Youth – La giovinezza


Schermata 2015-05-20 alle 18.43.14recensione del film:
YOUTH – LA GIOVINEZZA

Regia:
Paolo Sorrentino

Principali interpreti:
Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Neve Gachev, Ed Stoppard, Alex MacQueen, Tom Lipinski, Madalina Diana Ghenea, Emilia Jones, Chloe Pirrie – 118 min. – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna 2015.

Nella ridente località svizzera di Davos, ai piedi delle Alpi, sorge un grande e lussuoso albergo, il Berghotel Schatalp, legato alla memoria di Thomas Mann, che qui aveva scritto quel grande capolavoro che è La montagna incantata. Qui Sorrentino ambienta il suo film: per l’occasione l’hotel diventa un resort di lusso che accoglie, assai più modestamente, alcuni signori di varia età senza alcun problema economico. D’altra parte è presto chiaro che per il regista quelli economici non sono i soli problemi dell’umanità, che è afflitta da molti altri guai: l’amore, che eterno non è, anche se ci illudiamo che lo sia; la gelosia, che è vana, ma è sempre strettamente legata all’amore; la salute che se ne va quanto più si invecchia, soprattutto se si è maschi e arrivano i problemi dell’ ipertrofia prostatica, che è, infatti, l’argomento principale di conversazione, in questo albergo, fra due anziani intellettuali, un regista cinematografico (Harvey Keitel) che vorrebbe girare l’ultimo film prima di morire, e un vecchio direttore d’orchestra (Michael Caine), ex grande sciupafemmine, ma fedele (lo dice lui) al suo unico vero amore, la moglie  che ora non c’è più, ciò che lo ha trasformato nell’uomo più casto del mondo (che c’entri per caso la prostata?). C’è poi la difficoltà di chi vorrebbe vivere di pura meditazione, come il monaco buddista che infatti cerca vanamente di raggiungere la purezza assoluta per levitare; c’è l’angoscia del giovane attore (Paul Dano) che vorrebbe sganciarsi da un ruolo che sembra lo stia imprigionando, tanto gli è stato appiccicato addosso; c’è addirittura Maradona, con tatuaggio enorme di Karl Marx sulla schiena, in gravi ambasce, non riuscendo a respirare per gli straschichi degli stravizi del passato e anche per l’eccesso del suo peso, capace, però, di illudersi di essere ancora un grandissimo tiratore, nonostante non possa separarsi dalla sua bombola d’ossigeno.  Ci sono le lacrime della figlia del direttore d’orchestra (Rachel Weisz), lasciata dal marito per una pop star senza cervello (ma, che, a quanto pare, ha grandi qualità sotto le lenzuola). Si consolerà presto, grazie al muscoloso maestro di alpinismo (anche lui mi è sembrato senza molto cervello) che le insegna il climbing sulle palestre di roccia, c’è Jane Fonda, grande amore dell’adolescenza del musicista e anche del regista, che ha lasciato, con grande dolore, il cinema per la TV… C’è soprattutto il lento distacco dalla vita, oggetto di meditazioni piuttosto ovvie e di riflessioni pseudo filosofiche di grande effetto, pur nella loro sconfortante banalità.

Come per La grande bellezzapotrei continuare ancora con questo elenco di poco originali e poco interessanti storie che nel corso del film sono purtroppo anche punteggiate da un eccesso di “parlato” sentenzioso e predicatorio, falsamente moraleggiante, ciò che mi ha reso insopportabile il film nel suo complesso.
Eppure mi ero accinta a vedere questa pellicola con i migliori propositi,  poiché, anche se questo regista non è nelle mie corde, sono disposta a cogliere elementi nuovi e sorprendenti, convinta come sono che i capolavori (rarissimi nel cinema, come in qualsiasi altra forma d’arte) possano arrivare improvvisamente, ribaltando le nostre convinzioni. Poiché, però, non amo la magniloquenza vuota, né il bell’effetto che genera stupore, né il nulla in confezione regalo, che indica l’abilità nel nascondere l’inconsistenza dell’oggetto regalato, in altre parole, non amo la retorica, fatta di luoghi comuni, di banalità che cadono dall’alto di una pseudo saggezza da carta dei cioccolatini, né amo la lacrima preparata con cura dagli effetti speciali (in cui Sorrentino si dimostra davvero un maestro), non posso dire altro se non che non ho amato questo film. E, per piacere, ancora una volta, lasciamo stare Fellini!

Il racconto dei racconti – Tale of Tales


Schermata 2015-05-15 alle 22.21.52recensione del film
IL RACCONTO DEI RACCONTI _ TALE OF TALES

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa – 125 min. – Italia, Francia, Gran Bretagna 2015

C’era una volta una regina (Salma Hayek) così disperata perché senza figli da essere disposta a qualsiasi sacrificio pur di averne (pazienza poi se a subire il sacrificio non sarà lei). C’era una volta un re (Vincent Cassel) così stolto da innamorarsi di una voce (ignorando che appartenesse a una vecchia megera). C’era una volta un re (Toby Jones) ancora più stolto: aveva allevato una pulce e l’aveva fatta crescere tanto da renderla del tutto simile a un mostruoso mammifero (pretenderà di servirsene quando dovrà maritare la figlia). Intrecciando gli sviluppi (che non intendo rivelare) di queste tre fiabe tratte dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile*, Matteo Garrone ci trasporta nel suo anomalo ma bellissimo film, appena presentato a Cannes, facendoci vivere per due ore nello spazio del “meraviglioso”, ovvero là dove aspetti della realtà quotidiana trapassano con facilità e naturalezza nel mondo delle incantagioni e dei sortilegi, quello dei maghi, delle fate e degli orchi, dei negromanti e dei draghi che da sempre hanno popolato le fantasie dell’umanità (non solo dell’infanzia), quando con facilità e senza troppi problemi qualsiasi prodigiosa narrazione era sembrata naturalmente plausibile. Se per apprezzare appieno il film, dunque, è bene che ci apprestiamo a vederlo abbandonandoci al fluire del racconto, senza pretendere di razionalizzarlo troppo, è necessario però anche ricordare che le fiabe raccontate dal film sono per gli adulti, pienamente coscienti che le radici dei racconti di fate e di orchi affondano negli archetipi collettivi dell’inconscio in cui le pulsioni elementari, dettate dagli istinti corporali per la sopravvivenza, sono all’origine dei comportamenti umani più primitivi e meno accettati, quelli che attraverso l’educazione e l’organizzazione sociale abbiamo cercato di reprimere.

Matteo Garrone, per narrare questo mondo oscuro e labirintico, evita lodevolmente di ricorrere agli effetti spesso facili e grossolani della computer-grafica hollywoodiana o giapponese e, in modo culturalmente assai più suggestivo ed elegante, ambienta questo suo film in alcuni luoghi ancora abbastanza intatti del paesaggio naturale e artistico italiano, fuori per lo più dai consueti circuiti del turismo di massa**, collocandoli nel tempo delle corti feudali, presso le quali girovaghi e saltimbanchi rappresentavano le fiabe popolari per il diletto dei nobili. In tal modo, come l’autore a cui si ispira, egli dà voce ai “villani” che per quelle corti lavoravano duramente la terra e allevavano gli animali, senza aspettarsi molto altro che di sfamarsi e dissetarsi, e alle donne, che fuori o dentro le corti poco contavano, se non come fonte del piacere maschile, nonché come addette alla riproduzione della specie e alla salvaguardia attenta della gerarchia delle classi. Il risultato è un film molto bello e originale, ben diretto e interpretato benissimo, arricchito da una fotografia di eccezionale suggestione, che poco concede alle storie “gotiche” e molto, invece, mi sembra dare alla cultura e al gusto degli spettatori. Da vedere sicuramente!

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*Lo Cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, attinte in parte dalla tradizione popolare italiana e in parte dalla tradizione novellistica boccacciana, che Giambattista Basile (1575 – 1632) raccolse nel corso della sua vita ma che fu pubblicata postuma nel 1636. A partire dal 1674 al titolo venne aggiunta la denominazione Pentamerone, per sottolineare la stretta parentela col Decameron, di cui condivide certamente la struttura o cornice (10 racconti per ogni giornata per cinque giornate soltanto). Nel corso dell’800, in ambiente napoletano, il Pentamerone venne riscoperto e studiato in Italia, ma nel resto dell’Europa Charles Perrault e I fratelli Grimm si erano ben accorti delle sue bellissime fiabe e ne avevano fatto parte costitutiva delle loro raccolte. Nel 1925, finalmente, la traduzione italiana di Benedetto Croce, che definì questo libro la più bella fra le opere letterarie dell’età barocca in Italia, impose all’attenzione anche degli altri italiani le belle storie del Basile. Italo Calvino lo studiò e incluse qualche fiaba fra le sue Fiabe italiane.

**Le bellissime location, quanto mai suggestive, sono in Sicilia (le gole dell’Alcantara e Il Castello di Donnafugata col suo labirinto); nel Lazio (il bosco di Sasseto) e in Puglia (Castel del Monte e Gioia del Colle). Eventuali e documentate aggiunte sarebbero molto gradite!

Leviathan


Schermata 2015-05-14 alle 12.20.27recensione del film
LEVIATHAN

Regia:
Andrei Zvyagintsev

Principali interpreti:
Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova – 140 min. – Russia 2014

Il film narra la vicenda disperata di Kolya, un meccanico che si è costruito in una piccola città sul mar di Barents un’officina da autoriparatore e una casa dove abitare con la seconda moglie, Lilya e il figlioletto quasi adolescente che poco sopporta la matrigna. La vita del protagonista (Aleksey Serebryakov) è sottoposta a molteplici tensioni, sia per le difficoltà della vita familiare, sia perché il sindaco (Roman Madyanov) della cittadina ha messo gli occhi sulle sue proprietà e vorrebbe impadronirsene, espropriandolo per destinare alla speculazione l’intera area, offrendogli una ricompensa simbolica. A sostenere le ragioni di Kolya è un giovane avvocato moscovita, brillante e preparato, convinto che sarà possibile spuntarla contro l’autorità locale, grazie al ponderoso dossier di documenti inoppugnabili in suo possesso, dai quali emerge la corruzione profonda dell’intera amministrazione, di cui il sindaco è il maggiore responsabile.
A lui infatti fa capo un’ organizzazione di potere mafioso, che non esita a ricorrere alle minacce brutali e anche all’omicidio per realizzare i suoi piani, contando sull’appoggio esplicito della chiesa ortodossa locale, vera e propria macchina del consenso presso i ceti medi del luogo. Esibendogli il suo dossier l’avvocato suppone di far desistere il sindaco dal suo proposito: non sarà così, com’è ovviamente intuibile: l’orrido mostro biblico, il Leviatano, evocato dal titolo, incarnazione del potere totalitario fatto di arbitrio, violenza e soprusi, inghiottirà  il povero Kolya, annientandone ogni resistenza.

Il film, che è girato con grande maestria dal regista russo Andrei Zvyagintsev, poco conosciuto in Italia, è una potente rappresentazione delle condizioni disperate della Russia di oggi, in cui si sono sciaguratamente alleati, secondo una secolare tradizione, che sembrava essersi interrotta dopo la rivoluzione sovietica, il potere religioso e quello politico, per schiacciare la popolazione, condannandola senza scampo alla subalternità. La figura di Kolya, che secondo l’intenzione del regista dovrebbe incarnare il mite Giobbe della Bibbia, che subisce il volere di Dio senza reagire, fiducioso in una qualche ricompensa futura, è sgradevole e non suscita una vera empatia, poiché è difficile l’identificazione con la sua irascibile impulsività, l’ubriachezza quasi costante, la scarsa attenzione alla moglie, la violenza nei confronti del figlio. Il quadro complessivo che emerge dal film è davvero cupo, ben simboleggiato dal paesaggio marino, bellissimo e affascinante, ma violentemente claustrofobico e minaccioso, dalle rovine dei vecchi monasteri affrescati, dallo sperdimento dei giovani che precocemente abbandonano la scuola e consumano la loro giovinezza fra alcol, tabacco e furti. Bel film, certamente, ma difficile da amare.

Forza maggiore


Schermata 2015-05-09 alle 22.56.23recensione del film:
FORZA MAGGIORE

Titolo originale:
Turist – Force Majeure

Regia:
Ruben Östlund

Principali interpreti:
Johannes Kuhnke, Lisa Loven Kongsli, Clara Wettergren, Vincent Wettergren, Kristofer Hivju, Fanni Metelius, Karin Myrenberg, Brady Corbet – 118 min. – Francia, Danimarca, Germania 2014.

La vicenda narrata da questo straordinario film si svolge sullo sfondo meraviglioso delle Alpi francesi (Valle del Rodano). Qui arrivano, dall’Europa del Nord gruppi di turisti per trascorrere una distensiva vacanza sulla neve, accolti da un’organizzazione perfettamente predisposta in ogni particolare al fine di rendere tranquilla e indimenticabile la loro settimana bianca. Il “resort” è lussuoso e confortevole (anche se un po’ sinistro e claustrofobico); il villaggio sorge su un altipiano sospeso, come una piattaforma spaziale, fra le le altezze vertiginose circostanti; gli impianti sportivi per la risalita e per il rientro sono studiati per attraversare abissali vuoti nella massima sicurezza dei passeggeri; un’imponente attrezzatura tecnologica mantiene la neve perfetta sui campi da sci, mentre di notte e di giorno colpi di cannone ben mirati provocano il distacco controllato dei cumuli di neve, disgregandoli perché non diventino valanghe.
Una vacanza nella “natura”, dunque? Non proprio, anche se parrebbe, essendo la natura, in quel luogo, imbrigliata e regolata dai marchingegni creati dalle umane conoscenze scientifiche e tecnologiche necessarie per contenerne la spaventosa forza distruttiva. In questo modo, il villaggio sull’abisso diventa anche la metafora della nostra “natura” profonda di esseri umani, frenata e imbrigliata dal millenario processo di incivilimento. E’ ben vero, però, che non tutto ciò che può accadere è prevedibile ed è anche vero che talvolta la nostra stessa percezione di ciò che accade è distorta da paure profonde e irrazionali, che mettono in luce ciò che di noi avevamo tenuto ben nascosto. In questo scenario non semplice, come si vede, vengono fatti muovere i protagonisti del dramma, serio solo in parte, che è rappresentato nel film: una cannonata in pieno giorno provoca la valanga “sotto controllo” che sembra scendere senza ostacoli dalla montagna prospiciente la bella terrazza del resort sulla quale i turisti stanno pranzando e godendosi la straordinaria bellezza che li circonda, fotografando e filmando il grandioso evento. Nulla di grave dovrebbe accadere, e infatti nulla accadrà, ma il progressivo avvicinarsi di quel “mostro”, l’ingrossarsi della sua massa nevosa che discende velocemente e il suo disintegrarsi in mille goccioline che impediscono di vedere (un meraviglioso piano sequenza!), provocano reazioni di paura e di angoscia insospettabili nei componenti di una famiglia svedese, apparentemente tranquilla, ospite di quel luogo. Dapprima sono i bambini a urlare, poi la madre, che cerca di fare loro scudo col proprio corpo, mentre il papà, Tomas (Johannes Kuhnke), invocato a gran voce, si allontana e sembra quasi fuggire dal pericolo (immaginario) e dalle proprie responsabilità. La donna, Ebba (Lisa Loven Kongsli), dunque, si è lasciata trascinare irrazionalmente dal panico e ora reagirà nel peggiore dei modi, e, ciò che è più grave, innescherà una catena di rovinosi contraccolpi, che si trascineranno per tutti i giorni della vacanza, diventata sempre più simile a un incubo claustrofobico.

La “montagna incantata” rivelerà, davvero, alla fine del film il suo volto terribile e nascosto, in un episodio non secondario, allorché, durante l’ultima traversata sugli sci, la stessa famigliuola si troverà sul serio in grande pericolo, nonostante le precauzioni adottate. Sarà la ritrovata solidarietà familiare e coniugale a risolvere un problema che avrebbe potuto diventare drammatico. Tutto è bene quel che finisce bene? No, piuttosto Molto rumor per nulla, per rimanere dalle parti di Shakespeare.
A minare, ancora una volta, infatti, sul pullman del ritorno, la pace e la tranquillità dei turisti è …la paura, questa volta una paura indotta (ancora Ebba), contagiosa e grottesca che rimanda a molti film di Buñuel (L’angelo sterminatore sopra ogni altro). L’ultima scena del gruppo di turisti che scendono precipitosamente dal pullman e si dirigono lentamente lungo la strada tortuosa verso l’aeroporto, al freddo, mentre presto scenderà la notte, mi è sembrata anche l’ironica riproposizione delle scene ricorrenti più famose del Fascino discreto della borghesia (gli strampalati protagonisti del film che si mettono in marcia). I borghesi buñueliani, che hanno paura di tutto e si costruiscono continuamente inesistenti nemici, rassomigliano sinistramente, infatti, alla ricca borghesia di questo film, che continuamente e ovunque vede pericoli, per affrontare i quali si chiude volontariamente nella corazza protettiva della tecnologia avanzata, bunker-prigione sorvegliatissimo, ignorando, però, di vivere sull’orlo dell’abisso.

Magnifico film (premiato dalla giuria al Festival di Cannes 2014, nella sezione Un certain regard), originale e ricchissimo di significativi episodi, da vedere e da meditare.

Due film francesi: French Connexion – Samba


Schermata 2015-05-05 alle 12.44.58recensione del film:
FRENCH CONNECTION

Titolo originale:
La French

Regia:
Cedric Jimenez

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Céline Sallette, Mélanie Doutey, Benoît Magimel, Guillaume Gouix, Bruno Todeschini, Féodor Atkine, Moussa Maaskri, Pierre Lopez, Eric Collado, Cyril Lecomte, Jean-Pierre Sanchez, Georges Neri, Martial Bezot, Bernard Blancan, Gérard Meylan – 135 min. – Francia, Belgio 2014.

Momento di grazia, per il cinema francese, che ci manda da qualche tempo, oltre ai film belli di cui ho scritto le recensioni, alcuni buoni film, scritti con cura, che si seguono con piacere degli occhi e anche della mente.
Questo, ad esempio, pur affrontando il tema più volte trattato (anche dal cinema italiano) delle complicità mafiose fra malavitosi corsi, italiani e americani per il controllo del traffico internazionale della droga, ci presenta un intreccio interessante, condotto molto bene dal regista che ricostruisce, con attendibilità storica, i meriti di Pierre Michel, il coraggioso giudice francese, che trasferito nel 1975 a Marsiglia dalla città di Metz (Lorena), si era impegnato con tutte le sue forze per smantellare la ramificata organizzazione che si occupava di raffinare gli oppiacei, confezionarli ben camuffati dentro lattine di conserve alimentari e farli partire dal porto di Marsiglia alla volta di NewYork, sottraendoli a qualsiasi controllo. L’organizzazione mafiosa aveva a Marsiglia un capo riconosciuto, l’italiano Gaetano Zampa (Gilles Lellouche), che agiva nell’ombra, coperto da politici locali pavidi e collusi, che avrebbero preferito una condotta maggiormente cauta del giudice. Soltanto dopo l’elezione di François Mittérand alla presidenza della repubblica (1980), i socialisti francesi decisero di allentare i legami con l’organizzazione, facendo saltare la struttura gerarchica mafiosa, che, ormai del tutto fuori dal controllo di Zampa, organizzò l’attentato contro Pierre Michel. La vicenda, che è vera, è raccontata con classica compostezza, nel modo teso e incalzante dei film di genere degli anni ’80, di cui il regista evoca la presenza anche attraverso le scene di inseguimento lungo la “corniche”, i colori ingialliti della fotografia, la nettissima contrapposizione fra il giudice e il bandito, condotta però sul filo del reciproco rispetto. Nulla di particolarmente originale, per carità, ma un buon film, abbastanza coinvolgente.

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Schermata 2015-05-08 alle 20.12.04recensione del film:
SAMBA

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Izia Higelin, Youngar Fall – durata 116 min. – Francia 2014.

I due registi che nel 2011 avevano girato Quasi amici, arrivato nelle nostre sale nel 2012, questa volta si cimentano sul tema scottante dell’immigrazione, in una commedia abbastanza gradevole, e anche un po’ amara. Il protagonista è Samba (Omar Sy, lo stesso di Quasi amici), qui nelle vesti di un senegalese in cerca di fortuna a Parigi, dove vive uno zio che invano egli tenta di raggiungere. Samba, infatti, che è da dieci anni in attesa del permesso di soggiorno, è costretto ora a campare in un centro di accoglienza, alle porte della metropoli, fra altri immigrati come lui. Quando, con un po’ di fortuna, gli sarà possibile fuggire dal centro, emergeranno molti problemi, perché non è facile a nessuno vivere senza documenti in una grande città poco ospitale, in condizioni di ricattabilità, senza alcuna tutela nel lavoro, e senza garanzie di ricevere una ricompensa adeguata. Per fortuna esistono le associazioni filantropiche, le signore che si adoperano per aiutare come possono i diseredati in attesa di lavoro e regolarizzazione. Samba verrà preso a cuore da Alice (Charlotte Gainsbourgh, la musa degli ultimi film di Lars von Trier), volontaria alle prime armi, che non sa molto di immigrazione, ma che cerca di non pensare ai problemi che l’hanno portata alle soglie della depressione. Alice, infatti, è una top manager stressata dalle preoccupazioni e dalle responsabilità, ora in congedo per curarsi: forse può farle bene occuparsi dei problemi degli altri. Fra i due nasce un rapporto di simpatia, forse un amore. La soluzione dei problemi di Samba arriverà, però, in modo sorprendente e drammatico, quando egli verrà in possesso, senza volere, dei documenti validissimi e del permesso di soggiorno di un amico del centro di accoglienza, morto annegato nella Senna, col quale aveva scambiato la propria giacca. Potrà lavorare da allora regolarmente e nel rispetto della legge, ma avrà perso il proprio nome, nonché, in fondo, la coscienza di sé.
Il film non è privo di difetti sia perché ricalca un po’ schematicamente la struttura di Quasi amici, raccontandoci di una coppia improbabile, disomogenea, tuttavia inseparabile, sia perché non è privo di lungaggini. Ha però il pregio di trattare in modo semplice e chiaro un problema tra i più scottanti dei nostri giorni, senza tacerne gli aspetti duri e le difficili contraddizioni con le quali tutti, ormai, dobbiamo fare i conti.

Le streghe son tornate


Schermata 2015-05-02 alle 00.23.49recensione del film:

LE STREGHE SON TORNATE

Titolo originale:
Las brujas de Zugarramurdi

Regia:
Alex De la Iglesia

Principali interpreti:
Carmen Maura, Hugo Silva, Mario Casas, Carolina Bang, Terele Pavez – 112 min. – Spagna 2013.

Dopo il convincente Ballata dell’odio e dell’amore, ecco nelle nostre sale un altro film Di Alex de la Iglesia, Las brujas de Zugarramurdi, ovvero in italiano (con libera, ma non stolta, traduzione) Le streghe son tornate, titolo che riprende la seconda parte di un celebre slogan femminista di qualche anno fa che iniziava con Maschi, tremate! Tutte quante le donne, rappresentate nel film secondo i molto triti luoghi comuni misogini, hanno caratteristiche che le accomunano alle streghe di un tempo mangiatrici di uomini (e alle femministe di qualche anno fa), descritte grottescamente come pazze fanatiche e cattive, capaci di sottomettere anche i maschi più valorosi e coraggiosi con le loro arti seduttive e malefiche. Non esistono distinzioni fra le orribili streghe pluricentenarie che erano riparate nella foresta basca fitta e misteriosa di Zugarramurdi per sfuggire alla persecuzione spietata dei secoli bui, e tutte le donne di oggi che, pur non possedendo segreti magici o sciamanici, e pur arrabattandosi per conciliare il lavoro con gli affetti, sono accusate di torturare gli uomini sadicamente, dapprima con le lusinghe della femminilità, poi con le coercizioni violente del ricatto sentimentale e, infine, impadronendosi dei figli, in modo da assicurare a tutti, mariti, compagni e fidanzati, indistintamente, infelicità, disperazione e vita infernale.
Ne scaturisce la rappresentazione di una demenziale guerra dei sessi, in cui splatter, cannibalismo e zombies creano un cumulo banalmente spettacolare di effettacci “gotici” e prolungano noiosamente un film che, pure, era iniziato benissimo.
Belle e divertenti sono, infatti, le prime scene della pellicola, nelle quali il regista con un grande scatto di immaginazione e con riprese veloci e concitate, racconta di una rapina condotta sgangheratamente da un poveretto, che, col volto dorato, le sembianze di Cristo e con tanto di  corona di spine e perizoma, si aggira (passando inosservato!) per le strade di Madrid, armato, portandosi appresso il figlioletto, fino a raggiungere la Puerta del Sol, dove insieme a un complice e ad alcuni “pali”, a loro volta grottescamente abbigliati, svaligerà un negozio “Compro-Oro”, ricavandone un borsone pieno di migliaia di fedi nuziali. Nella fuga rocambolesca verso la Francia e Disneyland, il povero Cristo, il piccino e i ladroni conquisteranno la solidarietà misogina del taxista e del suo passeggero, che dopo aver a loro volta riconosciuto nella presenza femminile l’origine di ogni loro guaio, decideranno di unirsi a loro. Passando dal villaggio di Zugarramurdi, avverrà, appunto, l’incontro – scontro col popolo delle streghe, pronte a sbranarli.

Se non fosse per la prima mezz’ora dal ritmo veloce e incalzante, in cui è riconoscibile l’invenzione originale del regista, nonché il suo gusto per il paradosso grottesco, il film si ridurrebbe a una modestissima narrazione “pulp”, assai poco interessante, nonostante la bravura degli attori, di tutto rispetto, fra i quali sopra gli altri si distingue la grande almodovariana Carmen Maura.

Sarà il mio tipo?


Schermata 2015-04-25 alle 16.04.40recensione del film:
SARA’ IL MIO TIPO?
e altri discorsi sull’amore

Titolo originale:
Pas son genre

Regia:
Lucas Belvaux

Principali interpreti:
Émilie Dequenne, Loïc Corbery, Sandra Nkake, Charlotte Talpaert, Anne Coesens, Danièla Bisconti, Didier Sandre, Martine Chevallier, Florian Thiriet, Annelise Hesme, Amira Casar, Tom Burgeat, Kamel Zidouri, Christophe Moyer, Philippe Le Guay, Orjan Wikström, Michel Masiero, Tiffany Coulombel, Floriane Potiez, Luc Samaille, Philippe Vilain – 111 min. – Francia 2014
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Questo film viene presentato come una commedia, ma non lo è, nonostante qualche volta ne abbia l’apparenza. Neppure, però, si può definire un film drammatico, o, tantomeno, tragico. Se non fosse per la mania di classificare, che impone, non si sa perché, di trovare a ogni costo un “genere” cinematografico in cui incasellare ogni pellicola, si direbbe semplicemente una “tranche de vie”, cioè il racconto impersonale e realistico di un episodio di vita reale, secondo gli schemi del romanzo naturalista: le frequenti citazioni da Zola, nel corso del film, sembrerebbero autorizzare questa lettura. A orientare, però, con maggiore precisione l’interpretazione del film è un altro riferimento letterario più volte utilizzato dal cinema francese, in particolare da Kechiche, nelle due opere La schivata e La vita di Adele, ovvero Marivaux, non citato espressamente, ma presente e neppure troppo sotto traccia, visto che il libro di riflessioni sull’amore scritto dal filosofo protagonista del film si intitola: De l’amour et du hazard, quasi come la celebre commedia* del drammaturgo barocco francese. Ci troviamo, allora, di fronte a un racconto filosofico, cioè alla meditata riflessione su un fatto che pur mantenendo tutte le caratteristiche di una storia vera o vissuta realmente, assume l’aspetto dell’apologo morale secondo la più consolidata tradizione del “conte philosophique”.

Si chiama Clément Le Guern (Loïc Corbery) il professore di filosofia che, insieme alla parrucchiera Jennifer (Émilie Dequenne), è protagonista di questa pellicola. Clément è un giovane studioso di filosofia, costretto dalle circostanze a lasciare per un anno l’insegnamento in un liceo parigino, per essere trasferito in un istituto superiore di Arras, la città di Robespierre, ricca e ben tenuta, ma piattamente provinciale e chiusa alla cultura come i suoi abitanti. Jennifer, che è nata lì, è una giovane e vivace coiffeuse, madre di un ragazzino di cui si occupa da sola: cerca, come può, di conciliare il suo lavoro, con la passione irrinunciabile per il karaoke, e con la sua presenza in casa, accanto al figlio. L’aspirazione immediata di lui è quella di tornare a Parigi, che ora raggiunge solo nel weekend, per non perdere i contatti con gli amici intellettuali. Tenterà, al suo rientro definitivo, la carriera universitaria: articoli, saggi e pubblicazioni  sono lì a testimoniarne i meriti di studioso. Lei sogna romanticamente di incontrare il grande amore, l’uomo che, facendole dimenticare il passato che l’ha delusa, desideri progettare con lei il resto della vita. Jennifer e Clément si incontrano nel salone da parrucchiere dove lei lavora. I due giovani si piacciono, si rivedono, cominciano a frequentarsi e si amano appassionatamente. Sarà la volta buona per Jennifer? Di sicuro, non lo è per Clément, troppo parigino, razionalista e abituato all’analisi delle emozioni più che ai sogni, per comprendere gli entusiasmi ingenui di lei, nonostante la sincerità del proprio sentimento che è fatto di tenerezza oltre che di desiderio. L’asimmetria della storia amorosa non nasce dunque dalla minore o maggiore intensità dell’amore nei due, ma dall’illusione, frequente e diffusa, che il vero amore possa superare anche le differenze culturali più profonde, il che è possibile, in questo caso, solo mascherandosi, travestendosi, diventando altro da sé. Le maschere su cui insistono molti primi piani della regia, verso la fine del film assumono dunque il significato del camuffamento necessario, ma sempre più insopportabile, per portare avanti una storia senza futuro. Riprendere la propria vita, tagliando ancora una volta col passato, diventerà per Jennifer l’mperativo categorico per ritrovare se stessa.

Il regista sviluppa questi temi, calandoli nei personaggi credibili e reali di Clément e Jennifer, che lungi dal diventare esemplificazioni dei concetti che esprimono, vivono e si muovono nella concretezza della vita quotidiana, cosicché si fanno seguire con partecipazione dolorosa. Questo dimostra che il film, che è triste e non semplice, è stato costruito molto bene e che possiede una solida sceneggiatura. Eccellenti gli attori.

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* Le jeu de l’amour et du hazard

Mia madre


Schermata 2015-04-20 alle 20.06.22recensione del film:
MIA MADRE

Regia:
Nanni Moretti

Principali interpreti:
Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini – 106 min. – Italia, Francia, Germania 2015.

Margherita (Margherita Buy) fa la regista cinematografica; è scontenta del suo film e ne addossa la colpa all’operatore, le cui riprese sono troppo a ridosso della finta polizia, intenta a caricare i finti operai in procinto di occupare la fabbrica in vendita. Allo stesso modo è scontenta degli attori che dovrebbero prendere maggiormente le distanze dal personaggio che interpretano. L’ideale sarebbe tenere distinta la realtà dalla sua rappresentazione, e ricordare che la prima può ispirare la seconda, ma non deve coincidervi, pena l’impressione di artificio che ne deriverebbe. E’ prossimo ad arrivare, intanto, l’attore più importante (John Turturro) per il ruolo del dirigente industriale italo-americano acquirente della fabbrica, che intende risanare con cura d’urto (Marchionne?). Piovendo dal cielo, letteralmente e metaforicamente, l’attore si muove davvero come un pesce fuor d’acqua e molto spesso non ricorda le battute, forse perché gli risultano incomprensibili, forse perché gli sta venendo meno la memoria. Fuori dal set, Margherita ha una vita simile a quella di molte altre donne: qualche problema sentimentale, dopo la separazione, risolto sbattendo fuori di casa il giovane amante; una figlia (Beatrice Mancini) con poca voglia di studiare; una madre, Ada (Giulia Lazzarini), ex insegnante di lettere classiche al liceo; un fratello ingegnere, Giovanni (Nanni Moretti). Da un po’ di tempo la vecchia Ada è in ospedale malata e condannata a morire: da quando Giovanni ne ha preso coscienza, si è messo in aspettativa per dedicarle quell’accudimento amorevole che renderà a lei (e anche a lui, però) meno pesante l’addio: nulla lo consolerà meglio, dopo, della coscienza di averle reso meno penoso il distacco, che avverrà, infatti, nell’affetto dei figli e della nipotina, nella bella casa piena di libri e nel ricordo ancora vivo degli studenti che aveva preparato alla vita. Giovanni, dunque aveva cercato di razionalizzare l’evento ineludibile; Margherita, invece, aveva assunto un maggiore distacco dal proprio lavoro e più prontamente ne aveva colto limiti e contraddizioni. Il diverso modo con cui Margherita e Giovanni affrontano l’annunciata morte della madre è la sostanza solo apparente del film, poiché i due personaggi sono in realtà riconducibili alla sola persona del regista che in questo come in tutti i suoi film parla di sé. Qui, in maggiore misura che  nel bellissimo La stanza del figlio, il tema della morte permette a Nanni Moretti di esprimere la propria crisi esistenziale, forse perché la morte della madre, per lui come per tutti, rappresenta sul piano simbolico lo strappo definitivo col passato e anche l’opportunità per riesaminare autocriticamente ciò che siamo stati, ciò che abbiamo fatto, ciò che ci attendiamo dal futuro.

“… un misto tra una sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un’atmosfera da limbo”. Così, in piena crisi creativa, dopo La Dolce Vita, Fellini aveva presentato il suo nuovo capolavoro, 8 e 1/2. Credo che, nonostante le migliori intenzioni di Nanni Moretti, questa definizione si adatti poco alla sua ultima fatica, che certamente cita con abbondanza il grande Federico (anche Le tentazioni del dottor Antonio,  l’episodio felliniano di Boccaccio ’70: bevete più latte!). La crisi di Margherita – Giovanni – Nanni, però, almeno secondo me, non ha molto in comune con la crisi di Guido, poiché è la crisi soprattutto dei suoi (nostri, forse) riferimenti politici che, di fronte alla realtà completamente mutata, mostrano tutta la loro improponibilità e tutto il loro carattere di incomprensibile finzione.  Abbiamo perso la memoria, come John Turturro: è insensato, perciò che continuiamo a raccontarci la favola bella che ieri ci illuse, poiché oggi non ci illude più.  Oggi, quando per davvero la messa è finita, molto più soli ci ripieghiamo sulle tragedie personali, più intime, né sappiamo se il nostro privato farà trovare al regista quel linguaggio nuovo che sta invano cercando. Forse, allora è meglio che la narrazione cinematografica assuma modelli meno gloriosi: Haneke (Amour è certamente presente nell’immaginario morettiano), o addirittura Denys Arcand, che nel suo Le invasioni barbariche è forse il regista che può avvicinarsi di più al racconto morettiano della fine, dolce, fra le persone amate. Fellini e anche Wim Wenders, splendidamente citato nella rappresentazione degli spettatori in coda per ri-vedere (appunto!) Il cielo sopra Berlino sono legati, forse, ai giovani che siamo stati e che non saremo più. Film splendidamente recitato, molto ambizioso, per molti aspetti interessante, con alcuni grandi momenti di riflessione meta-cinematografica. Non sempre mi ha pienamente convinta, ma ritengo che sia sicuramente da vedere.

The Fighters – Addestramento di vita


Schermata 2015-04-17 alle 12.32.14recensione del film:
THE FIGHTERS – ADDESTRAMENTO DI VITA
Titolo originale:
Les combattants

Regia:
Thomas Cailley

Principali interpreti:
Adèle Haenel, Kévin Azaïs, Antoine Laurent, Brigitte Rouan, William Lebghil,Thibaut Berducat, Nicolas Wanczycki, Steve Tientcheu – 98 min. – Francia 2014

Un bellissimo film francese che si intitola Les combattants (Love at First Fight nelle sale inglesi). Vedete, ora, come questo stesso titolo è stato pensato (?) per il pubblico italiano dai distributori di casa nostra! Ma perché? Qualcuno, di grazia, ci potrebbe illuminare?

Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questo è il periodo migliore della vita”. Questa celebre frase dello scrittore francese Paul Nizan (1905-1940) è diventata, pochi anni fa, addirittura la traccia del tema di maturità. Nonostante il luogo comune, infatti, i vent’anni sono, nel nostro mondo, un’età difficile da portare, di cui più volte si è occupata la cultura che, soprattutto in Francia, ha manifestato un’ acuta sensibilità verso i tormenti di quell’età, nei giovani sempre più riluttanti ad assumere impegni e responsabilità in prima persona. Oggi si direbbe che il disorientamento sia ancora più profondo: questo il film ci racconta attraverso la storia di Arnaud (Kévin Azaïs) e Madeleine (Adèle Haenel), entrambi incapaci di progettare il loro futuro secondo criteri di razionalità e buon senso. Arnaud, in verità, avrebbe buone prospettive di inserirsi nell’avviata azienda paterna, soprattutto ora che, alla morte del padre, ci sarebbe bisogno di lui per aiutare il fratello più grande, rimasto solo a occuparsene.  Eppure, egli continua ad aggirarsi intorno allo stand dell’Esercito francese incerto se farsi reclutare come volontario. A farlo decidere sarà il primo incontro – scontro, con Madeleine, bella ragazzona di famiglia benestante, che ha già deciso di mettere in un cassetto il prestigioso titolo di studio conseguito, che le aprirebbe forse molte possibilità di carriera, per dedicarsi, invece, ad apprendere tutto ciò che può servire alla propria sopravvivenza, nel caso, più che probabile secondo lei, che una catastrofe ecologica porti in breve tempo all’estinzione degli esseri viventi. Sopravvivere all’assedio di un mondo sempre più ostile, sacrificando ogni forma di tenerezza e di dolcezza femminile, e temprandosi per resistere al peggio, dunque, è il progetto di Madeleine: lo stesso esercito, con i suoi corsi di preparazione, potrebbe perciò rivelarsi un’utile palestra. Che fra i due possa nascere, al di là delle botte iniziali, un rapporto d’amore, è facilmente intuibile, ma il percorso di educazione sentimentale attraverso il quale avviene il cambiamento di lei costituisce una parte importante dello sviluppo del film, nel quale persino l’esercito con le sue regole rigide, ha un ruolo importante, pienamente comprensibile quando, a proprie spese, anche lei capirà la necessità di uscire dalle preoccupazioni per sé e l’importanza di aprirsi agli altri, fragili, inquieti e incerti, come se non più di lei, del proprio futuro.

Thomas Cailley, il regista esordiente nel lungometraggio, conduce il film con ironia indulgente e con sorridente simpatia nei confronti dei due giovani smarriti e quasi schiacciati dall’angoscia di mettersi in gioco in una società da cui si sentono rifiutati, come Madeleine, o poco compresi, come Arnaud. Ciò, però, non è sufficiente a spiegare il fascino di questo film, che nasce dall’analisi psicologica molto attenta nel cogliere la tenerezza quasi femminea di lui e l’ostinato volontarismo di lei (ai limiti del masochismo), che è però anche il modo per  nascondere una femminilità indifesa, che non ha il coraggio di rivelarsi, ma che Arnaud ha intuito molto bene quasi subito. Altrettanto interessante è l’utilizzo sapiente dei registri narrativi, che oscillano fra la rappresentazione elegiaca della dolce e tranquilla vita nella campagna aquitana ai margini del bosco e la dimensione favolosa e simbolica della selva dalla quale solo fino a un certo punto si può ottenere protezione, perché la sua apparente ospitalità cela insidie e agguati reali: meglio uscirne, aiutandosi e sostenendosi a vicenda, per vincere, per quanto possibile, la paura (e in due è più facile, forse!).

Thomas Cailley ha presentato con successo questa sua opera prima a Cannes, nella sezione non competitiva della Quinzaine des réalisateur; ha ottenuto, però, il premio César, uno dei premi più prestigiosi d’Europa, per il miglior film d’esordio. Altri due César sono andati rispettivamente a Adèle Haenel come migliore attrice, nonché a Kévin Azaïs, come miglior attore esordiente, ciò che indica  che le notevoli qualità di questa pellicola hanno avuto un riconoscimento alto e meritatissimo. Da vedere, sicuramente.

Il padre


Schermata 2015-04-13 alle 09.13.22recensione del film:
IL PADRE

Titolo originale:
The Cut

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:

Tahar Rahim, Sevan Stephan, Shubham Saraf, Alì Akdeniz, Zein Fakhoury – 138 min. – Germania, Francia, Italia, Russia, Canada, Polonia, Turchia 2014.

Il padre è il racconto dell’odissea di Nazaret Manoogian (Tahar Rahim in una splendida interpretazione), fabbro che onestamente viveva del proprio lavoro nella città di Mardin, che, come tutto il Nord-Est anatolico dominato dai Turchi, era da millenni sede degli insediamenti armeni. Le scene iniziali del film ci presentano il giovane al lavoro e ben inserito fra i suoi concittadini e nella sua casa, condivisa con la giovane e amata moglie e con le due deliziose figliolette gemelle, ancora piccole. Una notte del 1915, nel pieno della grande guerra, Nazaret, come gli altri uomini armeni della città, veniva allontanato con la forza dalla sua dimora, poiché un gruppo di militari armati dell’esercito turco gli intimava di arruolarsi al servizio dell’Impero Ottomano, alleato delle potenze imperiali dell’Europa centrale. Iniziavano, da quel momento, le vicissitudini dell’uomo che, come gli altri armeni reclutati con lui, sarebbe stato costretto a lunghissimi e faticosi spostamenti nei deserti dell’Anatolia, e sottoposto per lungo tempo alle più tremende brutalità, dalle quali si sarebbe salvato fortunosamente, ma portandone i segni permanenti, poiché una terribile ferita alla gola gli aveva tranciato le corde vocali lasciandolo muto per il resto dei suoi giorni.
La seconda parte del film è dedicata ai viaggi di Nazaret alla ricerca delle due gemelle, uniche sopravvissute della famiglia, decimata dagli stenti e dalle fatiche. Ritroviamo perciò Nazaret che si muove dal Libano, alla Siria, a Cuba e infine agli Stati Uniti, dove avviene il ritrovamento, molto doloroso, di una sola delle due gemelle.
La fotografia, che utilizza i campi lunghi e lunghissimi, comunica la solitudine del protagonista immerso in una natura ostile e spietata, nonché l’aridità del sentire degli uomini feroci che si erano messi al servizio di una causa odiosa*, come testimoniano le sassate con le quali le popolazioni oppresse avevano salutato la loro fuga e anche quella degli ufficiali turchi sconfitti e umiliati. Questa è, secondo me, la parte migliore del film, che contiene una bella citazione di Charlot, un messaggio di speranza che Nazaret prontamente percepisce. Qui, come nelle immagini suggestive del deserto, si riconosce il miglior Akin, il regista turco-amburghese, cinefilo colto e capace di ricordare anche Il te nel deserto o Lawrence d’Arabia o il West di Sergio Leone. Molto meno convincente, invece, il racconto della forzata diaspora degli Armeni, che diventa assai presto l’occasione per narrare la storia privata delle innumerevoli sciagure del povero Nazaret, con toni da melodramma assai lacrimoso. Si esce dal cinema, dopo quasi due ore e mezzo, con grande sollievo. Il film, pur non entrando nel merito del dibattito (assai vivace in questi ultimi giorni), se i fatti di allora fossero effetto di una dolorosissima guerra civile o di un genocidio perseguito con determinazione in vista di un folle disegno di dominio, con timido coraggio denuncia le efferatezze più gravi e attribuisce le colpe con una certa obiettività. Fatih Akin, d’altra parte, è fra i pochi intellettuali che, come lo scrittore Orhan Pamuk, abbia avuto il coraggio di affrontare, sia pur con cautela, l’argomento che ancora oggi, in Turchia, è un tabù la cui violazione è perseguibile penalmente. Forse, però, proprio per effetto di questa prudenza, il film si è rivelato, fin dalla sua prima uscita all’ultima rassegna di Venezia, molto al di sotto delle attese che aveva suscitato. Peccato!

*Già alla fine dell’Ottocento, quando sempre più evidente si faceva la crisi dell’Impero Ottomano, il movimento nazionalista dei Giovani Turchi (in un primo momento denominati Giovani Ottomani) aveva scatenato persecuzioni violente contro le minoranze culturali e religiose che componevano la complessa realtà multietnica del territorio imperiale, ma fu soprattutto durante il primo conflitto mondiale (1914-1918) che la persecuzione raggiunse aspetti di inaudita ferocia, soprattutto contro gli Armeni, anche per il concorso decisivo dell’esercito turco, che aveva arruolato al suo interno molti avanzi di galera, a cui principalmente sono da attribuire, forse, le violenze più gravi.

un articolo abbastanza chiaro e di qualche utilità per approfondire la questione sul piano storico si può leggere QUI

Due brevi recensioni: La Famiglia Bélier – Latin Lover


Alcuni film di un certo interesse sono comparsi nelle nostre sale, oltre a quelli di cui ho già pubblicato le recensioni: possono risultare gradevoli quando ci si vuole distrarre un po’ senza, tuttavia, rinunciare a pensare.

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recensione del film:
LA FAMIGLIA BELIER

Titolo originale:
La famille Bélier

Regia: Eric Lartigau

Principali interpreti: Karin Viard, François Damiens, Eric Elmosnino, Louane Emera, Ilian Bergala. -100 min. – Francia 2014

Non sempre è una sventura essere nati sordomuti come i propri genitori, Gigi e Rodolphe Bélier, se ci si vuole bene, si lavora e si vive dignitosamente vendendo i prodotti di una piccola azienda agricola in Normandia; alle volte, anzi, in quella famiglia ci si era anche divertiti, perché l’espressione gestuale era servita a dire cose che ad alta voce non si sarebbero dette per educazione, per pudore o per rispettare le convenienze sociali. La condizione serena dei Bélier ora stava diventando più difficile, però, poiché la più grande dei due figli, l’adolescente Paula, che era l’unica a sentirci benissimo e a parlare, stava cambiando . La giovinetta, infatti, era stata notata per la sua bellissima voce da soprano dal professore di musica della sua scuola media, che addirittura le aveva proposto di prepararla gratuitamente perché potesse partecipare  all’imminente e importantissimo concorso per voci nuove a Parigi, ciò che avrebbe causato il suo allontanarsi dalla gestione degli affari di famiglia, dal banco del mercato, dalle occupazioni agricole. Poiché, come bene ci fa intendere il film, la “normalità” è solo una questione di punti di vista, all’interno della famiglia Bélier veniva dato per certo che la “diversa” Paula avrebbe quasi certamente procurato grane e seccature, che si manifestavano appunto ora, quando l’adolescente, imprevedibile e spiazzante, come tutti a quell’età, diventava quasi l’immagine emblematica dell’alieno tra noi, incomprensibile per genitori e fratellino, nessuno dei quali capiva che cosa volesse, a che cosa aspirasse, quali segreti nascondesse, perché se ne volesse andare. Il mutismo e la sordità, perciò, sembrano quasi la metafora del muro di incomprensione che si erge fra i genitori, sordi veri o presunti, e i figli che, prendendo coscienza delle opportunità che il futuro può offrire loro, non intendono farsi “normalizzare” dalla routine quotidiana della vita famigliare. Un film intelligente, molto ben recitato, che lascia intravedere l’attenta indagine del regista nel rappresentare il momento critico del distacco dalla famiglia, quando l’affetto e la protezione degli adulti nei confronti dei figli finirebbero per soffocarli, tarpandone le ali nel momento in cui essi vorrebbero almeno provare a volare da sé.

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recensione del film:
LATIN LOVER

Regia: Cristina Comencini

Principali interpreti:

Virna Lisi, Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Peña, Francesco Scianna, Lluís Homar, Neri Marcorè – 114 min. – Italia 2015.

A San Vito dei Normanni, paese natale di Saverio Crispo, grande attore e divo del cinema, si commemora il decimo anniversario della sua morte. Allo scopo si riuniscono nella casa di famiglia, oltre alle due vedove, (Virna Lisi, alla sua ultima opera, e Marisa Parades), le numerose figlie, non solo quelle  ufficialmente riconosciute, i generi nonché i nipoti dell’ultima generazione. Dal mare di ricordi che affiorano alla memoria delle due compagne della vita, ormai troppo anziane per la gelosia, ma ancora sufficientemente giovani per lanciarsi qualche bella battuta al vetriolo, emerge, come in un santino d’epoca, il ritratto di un uomo bellissimo, affettuoso, buon marito e buon padre, ma un po’ troppo sensibile alla bellezza delle donne che lo assediavano e lo insidiavano dovunque egli si trovasse. La verità di Saverio (Francesco Scianna), invece, era un po’ più complicata, come sarebbe apparso evidente di lì a poco alle vedove costernate e alle figlie attonite, e dava un’immagine del personaggio assai lontana anche da quella idealizzata delle celebrazioni ufficiali.

Il film è assai interessante non solo perché ricostruisce, sull’ esile traccia biografica di un uomo immaginario (che ho descritto molto sommariamente), l’icona del maschio italiano, il latin lover per l’appunto, quale poteva essere diffusa dagli attori che attraverso il nostro cinema, parlavano al mondo, ma soprattutto perché Saverio Crispo, compendiando in sé molti famosi interpreti dei film di un tempo (da Mastroianni, a Gassman, a GianMaria Volonté, a Rossano Brazzi a Ugo Tognazzi e, probabilmente, anche a Rodolfo Valentino), fornisce l’occasione per una bella e garbata evocazione di opere cinematografiche molto famose e anche per una riflessione sui loro registi grandissimi, spariti insieme a un’intera società, sommersa dall’omologazione dei gusti e dei comportamenti e perciò sempre più simile alle altre società del mondo occidentale. Un omaggio dunque al nostro cinema, oltre che ai grandi interpreti che, come Virna Lisi, avevano rappresentato con gusto e intelligenza l’Italia di allora, vitale e piena di speranza.