittadinanza, nonché per cultura ed educazione, dirige con serio impegno ed elevata coscienza civile questo bel film, che ricostruisce le vicende giudiziarie preliminari del Processo di Francoforte nella Germania della fine degli anni ’50, pochi anni dopo la conclusione della seconda guerra mondiale. Allora, dopo ricerche faticosissime e ostacolate in ogni modo possibile, uno scarno gruppo di procuratori del tribunale di Francoforte  aveva celebrato un processo, che nessuno avrebbe voluto, contro alcuni sadici aguzzini e spietati assassini che erano stati attivi criminali nel campo di sterminio di Auschwitz e che ora erano tornati alle loro occupazioni quotidiane come se niente fosse successo. Come ci racconta il film, questo fu un processo importantissimo, che costrinse finalmente i tedeschi a fare i conti con una storia scomoda che tutti volentieri avrebbero dimenticato in fretta: sconfitto il nazismo, morto Hitler, ora si cercava di pensare al futuro, lasciandosi alle spalle il peso insostenibile della vergogna nazista. Chi era stato complice, perciò, cercava di mimetizzarsi e di farsi ignorare, spesso ottenendo dalla pubblica amministrazione posti e privilegi; chi era stato costretto a collaborare senza troppo conoscere (soprattutto i più giovani) voleva chiudere una pagina imbarazzante della propria esistenza; chi era troppo piccolo per aver condiviso anche solo una minima parte di colpa preferiva ignorare le responsabilità dei propri familiari; chi aveva subito ed era sopravvissuto ai massacri e alle camere a gas (erano davvero pochissimi rispetto all’agghiacciante numero degli uccisi) cercava di non ripensare alle umiliazioni terribili, alle torture inenarrabili, alla fame. Tutti, perciò, per le ragioni più diverse, avrebbero preferito che venissero cancellate per sempre quelle pagine davvero poco gloriose della storia tedesca, così come gli stessi americani di stanza in Germania, troppo impegnati contro il nuovo “nemico”, l’Unione Sovietica, per preoccuparsi dei crimini di Auschwitz, che già avevano trovato, secondo loro, una risposta al processo di Norimberga. La sete di verità era però anche sete di giustizia, perciò stava diventando un’esigenza ineludibile accertare responsabilità e colpe per voltare pagina davvero.
Il regista riunisce nel solo personaggio del giovane giudice Johann Radmann (Alexander Fehling) compiti e vicende che all’epoca erano distribuiti fra tre giudici realmente esistiti, ma accentua in tal modo la solitudine amara di chi si trovava quasi a combattere contro i mulini a vento, alla ricerca di prove che incastrassero almeno i colpevoli dei reati più infami. Dalla sua parte, all’inizio, solo il giornalista Thomas Gnielka (Andre´Szymanski); successivamente, però, il giudice procuratore-capo lo avrebbe sostenuto e guidato nel difficile compito, anche affiancandogli un collega, inizialmente riluttante. Si sarebbe arrivati al processo nel 1963, poco tempo dopo che lo stato di Israele aveva iniziato il processo ad Adolf Eichmann, scovato dal giudice Radmann, insieme a Mengele, che però era riuscito a fuggire. Il processo contro i nazisti a Francoforte e quello contro Eichmann scossero davvero le coscienze in tutto il mondo.

Il film, ottima opera prima, si fa seguire con molto interesse e, ricordando a tutti che dal sonno della ragione sempre si producono orribili mostri, invita a non rimuovere dalle nostre coscienze l’esperienza di quel passato terribile, non ancora definitivamente lontano da noi. E’ molto importante e significativo che questo film sia stato scelto per rappresentare la Germania alla corsa degli Oscar del prossimo febbraio.

 

Una bella intervista al regista Giulio Ricciarelli si può raggiungere su YouTube cliccando QUI

Carol


 

Schermata 2016-01-06 alle 22.21.33
recensione del film:
CAROL

Regia:
Todd Haynes

Principali interpreti:
Cate Blanchett, Rooney Mara, Kyle Chandler, Jake Lacy, Sarah Paulson – 118 min. – Gran Bretagna, USA 2015.

Agli inizi degli anni ’50, gli effetti della guerra fredda si facevano sentire ovunque negli Stati Uniti, dove una pesante cappa di intolleranza sospettosa sembrava soffocare l’America della libertà e dei diritti individuali. La “caccia alle streghe”maccartista avrebbe messo in forse, di lì a poco, i principi stessi della democrazia in quel paese, ma già nei primi anni del decennio tra il 1950 e il 1960 i cittadini che non si adeguavano ai modelli di comportamento ritenuti socialmente accettabili erano considerati ribelli da tenere d’occhio, permeabili alle suggestioni del comunismo, se non addirittura colpevoli di una qualche collusione col nemico.

Usciva in quel clima, nel 1952, il romanzo The Price of Salt, nel quale la scrittrice Patricia Highsmith (già nota ai lettori americani), celandosi prudentemente dietro lo pseudonimo di Claire Morgan, aveva raccontato una storia d’amore fra due donne, dalla quale il regista Todd Haynes ha ricavato questo film, presentandolo all’ultimo festival cinematografico di Cannes e sfiorando la Palma d’oro*.

Ambientandola nel 1951, Haynes racconta, con grande finezza analitica, la complessa vicenda dell’amore fra Carol, ricca e bella donna dell’alta borghesia, e Therese, giovanissima aspirante fotografa, che, per il momento,  in attesa di tempi migliori, si accontentava di vivere in un modesto appartamento newyorkese, sbarcando il lunario con lavoretti occasionali. In prossimità del Natale aveva trovato un lavoro precario da venditrice di giocattoli in un grande magazzino: lì era avvenuto l’incontro casuale con Carol, in cerca di un regalo per la sua bambina. La simpatia fra le due era stata immediata, ma non esclusivamente erotica: Carol  era intenerita dalla freschezza ingenua di Therese, a sua volta incantata dal fascino signorile della bella donna elegante, inarrivabile modello, ai suoi occhi, di raffinatezza e di lusso, indizi di una provenienza sociale preclusa a una giovinetta nelle sue condizioni. Entrambe, in verità, erano molto più infelici di quanto apparisse: Carol aveva sposato un uomo che sembrava amarla tanto da accettarne i tradimenti, alla condizione che non insidiassero l’unità familiare di facciata; Therese si era promessa a un giovane che sognava di relegarla nel ruolo dell’angelo del focolare, ignorandone sogni e aspirazioni professionali. L’amore tra loro, dunque, oltre a rispondere al profondo bisogno reciproco di accettare, riconoscendola, la propria diversità sessuale, contiene anche altri elementi: la tenerezza dolce, quasi materna di Carol, e la fascinazione quasi incredula di Therese, ammessa finalmente nei “piani alti”:  le si aprono le suites più prestigiose degli alberghi, i ristoranti più esclusivi, cioè gli ambienti fino a quel momento irraggiungibili, ma mai esclusi dai propri orizzonti.
La loro storia d’amore è però fortemente minacciata: la richiesta di divorzio, presentata dal marito di Carol per colpa grave e acclarata immoralità, le avrebbe sicuramente tolto la figlioletta adorata, ciò che l’aveva indotta a rompere un legame rischioso per sé, ma doloroso per entrambe, nella convinzione che Therese, giovane e dunque in grado di reagire, avrebbe presto ricuperato, insieme alla propria libertà, la possibilità di orientare diversamente il proprio futuro sentimentale. Siamo alle prime scene del film: tutto ciò che segue procede dal flusso dei ricordi di Therese, che ripercorre a ritroso la propria storia d’amore secondo un procedere emotivo ed evocativo dei momenti lieti e di quelli più dolorosi, nei quali la realtà crudele del pregiudizio sociale e del maschilismo più ottuso aveva avuto la meglio sul diritto alla felicità.

Il racconto è condotto con estrema e raffinata eleganza dall’ottimo regista, che ricostruisce con scrupolo attento, anche nei particolari più minuti, gli ambienti sociali e le atmosfere degli anni ’50, che vengono restituiti anche attraverso la bellissima fotografia leggermente seppiata, come appena ingiallita dal tempo. Allo stesso modo, le scene d’amore, quasi caste, sono rappresentate secondo la sensibilità diffusa all’epoca, assai poco incline ad accettare l’esibizione senza pudori della sessualità. Il film si mantiene dunque all’interno di un tempo soggettivo, scandito dalla memoria e dalle associazioni, sottolineato da una malinconica ed elegiaca tristezza, in cui lacrime e pioggia, memorie e rimpianti si confondono e si alternano non diacronicamente. Questa parte del film ampia e lenta (giustamente) mi ha pienamente convinta. Meno convincente, almeno secondo me, il finale, che inserisce nell’equilibrio narrativo quasi perfetto fino a quel momento un che di dolciastro, che mi è sembrato stonato e del tutto “fuori registro”.  In ogni caso, film da vedere, apprezzabile e alquanto insolito. Ottima e molto intelligente l’interpretazione delle due protagoniste: Kate Blanchett nella parte di Carol e Rooney Mara in quella di Therese, acconciata e truccata alla Audrey Hepburn, la grandissima interprete, insieme a ShirleyMacLaine, di uno dei primi film (1961) che con molta cautela aveva trattato il tema dell’omosessualità femminile: il drammatico Quelle due diretto da William Wyler.

*Il romanzo ora, anche nella traduzione italiana, ha ritrovato il nome vero dell’autrice, nonché ovviamente il giusto titolo: Carol.

Francofonia – Il Louvre sotto occupazione


Schermata 2015-01-02 alle 20.10.38recensione del film:
FRANCOFONIA – Il LOUVRE SOTTO OCCUPAZIONE

Titolo originale:
Le Louvre sous l’Occupation

Regia:
Aleksandr Sokurov

Principali interpreti:
Louis-Do de Lencquesaing, Benjamin Utzerath, Vincent Nemeth, Johanna Korthals Altes – 87 min. – Francia, Germania, Paesi Bassi 2015.

E’ difficile parlare di questo film, che non è un documentario e non è un film di finzione, ma che probabilmente è solo la libera riflessione di uno dei maggiori registi del nostro tempo sul senso dell’arte, sulla sua fragilità, sulla necessità che venga riconosciuta e conservata con ogni cura essendo l’indispensabile collegamento culturale fra le generazioni. Le opere d’arte che hanno sfidato il tempo e lo spazio arrivando nei nostri musei ci testimoniano che le gioie, i dolori, le angosce, i problemi, le paure, le passioni di cui è fatta la nostra storia personale si collocano all’interno di un’esperienza millenaria, che gli artisti avevano saputo trasformare nella bellezza della pittura e della scultura; nell’armonia della musica e dell’architettura. Da ciò nasce il piacere dei nostri sensi e del nostro cuore durante la visita ai grandi musei del mondo: del Louvre, come dell’Hermitage di cui il regista aveva parlato nel suo precedente L’Arca russa. 
Sokurov si sofferma sull’amicizia (che può sembrare strana, ma che fu realmente costruita con molta diplomazia e intelligenza) fra Jacques Jaujard, il grande direttore del Louvre durante l’occupazione nazista di Parigi e il coltissimo e raffinato emissario del governo tedesco Franz Wolff Metternich, entrambi convinti della necessità di salvaguardare le opere d’arte dagli insulti della guerra e dalle distruzioni dei bombardamenti. Nel corso del film, però, la ricostruzione, più o meno fedele dei fatti, desunta da alcuni documenti di allora, si alterna con l’ironica presenza, di un buffo e inutilmente tronfio Napoleone (che aveva sistemato all’interno del Louvre le opere d’arte razziate in tutta Europa durante le sue campagne militari) e della giovane Marianna, emblema stesso della Francia rivoluzionaria, ora ridotta a vecchia demente e lacera, intenta a ripetere stancamente lo slogan della rivoluzione (liberté, égalité, fraternité). Sullo sfondo una Francia divisa, apparentemente in pace, obbediente al governo di Vichy guidato dall’ottuagenario Maresciallo Pétain, agli ordini di Hitler.
A questa vicenda, presentata dalle parole dello stesso regista, si intrecciano due altri percorsi narrativi, uno dei quali, raffigurando dall’inizio del film una nave carica di opere d’arte alla deriva nei pressi di Rotterdam, è ambientata ai nostri giorni ed è allusiva delle drammatiche vicende che stanno cancellando le tracce dell’arte del passato in territorio medio-orientale, e perciò stesso prefigurando la barbarie prossima ventura.
L’altra narrazione, invece, sembra quasi contrapporre alla storia di Parigi e della Francia, quasi in pace grazie al compromesso di Vichy, la drammatica vicenda del terribile assedio nazista di Leningrado (oggi San Pietroburgo), durato novecento giorni dal 1941 al 1944, affrontato militarmente dai Russi, con ingenti perdite e con atroci sofferenze. Questa parte del film rivela, almeno secondo me, una visione fortemente ideologica della storia francese e nulla dice circa la “pace” (pax tedesca, soprattutto!) durante la quale si consumarono in territorio francese le atroci deportazioni degli ebrei, le razzie dei loro patrimoni e delle collezioni d’arte private destinate ai gerarchi nazisti, alla custodia delle quali addirittura furono destinate alcune sale del Louvre.

Il film, dunque, pur presentando alcune riflessioni di grande interesse sull’arte e sull’importanza che alla sua conservazione vengano dedicate cure, energie e risorse, implicitamente contiene giudizi quanto meno discutibili su un periodo della storia francese non proprio esaltante, così come non appare accettabile l’apologia del compromesso a qualsiasi prezzo, anche di fronte al dilagare degli eserciti nazisti e delle S.S. in tutta l’Europa. Che questo sia il punto di vista del regista viene da lui stesso ribadito nel corso di una lunga intervista rilasciata a Cyril Béguin e Jean-Philippe Tessé  riportata (pagg. 26 -29) dai Cahiers du Cinema n° 716 del Novembre 2015. Il film, che tuttavia contiene alcune pagine molto belle, è da vedere e anche da discutere: pregio non da poco in un universo cinematografico molto affollato di cinepanettoni, mostri ed effett(acc)i speciali.

Irrational Man


Schermata 2015-12-27 alle 15.04.56recensione del film:
IRRATIONAL MAN

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Jamie Blackley, Joaquin Phoenix,Parker Posey, Emma Stone, Meredith Hagner, Ethan Phillips, Ben Rosenfield, Julie Ann Dawson, Allie Marshall, David Aaron Baker, Pamela Figueiredo Wilcox, J.P., Valenti, Susan Pourfar, David Pittu, Nancy Ellen Shore – 96 min. – USA 2015.

Anche quest’anno è arrivato il cinepanettone di Woody Allen, puntualissimo e abbastanza ovvio, come i suoi più recenti film da qualche tempo (solo il finale di cui non dirò nulla, ovviamente, mi è sembrato un po’ insolito). In una cittadina dell’East Coast è arrivato per insegnare filosofia nella locale università il professor Abe (Joaquin Phoenix). E’ un uomo non più giovanissimo, belloccio, che si porta addosso (oltre a qualche chilo di troppo) la fama del gran seduttore: in ogni caso le donne lo notano da subito, forse perché ha l’aspetto del bel tenebroso, che, a quanto pare, piace sempre. In realtà Abe è davvero un po’ ombroso e tormentato: non ha risolto i propri problemi esistenziali né riesce a trovare risposte nel suo Kant, nonostante proprio l’etica kantiana sia l’oggetto del suo corso universitario. Si direbbe anzi che che il grande filosofo tedesco col suo imperativo categorico non faccia altro che aggravare la crisi del prof. arrivando a condizionarne il comportamento persino tra le lenzuola: le donne non gli mancano, ma come amante sta diventando un disastro!

E se lasciasse perdere Kant? In effetti non da un filosofo, ma da Dostoevskij (ancora!) sembra arrivargli qualche risposta: forse sarà possibile anche a lui, come era stato per Raskolnikov, trovare nel delitto, questa volta senza castigo, il modo per riappropriarsi di sé, tornando a vivere pienamente senza tormentarsi oltre, proprio come come un vampiro che può sopravvivere solo attingendo dal sangue dei viventi la propria linfa vitale. Il film  diventa a questo punto un giallo, quasi un thriller: è la storia della preparazione e dell’esecuzione di un delitto assolutamente perfetto, da parte dell’insospettabile e stimato professore, commesso il quale egli diventerà quell’amante perfetto che le donne avevano desiderato. Non finirà così, com’è intuibile: sarà proprio una delle sue adoranti studentesse (non particolarmente brillante, quanto a conoscenze filosofiche) a smascherarlo.

Nutro qualche dubbio che un insegnante di tal fatta, che non si distingue davvero per l’acutezza e la profondità della mente, affascini sul serio le fanciulle benpensanti che frequentano le università periferiche dell’Impero, per quanto ingenue le si possa immaginare. Certo, questo prof. è Joaquin Phoenix…

Non dirò altro, se non che il film contiene, accentuandoli, molti difetti delle ultime opere di Allen: l’eccesso di parlato e l’insistenza (quasi caricaturale, ormai) sugli stessi problemi esistenziali morali e filosofici trattati, con ben altra acutezza dialettica, in molti ottimi suoi film precedenti. Inoltre, i riferimenti all’etica kantiana, ridotta a una vulgata fastidiosamente superficiale, sono da dimenticare, così come le confutazioni semplicistiche e banali della innamorata studentessa Jill (Emma Stone).

Mi rendo conto che ogni film di Allen assicuri incassi cospicui in ogni caso, ma esprimo ugualmente la mia tristezza di fronte a film che così pallidamente ci ricordano il suo cinema d’antan.

Non provarci più, Woody!

 

Il ponte delle spie


Schermata 2015-12-21 alle 18.39.07recensione del film:
IL PONTE DELLE SPIE

Titolo originale:
Bridge of Spies

Regia:
Steven Spielberg

Principali interpreti:
Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan,  Koch, Alan Alda. «continua Billy Magnussen, Eve Hewson, Austin Stowell, Domenick Lombardozzi, Michael Gaston, Stephen Kunken, Peter McRobbie, Marko Caka, Joshua Harto – 140 min. – USA 2015.

Ambientato nel 1957, il film ricostruisce alcuni fatti realmente accaduti ai tempi della guerra fredda fra USA e URSS, guerra non guerreggiata, per fortuna, ma guerra di propaganda spesso isterica e, anche, guerra di spie, mandate, con mezzi diversi, alla ricerca di ogni informazione possibile sui piani di attacco e di difesa del rispettivo avversario. L’America aveva investito milioni di dollari nell’addestramento (in pieno stile Full Metal Jacket) dei corpi speciali per la guida dei velocissimi U2, aerei capaci di volare ad altezze che si ritenevano irraggiungibili, e nella tecnologia delle riprese fotografiche dall’alto dei cieli. L’Unione Sovietica, assai meno ricca, più modestamente, utilizzava spie tradizionali, ben camuffate sotto le mentite spoglie di cittadini che più anonimi non avrebbero potuto essere. Rudolf Abel (ottimamente interpretato da Mark Rylance) era uno di questi: lo vediamo, all’inizio di questo bel film, davanti allo specchio che sta usando per farsi un autoritratto, in una disadorna e triste stanza del suo modestissimo appartamento americano. Egli è un cittadino britannico, non giovane, di aspetto tranquillo e sfuggente, riservato nei modi, mediocre pittore di paesaggi e di ponti (e il ponte è per l’appunto uno dei temi ricorrenti nel film), abilissimo nel nascondere e conservare con cura i messaggi in codice raccolti su pezzettini di carta, così piccoli e ben dissimulati da potere, all’occorrenza, essere distrutti senza destare il minimo sospetto. La storia raccontata dal film è anche la sua storia di spia perfetta e imperturbabile nonché dello scambio avvenuto realmente, nel 1962, fra lui e il giovane ” spione” Francis Gary Powers (Austin Stowell), l’aviatore americano, fortunosamente sopravvissuto all’abbattimento dell’aereo-spia che egli stava pilotando mentre fotografava i segreti del territorio sovietico.
Per uno scherzo del caso (non per nulla la sceneggiatura è dei fratelli Coen!) la difesa di Abel venne affidata a uno studio legale newyorkese di Brooklyn specializzato in assicurazioni, quindi lontano anni luce dai problemi dello spionaggio. Fu James Donovan (Tom Hanks) il legale che controvoglia, ma infine con serietà, scrupolo professionale e con umana curiosità, si assunse il compito di difendere la spia dei russi, convincendosi, nel corso del processo, che sarebbe stato possibile strapparla alla pena di morte cui sembrava  inevitabilmente predestinata dalle attese dell’opinione pubblica impaurita dalla propaganda, dalla stampa che aveva rinunciato al proprio ruolo per compiacerla, dalle folle incapaci di ragionare e convinte che sarebbe bastato distruggere senza troppi riguardi il nemico per vivere finalmente in pace. Ai muri mentali del battage demonizzante, che negli Stati Uniti si insinuava velenosamente nelle scuole e nelle famiglie, i Russi contrapponevano il muro di Berlino (la cui costruzione era iniziata nell’agosto 1961) che diventava anche l’emblema tangibile della divisione sempre più profonda, quasi incolmabile, fra due visioni del mondo, due modi di intendere i rapporti politici, due modi di vivere.

All’arte di erigere muri, di inventare nemici e di connotarli di tratti demoniaci, così da suscitare orrore,  bisognava opporre però l’arte più difficile, perché fondata sull’analisi pacata della complessità, di costruire ponti: lo richiedeva, fra l’altro, il fallimento della missione spionistica americana, l’arresto del pilota, cui era seguito il processo e la condanna a dieci anni di carcere da scontare nelle prigioni non certo allegre dell’ URSS. La mitezza relativa della sentenza russa aveva spiazzato e sorpreso la “democratica” America che, pur dotata di principi costituzionali attenti alla dignità di ogni uomo, aveva inflitto (senza esibire prove) ad Abel trent’anni di carcere.

Donovan era tornato nel suo studio legale e aveva ripreso a occuparsi di assicurazioni, ma la stessa CIA ora stava richiedendo la sua mediazione per riportare a casa il pilota Gary Powers: il “ponte” andava ancora costruito, ma qualche muro, quello della paura, soprattutto, forse stava sgretolandosi, proprio là dove più profondamente sembrava essere penetrato: nei cuori e nelle menti degli uomini, delle donne e persino dei bambini.

L’ultima parte del film è avvincente e spesso sorprendente come una “Spy Story”: allo scambio fra le fra due spie, Donovan aveva preteso si aggiungesse la liberazione di un giovane studente americano po’ sprovveduto, che si era fatto mettere in prigione a Berlino senza colpe, per il comportamento assai  ingenuo, secondo la CIA quasi indifendibile… Eppure, contro ogni previsione, alla fine l’avvocato la spuntò di nuovo, proprio all’ultimo momento, quando ogni speranza sembrava persa.

Film magnifico, storico solo in parte, profondamente politico nella sostanza: Spielberg ricostruisce un lontano passato, ma si rivolge all’oggi e agli uomini di buona volontà che anche oggi preferiscono i ponti ai muri di odio e di incomprensione. Film da vedere assolutamente, sia per la sua elegante bellezza, formalmente ineccepibile, sia per l’ottima recitazione degli attori, sia per l’intelligenza coeniana della sceneggiatura, sia per l’umanità tranquilla e razionale del suo significato in un mondo anche oggi pericolosamente incline all’odio e alla demonizzazione.