Teneramente folle


Schermata 2015-06-28 alle 23.57.50recensione del film:
TENERAMENTE FOLLE

Titolo originale:
Infinitely Polar Bear

Regia:
Maya Forbes

Principali interpreti:
Mark Ruffalo, Zoe Saldana, Imogene Wolodarsky, Ashley Aufderheide, Beth Dixon – 88 min. – USA 2014.

Anche quest’anno, con l’arrivo dell’estate, cominciano a scarseggiare le pellicole di qualità; non è impossibile, tuttavia, imbattersi, nelle sale quasi deserte, in qualche discreto film di nicchia. Come questo.

La regista di Teneramente folle, ovvero Infinitely Polar Bear, racconta sotto forma di fiction la propria infanzia accanto al padre, che nel film si chiama Cameron Stuart (Mark Ruffalo ne è interprete bravissimo), affetto da sindrome maniaco-depressiva, quella malattia mentale che oggi è chiamata “disturbo bipolare”. Fra i momenti di euforia, alternati a quelli di depressione del padre malato, si svolge dunque l’infanzia delle due piccole, Amelia e Faith (interpretate molto bene rispettivamente da Imogene Wolodarsky e Ashley Aufderheide), che insieme alla bellissima mamma nera, Maggie (una tenera e sensibile Zoe Saldana), ebbero la ventura di vivere con quell’uomo, amandolo profondamente, tanto da non fargli mai mancare il loro affettuoso sostegno, nonostante la loro esistenza fosse quasi quotidianamente sottoposta a prove durissime. L’amore fra Maggie e Cameron era nato sulle barricate del ’68, dieci anni prima della storia che ci viene raccontata e che si svolge a Boston, quando ormai le due piccole andavano a scuola. Maggie avrebbe voluto impedire che il precipitare delle condizioni economiche della famiglia (Cameron aveva perso il lavoro e la sua facoltosa parentela lo aveva emarginato) travolgesse anche gli studi delle bambine, per garantire i quali era pronta al più duro dei sacrifici: trasferirsi a NewYork per ottenere rapidamente un Master alla Columbia University e impiegarsi adeguatamente. Si trattava di una scommessa assai azzardata, poiché implicava il temporaneo abbandono del marito, la cui salute mentale era lasciata nelle mani delle bambine che avrebbero dovuto vigilare sull’assunzione regolare dei farmaci indispensabili a mantenere la malattia sotto controllo. Nonostante gli inevitabili problemi e le difficoltà intuibili, le due piccole ce l’avrebbero fatta, imparando anche a rispettare le bizzarrie e ad accettare gli aspetti divertenti di quel papà di cui non era davvero il caso di vergognarsi con i compagni di scuola, visto che si trattava di un uomo simpatico, fantasioso, ottimo cuoco, grande organizzatore di passeggiate e di giochi. Il film ha il grande pregio di un’ottima sceneggiatura, che attentamente ci aiuta a penetrare nella complessa dinamica del difficile rapporto tra il padre e le due bambine; si avvale, inoltre dell’ umanissima recitazione di tutti gli attori e della sensibilità espressiva delle bimbe, chiamate a un compito niente affatto semplice. Non un capolavoro, dunque, ma una bella commedia drammatica, che francamente mi sento di consigliare.

Un’interessante intervista con la regista Maya Forbes si può leggere QUI

Il cielo sopra Berlino


Schermata 2015-06-02 alle 23.35.35recensione del film:
IL CIELO SOPRA BERLINO

Titolo originale:
Der Himmel uber Berlin

Regia:
Wim Wenders

Principali interpreti:
Bruno Ganz, Peter Falk, Solveig Dommartin, Otto Sander, Didier Flamand, Curt Bois, Lajos Kovács, Teresa Harder, Bernard Eisenschitz, Daniela Nacincova, Scott Kirby, Hans-Martin Stier, Sigurd Rachmann, Elmar Wilms, Beatrice Manowski, Bruno Rosaz, Laurent Petitgand, Chick Ortega, Otto Kuhnle, Christoph Merg. – 130 min. – Germania 1987.

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Dedico questo post all’amico poeta Allan Slowal, che come me ama Berlino e Wim Wenders.

Nel 1987, quando uscì questo film (premio per la miglior regia al festival di Cannes di quell’anno), Berlino era ancora divisa dal muro che sarebbe crollato due anni dopo.
Wim Wenders, da poco rientrato in patria dopo gli otto anni trascorsi negli Stati Uniti, dove aveva girato quattro film (tra i quali il bellissimo 
Paris Texas) aveva in mente, ora, di raccontare la città tedesca che portava ancora ferite molto visibili dalla fine della seconda guerra mondiale, evidenti negli scheletri delle case distrutte; nei ruderi della famosa stazione; nel territorio minato intorno al muro; tra le erbacce e i detriti di Potsdamer Platz, per non parlare della presenza ossessiva e inquietante proprio di quel muro cupo, che faceva dell’intera metropoli un luogo grigio e triste. E’ ben vero, come dirà Marion (Solveig Dommartin), il personaggio femminile del film, che quel muro impediva che ci si perdesse nella città, perché o prima o poi ogni passante se lo sarebbe trovato davanti, ma certo, la sua incombente mole sembrava il simbolo di un passato opprimente col quale i conti non erano ancora stati chiusi, ciò che impediva ai berlinesi di vivere liberi e senza angoscia dopo più di quarant’anni anni dalla fine del conflitto.

Alcune coincidenze all’origine del film – Il problema della sceneggiatura

Wim Wender voleva parlare di Berlino come della città degli angeli: a questo lo induceva la riflessione sull’opera che stava leggendo (le Duineser Elegien di Rainer Maria Rilke) e sugli acquerelli di Paul Klee, il pittore che a quell’opera si era ispirato quando aveva prodotto l’ Angelus Novus e le altre raffigurazioni angeliche, in seguito studiate e commentate da Walter Benjamin, nel saggio famoso, titolato appunto Angelus Novus.
Secondo le dichiarazioni dello stesso Wim Wenders, a queste suggestioni culturali si aggiungevano quelle musicali che nascevano da una canzone in voga, del gruppo inglese The Cure che parlava di “fallen Angels”*, e anche da un’altra canzone, ascoltata per caso, che alludeva a una conversazione con gli angeli. Tutto sembrava, dunque misteriosamente indicargli il soggetto del suo nuovo film, oltre, va da sé, al famosissimo angelo dorato della pace che dalla Siegessäule vegliava sulla città.
Gli occorreva, naturalmente, uno sceneggiatore che raccogliesse e organizzasse questi spunti e lo mettesse in grado di girare il film. Si rivolse, perciò, all’amico scrittore e poeta Peter Handke, che non avendo in quel momento né la voglia, né l’energia sufficiente per accontentarlo, si limitò a mandargli la
filastrocca molto bella che accompagna, cantilenando, l’intero procedere del film, poiché Wender la utilizzò per sottolineare alcune scene, alternandola a scene di “parlato”, talvolta improvvisato durante le riprese, grazie ai suggerimenti degli attori e di altri collaboratori. Più avanti sarà ancora Peter Handke a inviare all’amico dieci monologhi poetici, che egli avrebbe utilizzato per i dialoghi fra Damiel e Cassiel, i due angeli protagonisti (rispettivamente interpretati da un grandissimo Bruno Ganz e da Otto Sander), nonché per i lunghi monologhi amorosi di Damiel (che aveva scelto, per amore, di diventare uomo) e di Marion, la donna che egli ama e che lo ama.**
Ci troviamo perciò davanti a un film che nasce dalla poesia, sostanza stessa della sua anomala sceneggiatura, ciò che gli conferisce quel carattere di singolarissima opera filosofico-poetica, che permette a Wenders di ridurre al minimo la trama per soffermarsi invece su molte situazioni connotate dalla presenza angelica in alcuni luoghi della città: la biblioteca, frequentata dal vecchio poeta Homer che va alla continua ricerca della vera Potsdamer Platz, quella che si è sedimentata nei suoi ricordi antichi; i ruderi, teatro di posa per un film sul nazismo con Peter Falk; l’area del circo in cui lavora Marion, come trapezista, la cui bellezza indurrà Damiel ad abbandonare la propria immortalità per conoscere finalmente i colori della vita (ai suoi occhi innamorati persino il muro si riempirà di colori), nonché il suo sapore dolce e amaro, il sapore del sangue e del dolore, componente non eliminabile  dall’esistenza di ciascuno, come ci viene detto  nella stupenda e indimenticabile scena del suo risveglio sulla terra, vicino all’armatura piovuta dal cielo, che egli si affretterà a vendere. 

Gli angeli e gli uomini fra cielo e terra

Damiel e Cassiel, come  gli angeli di Rilke, non sono figure religiose, bensì creature cui è stato assegnato, per qualche oscura ragione, il compito di osservare quella zona del mondo, fin dalle sue origini nel tempo: la loro naturale innocenza li rende simili ai bambini e anche a quelle creature animali che sembrano nate per stare accanto all’uomo, per amarlo, e in qualche misura proteggerlo, senza riuscire mai a comprendere fino in fondo, tuttavia,  le ragioni del suo soffrire, della noia che lo affligge, del male di vivere che lo assedia, della sua inutile aggressività, della difficoltà a vivere nella pace. Questa condizione angelica bene si rapporta a quella dei bambini, secondo le prime parole della filastrocca di Handke:

Quando il bambino era bambino,
se ne andava a braccia appese.
Voleva che il ruscello fosse un fiume,
il fiume un torrente;
e questa pozza, il mare.

Quando il bambino era bambino,
non sapeva d’essere un bambino.
Per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt’uno.

Nulla di strano, dunque, se solo i bambini riescono a vedere Damiel e Cassiel seduti sopra le rovine dei monumenti della città divisa o muoversi lungo le sue strade, o aggirarsi sulla metropolitana o sistemarsi accanto a loro al circo, senza stupirsene, appesi, come sono ancora con le braccia, al cielo dal quale non si sono completamente staccati. Quei bambini, crescendo, si porranno le domande sul perché, sul come, sul chi sono io, sul senso del vivere e del morire, finché, diventati adulti, la razionalità avrà la meglio su quell’ingenuo interrogarsi e sulla memoria delle origini: essi dimenticheranno gli angeli e si priveranno di un essenziale aspetto di sé. Nonostante tutto, però, il mondo degli uomini e quello degli angeli sono percorsi da una tensione continua che li porta a cercarsi e a incontrarsi più spesso di quanto credano: non ha alcun senso la frattura che, forse per effetto di un malinteso platonismo, si è prodotta in Occidente, fra spirito e materia, quella che gli angeli sopra Berlino testimoniano col loro vuoto ed eterno fluttuare, visto che l’eternità, l’infinità del tempo, è per loro pesante almeno quanto la materialità dell’esistenza lo è per gli uomini. Accettare serenamente la finitezza e l’imperfezione dell’esistere potrebbe essere il modo giusto per coglierne il senso, che sta sfuggendo agli uni e agli altri, e che può essere trovato solo nell’amore, cioè nell’esperienza dell’aprirsi all’altro da sé. Mi è sembrato questo, fondamentalmente, il significato del film, di cui diventa simbolo l’immagine di Marion, la trapezista alla ricerca continua del fragilissimo equilibrio fra il volo e la caduta, fra il cielo e la terra.

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*il ricordo di Wenders è inesatto, perché la canzone dei Cure non fa riferimento a cadute degli angeli. E’ possibile che egli abbia involontariamente sovrapposto nella memoria echi della poesia di Rilke al testo di quella canzone. La caduta implicherebbe ovviamente altre ipotesi interpretative, sulle quali non intendo avventurarmi.
**Tutte le informazioni circa le suggestioni culturali che portarono il regista a ideare questo film, insieme ad altre preziosissime riflessioni, sono consultabili in un articolo molto interessante e accuratamente documentato, che potrete trovare a questo LINK.

E’ arrivata mia figlia


Schermata 2015-06-07 alle 16.50.51recensione del film:
E’ ARRIVATA MIA FIGLIA

Titolo originale:
Que horas ela volta

Regia:
Anna Muylaert

Principali interpreti:
Regina Case, Michel Joelsas, Camila Márdila, Karine Teles,  Lourenço Mutarelli – 114 min. – Brasile 2015.

E’ noto che libertà e uguaglianza non sempre vanno d’accordo, e che, anche negli stati democratici meglio organizzati, con difficoltà si conciliano i principi della libertà individuale con quelli della giustizia, in modo da garantire almeno pari opportunità a tutti i cittadini.
E’ evidente anche ai nostri giorni che le differenze di classe sono una realtà e non il parto delle malsane elucubrazioni di Karl Marx e di Friedrich Engels, così come è altrettanto evidente che le ingiustizie nella distribuzione del reddito, nelle società più avanzate di oggi, stridono con i fondamenti stessi della democrazia e producono tensioni e mutamenti profondi, talvolta drammatici, nelle abitudini e nei comportamenti collettivi. Nel film della regista Anna Muylaert, che descrive il Brasile democratico di Lula e dei suoi successori come un paese in rapidissima espansione economica, l’argomento è affrontato analizzando gli sconquassi sociali provocati nell’organizzazione delle famiglie dallo sviluppo impetuoso dell’economia, che mette in discussione persino il più elementare dei sentimenti, l’amore materno. Le sole donne che, nella società brasiliana della competizione e del “progresso”, sembrano in grado di dare ai bambini l’affetto incondizionato di cui hanno bisogno per crescere, infatti, sono le “tate”, immigrate dal nord povero del paese, chiamate a rimpiazzare le madri vere, troppo indaffarate e in carriera per poter badare ai loro piccoli. Lo spostamento delle tate verso le grandi città, dove la loro opera è indispensabile, non è stato indolore: per lo più esse hanno lasciato i propri figli per occuparsi di quelli altrui, e per inviare ai luoghi d’origine quel denaro necessario a farli studiare e a garantire loro un futuro meno povero.
Può accadere, però, come ci racconta questo film ambientato a San Paulo, che una fedele tata di nome Val (Regina Case), che si è allevata un bambino non suo, Fabinho (Michel Joelsas), accontentandosi della modestissima sistemazione nella stanza più piccola e malandata della grande casa padronale, venga raggiunta dalla figlia Jessica (Camila Márdila) che non vede da dieci anni e che ora è diventata una bella ragazza, intelligente e acculturata, che a San Paulo si accinge a sostenere l’esame per l’ ammissione alla facoltà di Architettura. Il suo arrivo sconvolge  profondamente l’equilibrio dell’intera famiglia, perché le stesse cose che erano state imposte dai padroni di casa e accettate come del tutto naturali da Val sono incomprensibili alla giovane per la quale non è affatto naturale che la bellissima e vuota stanza degli ospiti non possa servire a lei, costretta a dividere con la madre la stanzuccia in cui non ha spazio per studiare, né è naturale che non possa mangiare alla stessa tavola dei padroni, né che non possa servirsi del gelato di Fabinho, che è diverso da quello della servitù, né le pare giusto che le sia vietato, in primo luogo dalla madre, l’uso della piscina in quella casa lussuosa. Jessica, rivendicando il diritto a essere accolta con l’amicizia e con la civiltà dovuta agli ospiti, difende non solo la propria dignità, ma anche quella della madre Val, da troppo tempo schiacciata e umiliata dai suoi ricchi padroni, aperti, progressisti, nonché (chi l’avrebbe mai detto?) democratici.

Attraverso questo piccolo film, che è quasi un apologo, la regista Anna Muylaert ci ricorda con grazia e leggerezza alcune verità sui rapporti di classe che da tempo il cinema ignorava, quasi che avessero perso di importanza nella interclassista corsa al benessere: ci ricorda infatti che l’ingiustizia non nasce dalla natura; che le classi sociali sopravvivono anche al crollo del comunismo; che senza il duro lavoro degli immigrati le società affluenti non potrebbero sopravvivere; che lo sfruttamento del lavoro è ingiusto e inaccettabile, e infine, che il conflitto fra le classi è necessario per riportare un po’ di giustizia fra gli uomini.
Bel film, recitato splendidamente e presentato con successo al festival di Berlino di quest’anno e al Sundance Film Festival, dove ha ottenuto rispettivamente il premio del pubblico come miglior film, e il premio speciale della giuria.

Le regole del caos


Schermata 2015-06-04 alle 21.59.45recensione del film:
LE REGOLE DEL CAOS

Titolo originale:
A little Chaos

Regia:
Alan Rickman

Principali interpreti:
Kate Winslet, Matthias Schoenaerts, Alan Rickman, Stanley Tucci, Helen McCrory, Steven Waddington, Jennifer Ehle, Adrian Schiller, Danny Webb, Pauline Moran, Morgan Watkins, Henry Garrett – 112 min. – Gran Bretagna 2014.

E’ un elegante film in costume, non privo di spunti interessanti, questo lavoro del regista-attore inglese Alan Rickman, che ricostruisce con accuratezza e attendibilità storica le vicende che portarono  alla sistemazione complessiva dei giardini della reggia di Versailles, affidati all’architetto André Le Notre (nel film diligentemente interpretato da Matthias Schoenaerts), uomo di fiducia di Luigi XIV. La vastità dello spazio da sistemare,  secondo lo schema che sarebbe diventato in seguito quello del giardino alla francese, privo di terrazzamenti e organizzato in modo da consentirne una prospettica e razionale visione d’insieme con fontane, aiuole, padiglioni, sculture corsi d’acqua e colori (le sabbie utilizzate nei parterres de broderie), richiese la collaborazione dei migliori giardinieri paesaggisti dell’epoca che, sotto la direzione di Le Notre, impegnarono la loro esperienza e la loro creatività per realizzare quegli spazi esterni alla reggia di grande importanza nel progetto di organizzazione del consenso della nobiltà intorno all’assolutismo del sovrano. Si trattava, infatti, degli spazi per le feste, i banchetti, le danze… Per allestire una pista riservata al ballo vinse la gara una paesaggista dell’epoca, la bella Sabine de Barra (nel film ottimamente interpretata da Kate Winslet), giovane donna, vedova in seguito a un incidente di carrozza in cui aveva perso il marito e la figlioletta. Ora Sabine si presentava al severo giudizio dell’architetto Le Notre, speranzosa di suscitarne l’interesse con un innovativo progetto, forse anche un po’ scandaloso per l’epoca, tanto era lontano dal classicismo razionalistico degli altri manufatti: un anfiteatro, immerso nel bosco circostante, di pietre e conchiglie, le rocailles, i cui gradini erano resi scintillanti dal gioco delle luci provocato dallo scorrere dell’acqua a circuito chiuso. Uno dei luoghi più suggestivi di quei meravigliosi giardini, Le Bosquet des Rocailles, dunque, nasceva grazie al lavoro difficile di una donna fantasiosa che avrebbe imposto con determinazione il suo punto di vista  “irregolare”, non solo a Le Notre, ma anche al diffidente Luigi XIV.

Il film, però, non ci racconta solo questo, ma ci parla anche della relazione amorosa fra André Le Notre e Sabine, delle gelosie della moglie di lui, dei suoi agguati contro la rivale: un po’ di pettegolezzi, insomma, conditi con qualche scena melò, che non intaccano però il valore storico del film, l’eleganza dei suoi colori, la sobrietà della narrazione, di cui è quasi emblematico anche il fastidio per gli orpelli e le parrucche, che sovrano e cortigiani si levano appena possibile.

Louisiana (The other Side)


Schermata 2015-05-30 alle 22.55.51recensione del film:
LOUISIANA (THE OTHER SIDE)

Regia
Roberto Minervini

Principali interpreti:
Mark Kelley, Lisa Allen, James Lee Miller – 92 minuti- Italia, Francia 2015

Documentario

Louisiana (The other Side) intende descrivere l’ aspetto più nascosto degli Stati Uniti, quello che, almeno secondo molti autorevoli critici, pochi avrebbero raccontato al cinema. Io, personalmente, ritengo che non sia così: penso a Michael Moore, per esempio, che ci ha mostrato molto di quel paese e della mentalità diffusa in parecchi Stati del Sud, sfondo delle riprese di questo film, per non parlare poi dei registi del cinema indipendente americano che, pur adottando tecniche narrative diverse da quelle dei documentaristi, ci ha spesso parlato dell’America meno conosciuta, quella fuori dai circuiti turistici seguendo i quali tutto è bello, pulito e scintillante.

Louisiana è, secondo le dichiarazioni dello stesso regista, uno scrupoloso documentario, girato da lui e da una coppia di operatori, che a turni di mezz’ora si erano avvicendati nelle riprese (ovvero trascorso il tempo massimo oltre il quale la pesantissima macchina da presa a spalla non sarebbe stata sopportabile). In fase di post-produzione, egli stesso, quindi, aveva sottoposto tutto il materiale raccolto a un montaggio severissimo, senza risparmio di tagli, rendendo il “documentario” così accurato ed elegante da risultare infine difficilmente distinguibile da un film di finzione. L’opera si muove lungo due percorsi narrativi, il primo dei quali descrive un giovane drogato, nonché produttore e spacciatore di crack, nelle sue relazioni familiari (ama tanto la nonnina e anche la sorella), sociali e amorose; il secondo segue, invece, a distanza ravvicinata, un gruppo di  fanatici razzisti che, terrorizzati dalla prossima invasione dei loro territori e delle loro case da parte dell’ONU (!), si esercitano con mitra e bombe ad affrontare il pericolo, al fine di salvaguardare le proprie amatissime famiglie. Il film dunque ci presenta, effettivamente, un’America diversa, popolata da uomini confusamente ribelli alle leggi e allo stato, ritenuto responsabile dei loro problemi e delle loro sventure, che non solo dicono nefandezze di ogni sorta, dalle lodi al capitalismo, che permette a ogni maschio di sfruttare economicamente le attrattive sessuali delle “proprie” donne alle dichiarazioni di odio per i “negri” che hanno creduto a Obama e lo hanno votato, ma compiono anche gesti repellenti, che culminano, alla fine del film, in un raccapricciante attentato contro l’auto che ospita l’effigie dell’odiato presidente.

Ne risulta un lavoro assai ambiguo: molti contenuti sono inquietanti, altri sono imbarazzanti, ma in entrambi i casi non diventano, almeno secondo me, oggetto di denuncia, poiché prevale il punto di vista espresso dai miserabili (non solo economicamente) soggetti ripresi dal film, senza che si affacci, almeno qualche volta, un punto di vista “altro”, una qualche obiezione. Tutto ciò mi ha lasciato l’impressione sgradevole di diventare complice di un’operazione volta a umanizzare non solo quelle persone (ci mancherebbe altro), ma anche le cose inaccettabili che dicono o che fanno, il che sicuramente esula dalle intenzioni del talentuoso regista, il cui intervento in post-produzione mi è parso, paradossalmente,  funzionale soprattutto a rendere accettabile, almeno sul piano estetico (ma non è poco!), una visione del mondo regressiva e reazionaria.

Presentato al Festival di Cannes appena concluso, nella sezione Un certain regard.

Youth – La giovinezza


Schermata 2015-05-20 alle 18.43.14recensione del film:
YOUTH – LA GIOVINEZZA

Regia:
Paolo Sorrentino

Principali interpreti:
Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Neve Gachev, Ed Stoppard, Alex MacQueen, Tom Lipinski, Madalina Diana Ghenea, Emilia Jones, Chloe Pirrie – 118 min. – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna 2015.

Nella ridente località svizzera di Davos, ai piedi delle Alpi, sorge un grande e lussuoso albergo, il Berghotel Schatalp, legato alla memoria di Thomas Mann, che qui aveva scritto quel grande capolavoro che è La montagna incantata. Qui Sorrentino ambienta il suo film: per l’occasione l’hotel diventa un resort di lusso che accoglie, assai più modestamente, alcuni signori di varia età senza alcun problema economico. D’altra parte è presto chiaro che per il regista quelli economici non sono i soli problemi dell’umanità, che è afflitta da molti altri guai: l’amore, che eterno non è, anche se ci illudiamo che lo sia; la gelosia, che è vana, ma è sempre strettamente legata all’amore; la salute che se ne va quanto più si invecchia, soprattutto se si è maschi e arrivano i problemi dell’ ipertrofia prostatica, che è, infatti, l’argomento principale di conversazione, in questo albergo, fra due anziani intellettuali, un regista cinematografico (Harvey Keitel) che vorrebbe girare l’ultimo film prima di morire, e un vecchio direttore d’orchestra (Michael Caine), ex grande sciupafemmine, ma fedele (lo dice lui) al suo unico vero amore, la moglie  che ora non c’è più, ciò che lo ha trasformato nell’uomo più casto del mondo (che c’entri per caso la prostata?). C’è poi la difficoltà di chi vorrebbe vivere di pura meditazione, come il monaco buddista che infatti cerca vanamente di raggiungere la purezza assoluta per levitare; c’è l’angoscia del giovane attore (Paul Dano) che vorrebbe sganciarsi da un ruolo che sembra lo stia imprigionando, tanto gli è stato appiccicato addosso; c’è addirittura Maradona, con tatuaggio enorme di Karl Marx sulla schiena, in gravi ambasce, non riuscendo a respirare per gli straschichi degli stravizi del passato e anche per l’eccesso del suo peso, capace, però, di illudersi di essere ancora un grandissimo tiratore, nonostante non possa separarsi dalla sua bombola d’ossigeno.  Ci sono le lacrime della figlia del direttore d’orchestra (Rachel Weisz), lasciata dal marito per una pop star senza cervello (ma, che, a quanto pare, ha grandi qualità sotto le lenzuola). Si consolerà presto, grazie al muscoloso maestro di alpinismo (anche lui mi è sembrato senza molto cervello) che le insegna il climbing sulle palestre di roccia, c’è Jane Fonda, grande amore dell’adolescenza del musicista e anche del regista, che ha lasciato, con grande dolore, il cinema per la TV… C’è soprattutto il lento distacco dalla vita, oggetto di meditazioni piuttosto ovvie e di riflessioni pseudo filosofiche di grande effetto, pur nella loro sconfortante banalità.

Come per La grande bellezzapotrei continuare ancora con questo elenco di poco originali e poco interessanti storie che nel corso del film sono purtroppo anche punteggiate da un eccesso di “parlato” sentenzioso e predicatorio, falsamente moraleggiante, ciò che mi ha reso insopportabile il film nel suo complesso.
Eppure mi ero accinta a vedere questa pellicola con i migliori propositi,  poiché, anche se questo regista non è nelle mie corde, sono disposta a cogliere elementi nuovi e sorprendenti, convinta come sono che i capolavori (rarissimi nel cinema, come in qualsiasi altra forma d’arte) possano arrivare improvvisamente, ribaltando le nostre convinzioni. Poiché, però, non amo la magniloquenza vuota, né il bell’effetto che genera stupore, né il nulla in confezione regalo, che indica l’abilità nel nascondere l’inconsistenza dell’oggetto regalato, in altre parole, non amo la retorica, fatta di luoghi comuni, di banalità che cadono dall’alto di una pseudo saggezza da carta dei cioccolatini, né amo la lacrima preparata con cura dagli effetti speciali (in cui Sorrentino si dimostra davvero un maestro), non posso dire altro se non che non ho amato questo film. E, per piacere, ancora una volta, lasciamo stare Fellini!

Il racconto dei racconti – Tale of Tales


Schermata 2015-05-15 alle 22.21.52recensione del film
IL RACCONTO DEI RACCONTI _ TALE OF TALES

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa – 125 min. – Italia, Francia, Gran Bretagna 2015

C’era una volta una regina (Salma Hayek) così disperata perché senza figli da essere disposta a qualsiasi sacrificio pur di averne (pazienza poi se a subire il sacrificio non sarà lei). C’era una volta un re (Vincent Cassel) così stolto da innamorarsi di una voce (ignorando che appartenesse a una vecchia megera). C’era una volta un re (Toby Jones) ancora più stolto: aveva allevato una pulce e l’aveva fatta crescere tanto da renderla del tutto simile a un mostruoso mammifero (pretenderà di servirsene quando dovrà maritare la figlia). Intrecciando gli sviluppi (che non intendo rivelare) di queste tre fiabe tratte dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile*, Matteo Garrone ci trasporta nel suo anomalo ma bellissimo film, appena presentato a Cannes, facendoci vivere per due ore nello spazio del “meraviglioso”, ovvero là dove aspetti della realtà quotidiana trapassano con facilità e naturalezza nel mondo delle incantagioni e dei sortilegi, quello dei maghi, delle fate e degli orchi, dei negromanti e dei draghi che da sempre hanno popolato le fantasie dell’umanità (non solo dell’infanzia), quando con facilità e senza troppi problemi qualsiasi prodigiosa narrazione era sembrata naturalmente plausibile. Se per apprezzare appieno il film, dunque, è bene che ci apprestiamo a vederlo abbandonandoci al fluire del racconto, senza pretendere di razionalizzarlo troppo, è necessario però anche ricordare che le fiabe raccontate dal film sono per gli adulti, pienamente coscienti che le radici dei racconti di fate e di orchi affondano negli archetipi collettivi dell’inconscio in cui le pulsioni elementari, dettate dagli istinti corporali per la sopravvivenza, sono all’origine dei comportamenti umani più primitivi e meno accettati, quelli che attraverso l’educazione e l’organizzazione sociale abbiamo cercato di reprimere.

Matteo Garrone, per narrare questo mondo oscuro e labirintico, evita lodevolmente di ricorrere agli effetti spesso facili e grossolani della computer-grafica hollywoodiana o giapponese e, in modo culturalmente assai più suggestivo ed elegante, ambienta questo suo film in alcuni luoghi ancora abbastanza intatti del paesaggio naturale e artistico italiano, fuori per lo più dai consueti circuiti del turismo di massa**, collocandoli nel tempo delle corti feudali, presso le quali girovaghi e saltimbanchi rappresentavano le fiabe popolari per il diletto dei nobili. In tal modo, come l’autore a cui si ispira, egli dà voce ai “villani” che per quelle corti lavoravano duramente la terra e allevavano gli animali, senza aspettarsi molto altro che di sfamarsi e dissetarsi, e alle donne, che fuori o dentro le corti poco contavano, se non come fonte del piacere maschile, nonché come addette alla riproduzione della specie e alla salvaguardia attenta della gerarchia delle classi. Il risultato è un film molto bello e originale, ben diretto e interpretato benissimo, arricchito da una fotografia di eccezionale suggestione, che poco concede alle storie “gotiche” e molto, invece, mi sembra dare alla cultura e al gusto degli spettatori. Da vedere sicuramente!

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*Lo Cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, attinte in parte dalla tradizione popolare italiana e in parte dalla tradizione novellistica boccacciana, che Giambattista Basile (1575 – 1632) raccolse nel corso della sua vita ma che fu pubblicata postuma nel 1636. A partire dal 1674 al titolo venne aggiunta la denominazione Pentamerone, per sottolineare la stretta parentela col Decameron, di cui condivide certamente la struttura o cornice (10 racconti per ogni giornata per cinque giornate soltanto). Nel corso dell’800, in ambiente napoletano, il Pentamerone venne riscoperto e studiato in Italia, ma nel resto dell’Europa Charles Perrault e I fratelli Grimm si erano ben accorti delle sue bellissime fiabe e ne avevano fatto parte costitutiva delle loro raccolte. Nel 1925, finalmente, la traduzione italiana di Benedetto Croce, che definì questo libro la più bella fra le opere letterarie dell’età barocca in Italia, impose all’attenzione anche degli altri italiani le belle storie del Basile. Italo Calvino lo studiò e incluse qualche fiaba fra le sue Fiabe italiane.

**Le bellissime location, quanto mai suggestive, sono in Sicilia (le gole dell’Alcantara e Il Castello di Donnafugata col suo labirinto); nel Lazio (il bosco di Sasseto) e in Puglia (Castel del Monte e Gioia del Colle). Eventuali e documentate aggiunte sarebbero molto gradite!

Leviathan


Schermata 2015-05-14 alle 12.20.27recensione del film
LEVIATHAN

Regia:
Andrei Zvyagintsev

Principali interpreti:
Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova – 140 min. – Russia 2014

Il film narra la vicenda disperata di Kolya, un meccanico che si è costruito in una piccola città sul mar di Barents un’officina da autoriparatore e una casa dove abitare con la seconda moglie, Lilya e il figlioletto quasi adolescente che poco sopporta la matrigna. La vita del protagonista (Aleksey Serebryakov) è sottoposta a molteplici tensioni, sia per le difficoltà della vita familiare, sia perché il sindaco (Roman Madyanov) della cittadina ha messo gli occhi sulle sue proprietà e vorrebbe impadronirsene, espropriandolo per destinare alla speculazione l’intera area, offrendogli una ricompensa simbolica. A sostenere le ragioni di Kolya è un giovane avvocato moscovita, brillante e preparato, convinto che sarà possibile spuntarla contro l’autorità locale, grazie al ponderoso dossier di documenti inoppugnabili in suo possesso, dai quali emerge la corruzione profonda dell’intera amministrazione, di cui il sindaco è il maggiore responsabile.
A lui infatti fa capo un’ organizzazione di potere mafioso, che non esita a ricorrere alle minacce brutali e anche all’omicidio per realizzare i suoi piani, contando sull’appoggio esplicito della chiesa ortodossa locale, vera e propria macchina del consenso presso i ceti medi del luogo. Esibendogli il suo dossier l’avvocato suppone di far desistere il sindaco dal suo proposito: non sarà così, com’è ovviamente intuibile: l’orrido mostro biblico, il Leviatano, evocato dal titolo, incarnazione del potere totalitario fatto di arbitrio, violenza e soprusi, inghiottirà  il povero Kolya, annientandone ogni resistenza.

Il film, che è girato con grande maestria dal regista russo Andrei Zvyagintsev, poco conosciuto in Italia, è una potente rappresentazione delle condizioni disperate della Russia di oggi, in cui si sono sciaguratamente alleati, secondo una secolare tradizione, che sembrava essersi interrotta dopo la rivoluzione sovietica, il potere religioso e quello politico, per schiacciare la popolazione, condannandola senza scampo alla subalternità. La figura di Kolya, che secondo l’intenzione del regista dovrebbe incarnare il mite Giobbe della Bibbia, che subisce il volere di Dio senza reagire, fiducioso in una qualche ricompensa futura, è sgradevole e non suscita una vera empatia, poiché è difficile l’identificazione con la sua irascibile impulsività, l’ubriachezza quasi costante, la scarsa attenzione alla moglie, la violenza nei confronti del figlio. Il quadro complessivo che emerge dal film è davvero cupo, ben simboleggiato dal paesaggio marino, bellissimo e affascinante, ma violentemente claustrofobico e minaccioso, dalle rovine dei vecchi monasteri affrescati, dallo sperdimento dei giovani che precocemente abbandonano la scuola e consumano la loro giovinezza fra alcol, tabacco e furti. Bel film, certamente, ma difficile da amare.

Forza maggiore


Schermata 2015-05-09 alle 22.56.23recensione del film:
FORZA MAGGIORE

Titolo originale:
Turist – Force Majeure

Regia:
Ruben Östlund

Principali interpreti:
Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren, Vincent Wettergren, Kristofer Hivju, Fanni Metelius, Karin Myrenberg, Brady Corbet – 118 min. – Francia, Danimarca, Germania 2014.

La vicenda narrata da questo straordinario film si svolge sullo sfondo meraviglioso delle Alpi francesi (Valle del Rodano). Qui arrivano, dall’Europa del Nord gruppi di turisti per trascorrere una distensiva vacanza sulla neve, accolti da un’organizzazione perfettamente predisposta in ogni particolare al fine di rendere tranquilla e indimenticabile la loro settimana bianca. Il “resort” è lussuoso e confortevole (anche se un po’ sinistro e claustrofobico); il villaggio sorge su un altipiano sospeso, come una piattaforma spaziale, fra le le altezze vertiginose circostanti; gli impianti sportivi per la risalita e per il rientro sono studiati per attraversare abissali vuoti nella massima sicurezza dei passeggeri; un’imponente attrezzatura tecnologica mantiene la neve perfetta sui campi da sci, mentre di notte e di giorno colpi di cannone ben mirati provocano il distacco controllato dei cumuli di neve, disgregandoli perché non diventino valanghe.
Una vacanza nella “natura”, dunque? Non proprio, anche se parrebbe, essendo la natura, in quel luogo, imbrigliata e regolata dai marchingegni creati dalle umane conoscenze scientifiche e tecnologiche necessarie per contenerne la spaventosa forza distruttiva. In questo modo, il villaggio sull’abisso diventa anche la metafora della nostra “natura” profonda di esseri umani, frenata e imbrigliata dal millenario processo di incivilimento. E’ ben vero, però, che non tutto ciò che può accadere è prevedibile ed è anche vero che talvolta la nostra stessa percezione di ciò che accade è distorta da paure profonde e irrazionali, che mettono in luce ciò che di noi avevamo tenuto ben nascosto. In questo scenario non semplice, come si vede, vengono fatti muovere i protagonisti del dramma, serio solo in parte, che è rappresentato nel film: una cannonata in pieno giorno provoca la valanga “sotto controllo” che sembra scendere senza ostacoli dalla montagna prospiciente la bella terrazza del resort sulla quale i turisti stanno pranzando e godendosi la straordinaria bellezza che li circonda, fotografando e filmando il grandioso evento. Nulla di grave dovrebbe accadere, e infatti nulla accadrà, ma il progressivo avvicinarsi di quel “mostro”, l’ingrossarsi della sua massa nevosa che discende velocemente e il suo disintegrarsi in mille goccioline che impediscono di vedere (un meraviglioso piano sequenza!), provocano reazioni di paura e di angoscia insospettabili nei componenti di una famiglia svedese, apparentemente tranquilla, ospite di quel luogo. Dapprima sono i bambini a urlare, poi la madre, che cerca di fare loro scudo col proprio corpo, mentre il papà, Tomas (Johannes Kuhnke), invocato a gran voce, si allontana e sembra quasi fuggire dal pericolo (immaginario) e dalle proprie responsabilità. La donna, Ebba (Lisa Loven Kongsli), dunque, si è lasciata trascinare irrazionalmente dal panico e ora reagirà nel peggiore dei modi, e, ciò che è più grave, innescherà una catena di rovinosi contraccolpi, che si trascineranno per tutti i giorni della vacanza, diventata sempre più simile a un incubo claustrofobico.

La “montagna incantata” rivelerà, davvero, alla fine del film il suo volto terribile e nascosto, in un episodio non secondario, allorché, durante l’ultima traversata sugli sci, la stessa famigliuola si troverà sul serio in grande pericolo, nonostante le precauzioni adottate. Sarà la ritrovata solidarietà familiare e coniugale a risolvere un problema che avrebbe potuto diventare drammatico. Tutto è bene quel che finisce bene? No, piuttosto Molto rumor per nulla, per rimanere dalle parti di Shakespeare.
A minare, ancora una volta, infatti, sul pullman del ritorno, la pace e la tranquillità dei turisti è …la paura, questa volta una paura indotta (ancora Ebba), contagiosa e grottesca che rimanda a molti film di Buñuel (L’angelo sterminatore sopra ogni altro). L’ultima scena del gruppo di turisti che scendono precipitosamente dal pullman e si dirigono lentamente lungo la strada tortuosa verso l’aeroporto, al freddo, mentre presto scenderà la notte, mi è sembrata anche l’ironica riproposizione delle scene ricorrenti più famose del Fascino discreto della borghesia (gli strampalati protagonisti del film che si mettono in marcia). I borghesi buñueliani, che hanno paura di tutto e si costruiscono continuamente inesistenti nemici, rassomigliano sinistramente, infatti, alla ricca borghesia di questo film, che continuamente e ovunque vede pericoli, per affrontare i quali si chiude volontariamente nella corazza protettiva della tecnologia avanzata, bunker-prigione sorvegliatissimo, ignorando, però, di vivere sull’orlo dell’abisso.

Magnifico film (premiato dalla giuria al Festival di Cannes 2014, nella sezione Un certain regard), originale e ricchissimo di significativi episodi, da vedere e da meditare.

Due film francesi: French Connexion – Samba


Schermata 2015-05-05 alle 12.44.58recensione del film:
FRENCH CONNECTION

Titolo originale:
La French

Regia:
Cedric Jimenez

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Céline Sallette, Mélanie Doutey, Benoît Magimel, Guillaume Gouix, Bruno Todeschini, Féodor Atkine, Moussa Maaskri, Pierre Lopez, Eric Collado, Cyril Lecomte, Jean-Pierre Sanchez, Georges Neri, Martial Bezot, Bernard Blancan, Gérard Meylan – 135 min. – Francia, Belgio 2014.

Momento di grazia, per il cinema francese, che ci manda da qualche tempo, oltre ai film belli di cui ho scritto le recensioni, alcuni buoni film, scritti con cura, che si seguono con piacere degli occhi e anche della mente.
Questo, ad esempio, pur affrontando il tema più volte trattato (anche dal cinema italiano) delle complicità mafiose fra malavitosi corsi, italiani e americani per il controllo del traffico internazionale della droga, ci presenta un intreccio interessante, condotto molto bene dal regista che ricostruisce, con attendibilità storica, i meriti di Pierre Michel, il coraggioso giudice francese, che trasferito nel 1975 a Marsiglia dalla città di Metz (Lorena), si era impegnato con tutte le sue forze per smantellare la ramificata organizzazione che si occupava di raffinare gli oppiacei, confezionarli ben camuffati dentro lattine di conserve alimentari e farli partire dal porto di Marsiglia alla volta di NewYork, sottraendoli a qualsiasi controllo. L’organizzazione mafiosa aveva a Marsiglia un capo riconosciuto, l’italiano Gaetano Zampa (Gilles Lellouche), che agiva nell’ombra, coperto da politici locali pavidi e collusi, che avrebbero preferito una condotta maggiormente cauta del giudice. Soltanto dopo l’elezione di François Mittérand alla presidenza della repubblica (1980), i socialisti francesi decisero di allentare i legami con l’organizzazione, facendo saltare la struttura gerarchica mafiosa, che, ormai del tutto fuori dal controllo di Zampa, organizzò l’attentato contro Pierre Michel. La vicenda, che è vera, è raccontata con classica compostezza, nel modo teso e incalzante dei film di genere degli anni ’80, di cui il regista evoca la presenza anche attraverso le scene di inseguimento lungo la “corniche”, i colori ingialliti della fotografia, la nettissima contrapposizione fra il giudice e il bandito, condotta però sul filo del reciproco rispetto. Nulla di particolarmente originale, per carità, ma un buon film, abbastanza coinvolgente.

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Schermata 2015-05-08 alle 20.12.04recensione del film:
SAMBA

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Izia Higelin, Youngar Fall – durata 116 min. – Francia 2014.

I due registi che nel 2011 avevano girato Quasi amici, arrivato nelle nostre sale nel 2012, questa volta si cimentano sul tema scottante dell’immigrazione, in una commedia abbastanza gradevole, e anche un po’ amara. Il protagonista è Samba (Omar Sy, lo stesso di Quasi amici), qui nelle vesti di un senegalese in cerca di fortuna a Parigi, dove vive uno zio che invano egli tenta di raggiungere. Samba, infatti, che è da dieci anni in attesa del permesso di soggiorno, è costretto ora a campare in un centro di accoglienza, alle porte della metropoli, fra altri immigrati come lui. Quando, con un po’ di fortuna, gli sarà possibile fuggire dal centro, emergeranno molti problemi, perché non è facile a nessuno vivere senza documenti in una grande città poco ospitale, in condizioni di ricattabilità, senza alcuna tutela nel lavoro, e senza garanzie di ricevere una ricompensa adeguata. Per fortuna esistono le associazioni filantropiche, le signore che si adoperano per aiutare come possono i diseredati in attesa di lavoro e regolarizzazione. Samba verrà preso a cuore da Alice (Charlotte Gainsbourgh, la musa degli ultimi film di Lars von Trier), volontaria alle prime armi, che non sa molto di immigrazione, ma che cerca di non pensare ai problemi che l’hanno portata alle soglie della depressione. Alice, infatti, è una top manager stressata dalle preoccupazioni e dalle responsabilità, ora in congedo per curarsi: forse può farle bene occuparsi dei problemi degli altri. Fra i due nasce un rapporto di simpatia, forse un amore. La soluzione dei problemi di Samba arriverà, però, in modo sorprendente e drammatico, quando egli verrà in possesso, senza volere, dei documenti validissimi e del permesso di soggiorno di un amico del centro di accoglienza, morto annegato nella Senna, col quale aveva scambiato la propria giacca. Potrà lavorare da allora regolarmente e nel rispetto della legge, ma avrà perso il proprio nome, nonché, in fondo, la coscienza di sé.
Il film non è privo di difetti sia perché ricalca un po’ schematicamente la struttura di Quasi amici, raccontandoci di una coppia improbabile, disomogenea, tuttavia inseparabile, sia perché non è privo di lungaggini. Ha però il pregio di trattare in modo semplice e chiaro un problema tra i più scottanti dei nostri giorni, senza tacerne gli aspetti duri e le difficili contraddizioni con le quali tutti, ormai, dobbiamo fare i conti.

Le streghe son tornate


Schermata 2015-05-02 alle 00.23.49recensione del film:

LE STREGHE SON TORNATE

Titolo originale:
Las brujas de Zugarramurdi

Regia:
Alex De la Iglesia

Principali interpreti:
Carmen Maura, Hugo Silva, Mario Casas, Carolina Bang, Terele Pavez – 112 min. – Spagna 2013.

Dopo il convincente Ballata dell’odio e dell’amore, ecco nelle nostre sale un altro film Di Alex de la Iglesia, Las brujas de Zugarramurdi, ovvero in italiano (con libera, ma non stolta, traduzione) Le streghe son tornate, titolo che riprende la seconda parte di un celebre slogan femminista di qualche anno fa che iniziava con Maschi, tremate! Tutte quante le donne, rappresentate nel film secondo i molto triti luoghi comuni misogini, hanno caratteristiche che le accomunano alle streghe di un tempo mangiatrici di uomini (e alle femministe di qualche anno fa), descritte grottescamente come pazze fanatiche e cattive, capaci di sottomettere anche i maschi più valorosi e coraggiosi con le loro arti seduttive e malefiche. Non esistono distinzioni fra le orribili streghe pluricentenarie che erano riparate nella foresta basca fitta e misteriosa di Zugarramurdi per sfuggire alla persecuzione spietata dei secoli bui, e tutte le donne di oggi che, pur non possedendo segreti magici o sciamanici, e pur arrabattandosi per conciliare il lavoro con gli affetti, sono accusate di torturare gli uomini sadicamente, dapprima con le lusinghe della femminilità, poi con le coercizioni violente del ricatto sentimentale e, infine, impadronendosi dei figli, in modo da assicurare a tutti, mariti, compagni e fidanzati, indistintamente, infelicità, disperazione e vita infernale.
Ne scaturisce la rappresentazione di una demenziale guerra dei sessi, in cui splatter, cannibalismo e zombies creano un cumulo banalmente spettacolare di effettacci “gotici” e prolungano noiosamente un film che, pure, era iniziato benissimo.
Belle e divertenti sono, infatti, le prime scene della pellicola, nelle quali il regista con un grande scatto di immaginazione e con riprese veloci e concitate, racconta di una rapina condotta sgangheratamente da un poveretto, che, col volto dorato, le sembianze di Cristo e con tanto di  corona di spine e perizoma, si aggira (passando inosservato!) per le strade di Madrid, armato, portandosi appresso il figlioletto, fino a raggiungere la Puerta del Sol, dove insieme a un complice e ad alcuni “pali”, a loro volta grottescamente abbigliati, svaligerà un negozio “Compro-Oro”, ricavandone un borsone pieno di migliaia di fedi nuziali. Nella fuga rocambolesca verso la Francia e Disneyland, il povero Cristo, il piccino e i ladroni conquisteranno la solidarietà misogina del taxista e del suo passeggero, che dopo aver a loro volta riconosciuto nella presenza femminile l’origine di ogni loro guaio, decideranno di unirsi a loro. Passando dal villaggio di Zugarramurdi, avverrà, appunto, l’incontro – scontro col popolo delle streghe, pronte a sbranarli.

Se non fosse per la prima mezz’ora dal ritmo veloce e incalzante, in cui è riconoscibile l’invenzione originale del regista, nonché il suo gusto per il paradosso grottesco, il film si ridurrebbe a una modestissima narrazione “pulp”, assai poco interessante, nonostante la bravura degli attori, di tutto rispetto, fra i quali sopra gli altri si distingue la grande almodovariana Carmen Maura.