I due primi film di Xavier Dolan – J’ai tué ma mère – Les amour immaginaires


Ho voluto accostare in questo stesso post le recensioni di entrambe le prime opere dell’allora giovanissimo regista (nato nel 1989), poiché le unifica il tema, parzialmente autobiografico, dell’adolescenza difficile. I due film furono girati a un solo anno di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 2009 (J’ai tué ma mère)  e nel 2010 ( Les amour imaginaires): essi, pur nella loro evidente e un po’ spigolosa immaturità, portano ben chiara la sua impronta, individuabile nel gusto per il colore acceso e violentemente espressivo; nella fascinazione per le opere famose delle arti figurative; nell’interesse per l’accompagnamento musicale coinvolgente e raffinato; nella predilezione, mantenuta anche nei film successivi (ma con maggiore compostezza), per le situazioni “borderline” e anche in un certo abbandonarsi al sentimentalismo drammatico, nonché nel tema autobiografico, ricorrente anche in Tom à la ferme, dell’omosessualità. 

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J’AI TUE MA MERE

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Anne Dorval, François Arnaud, Suzanne Clément, Patricia Tulasne, Niels Schneider, Monique Spaziani, Bianca Gervais, Benoît Gouin – 96 min. – Canada 2009.

Hubert (Xavier Dolan) é un adolescente che cerca la propria identità ribellandosi violentemente, come molti altri suoi coetanei, alla famiglia, nel suo caso composta dalla sola madre separata (una magnifica Anne Dorval) che lavora tutto il giorno anche per provvedere a lui. Egli, apparentemente, la detesta: non ne sopporta il chiacchiericcio scontato e banale, il comportamento a tavola, rumoroso e poco educato, il moralismo predicatorio, la volontà ottusa di coinvolgerlo nelle sue abitudini e nelle sue amicizie, il fatto di accompagnarlo a scuola ogni giorno guidando spericolatamente l’auto e via elencando… Nulla gli piace di lei, perciò vorrebbe andare a vivere lontano, affittando un alloggio col suo amico Antonin (François Arnaud), col quale condivide aspirazioni e gusti, nonché un affettuoso e appassionato rapporto sentimentale, che naturalmente nasconde a lei. Anche Antonin ha una madre separata, una donna aperta ed evoluta, che, al corrente dell’omosessualità del figlio, l’ha accettata serenamente. Hubert, però, nonostante la rabbia che esprime con grande e insolente violenza, è un ragazzo fragile, che ha un disperato bisogno di quell’ascolto intelligente che una sua insegnante (una splendida Suzanne Clément) gli aveva offerto , purtroppo senza riuscire a evitargli l’ulteriore umiliazione del collegio. Come per Antoine Doinel, l’eroe di Truffaut (I 400 colpi), anche per Hubert la salvezza arriverà dalla fuga sulla riva del mare, dove ritroverà finalmente quella madre, che, lungi dall’aver ucciso**, come suggerisce l’iperbolico ma efficace titolo del film, ha sempre teneramente amato, poiché il suo cuore è, per lui come per tutti, quel “guazzabuglio” (ah, Manzoni!) in cui convivono inestricabilmente bene e male, odio e amore, generosi slanci e meschinità indicibili.
Il film, condotto con mano ferma e splendidamente recitato, si conclude, dunque, con un finale conciliante e un po’ mélò, ma contiene nel racconto non pochi aspetti pregevoli. fra i quali è degna di nota l’accurata indagine psicologica, che bene evidenzia le difficoltà di comunicazione fra madre e figlio, che il regista sviluppa con un realismo duro e urtante, spesso punteggiato da un ironico distanziamento, che salva la pellicola dal compiacimento estetizzante presente, invece, nel suo successivo Les amours imaginaires.
Il film fu presentato con grande successo al Festival di Cannes del 2009, nella Quinzaine des réalisateurs.

**l’aveva però “fatta morire”, dichiarando alla sua insegnante di essere rimasto orfano di madre!

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LES AMOURS IMAGINAIRES

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Niels Schneider, Monia Chokri, Anne Dorval, Louis Garrel – 95 min. – Canada 2010.

Francis (Xavier Dolan) e Marie (Monia Chokri) sono da lungo tempo legati da una solida amicizia, che ora mettono in forse dopo l’incontro con Nicholas, un giovane di straordinaria e ambigua bellezza, il cui classico aspetto evoca il David michelangiolesco o alcuni disegni di Cocteau. Queste suggestioni culturali sono probabilmente all’origine del fascino che Nicholas esercita sui due giovani: attratti da lui cercano di entrare nelle sue grazie, che egli sembra concedere a entrambi, non tanto per l’indecisione della scelta, quanto per il suo carattere narcisistico e vanesio. Il cuore batte al ritmo suggestivo della voce di Dalida (Bang Bang) e i giovani diventano rivali dopo tanta amicizia, ma una breve lontananza e un successivo incontro sarà per entrambi sufficiente a chiarire la natura immaginaria di un amore che non è mai esistito.

Ha affermato più volte lo stesso regista che la storia raccontata, cui nel film fanno eco storie reali di sofferenza d’amore, non è altro che la rappresentazione di una condizione, assai frequente nei giovani, di infatuazione mentale che con l’amore ha poco da spartire, poiché si alimenta di immaginazione più che di realtà, ciò che dovrebbe escludere qualsiasi somiglianza con il magnifico Jules et Jim di Truffaut, che pure qualche critico ha indicato come probabile fonte di ispirazione di Dolan. Il film, per la verità, non mi è sembrato fra i migliori del regista: nasce, evidentemente, da un intento ambizioso, ma si trascina per un’ora e mezzo di estenuato compiacimento formale assai poco interessante.

Il MITO e la LEGGENDA


L’amica pittrice Maria Giulia Alemanno mi prega di segnalare la prossima inaugurazione a Crescentino (Vercelli) di una mostra dedicata alle due grandi dive che hanno fatto la storia del cinema:
alla mitica Marilyn viene accostata la leggendaria Brigitte: insieme nelle fotografie che non sono mai state esposte. Un tesoro!

Ecco il programma:

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Laurence Anyways


Schermata 2015-08-16 alle 18.31.13recensione del film:
LAURENCE ANYWAYS

Regia:
Xavier Dolan

Nathalie Baye, Melvil Poupaud, Yves Jacques, Catherine Bégin, Suzanne Clément, Monia Chokri, Patricia Tulasne, Guylaine Tremblay, Sophie Faucher, Mario Geoffrey – 159 minuti -Canada, Francia 2012.

Sul numero 680 dei Cahier du Cinéma (luglio/agosto 2012), Stephane Delorme raccolse, in una lunga intervista a Xavier Dolan, alcune sue dichiarazioni molto interessanti su Laurence Anyways, che era stato da pochissimo presentato con grande successo a Cannes e che ora veniva distribuito nelle sale francesi. L’interesse nasce dal fatto che le parole del regista non solo illuminano la curiosa origine di questa insolita e staordinaria pellicola, nonché la difficoltà della sua elaborazione, ma ci dicono molto di lui, del suo modo di lavorare, della sua concezione del cinema e del ruolo che egli intende esercitare all’interno dei suoi film.
Egli racconta, dunque, che all’origine di questo lavoro è un episodio vero: stava lavorando da due giorni alle riprese di J’ai tué ma mère (il suo primo film-rivelazione, uscito nel 2009)quando una donna dello staff gli aveva confidato la propria grave depressione: il suo compagno l’aveva lasciata, avendo deciso di cambiare sesso. “De retour chez moi, j’ai écrit trente pages d’un jet” * L’urgenza di trasformare in cinema una vicenda colta al volo da un racconto occasionale non potrebbe essere detta meglio. Aveva in mente già un titolo: Laurence Anyways (Lorenzo, in ogni caso). Dolan nella medesima intervista preciserà che Laurence in lingua canadese è un nome proprio maschile e anche femminile, al contrario di quanto avviene in francese, in cui il nome Laurence è femminile (il corrispettivo maschile è Laurent). Molto interessante che, fin dal titolo, il regista-ragazzino intendesse mettere in evidenza l’umanità del personaggio, che, al di là del sesso (o del genere, come molti usano dire), è se stesso, cioè una persona che conserva nel tempo il suo carattere mite, i suoi affetti, la sua vasta cultura e soprattutto l’amore per la donna con la quale aveva condiviso un certo periodo della propria esistenza.  Il protagonista del film è Laurence Alia (Melvil Poupaud), un professore di letteratura che nel giorno del suo trentasettesimo compleanno aveva deciso di farla finita con le ipocrisie, diventando, finalmente, la donna che aveva sempre desiderato di essere. La sua vita, che fino a quel momento sembrava dirigersi lungo il percorso tranquillo del successo letterario (aveva vinto un importante premio), della serietà professionale e della pienezza amorosa con Frédérique (Suzanne Clément), ne sarebbe stata sconvolta. Il regista ci risparmia le tappe della sua trasformazione fisica, ma ci parla del suo calvario, della progressiva emarginazione dalla famiglia d’origine, dalla scuola, e, infine, dalla società degli uomini veri e delle persone per bene, che dopo averlo respinto, con molta violenza, ricorrendo anche all’aggressione fisica, rifiutavano di accettarlo anche a trasformazione compiuta, quando al suo passaggio in abiti femminili quasi tutti continuavano a osservarlo quasi fosse un fenomeno da baraccone. Frédérique, detta Fred, la sua compagna, il grande amore della sua vita, invece, dopo il comprensibile e umanissimo disorientamento iniziale, decide di aiutarlo nell’impresa, di difenderlo, ma soprattutto di continuare ad amarlo, senza condizioni, com’era accaduto prima di conoscere la verità, quando il loro rapporto era fatto di tenerezza, amicizia, condivisione, confidenza e, naturalmente, di attrazione profonda. L’aspetto più straordinario di questo bellissimo film è proprio nel racconto di questo amore tenace, vivo per tutti i dieci anni durante i quali si andava completando la trasformazione di lui e durante i quali entrambi avevano dato una svolta alla propria vita, come se, anche lontani nello spazio e per lungo  tempo, l’antica fiamma non si fosse mai spenta. Rivedendosi, infatti, essi ritrovavano la magia di un tempo, e si amavano ancora con immutata passione, con la stessa volontà di condivisione, con la tenerezza, l’amicizia e anche le baruffe che avevano caratterizzato fin da subito il loro rapporto, cosicché il film, che inizia presentandoci Laurence ormai diventato donna, termina circolarmente evocando il momento del loro primo incontro, con un flash back sorprendente per bellezza e naturalezza, che ci riporta alla sostanza di un amore che non può finire, anyways, appunto!

Dolan, che non ha ruolo d’attore in questo film, precisa nell’intervista di aver accompagnato con la propria recitazione ad alta voce, l’interpretazione dei due bravissimi attori protagonisti, per avere il pieno controllo di ogni aspetto del film, nonché di aver lavorato duramente in fase di montaggio sia per contenere la durata della pellicola (che nonostante ciò sfiora le tre ore, senza mai annoiare, però!), sia per fare in modo che le immagini e le situazioni della prima parte del film trovassero le loro corrispondenze simboliche, cromatiche e musicali nella seconda parte in un continuo richiamo, emotivamente significativo per gli spettatori. Il risultato di tutto ciò è un film stupefacente per lo splendore delle immagini, delle musiche e per l’intensità delle emozioni che è capace di suscitare negli spettatori, anche se certamente non è privo di difetti e di ridondanze: il regista, d’altra parte, non aveva che ventitre anni, all’uscita del film!

*Al mio ritorno a casa ho scritto trenta pagine di getto

Tom à la ferme


Schermata 2015-08-05 alle 15.41.14recensione del film:
TOM A LA FERME

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Pierre-Yves Cardinal, Lise Roy, Évelyne Brochu, Manuel Tadros 105 minuti – Canada, Francia 2013.

In questo agosto, privo per lo più di buoni film nelle sale, vorrei dedicare alcuni post ai film del regista canadese Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema internazionale, che in Italia abbiamo finalmente potuto conoscere grazie alla proiezione di Mommy, ma che il pubblico degli spettatori  europei e americani conosceva da qualche anno, poiché Mommy era ormai il suo quinto film.
Tom à la ferme fu presentato al festival di Venezia nel 2013, dove ebbe accoglienze calorosissime da parte del pubblico e della critica, così come era accaduto un anno prima a Cannes con l’eccezionale Laurence Anyways. Io credo che la qualità del cinema di questo giovanissimo regista (nasce nel marzo 1989) meriti di essere conosciuta anche in Italia, dove è impossibile trovare i DVD dei suoi film, che pure sono ormai in libera vendita, raggruppati in un cofanetto, appena fuori dai nostri confini occidentali (ma senza sottotitoli: posso garantire che la comprensione del franco-canadese non è sempre facile!). Qualche distributore coraggioso, forse, potrebbe pensarci…

Tom (Xavier Dolan) arriva alla fattoria (ferme) in auto, attraversando le sterminate e semi-deserte campagne canadesi. Di lui si sa davvero poco, se non che è un ragazzo che viene da Montreal; apprendiamo quasi subito, però, che nella capitale egli aveva condiviso la propria esistenza con un collega di lavoro, Guillaume, che era stato anche il grande amore della sua vita. La fattoria alla quale è diretto all’inizio del film è quella della famiglia di Guillaume, la madre e anche un fratello, del quale Tom ignorava l’esistenza. Ora Guillaume è morto; anche di questo fatto si sa davvero poco, se non che Tom lo piange amaramente: ha preparato frettolosamente la scaletta di un discorso per ricordarlo in chiesa, il giorno dopo, alla cerimonia funebre per partecipare alla quale, appunto, egli è lì.
Giunto all’improvviso, Tom non trova chi lo accolga alla fattoria: la casa è vuota, né  si vede anima viva nei pressi o nelle grandi stalle che ricoverano gli animali. Più tardi, l’incontro con Agathe (la madre – Lise Roy) e soprattutto con Francis (il fratello – Pierre Yves Cardinal) non dissipano l’atmosfera cupa e inquietante di queste prime scene, che, abilmente costruite con un progressivo avvicinarsi della ripresa dall’alto sul protagonista, tratteggiano a grandi linee il suo percorso solitario dalla città alla campagna, che è anche la scoperta, a ritroso, del mondo del suo amante sfortunato.
Non si tratta di una scoperta felice: in quel mondo nessuno conosceva davvero Guillaume: Agathe ne ignorava l’omosessualità; il fratello la aborriva come una vergogna indicibile, da tenere ben nascosta, fra i segreti di famiglia, soprattutto ad Agathe, per non aggiungere il disonore al dolore per la perdita. Nessun discorso di Tom al funerale, dunque, per evitare l’emergere di qualsiasi sospetto, anche del più lontano, in merito: questo ordine di Francis, categorico e indiscutibile, è accompagnato da atti di violenza sadica e perversa, per ottenere non solo l’obbedienza di Tom, ma anche la sua umiliazione.
Da questo momento il film ci appare particolarmente spiazzante: le reazioni di Tom alla crudeltà di Francis diventano sempre più deboli: non solo egli ne accetta passivamente la malvagità, ma sembra che non voglia reagire, oscuramente attratto, come in una sorta di “sindrome di Stoccolma“, probabilmente per qualche senso di colpa o per un desiderio insano di espiazione, come talvolta accade quando il cuore straziato non si rassegna alla morte imprevista della persona amata.
L’atmosfera del film, ora, è quella di un noir sinistro, angoscioso e coinvolgente, che cattura fortemente la nostra attenzione, fino alla conclusione catartica, che corrisponde, sul piano simbolico, all’avvenuta elaborazione del lutto.

Tratto da una pièce teatrale di Michel Marc Bouchard, che l’ha sceneggiata per il cinema, insieme a Xavier Dolan, il film affianca alla vicenda, che è un thriller serrato ed emozionante, alcuni temi che le si legano assai strettamente: la contrapposizione città – campagna, principalmente, rovesciando, finalmente, però, il luogo comune, molto presente nella cultura occidentale, secondo il quale la vita della campagna, più vicina alla natura, sarebbe più adatta a chi apprezza l’autenticità e la verità. In realtà Francis, che in campagna  continuava a vivere e a lavorare, aveva fondato la propria esistenza sulla violenza, sulla sopraffazione e anche sull’ipocrisia: da questo era fuggito Guillaume e da questo, infine, si accingerà a fuggire anche Tom, a gambe levate, per rispetto di sé, della propria purezza ingenua e dell’amore che lo aveva legato a Guillaume, quell’amore che non aveva manifestato in chiesa, ma che avrebbe dichiarato a tutti, in una scena bella e dolorosa, fingendo di raccontare le confidenze di una donna. Un bel film potente e originale nella narrazione, accompagnata da una funzionale colonna sonora, realizzato grazie anche alla recitazione affiatata di tutti gli attori.

Fuochi d’artificio in pieno giorno


Schermata 2015-08-01 alle 07.27.45recensione del film:
FUOCHI D’ARTIFICIO IN PIENO GIORNO

Titolo originale:
Bai Ri Yan Huo

regia:
Yinan Diao

Principali interpreti:
Liao Fan, Lun Mei Gwei, Xuebing Wang, Jingchun Wang, Yu Ai Lei, Ni Jingyang – 106 min. – Cina 2014.

L’Orso d’oro al film e l’Orso d’argento al suo protagonista Liao Fan suggellavano, alla Berlinale del 2014, la qualità di questo lavoro del regista cinese Yinan Diao, quarantenne al suo terzo lungometraggio, mentre l’Asian Film Awards del 2015 ha aggiunto anche i propri riconoscimenti all’attore Liao Fan e alla sceneggiatura del film, scritta dallo stesso regista. In Italia, però, un consistente numero di amanti del cinema rischia di non vederlo affatto, dato che è proiettato in poche sale semi-deserte del Centro-Nord durante questa infuocata estate. No comment!

Il giovane regista che, senza ignorare l’ironia di Hitchcock e dei fratelli Coen, mostra di aver appieno assimilato la tecnica narrativa dei più famosi noir americani degli anni ’40, quali Il mistero del falcoIl terzo uomo, talvolta anche apertamente citati, racconta una vicenda che si svolge in due momenti distinti ma collegati fra loro, rispettivamente nel 1999 e nel 2004.
Nell’estremo nord-est della Cina, in una cava carbonifera della Manciuria, ha inizio nel 1999, infatti, la storia da cui il film prende le mosse: allora erano stati trovati, forse per caso, alcuni resti umani insanguinati, frammisti al carbone appena scaricato dal vagone di un treno. Una rapida indagine aveva permesso di accertare che altri brandelli erano stati disseminati lungo un percorso molto ampio e irregolare, con l’evidente intento di far perdere le tracce di un delitto efferato e di difficile ricostruzione. Un intelligente poliziotto, l’ispettore Zhang Zili, tuttavia, aveva messo le mani su una coppia di giovanotti sospetti e, probabilmente, in qualche modo implicati nell’oscura vicenda. Ne era uscito, però, con le ossa rotte: in un imprevedibile scontro a fuoco era stato gravemente ferito, mentre i due colleghi che lo avevano affiancato nell’operazione di arresto degli indiziati erano stati uccisi.
Nel 2004, quando Zhang era ormai tornato alla vita dopo la lunghissima convalescenza, tutto in Cina era profondamente cambiato, a cominciare da lui, che aveva dovuto licenziarsi dalla polizia ed era diventato un detective privato, ora dedito smodatamente al bere, cosicché era accaduto che, nella sua nevosa Manciuria, un uomo lo avesse scorto mentre, ubriaco, dormiva sul bordo di una strada ghiacciata e lo avesse “soccorso”, derubandolo poi della bella moto parcheggiata accanto a lui: un episodio quasi emblematico della deriva che l’intera Cina si accingeva a percorrere, nella corsa sfrenata all’arricchimento individuale, e nell’oblio di ogni forma di solidarietà sociale.
L’incontro con alcuni vecchi colleghi della polizia di stato aveva indotto Zhang, però, a occuparsi ancora di quell’antico e mai risolto omicidio, che era diventato, almeno all’apparenza, il primo di una lunga serie di delitti simili, tutti misteriosamente legati a una donna graziosa, la vedova dell’assassinato del treno: Wu Zhizhen (Lun Mei Gwei). Wu è timida, malinconica, dai modi gentili e riservati; conduce un negozio di lavanderia in una cittadina non lontana dal percorso dei treni che trasportano il carbone.

Non rivelerò altro del film: è un noir, piuttosto ben congegnato ed è giusto che rimanga avvolto nel mistero, proprio come Wu, la bella e ambigua protagonista che, com’è ovvio, farà perdere la testa a Zhang. D’altra parte il film, pur con tutti i richiami e le citazioni di cui ho parlato, a cui potrei aggiungere anche quelli della letteratura gialla, da Chandler a Simenon, è di sorprendente e insolita bellezza, non tanto per l’originalità del racconto, che rimane un racconto di genere, sia pure Made in China, quanto per la straordinaria cura della sua realizzazione. Ciò che maggiormente colpisce, infatti, è l’eleganza delle sue immagini: quelle degli interni, dai colori laccati e sfavillanti, che appartengono davvero alla sensualità di certo cinema cinese tradizionale, ma anche quelle molto insolite e originali del gelido inverno locale in cui vengono meno i toni più accesi, e in cui i colori della tavolozza del regista sembrano ridursi a cogliere le infinite sfumature dei neri (il carbone) e dei bianchi diafani del ghiaccio sottile, che imprimono al film la loro nota dominante, metafora del progressivo raggelarsi dei rapporti sociali all’interno di un paese che sta perdendo le sue peculiarità e che diventa sempre più simile al mondo occidentale, difetti compresi (come ci racconta anche un ‘altra coeva pellicola cinese bellissima: Il tocco del peccato). Nessuna meraviglia, perciò, se la provincia cinese narrata da Yinan Diao è solo apparentemente sonnolenta, percorsa com’è da tensioni e inquietudini che ci sembrano familiari: nel mondo globalizzato il processo di omologazione sta investendo ogni angolo del pianeta, cosicché la Cina, nel bene e nel male, è vicina davvero. Da vedere, sempre che sia possibile!

Io sto con la sposa


Schermata 2015-07-16 alle 22.38.47recensione del film:
IO STO CON LA SPOSA

Regia:
Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry

Docu-fiction della durata di 89 min. – Italia, Palestina 2014.

Docufiction è ” espressione nata dalla fusione tra fiction e documentario. La definizione di questo connubbio è mutevole da Paese e Paese, e sebbene queste forme miste siano nate al cinema hanno la loro larga diffusione in TV a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In Italia, una prima definizione vede la d. mescolare la vena documentaristica (per es. riprese in set reali) a una ricostruzione che fa uso di attori non professionisti che rivivono, raccontano, mettono in scena la loro vita ” (definizione dedotta da una voce dell’ Enciclopedia Treccani).

Ho riportato questa definizione perché mi pare che ben si addica al film in questione, in cui gli attori recitano se stessi: sono palestinesi e siriani, costretti, senza colpa, a fuggire dalla loro terra devastata dalla guerra e approdati sulle nostre coste dopo essere fortunosamente sopravvissuti a un viaggio tragico. Essi non intendono fermarsi nel nostro paese, ma vorrebbero raggiungere la Svezia, il paese più accogliente, fra quelli europei, con i siriani emigrati per ragioni politiche, dove è più facile ottenere il riconoscimento della condizione di rifugiato politico. Esistono, a questo proposito, accordi internazionali che sebbene sottoscritti da quasi tutti gli stati dell’ U.E. vengono sistematicamente disattesi: il vecchio continente è sordo alla disperazione dei perseguitati politici: per coloro che hanno la pelle anche solo un po’ più scura i controlli alle frontiere sono molto stretti e la probabilità di essere rispediti in Italia, luogo di approdo, sono molto alte. Tre uomini coraggiosi, il giornalista Antonio Agugliaro, il documentarista Gabriele Del Grande, insieme al poeta palestinese Khaled Soliman Al Nassiry, diventato cittadino italiano durante l’organizzazione del viaggio, hanno ricostruito molto bene le tappe avventurose di un percorso quanto mai rischioso e accidentato, lungo le strade meno frequentate della Francia e lungo i gelidi e grigi paesaggi della Germania e della Danimarca, illuminati, ogni notte, però, dalla calda rete di solidarietà internazionale ben organizzata e pronta a suggerire, a soccorrere, ad aiutare. Questo road-movie insolito e singolare, reso possibile grazie a un’operazione di Crowdfunding, ovvero di finanziamento dal basso, mette in luce l’ipocrisia dei governi europei, a parole pronti all’accoglienza, ma nei fatti decisi ad applicare pene durissime (fino a 15 anni di detenzione!) a chiunque si adoperi per trasportare i rifugiati lungo le strade europee verso la Svezia, ciò che ha reso necessaria la messa in scena grottesca del finto corteo nuziale, nella fiducia che, così camuffato, nessuno sarebbe stato bloccato. Il film ha attraversato le nostre sale come una meteora nello scorso autunno, ed è stato riproposto per pochi giorni in una sala di Torino, dove ho avuto modo di vederlo e apprezzarlo.
Se vi capita, dategli un’occhiata: in parte servirà ancora a coprire i costi della “spedizione”, ma soprattutto potrebbe rivelarsi utile a rafforzare la nostra umana solidarietà. Così, almeno, in questi giorni così tristi per tutti i rifugiati che non trovano accoglienza nelle nostre città, io spero fortemente!

Giovani si diventa


Schermata 2015-07-12 alle 14.38.13recensione del film:
GIOVANI SI DIVENTA

Titolo originale:
While We’re Young

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Ben Stiller, Naomi Watts, Adam Driver, Amanda Seyfried, Charles Grodin, 
Adam Horovitz, Maria Dizzia – 97 min. – USA 2014.

Cornelia (Naomi Watts) e Josh (Ben Stiller) sono una coppia di coniugi newyorkesi da poco  quarantenni; non hanno figli e si sentono perciò pienamente liberi. I figli, per la verità, erano stati cercati a lungo, ma senza successo: per questa ragione Cornelia aveva deciso di abbandonare ogni progetto in proposito; tralasciando le cure ormonali a cui si era sottoposta e, di comune accordo con lui, aveva impresso un indirizzo diverso alla propria vita, nella convinzione condivisa che chi non ha figli, in fondo, disponga di una libertà sconosciuta a chi, trattenuto da obblighi genitoriali, è costretto a sacrificarvi la propria carriera professionale e e il proprio tempo libero. Ora Cornelia è un’affermata produttrice cinematografica che vive abbastanza serenamente la propria esistenza; Josh è invece un regista in piena crisi creativa, che vorrebbe concludere un documentario da tempo iniziato, ma non ci riesce.
Il film inizia allorché la nascita, invero un po’ tardiva, di un bebé, che allieta la coppia dei loro amici di sempre, Marina e Fletcher (Maria Dizzia  – Adam Horowitz), li fa sentire un po’ meno liberi e decisamente più soli: i due sono tutti presi dalle necessità del neonato e non hanno occhi che per lui, cosicché, come spesso accade in questi casi, i legami si allentano insieme al diversificarsi degli interessi e delle preoccupazioni, ciò che li costringe a rimettere ancora una volta in discussione le proprie scelte.
Gli amici se ne vanno, dunque? In realtà altri si presentano e sono amici interessanti, più giovani, prima di tutto: sono Jame (Adam Driver) e Darby (Amanda Seyfried), una simpatica coppia di sposini venticinquenni, assai dinamici e sempre in movimento, ma soprattutto assetati di sapere e di vita. I due sono sufficientemente raffinati da apprezzare molte delle esperienze  culturali più importanti delle passate generazioni e insieme sufficientemente disincantati e spregiudicati da impadronirsene come di cosa propria, senza troppi scrupoli. Si tratta, d’altra parte, soprattutto di cose che sarebbero destinate alla spazzatura e all’oblio, come i vecchi vinili, le obsolete videocassette, gli oggetti desueti che, come le inutilizzate macchine da scrivere, o i vecchi cappelli, fanno bella mostra di sé nel loro alloggio di Manhattan in cui tutto si accumula, per essere intelligentemente ri-usato al momento giusto. La sorprendente e sincretica bulimia della giovane coppia si estende dagli oggetti alle idee: senza che i “vecchi” Cornelia e Josh se ne avvedano, i due ragazzi assorbono come spugne concetti e progetti; valutano opportunità e prospettive che potrebbero aprirsi all’improvviso e che essi sono ben attenti a non farsi sfuggire, mostrando cinismo e spregiudicatezza davvero incredibili agli occhi della coppia più matura e anche ai nostri occhi. Lo scontro fra generazioni assai vicine nel tempo sembra essere dunque il tema del film, che, però, si rivela anche assai più complesso, poiché evidenzia il disorientamento dei quarantenni, nonché la loro irrimediabile sconfitta, inadeguati come sono ad accettare i compromessi necessari a sopravvivere nel mondo spietato di oggi, ai quali, invece, i più giovani pragmaticamente si adattano, ciò che li rende più simili agli anziani veri, cioè a coloro che invecchiando avevano da tempo perso ogni illusione e ogni speranza di cambiare il mondo, come il seguito del film (che non intendo ovviamente rivelare) mirabilmente ci dimostra.

Il regista Noah Baumbach, creatore dei bellissimi ritratti di Frances Ha. e di Greenberg, si conferma anche in questo film uno straordinario narratore del disagio profondo che deriva dall’inconciliabilità fra le aspirazioni ideali che contraddistinguono la giovinezza di molti e la realtà del denaro e del mercato che invadendo ogni aspetto della nostra società, distorce ogni esigenza di verità e di onestà, confinando nell’ambito dell’irrilevanza velleitaria la vita degli uomini che vorrebbero rimanere fedeli a se stessi e ai propri valori. Il racconto del regista, anche questa volta, si avvale di un registro narrativo ironicamente malinconico e ci consegna, attraverso i ritratti antitetici di Josh e di Jame, due credibilissimi personaggi. Meno caratterizzati e più convenzionali, invece, i personaggi femminili. Peccato! La NewYork del film è soprattutto quella degli interni, anche se il tema ricorda alcuni film del primo Woody Allen, Manhattan, soprattutto, indirettamente citato. Ottima la performance di tutti gli attori. Un bel film, tra i pochi meritevoli di una visione in questo periodo di scarsa qualità dell’offerta cinematografica nelle nostre sale.

Bota Café


Schermata 2015-07-02 alle 22.00.50recensione del film:
BOTA CAFE’

Titolo originale:
The World

Regia:
Iris Elezi, Thomas Logoreci.

Principali interpreti:
Flonja Kodheli, Fioralba Kryemadhi, Artur Gorishti, Tinka Kurti, Alban Ukaj – 100 min. – Albania, Italia 2014

In una semideserta e squallida Albania di paludi, zanzare e solitudine, quasi un non luogo lontano dal mondo, vive July (Flonja Kodheli), una giovane donna cresciuta ed educata grazie alla nonna (Tinka Kurti) che si era presa cura di lei dopo che la sua giovane madre, divorziata, era morta d’infarto all’improvviso. Questo era ciò che July conosceva di sé: la nonna era ora così vecchia che stava perdendo la memoria, cosicché spesso la scambiava addirittura per la propria figlia sfortunata. La condizione di estrema povertà in cui entrambe vivevano non aveva permesso alla ragazza di dedicarsi alla sua grande vocazione creativa, le piccole composizioni decorative di colorati collages nelle quali eccelleva; faceva, invece, la cameriera al Bota Café, insieme a Nora (Fioralba Kryemadhi), bella e gioiosa fanciulla, amante di Beni, il cugino sposato di July, nonché proprietario di quel locale ed equivoco faccendiere.
Il Bota Café era sorto nel deserto paludoso di quel luogo e poteva contare su qualche raro cliente abitudinario che, incrociando mandrie e greggi, arrivava con l’auto per la colazione del mattino, in genere prima di immettersi sulla strada principale a dieci chilometri.
Questa realtà, quasi senza tempo, era solo apparentemente immobile, però: un’autostrada avrebbe presto collegato anche il villaggio di July e di Nora al resto del mondo. Era l’occasione da non perdere, per assicurare al locale una clientela più vasta e forse più ricca: Beni ci contava e allo scopo aveva organizzato persino una serata di festa con tanto di fuochi artificiali in onore dell’impresa italo-albanese che si stava occupando del progetto. Altre cose, inoltre, e forse più importanti, si erano messe in moto: si stavano intensificando le ricerche, nelle paludi circostanti, delle spoglie degli oppositori, che il feroce regime comunista di Enver Oxa, anni prima, aveva fatto uccidere a fucilate, dopo averli fatti deportare in quei luoghi disperati, insieme alle famiglie, alle quali ora sarebbero state restituite, insieme alla verità sulla loro sorte. Questo, in modo particolare, non avrebbe potuto lasciare immutati i rapporti fra i sopravvissuti, poiché insieme alle povere ossa ritrovate e identificate ora stava emergendo anche la verità sulle molto ramificate complicità omertose e non proprio disinteressate che avevano accompagnato quelle drammatiche circostanze.

I registi, Iris Elezi, al suo primo lungometraggio e Thomas Logoreci, americano e albanese, che insieme alla nostra Stefania Casini* hanno anche sceneggiato il film, hanno sviluppato il racconto con grande sapienza narrativa, facendoci vivere la vicenda con crescente coinvolgimento e tenendo viva la nostra attenzione e il nostro interesse fino al drammatico finale, raccontato con asciutta e scabra semplicità. Ottimi tutti gli attori, molto ben diretti. Dopo aver ottenuto prestigiosi riconoscimenti internazionali di critica e di pubblico, questo film avrebbe meritato, secondo me, una distribuzione più adeguata alla sua qualità, mentre è stato collocato in modo penalizzante nelle nostre sale, confinato, per brevi periodi, nei mesi delle vacanze estive. A Torino, il cinema Romano, dove viene proiettato, era nei giorni scorsi abbastanza affollato, tuttavia, a riprova che il pubblico in genere va volentieri a vedere i buoni film.

* l’opera nasce da una coproduzione italo-albanese

Teneramente folle


Schermata 2015-06-28 alle 23.57.50recensione del film:
TENERAMENTE FOLLE

Titolo originale:
Infinitely Polar Bear

Regia:
Maya Forbes

Principali interpreti:
Mark Ruffalo, Zoe Saldana, Imogene Wolodarsky, Ashley Aufderheide, Beth Dixon – 88 min. – USA 2014.

Anche quest’anno, con l’arrivo dell’estate, cominciano a scarseggiare le pellicole di qualità; non è impossibile, tuttavia, imbattersi, nelle sale quasi deserte, in qualche discreto film di nicchia. Come questo.

La regista di Teneramente folle, ovvero Infinitely Polar Bear, racconta sotto forma di fiction la propria infanzia accanto al padre, che nel film si chiama Cameron Stuart (Mark Ruffalo ne è interprete bravissimo), affetto da sindrome maniaco-depressiva, quella malattia mentale che oggi è chiamata “disturbo bipolare”. Fra i momenti di euforia, alternati a quelli di depressione del padre malato, si svolge dunque l’infanzia delle due piccole, Amelia e Faith (interpretate molto bene rispettivamente da Imogene Wolodarsky e Ashley Aufderheide), che insieme alla bellissima mamma nera, Maggie (una tenera e sensibile Zoe Saldana), ebbero la ventura di vivere con quell’uomo, amandolo profondamente, tanto da non fargli mai mancare il loro affettuoso sostegno, nonostante la loro esistenza fosse quasi quotidianamente sottoposta a prove durissime. L’amore fra Maggie e Cameron era nato sulle barricate del ’68, dieci anni prima della storia che ci viene raccontata e che si svolge a Boston, quando ormai le due piccole andavano a scuola. Maggie avrebbe voluto impedire che il precipitare delle condizioni economiche della famiglia (Cameron aveva perso il lavoro e la sua facoltosa parentela lo aveva emarginato) travolgesse anche gli studi delle bambine, per garantire i quali era pronta al più duro dei sacrifici: trasferirsi a NewYork per ottenere rapidamente un Master alla Columbia University e impiegarsi adeguatamente. Si trattava di una scommessa assai azzardata, poiché implicava il temporaneo abbandono del marito, la cui salute mentale era lasciata nelle mani delle bambine che avrebbero dovuto vigilare sull’assunzione regolare dei farmaci indispensabili a mantenere la malattia sotto controllo. Nonostante gli inevitabili problemi e le difficoltà intuibili, le due piccole ce l’avrebbero fatta, imparando anche a rispettare le bizzarrie e ad accettare gli aspetti divertenti di quel papà di cui non era davvero il caso di vergognarsi con i compagni di scuola, visto che si trattava di un uomo simpatico, fantasioso, ottimo cuoco, grande organizzatore di passeggiate e di giochi. Il film ha il grande pregio di un’ottima sceneggiatura, che attentamente ci aiuta a penetrare nella complessa dinamica del difficile rapporto tra il padre e le due bambine; si avvale, inoltre dell’ umanissima recitazione di tutti gli attori e della sensibilità espressiva delle bimbe, chiamate a un compito niente affatto semplice. Non un capolavoro, dunque, ma una bella commedia drammatica, che francamente mi sento di consigliare.

Un’interessante intervista con la regista Maya Forbes si può leggere QUI

Il cielo sopra Berlino


Schermata 2015-06-02 alle 23.35.35recensione del film:
IL CIELO SOPRA BERLINO

Titolo originale:
Der Himmel uber Berlin

Regia:
Wim Wenders

Principali interpreti:
Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois, Lajos Kovács, Teresa Harder, Bernard Eisenschitz, Daniela Nacincova, Scott Kirby, Hans-Martin Stier, Sigurd Rachmann, Elmar Wilms, Beatrice Manowski, Bruno Rosaz, Laurent Petitgand, Chick Ortega, Otto Kuhnle, Christoph Merg. – 130 min. – Germania 1987.

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Dedico questo post all’amico poeta Allan Slowal, che come me ama Berlino e Wim Wenders.

Nel 1987, quando uscì questo film (premio per la miglior regia al festival di Cannes di quell’anno), Berlino era ancora divisa dal muro che sarebbe crollato due anni dopo.
Wim Wenders, da poco rientrato in patria dopo gli otto anni trascorsi negli Stati Uniti, dove aveva girato quattro film (tra i quali il bellissimo 
Paris Texas) aveva in mente, ora, di raccontare la città tedesca che portava ancora ferite molto visibili dalla fine della seconda guerra mondiale, evidenti negli scheletri delle case distrutte; nei ruderi della famosa stazione; nel territorio minato intorno al muro; tra le erbacce e i detriti di Potsdamer Platz, per non parlare della presenza ossessiva e inquietante proprio di quel muro cupo, che faceva dell’intera metropoli un luogo grigio e triste. E’ ben vero, come dirà Marion (Solveig Dommartin), il personaggio femminile del film, che quel muro impediva che ci si perdesse nella città, perché o prima o poi ogni passante se lo sarebbe trovato davanti, ma certo, la sua incombente mole sembrava il simbolo di un passato opprimente col quale i conti non erano ancora stati chiusi, ciò che impediva ai berlinesi di vivere liberi e senza angoscia dopo più di quarant’anni anni dalla fine del conflitto.

Alcune coincidenze all’origine del film – Il problema della sceneggiatura

Wim Wender voleva parlare di Berlino come della città degli angeli: a questo lo induceva la riflessione sull’opera che stava leggendo (le Duineser Elegien di Rainer Maria Rilke) e sugli acquerelli di Paul Klee, il pittore che a quell’opera si era ispirato quando aveva prodotto l’ Angelus Novus e le altre raffigurazioni angeliche, in seguito studiate e commentate da Walter Benjamin, nel saggio famoso, titolato appunto Angelus Novus.
Secondo le dichiarazioni dello stesso Wim Wenders, a queste suggestioni culturali si aggiungevano quelle musicali che nascevano da una canzone in voga, del gruppo inglese The Cure che parlava di “fallen Angels”*, e anche da un’altra canzone, ascoltata per caso, che alludeva a una conversazione con gli angeli. Tutto sembrava, dunque misteriosamente indicargli il soggetto del suo nuovo film, oltre, va da sé, al famosissimo angelo dorato della pace che dalla Siegessäule vegliava sulla città.
Gli occorreva, naturalmente, uno sceneggiatore che raccogliesse e organizzasse questi spunti e lo mettesse in grado di girare il film. Si rivolse, perciò, all’amico scrittore e poeta Peter Handke, che non avendo in quel momento né la voglia, né l’energia sufficiente per accontentarlo, si limitò a mandargli la
filastrocca molto bella che accompagna, cantilenando, l’intero procedere del film, poiché Wender la utilizzò per sottolineare alcune scene, alternandola a scene di “parlato”, talvolta improvvisato durante le riprese, grazie ai suggerimenti degli attori e di altri collaboratori. Più avanti sarà ancora Peter Handke a inviare all’amico dieci monologhi poetici, che egli avrebbe utilizzato per i dialoghi fra Damiel e Cassiel, i due angeli protagonisti (rispettivamente interpretati da un grandissimo Bruno Ganz e da Otto Sander), nonché per i lunghi monologhi amorosi di Damiel (che aveva scelto, per amore, di diventare uomo) e di Marion, la donna che egli ama e che lo ama.**
Ci troviamo perciò davanti a un film che nasce dalla poesia, sostanza stessa della sua anomala sceneggiatura, ciò che gli conferisce quel carattere di singolarissima opera filosofico-poetica, che permette a Wenders di ridurre al minimo la trama per soffermarsi invece su molte situazioni connotate dalla presenza angelica in alcuni luoghi della città: la biblioteca, frequentata dal vecchio poeta Homer che va alla continua ricerca della vera Potsdamer Platz, quella che si è sedimentata nei suoi ricordi antichi; i ruderi, teatro di posa per un film sul nazismo con Peter Falk; l’area del circo in cui lavora Marion, come trapezista, la cui bellezza indurrà Damiel ad abbandonare la propria immortalità per conoscere finalmente i colori della vita (ai suoi occhi innamorati persino il muro si riempirà di colori), nonché il suo sapore dolce e amaro, il sapore del sangue e del dolore, componente non eliminabile  dall’esistenza di ciascuno, come ci viene detto  nella stupenda e indimenticabile scena del suo risveglio sulla terra, vicino all’armatura piovuta dal cielo, che egli si affretterà a vendere. 

Gli angeli e gli uomini fra cielo e terra

Damiel e Cassiel, come  gli angeli di Rilke, non sono figure religiose, bensì creature cui è stato assegnato, per qualche oscura ragione, il compito di osservare quella zona del mondo, fin dalle sue origini nel tempo: la loro naturale innocenza li rende simili ai bambini e anche a quelle creature animali che sembrano nate per stare accanto all’uomo, per amarlo, e in qualche misura proteggerlo, senza riuscire mai a comprendere fino in fondo, tuttavia,  le ragioni del suo soffrire, della noia che lo affligge, del male di vivere che lo assedia, della sua inutile aggressività, della difficoltà a vivere nella pace. Questa condizione angelica bene si rapporta a quella dei bambini, secondo le prime parole della filastrocca di Handke:

Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente;
e questa pozza, il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.

Nulla di strano, dunque, se solo i bambini riescono a vedere Damiel e Cassiel seduti sopra le rovine dei monumenti della città divisa o muoversi lungo le sue strade, o aggirarsi sulla metropolitana o sistemarsi accanto a loro al circo, senza stupirsene, appesi, come sono ancora con le braccia, al cielo dal quale non si sono completamente staccati. Quei bambini, crescendo, si porranno le domande sul perché, sul come, sul chi sono io, sul senso del vivere e del morire, finché, diventati adulti, la razionalità avrà la meglio su quell’ingenuo interrogarsi e sulla memoria delle origini: essi dimenticheranno gli angeli e si priveranno di un essenziale aspetto di sé. Nonostante tutto, però, il mondo degli uomini e quello degli angeli sono percorsi da una tensione continua che li porta a cercarsi e a incontrarsi più spesso di quanto credano: non ha alcun senso la frattura che, forse per effetto di un malinteso platonismo, si è prodotta in Occidente, fra spirito e materia, quella che gli angeli sopra Berlino testimoniano col loro vuoto ed eterno fluttuare, visto che l’eternità, l’infinità del tempo, è per loro pesante almeno quanto la materialità dell’esistenza lo è per gli uomini. Accettare serenamente la finitezza e l’imperfezione dell’esistere potrebbe essere il modo giusto per coglierne il senso, che sta sfuggendo agli uni e agli altri, e che può essere trovato solo nell’amore, cioè nell’esperienza dell’aprirsi all’altro da sé. Mi è sembrato questo, fondamentalmente, il significato del film, di cui diventa simbolo l’immagine di Marion, la trapezista alla ricerca continua del fragilissimo equilibrio fra il volo e la caduta, fra il cielo e la terra.

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*il ricordo di Wenders è inesatto, perché la canzone dei Cure non fa riferimento a cadute degli angeli. E’ possibile che egli abbia involontariamente sovrapposto nella memoria echi della poesia di Rilke al testo di quella canzone. La caduta implicherebbe ovviamente altre ipotesi interpretative, sulle quali non intendo avventurarmi.
**Tutte le informazioni circa le suggestioni culturali che portarono il regista a ideare questo film, insieme ad altre preziosissime riflessioni, sono consultabili in un articolo molto interessante e accuratamente documentato, che potrete trovare a questo LINK.

E’ arrivata mia figlia


Schermata 2015-06-07 alle 16.50.51recensione del film:
E’ ARRIVATA MIA FIGLIA

Titolo originale:
Que horas ela volta

Regia:
Anna Muylaert

Principali interpreti:
Regina Case, Michel Joelsas, Camila Márdila, Karine Teles,  Lourenço Mutarelli – 114 min. – Brasile 2015.

E’ noto che libertà e uguaglianza non sempre vanno d’accordo, e che, anche negli stati democratici meglio organizzati, con difficoltà si conciliano i principi della libertà individuale con quelli della giustizia, in modo da garantire almeno pari opportunità a tutti i cittadini.
E’ evidente anche ai nostri giorni che le differenze di classe sono una realtà e non il parto delle malsane elucubrazioni di Karl Marx e di Friedrich Engels, così come è altrettanto evidente che le ingiustizie nella distribuzione del reddito, nelle società più avanzate di oggi, stridono con i fondamenti stessi della democrazia e producono tensioni e mutamenti profondi, talvolta drammatici, nelle abitudini e nei comportamenti collettivi. Nel film della regista Anna Muylaert, che descrive il Brasile democratico di Lula e dei suoi successori come un paese in rapidissima espansione economica, l’argomento è affrontato analizzando gli sconquassi sociali provocati nell’organizzazione delle famiglie dallo sviluppo impetuoso dell’economia, che mette in discussione persino il più elementare dei sentimenti, l’amore materno. Le sole donne che, nella società brasiliana della competizione e del “progresso”, sembrano in grado di dare ai bambini l’affetto incondizionato di cui hanno bisogno per crescere, infatti, sono le “tate”, immigrate dal nord povero del paese, chiamate a rimpiazzare le madri vere, troppo indaffarate e in carriera per poter badare ai loro piccoli. Lo spostamento delle tate verso le grandi città, dove la loro opera è indispensabile, non è stato indolore: per lo più esse hanno lasciato i propri figli per occuparsi di quelli altrui, e per inviare ai luoghi d’origine quel denaro necessario a farli studiare e a garantire loro un futuro meno povero.
Può accadere, però, come ci racconta questo film ambientato a San Paulo, che una fedele tata di nome Val (Regina Case), che si è allevata un bambino non suo, Fabinho (Michel Joelsas), accontentandosi della modestissima sistemazione nella stanza più piccola e malandata della grande casa padronale, venga raggiunta dalla figlia Jessica (Camila Márdila) che non vede da dieci anni e che ora è diventata una bella ragazza, intelligente e acculturata, che a San Paulo si accinge a sostenere l’esame per l’ ammissione alla facoltà di Architettura. Il suo arrivo sconvolge  profondamente l’equilibrio dell’intera famiglia, perché le stesse cose che erano state imposte dai padroni di casa e accettate come del tutto naturali da Val sono incomprensibili alla giovane per la quale non è affatto naturale che la bellissima e vuota stanza degli ospiti non possa servire a lei, costretta a dividere con la madre la stanzuccia in cui non ha spazio per studiare, né è naturale che non possa mangiare alla stessa tavola dei padroni, né che non possa servirsi del gelato di Fabinho, che è diverso da quello della servitù, né le pare giusto che le sia vietato, in primo luogo dalla madre, l’uso della piscina in quella casa lussuosa. Jessica, rivendicando il diritto a essere accolta con l’amicizia e con la civiltà dovuta agli ospiti, difende non solo la propria dignità, ma anche quella della madre Val, da troppo tempo schiacciata e umiliata dai suoi ricchi padroni, aperti, progressisti, nonché (chi l’avrebbe mai detto?) democratici.

Attraverso questo piccolo film, che è quasi un apologo, la regista Anna Muylaert ci ricorda con grazia e leggerezza alcune verità sui rapporti di classe che da tempo il cinema ignorava, quasi che avessero perso di importanza nella interclassista corsa al benessere: ci ricorda infatti che l’ingiustizia non nasce dalla natura; che le classi sociali sopravvivono anche al crollo del comunismo; che senza il duro lavoro degli immigrati le società affluenti non potrebbero sopravvivere; che lo sfruttamento del lavoro è ingiusto e inaccettabile, e infine, che il conflitto fra le classi è necessario per riportare un po’ di giustizia fra gli uomini.
Bel film, recitato splendidamente e presentato con successo al festival di Berlino di quest’anno e al Sundance Film Festival, dove ha ottenuto rispettivamente il premio del pubblico come miglior film, e il premio speciale della giuria.

Le regole del caos


Schermata 2015-06-04 alle 21.59.45recensione del film:
LE REGOLE DEL CAOS

Titolo originale:
A little Chaos

Regia:
Alan Rickman

Principali interpreti:
Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Stanley Tucci, Helen McCrory, Steven Waddington, Jennifer Ehle, Adrian Schiller, Danny Webb, Pauline Moran, Morgan Watkins, Henry Garrett – 112 min. – Gran Bretagna 2014.

E’ un elegante film in costume, non privo di spunti interessanti, questo lavoro del regista-attore inglese Alan Rickman, che ricostruisce con accuratezza e attendibilità storica le vicende che portarono  alla sistemazione complessiva dei giardini della reggia di Versailles, affidati all’architetto André Le Notre (nel film diligentemente interpretato da Matthias Schoenaerts), uomo di fiducia di Luigi XIV. La vastità dello spazio da sistemare,  secondo lo schema che sarebbe diventato in seguito quello del giardino alla francese, privo di terrazzamenti e organizzato in modo da consentirne una prospettica e razionale visione d’insieme con fontane, aiuole, padiglioni, sculture corsi d’acqua e colori (le sabbie utilizzate nei parterres de broderie), richiese la collaborazione dei migliori giardinieri paesaggisti dell’epoca che, sotto la direzione di Le Notre, impegnarono la loro esperienza e la loro creatività per realizzare quegli spazi esterni alla reggia di grande importanza nel progetto di organizzazione del consenso della nobiltà intorno all’assolutismo del sovrano. Si trattava, infatti, degli spazi per le feste, i banchetti, le danze… Per allestire una pista riservata al ballo vinse la gara una paesaggista dell’epoca, la bella Sabine de Barra (nel film ottimamente interpretata da Kate Winslet), giovane donna, vedova in seguito a un incidente di carrozza in cui aveva perso il marito e la figlioletta. Ora Sabine si presentava al severo giudizio dell’architetto Le Notre, speranzosa di suscitarne l’interesse con un innovativo progetto, forse anche un po’ scandaloso per l’epoca, tanto era lontano dal classicismo razionalistico degli altri manufatti: un anfiteatro, immerso nel bosco circostante, di pietre e conchiglie, le rocailles, i cui gradini erano resi scintillanti dal gioco delle luci provocato dallo scorrere dell’acqua a circuito chiuso. Uno dei luoghi più suggestivi di quei meravigliosi giardini, Le Bosquet des Rocailles, dunque, nasceva grazie al lavoro difficile di una donna fantasiosa che avrebbe imposto con determinazione il suo punto di vista  “irregolare”, non solo a Le Notre, ma anche al diffidente Luigi XIV.

Il film, però, non ci racconta solo questo, ma ci parla anche della relazione amorosa fra André Le Notre e Sabine, delle gelosie della moglie di lui, dei suoi agguati contro la rivale: un po’ di pettegolezzi, insomma, conditi con qualche scena melò, che non intaccano però il valore storico del film, l’eleganza dei suoi colori, la sobrietà della narrazione, di cui è quasi emblematico anche il fastidio per gli orpelli e le parrucche, che sovrano e cortigiani si levano appena possibile.