A proposito di Fuocoammare


schermata-2016-09-28-alle-12-34-23È di due giorni fa la notizia che Fuocoammare sia stato candidato dalla commissione apposita a concorrere per l’Oscar al migliore film straniero in lingua non inglese. Invano da due giorni cerco la notizia sui siti specializzati. La minimalizzazione, quando non il silenzio, si sta facendo assordante, anche se qua e là emerge qualche dichiarazione sprezzante, o il disappunto di un noto regista nostrano (non intendo soffermarmici) per la circostanza di non averlo candidato fra i documentari.

Rosi ha girato un film, che è anche molto ben documentato, sulla tragedia dei profughi dall’Africa e dal Medio Oriente, che a Lampedusa arrivano dopo che le segnalazioni di prammatica avvisano la Capitaneria di Porto del naufragio di qualche barcone super affollato sul quale donne, bambini, vecchi sognano sfuggire agli orrori che stanno per travolgerli. Come ho scritto, però, a suo tempo, il film non è un’inchiesta giornalistica su questi sbarchi, perché Rosi “è un regista che si esprime in modo molto personale… attraverso il racconto cinematografico”. Rosi, cioè, racconta e non si limita a descrivere. Un vero film, dunque, a cui personalmente auguro molta fortuna, e anche uno sguardo più benevolo non solo da parte della nostra altezzosa critica cinematografica sempre pronta, però, a perdonare il vuoto desolante della nostra produzione con giudizi un po’ troppo generosi, ma di quel pubblico che, sempre più impaurito dagli sbarchi, dimentica facilmente la propria umanità e lascia sul web, intorno a questa designazione, commenti davvero irriferibili .

Frantz


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recensione del film:
FRANTZ

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Johann von Bülow, Anton von Lucke, Cyrielle Clair, Alice de Lencquesaing – 113 min. – Francia 2016.

Due brevi premesse:
eviterò, per quanto possibile, qualsiasi anticipazione sugli sviluppi della vicenda, perché l’effetto sorpresa, al termine dei molti depistaggi intenzionalmente disseminati nel corso del film, è fondamentale per comprenderlo e apprezzarlo;
– credo che per capire bene le ragioni dei depistaggi di Ozon sarebbe utile ripensare al complesso gioco dei rapporti fra realtà e finzione che lo stesso regista mette in scena e teorizza nel corso di quel film, cosparso di trappole per lo spettatore, che porta il titolo italiano Nella casa (2012)*.

Siamo in una località tedesca nel 1919, all’indomani della bruciante sconfitta della Germania dopo la Prima guerra mondiale. La pesantezza dell’umiliazione subita si unisce al dolore per la perdita dei figli: il lutto è in tutte le famiglie del villaggio; la birreria, per molti anziani, costituisce il luogo dell’aggregazione possibile dove, magari, coltivare accesi propositi revanscisti.
Una giovane donna, Anna (Paula Beer), ha perso il proprio fidanzato, Frantz, caduto, come si apprende nel corso del film, in una trincea nei pressi della Marna. Ora Anna vive con i genitori di lui, gli Hoffmeister, ovvero il medico Hans (Ernst) e la moglie Magda (Marie Gruber) che l’hanno accolta come una figlia: anche lei, come loro, è legata profondamente al ricordo di quel giovane speciale che la guerra si era portato via. Frantz infatti era un giovane pacifista per educazione familiare, colto e cosmopolita, violinista di valore; per rispetto della sua memoria Anna rinnovava ogni giorno i fiori freschi al cimitero. Qualcun altro, da qualche tempo, quotidianamente stava portando fiori su quella tomba: era il parigino Adrien Rivoire (Pierre Niney), che aveva già tentato, invano in quanto francese, di farsi ricevere da Hans per parlargli del figlio. Anna, ritenendo che probabilmente Adrien avesse conosciuto Frantz durante il suo lungo soggiorno parigino prima della guerra, aveva convinto Hans ad accoglierlo e ad ascoltarlo. Ne era nata, a poco a poco, un’amicizia profonda: Frantz veniva costantemente fatto rivivere attraverso il ricordo doloroso di Adrien che evocava l’antica conoscenza parigina, le visite al Louvre, le soste davanti alla pittura di Manet, la sua passione per il violino… Tutti nella famiglia Hoffmeister, la stessa Anna, erano incantati alle sue parole, commossi per il pudico imbarazzo che le accompagnava e sembravano aver ritrovato un po’ di serenità.
Il soggiorno nel piccolo paese, per Adrien, non era facile, tuttavia: l’odio anti-francese era troppo diffuso e stava diventando aggressivo, ciò che lo avrebbe indotto a tornare in Francia, dopo aver lasciato una lettera di spiegazioni, finita tra le mani di Anna. Da questo momento si avviano gli importanti sviluppi del film, sui quali, come ho già detto, non rivelerò alcunché. Vorrei precisare, però, che tutto quello che lo spettatore immagina, per quanto smaliziato e conoscitore di Ozon, non corrisponde al gioco intrecciato degli eventi e dei personaggi, poiché come ho già detto, il regista ci porta volentieri su false piste, mantenendo viva la nostra attenzione fino all’ultima scena. Chi sia davvero Adrien, che cosa faccia nella vita, come abbia conosciuto Frantz, quale sia il suo futuro in Francia, lo scopriremo un po’ alla volta, con Anna, l’unico personaggio che alla fine del film avrà completa coscienza di tutto ciò che era accaduto e che di conseguenza potrà decidere liberamente di sé.
Il film, un vero racconto di formazione per Anna, narra in modo equilibrato e lineare una storia a tratti assai difficile, condotta con tecnica narrativa attentissima, così da mantenere vivo e teso l’interesse in sala per circa due ore, lasciando qualche spazio alle morbidezze del mélo. Il regista utilizza un raffinato e bellissimo bianco e nero, ravvivato a tratti da un tenue colore di forte impatto emotivo. La ricostruzione storica e sociale è molto scrupolosa, ma non neutra, perché avviene dal punto di vista tedesco di Anna, che, non diversamente dagli Hoffmeister, continua a coltivare quegli ideali di pace e di dialogo che le avevano reso caro Frantz.  Questo le avrebbe permesso di percepire la pericolosità dei fermenti nazionalistici presenti nella Germania sconfitta e umiliata dopo Versailles, e di scegliere per il proprio futuro. Nella grandissima recitazione di tutti gli attori, si segnalano quelle superbe di lei, Paula Beer (che per questo ha ricevuto il premio Mastroianni a Venezia dove il film è stato presentato in concorso), e di Adrien, credibilissimo nel suo tormento e nella sua pietà. Da vedere sicuramente.


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*se, comprensibilmente, i miei lettori non hanno voglia di leggere quella mia vecchia recensione, mi perdonino, allora, l’auto-citazione:
“Le correzioni di Germain (è il professore protagonista del film) si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica.”

Demolition- Amare e Vivere


schermata-2016-09-19-alle-23-16-44recensione del film:
DEMOLITION – AMARE E VIVERE

Titolo originale:
Demolition

Regia:
Jean-Marc Vallée

Principali interpreti:
Jake Gyllenhaal, Naomi Watts, Chris Cooper, Judah Lewis, Heather Lind, Polly Draper, Wass Stevens, Hani Avital, Tom Kemp, Lytle Harper – 100 min. – USA 2015.

Questo si rivela un film per molti aspetti inferiore alle attese di chi come me aveva ritenuto buone alcune delle opere precedenti di Jean Marc Vallée e, fra queste, la recente Dallas Buyers Club, del 2013, pellicola di tutto rispetto e, anche in Italia, di buon successo.
Nonostante i difetti abbastanza evidenti, però, questo è un film interessante, anche per il modo insolito col quale si racconta il lutto e la sua elaborazione per tornare alla vita. Il regista canadese, infatti, questa volta ci parla di un uomo giovane, Davis (Jake Gyllenhaal), colpito da una morte improvvisa e drammatica, che di punto in bianco aveva sconvolto l’insieme dei riferimenti della propria esistenza fino a quel momento in apparenza equilibrata e serena. Davis stava viaggiando con la moglie Julia (Heather Lind) su una strada di grande traffico, quando l’urto violentissimo di un automezzo sbucato all’improvviso aveva distrutto il veicolo, insieme purtroppo alla vita di lei. Anche se sul corpo di Davis erano rimaste poche tracce dell’ accaduto così da permettergli il ritorno in tempi brevi alla forma fisica a cui particolarmente teneva, si era schiantato qualcosa dentro di lui: solo così era possibile spiegare il suo comportamento strano, che aveva stupito tutti quelli che lo conoscevano. Aveva infatti cercato di esorcizzare il dolore semplicemente negandolo e continuando a indossare la maschera dell’impeccabile e impassibile alto dirigente della società finanziaria del suocero, a Manhattan, nella quale finora era stato stimato e forse anche temuto. Come se nulla fosse successo, Davis aveva ignorato sia le condoglianze davvero sincere dei sottoposti, sia gli inviti della famiglia di lei a superare con un periodo di riposo il trauma della perdita e aveva ripreso le sue occupazioni nella stanza dei bottoni della società, oltre che le cure meticolose al proprio bel fisico prestante. Eppure, aveva perso il sonno ed era in trepida attesa degli esiti di un reclamo che egli aveva inviato, quando, ancora sporco del sangue di Julia, in ospedale non era riuscito a farsi restituire dalla macchinetta guasta degli snack il suo dollaro. Quella missiva, scritta a mano e spedita nella vecchia buca per le lettere, conteneva forse l’unica sincera confessione del proprio dolore, poiché agli ignoti destinatari egli aveva voluto parlare del dramma che stava attraversando, altro che la restituzione del dollaro! Era finalmente arrivata, attraverso e.mail, la risposta attesa: Karen (Naomi Watts), l’impiegata che l’aveva ricevuta, era rimasta impressionata e si era commossa comprendendo il significato doloroso di quel singolare reclamo e, dopo una breve ricerca su Google, avendo scovato il suo indirizzo e.mail, gli aveva risposto con sincere parole di cordoglio. Fino a questo momento, il film mi è parso plausibile: la narrazione, dura e drammatica, aveva mantenuto una classica sobrietà rendendo accettabile anche la freddezza di facciata di Davis, che pure poteva sembrare irritante.


Ciò che segue indugia a lungo su vicende che si incastrano nella storia del vedovo, moltiplicando personaggi e situazioni che nulla aggiungono in profondità, ma che ingenerano, almeno a mio avviso, un notevole squilibrio narrativo. L’incontro di lui con Karen, per esempio, è l’occasione per un racconto troppo ampio sul violento e possessivo compagno di lei, che subito lo sente come un rivale e che non tarda ad aggredirlo; così come il suo avvicinarsi con paterna simpatia a Chris, l’adolescente figlio di Karen (Judah Lewis) in piena crisi di identità sessuale, diventa a sua volta la narrazione molto estesa dell’intolleranza omofobica e violenta di molti ragazzi dalle parti di NewYork; oppure il progressivo e naturale allontanarsi dall’ufficio prestigioso di Manhattan e dalla famiglia di Julia prepara rivelazioni pesantissime sul passato della moglie e su quel matrimonio, del quale, per altro egli aveva già tentato di cancellare ogni traccia demolendo la casa, gli oggetti, le fotografie che ancora lo legavano a quel passato, in una scena di chiaro carattere metaforico, molto prolungata. La mia impressione complessiva è stata quella di un film non del tutto risolto, a cui viene appiccicato un finale consolatorio, che non voglio anticipare, ma che francamente non mi è sembrato molto convincente.
Attori molto bravi; splendido il “piccolo” Judah Lewis.

Idolo Infranto


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recensione del film:
IDOLO INFRANTO

Titolo originale
The Fallen Idol

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Michèle Morgan, Ralph Richardson, Bobby Henrey, Sonia Dresdel, Denis O’Dea, Jack Hawkins, Walter Fitzgerald, Dandy Nichols – 95 min. – Gran Bretagna 1948

 

Questo bellissimo The fallen Idol del 1948 è firmato da Carol Reed, il regista a cui di solito colleghiamo il famosissimo Il terzo uomo (1949) che si considera il suo capolavoro. In realtà si tratta in entrambi i casi di opere eccellenti, tratte da due racconti di Graham Greene che ne fu lo sceneggiatore. Forse la fama di Il terzo uomo è maggiore grazie anche all’indimenticabile interpretazione di Orson Welles e alla straordinaria musica che l’accompagna; in ogni caso L’idolo infranto non è certamente opera minore nella carriera del famoso regista.
È stato riproposto al pubblico dal Museo del Cinema – Cinema Massimo a Torino nell’ambito del Festival permanente del cinema restaurato (Magnifiche Visioni).

È la storia di Philip (Bobby Henrey), bambino molto piccolo e molto solo: i genitori non esistono per lui, affidato abitualmente alle cure della servitù dell’ambasciata (il padre è ambasciatore a Londra di un paese francofono che non viene precisato) e non compaiono se non alla fine del film, quasi subito sommersi dai titoli di coda. La vicenda, infatti, racconta l’amicizia fra lui e Baines (Ralph Richardson), il maggiordomo che se ne prende cura insieme alla moglie, megera scorbutica, che nella casa spadroneggia con arrogante villania (Sonia Dresdel).
L’azione si svolge, quasi per intero (pochissime le scene “esterne”), nella lussuosa dimora del diplomatico, fra il piano nobile, che è lo spazio istituzionalmente destinato a lui e alla sua famiglia, e il piano semi-interrato, che, come da tradizione, è destinato ai servi *. Se la disposizione della casa è funzionale alla gerarchia delle classi sociali, nella realtà nessuno sta al suo posto: il bambino, nella sua sconfinata solitudine, incontra molto volentieri Baines nella cucina, per ascoltare le storie avventurose che egli inventa per lui; a sua volta, il maggiordomo sale spesso e volentieri agli uffici del piano di sopra per incontrare la donna che ama, Julie (Michèle Morgan), segretaria d’ambasciata. L’amicizia con Phil diventa perciò anche il paravento che l’uomo utilizza per ripararsi dalla gelosia  della moglie, la quale, approfittando dell’assenza dei genitori di Phil, sale spesso lo scalone di rappresentanza per affermare la propria autorità sul piccino che tratta con odiosa prepotenza e a cui cerca di impedire l’accesso agli spazi del semi-interrato.
Il fatto centrale della vicenda raccontata è la morte accidentale della signora Baines, così meschina e dispettosa che nessuno potrà rimpiangere. L’episodio (modificato da Graham Greene rispetto al racconto) è volutamente ambiguo e si chiarirà solo alla fine della pellicola, per puro caso e nonostante i pasticci e gli equivoci provocati dal piccolo Philip, che avendo assistito alla scena della sua morte senza comprenderla fino in fondo, cercherà in ogni modo di proteggere l’uomo amato come un padre, fornendo alla polizia che indaga una versione dei fatti assolutamente non credibile.  La sua fragilità emotiva, nonché il tentativo generoso e anche troppo zelante di evitare a  Baines l’accusa di uxoricidio, si erano scontrati purtroppo con la difficoltà di separare i fatti dalla ingenua elaborazione fantasiosa della sua mente infantile, dando luogo a una situazione molto aggrovigliata, che aveva accresciuto  i sospetti della polizia e rischiato di coinvolgere il suo idolo in guai molto seri.

 

Tutto questo viene detto attraverso una finissima analisi psicologica che ci aiuta a capire attraverso quali meandri pre-logici la mente del piccino stava ricostruendo una situazione ansiogena e angosciosa: noi non possiamo che trepidare per lui e insieme sorridere con tenera ed empatica indulgenza. Il modo del racconto, che è sempre in bilico fra il dramma e l’ironia, allenta la tensione e prepara la giusta conclusione dell’intera vicenda, in cui i torti e le ragioni vengono finalmente riconosciuti. Un film bellissimo, ottimamente diretto da un regista attento all’equilibrio complessivo dell’opera, capace di guidare i bravissimi attori (quel bambino è davvero meraviglioso) in modo eccellente, ricco di spunti di riflessione sul difficile rapporto fra il mondo dei “grandi” e quello dell’infanzia, usata da troppi adulti con eccessiva incoscienza e senza sinceri e profondi slanci d’affetto.
Credo che presto dovrebbe essere disponibile per tutti nella versione restaurata il DVD di questa pellicola.

*Il racconto di Graham Greene si intitola proprio The basement room

El abrazo de la serpiente


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recensione del film:
EL ABRAZO DE LA SERPIENTE

Regia:
Ciro Guerra

Principali interpreti:
Jan Bijvoet, Brionne Davis, Luigi Sciamanna, Nilbio Torres, Antonio Bolivar – 125 min. – Colombia, Venezuela, Argentina 2015.

Ha un fondamento nella realtà storica il racconto avventuroso di questo film che liberamente ripercorre, nella Colombia della foresta amazzonica, due viaggi distinti compiuti in tempi diversi (nel 1909 e nel 1940) dagli scienziati Theodor Koch-Grunberg e Richard Evans Schultes (tedesco ed etnologo il primo; americano e botanico il secondo), considerati fra i primi esploratori di quell’enorme e forse ancora parzialmente sconosciuta riserva naturalistica del pianeta. Furono i diari di Koch Grunberg a stimolare l’interesse di Schultes, che, gravemente ammalato, seguendo le tracce del suo predecessore aveva raggiunto lo sciamano Karamakate guida del viaggio di trent’anni prima, affinché lo aiutasse nella ricerca della Yakruna, la pianta miracolosa in grado di guarirlo. 
Karamakate, ormai vecchio, era sempre più diffidente nei confronti degli uomini bianchi che avevano più volte, in mille modi, dato prova di un’inguaribile volontà predatoria, alla quale avevano sacrificato, senza rispetto alcuno, la vita, l’ambiente e la cultura delle popolazioni che da migliaia di anni abitavano quei luoghi.
I rapporti fra Schultes e lo sciamano furono, perciò, subito molto difficili e, anche se col tempo si appianarono, non divennero mai del tutto amichevoli non tanto per l’ostilità preconcetta di Karamakate, quanto soprattutto per l’incomprensione derivata dall’approccio diverso nei confronti della natura, considerata da lui inseparabile dall’uomo e perciò non dominabile, secondo una prospettiva, che è anche quella del racconto filmico, completamente rovesciata rispetto a quella dello scienziato.
A questa profonda diversità del modo di concepire il rapporto uomo-natura si aggiungeva anche una diversa concezione del tempo, del tutto priva di linearità: né un prima, né un dopo connotano l’universo indigeno, nel quale passato e presente coesistono senza soluzione di continuità, ma in una compresenza di forme diverse, attraverso le quali un’unica vita si manifesta.
Il confronto fra queste due visioni del mondo è espresso attraverso la rappresentazione del viaggio tormentoso di Schultes e degli incontri coll’ambiente e le popolazioni della foresta che porta in sé i segni spaventosi delle ferite inferte dai bianchi e dalla loro violenza senza scrupoli, talvolta quasi involontaria (come appare nell’agghiacciante racconto della pelosissima carità dei preti “missionari” cristiani), molto spesso incosciente (gli alberi feriti a morte per l’estrazione del caucciù) e, in ogni caso straziante e dolorosa. Il racconto, però, non è solo la documentazione di un disastro immane, che non è ancora finito, ma è anche una lunga narrazione poetica nella quale le innumerevoli sfumature del bianco e del nero delle immagini ci accompagnano con fascinosa suggestione per tutto il tempo del film. Da vedere!

 

 

Ma Loute


Schermata 2016-08-29 alle 00.30.46recensione del film:
MA LOUTE

Regia:
Bruno Dumont

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi, Jean-Luc Vincent, Didier Desprès, Laura Dupré, Brandon Lavieville, Cyril Rigaux, Angélique Vergara, Raph – 122 min. – Germania, Francia 2016.

 

La commedia grottesca di DumontSchermata 2016-09-05 alle 10.38.15
Siamo nel 1910, a quattro anni dall’inizio della prima guerra mondiale. Stanno per raggiungere la casa di proprietà in stile egizio-kitsch, che domina la baia di Slack dall’alto di un colle boscoso, alcune persone, esponenti della famiglia ricchissima dei Van Peteghem. Sono garruli e spensierati, a bordo di un’auto di quell’epoca molto scoppiettante, scoperta, guidata da André (Fabrice Luchini) uomo deforme e snob, accompagnato da Isabelle (Valeria Bruni Tedeschi) e Billie, giovane ermafrodita appartenente all’ultima generazione della famiglia (Raph, attore teatrale androgino). Presto si congiungeranno a loro in quella dimora Aude (Juliette Binoche) e Christian (Jean-Luc Vincent). Sono tutti strettamente legati fra loro da un groviglio di parentele in cui non è facile districarsi. Essi, infatti, non hanno voluto, proprio come i loro antenati, disperdere i cromosomi familiari e il patrimonio con matrimoni “esterni”. Il sommarsi delle tare e dei difetti è ben visibile perciò nella deformità dei corpi e delle menti di molti di loro. Tutti quanti sono lì per godere un po’ di riposo, attratti dalla natura selvaggia e quasi disabitata del Pas de Calais. Lungo la strada la lieta brigata aveva incrociato gli abitanti autoctoni , tenuti a debita distanza (la classe!), ma idealizzati (il buon selvaggio!). Non sanno i Peteghem che la famiglia, rustica e primitiva, è rude nei modi e alquanto barbarica nelle abitudini alimentari poiché si tratta di una famiglia di cannibali, I Brufort (tutti gli attori sono non professionisti) che si nutrono della carne e del sangue dei malcapitati che incontrano, anche se sono conosciuti come pescatori, venditori di mitili e per il trasporto a guado dei passeggeri, nei tratti non navigabili del canale della Manica. Della famiglia fa parte Ma Loute (Brandon Laviéville), l’eroe eponimo, il cui strano nome designa con ogni evidenza (loute è termine desueto e arcaico francese per indicare ragazza) una sessualità incerta. Tra Ma Loute e Billie, nasce un’attrazione immediata.
Da qualche tempo nella zona erano state segnalate strane sparizioni; a chiarirne le ragioni è inviato da Calais l’enorme e improbabile ispettore Machin (Didier Desprès), accompagnato dall’aiutante Malfoy (Cyril Rigaux).Schermata 2016-09-05 alle 10.49.45

 

La storia che Dumont ci racconta è contemporaneamente, perciò, un insieme di molte storie che mi limito a descrivere in questo modo: è una detection che non può essere una cosa seria; è una contrapposizione fra le due famiglie che si detestano, ma che in qualche misura si rassomigliano e si attraggono, poiché, sia pure in modo barbarico, i Brufort si nutrono del sangue dei ricchi, ovvero, in parole povere, aspirano a diventare come loro assorbendone valori e soprattutto disvalori; è inoltre una storia d’amore fra i due giovani eredi, unici esseri pensanti e senzienti , almeno per un po’, fino a che le ragioni del sangue (imborghesito) diventeranno decisive per Ma Loute.

 

Dumont è un regista sconosciuto in Italia, paese nel quale i suoi film non si sono mai visti. Eppure si tratta di un regista importante, stimato e apprezzato a livello internazionale per alcuni film drammatici pluripremiati, nei quali ha raccontato con graffiante crudeltà il non senso del vivere. Sperimentatore convinto, egli ha tentato la strada della commedia in un’opera, anch’essa mai arrivata da noi, nata per la TV e trasformata in un film di cinque ore di una comicità spesso irresistibile, surreale e corrosiva: P’tit Quinquin, considerato dalla critica più qualificata il miglior film del 2013*. Sui legami di Ma Loute con P’tit Quinquin non credo possano esserci dubbi: indagine impossibile anche in quel caso, con un ispettore della Gendarmerie demente e sempre sopra le righe, pieno di tic e incapace; non grottesco come Machin, però, deformato dalla prosopopea del nulla, pallone gonfiato che a un certo punto si mette a volare. Credo che Dumont in entrambe le storie, ma in questa soprattutto, si sia ispirato al mondo popolare europeo dei racconti fiabeschi, da Perrault ai Fratelli Grimm, che di storie macabre e cannibalesche hanno riempito le loro pagine. Aggiungo che mi è sembrata plausibile, a questo proposito, anche una citazione da Il Racconto dei racconti del nostro Garrone, bellissimo film, ingiustamente negletto. Per suffragare questa mia ipotesi rimando i lettori all’immagine del palombaro che esce dall’acqua delle grotte dell’Alcantara Schermata 2016-08-30 alle 12.59.05e a quella del palombaro che emerge dalle acque della Baia in cui il film viene girato, visibile nel Trailer. A Basile, d’altra parte, si erano ispirati anche Perrault e i Grimm!

Film girato interamente con macchina digitale sulla quale, secondo le sue stesse dichiarazioni, Dumont è intervenuto contrastando pesantemente le immagini e aggiungendo rumori e suoni per sottolineare la comicità grottesca e irreale dell’insieme.

Da vedere!

 

*Quest’opera, di cui possiedo il DVD acquistato in Francia, perciò in lingua originale (del Pas de Calais, mica francese sorboniano, eh!) e senza sottotitoli, rivista dopo Ma Loute, mi è stata molto utile per mettere insieme una recensione decente (spero).

Un padre, una figlia


Schermata 2016-08-23 alle 21.41.02recensione del film:
UN PADRE, UNA FIGLIA

Titolo originale:
Bacalaureat

Regia:
Cristian Mungiu

Principali interpreti:
Vlad Ivanov, Maria-Victoria Dragus, Ioachim Ciobanu, Adrian Titieni, Lia Bugnar, Gheorghe Ifrim – 128 min. – Romania, Francia, Belgio 2016

Cristian Mungiu ha dichiarato di essere cosciente che i suoi film non trattano argomenti gradevoli, affermazione ampiamente condivisibile, alla quale, però, aggiungerei che si tratta di film molto belli e non facilmente dimenticabili. Il regista, incontentabile perfezionista, ha bisogno di tempi lunghi per il proprio lavoro: nulla che non lo convinca appieno può vedere la luce, finché non raggiunga la potenza espressiva desiderata, ciò che spiega l’esiguo numero dei suoi film e l’attesa che ne precede la proiezione nelle sale , nonché i prestigiosi riconoscimenti internazionali che li accompagnano.

Dopo aver raccontato nel suo primo film (Quattro mesi, tre settimane, due giorni – Palma d’oro a Cannes nel 2007) l’opprimente Romania di Ceausescu, attraverso l’odissea di due amiche in attesa di un aborto clandestino e, dopo averci descritto nel secondo (Oltre le colline – migliore sceneggiatura a Cannes nel 2012) la povertà della Romania rurale nonché la sua arretratezza culturale e superstiziosa, in questa sua ultima fatica, Bacalaureat (questo il titolo originale -miglior regia a Cannes 2016), Mungiu ci parla del paese attuale, quello della scuola, delle attese dei giovani e delle loro famiglie, nonché della pervasiva corruzione che infetta con la sua espansione mafiosa, tutti i gangli della vita civile, tema, per altro, presente anche nel primo film.
In particolare ora il regista focalizza la propria attenzione sulla famiglia di Romeo Aldea (Adrian Titieni) e della moglie Magda (Lia Bugnar). I due coniugi, lasciata la Romania per Londra ai tempi della dittatura di Ceausescu, dopo la fine del regime ne erano ritornati con la speranza che al cambiamento politico facesse seguito la rigenerazione morale dell’intero paese. Per dedicarsi in modo speciale all’educazione dell’unica figlia, Eliza (Maria-Victoria Dragus), avevano entrambi limitato le proprie ambizioni professionali: lei accontentandosi di fare la bibliotecaria e lui di essere medico nella cittadina della Transilvania in cui ora abitavano. Eliza, d’altra parte, aveva risposto positivamente a quei sacrifici e, dopo un eccezionale curricolo scolastico, stava per conseguire il Bacalaureat, ovvero il diploma di maturità, con gli alti voti necessari per iscriversi alla facoltà di psicologia a Cambridge, e per progettare lì il proprio futuro, lontano dalla terra che aveva travolto e infranto le speranze dei suoi genitori.
Proprio adesso, però, la vita semplice e onesta della piccola famiglia sembrava minacciata; un che di inquietante ne stava turbando l’ordinata routine. All’inizio, una violenta sassata aveva rotto il vetro della finestra di casa, poi sarebbero stati messi fuori uso i tergicristalli dell’auto, poi il parabrezza sarebbe andato in frantumi, quasi che gli Aldea, apparentemente senza nemici, fossero stati presi di mira da qualcuno: nulla di cui stupirsi, d’altra parte, nella triste e grigia realtà di una cittadina fatta di casermoni e di cantieri perennemente transennati, in cui i passaggi pedonali si riducevano a piccoli spazi ingombri di macerie, facile nascondiglio di male intenzionati.  Al moltiplicarsi degli atti di teppismo, infine, si era aggiunto il tentativo di stupro subito da  Eliza, proprio alla vigilia della maturità: solo, si fa per dire, un forte choc e un polso lussato (la poveretta aveva cercato di difendersi); in ogni caso danni sufficienti per non riuscire a concludere in tempo la prova scritta, compromettendo insieme all’esame, il futuro “inglese” che sembrava a portata di mano. Sarebbe stato Romeo a cercare di rimediare all’imprevista emergenza, ricorrendo a quel sistema di favori e raccomandazioni, pericoloso, ma diffusissimo, dal quale si era sempre tenuto ben lontano, ma che ora, per amore di quella figlia era stato disposto incautamente ad avvicinare.

Questo è un momento molto importante del film, decisivo per gli sviluppi successivi, amarissimi e in fondo ovvi, poiché da questi favori agli amici degli amici è difficilissimo uscire indenni, non solo dal punto di vista giudiziario: essi influiscono profondamente sui comportamenti, inducono prima o poi laceranti sensi di colpa e spengono ogni fiducia nel futuro, che per altro Romeo non aveva dimostrato di possedere in grande misura, vista la sua tenace volontà di indirizzare all’estero la vita dell’unica figlia.
Il regista, tuttavia, come ha più volte dichiarato, non ha inteso solo denunciare la condizione della Romania, ma, attraverso la rappresentazione di minuti ma significativi particolari della vita quotidiana dell’uomo, riflettere sul ruolo dei genitori, oggi, in tutto il mondo occidentale e sulla responsabilità verso i figli, nella consapevolezza che è il comportamento dei padri a incidere davvero sulla loro formazione, assai più di ogni predica e di ogni bella parola. Da questo punto di vista, il film, infatti, racconta proprio il lento logorarsi del rapporto di fiducia fra la figlia e il padre, che, ben prima del “fattaccio”, era apparso egoisticamente incline al compromesso morale. Lo testimonia la sua doppia vita coniugale, l’illusione di nasconderla dietro un muro di sotterfugi e di silenzio ipocrita, ma nota alla moglie, all’amante Sandra, ora incinta e prossima ad abortire nella più completa indifferenza di lui e conosciuta, ahimé, anche da Elisa, così profondamente turbata da preferire di confidare alla madre, piuttosto che a lui, i primi suoi problemi d’amore. Allo stesso modo, egli aveva sottovalutato la sofferenza del figlioletto di Sandra, piccolo, ma capace di comprendere, grazie alla grande sensibilità che lo spingeva a vendicare le ingiustizie tirando di fionda, come si addice agli innocenti senza peccato…
Un film non moralistico, che offre, ancora una volta, allo spettatore una storia sgradevole, poiché gli parla delle proprie debolezze, delle meschinità, delle piccole viltà del tutto insufficienti a mettere in pace la coscienza, degli insopprimibili sensi di colpa. Un film sorretto da una sceneggiatura accuratissima, e recitato da attori meravigliosi. Da vedere sicuramente.

1001 grammi


Schermata 2016-08-17 alle 21.15.40recensione del film:
1001 GRAMMI

Titolo originale:
1001 Grams

Regia:
Bent Hamer

Principali interpreti:
Ane Dahl Torp, Laurent Stocker, Magne Håvard Brekke, Dinara Drukarova, Per Christian Ellefsen, Didier Flamand, Peter Hudson, Hildegun Riise – 93 min. – Norvegia, Germania 2014.

Per effetto di vecchi accordi internazionali, il prototipo del Chilogrammo conservato con rigorosissima cura nei sotterranei del Bureau international des poids et mesures non lontano da Parigi, è l’unità di peso di riferimento per tutti i paesi del mondo, che con altrettanto severo rigore conservano nei loro gabinetti metrologici i rispettivi prototipi omologati, e provvedono periodicamente a confrontarli coll’originale francese al fine di rendere sicuri e trasparenti i rapporti commerciali internazionali e di limitare anche per questa via le occasioni di conflitto*.
Questa breve premessa è utile alla comprensione del film, opera del regista norvegese Bent Hamer **, che a lungo e non per caso si sofferma con ironia sul rito dell’apertura del forziere blindato francese in cui l’antico campione viene custodito. Fin dall’inizio, infatti, la complessità seriosa dell’evento si accompagna alla curiosità quasi divertita dei delegati dei paesi ex coloniali, che seguono attentamente le spiegazioni storico-scientifiche dei volonterosi accademici che li accolgono, ma che sembrano quasi increduli di fronte alla loro ingenuità, essendo convinti non solo che le vie della pace passino probabilmente altrove, ma che un’eccessiva attenzione alla dimensione esclusivamente razionale dell’uomo non serva né alla comprensione dei suoi problemi né al miglioramento effettivo dei rapporti sociali.
La contrapposizione fra coloro che dalla scienza e dalla ragione attendono tutte le risposte, secondo una visione evolutiva della storia umana (ahimé le intramontabili “magnifiche sorti e progressive”!), e coloro che di quella visione colgono appieno i limiti illusori attraversa tutto il film e si invera nei due protagonisti, cioè nei personaggi di Maria (Ane Dahl Torp) e Pi (Laurent Stocker).

A Maria, giovane norvegese, impiegata dell’istituto metrologico del suo paese, gli insigni scienziati che lo dirigono affidano il delicato compito di portare il campione nazionale del chilogrammo a Parigi, per ricevere l’omologazione del Bureau international des poids et mesures.  In un momento di grande solitudine, mentre stanno sbriciolandosi i riferimenti che avevano fino allora dato senso alla sua esistenza (il giovane che viveva con lei l’aveva lasciata e il padre stava morendo), a Parigi Maria incontra per caso Pi, un giovane che aveva da tempo abbandonato la fiducia nella scienza e nel progresso per dedicarsi all’attività di giardiniere, scoprendo la bellezza della natura e i suoi segreti, che non sempre hanno una spiegazione razionale e di cui non si può che prendere atto lasciandosene incantare, senza cercarne il perché o il senso. Le risposte possibili non possono che venire, dunque, dalle emozioni, che talvolta ci aiutano anche a sorridere dei pesi e delle misure, come a lei riuscirà di fare nello spiritoso e amabile finale del film.

Un metaforico “conte philosophique” in cui emerge, chiaramente, una garbata critica della tradizione illuministica e di quello scientismo che ci ha reso eccessivamente fiduciosi nel futuro, senza aiutarci ad affrontare i problemi della vita, poiché ci impedisce di comprenderne la tragica complessità. Qualsiasi riferimento ai “maestri del sospetto” ( Marx, Nietzsche e Freud che avevano smascherato la “falsa scienza” di origine cartesiana), secondo la celebre definizione di Paul Ricoeur, è assolutamente pertinente!

Da vedere.

 

* QUI troverete, se lo desiderate, maggiori informazioni

** dello stesso regista,  QUI troverete la mia recensione di Tornando a casa per Natale (2010)

Nahid


Schermata 2016-08-05 alle 15.50.59

 

recensione del film:
NAHID

regia:
Ida Panahandeh

Principali interpreti:
Sareh Bayat, Pejman Bazeghi, Navid Mohammadzadeh – 105 min. – Iran 2015

 

 

E’ stata presentata nel 2015 a Cannes (Un certain regard) questa opera prima della regista iraniana Ida Panahandeh, girata interamente in Iran sulle rive del Mar Caspio. Laggiù vive Nahid (Sareh Bayat), l’eroina della storia triste di questo film, che ne racconta l’ emarginazione progressiva dalla vita familiare e sociale. Nahid si era sposata molto giovane con un ragazzo sbandato, tossicodipendente che ora è indebitato fino al collo con un gruppo di strozzini che gli permettono di mantenere il suo vizio, grazie ai prestiti di denaro legati al gioco d’azzardo. Per sottrarre il figlio all’influenza nefasta di tanto padre, la giovane aveva chiesto e ottenuto il divorzio, nonché l’affido del bambino, un pre-adolescente viziato e arrogante, poco incline a darle retta. Le leggi iraniane sono, com’è noto, severe con le donne e ancora di più lo sono con le donne che chiedono il divorzio nel qual caso si preoccupano soprattutto della loro virtù: il bambino può essere immediatamente riconsegnato al padre, qualora le signore volessero risposarsi; il padre, infatti, per quanto indegno, è pur sempre colui che insegna ai propri figli maschi a non rispettare le donne, e a mantenere l’ordine sociale fondato sulla prevaricazione maschile. Nahid è molto bella e ancora giovane; nulla di strano che abbia incontrato, dopo molte tribolazioni, l’uomo della sua vita, Masoud (Navid Mohammadzadeh), vedovo e padre di una bimbetta. E’ un ricco signore, che l’ama davvero e che vorrebbe sposarla, ma che è costretto ad accontentarsi del “matrimonio temporaneo” (Sigheh), istituto giuridico antichissimo dell’Islam sciita, ma fortemente interdetto nelle famiglie rispettabili*. Questo diventa l’ espediente per aggirare il divieto di tenere con sé il figlio, ma è anche il motivo per il quale Nahid viene emarginata e disprezzata dalla sua famiglia.

Ricattata dall’ex marito, sempre più violento, non molto ascoltata dal figlio e incompresa dai propri parenti, Nahid è infine costretta a decidere del proprio futuro, in piena solitudine.


La regista racconta dunque le angosce di  Nahid che, combattuta fra l’amore materno e quello per Masoud, diventa quasi l’ emblema di tutte le donne iraniane costrette a mentire e a subire, ma ci rappresenta anche gli ambienti del degrado morale e sociale frequentati dal marito prepotente, che è umiliato a sua volta dallo sfruttamento degli spacciatori e dalla violenza dei cravattari, in cui rischia pericolosamente di trovarsi implicato anche quel figlio che a lei si nega.
Il risultato, purtroppo, è un film pieno di ottime intenzioni, ma affastellato di informazioni e incerto sulla direzione da percorrere:  un guazzabuglio narrativo nel quale il film si aggroviglia e in cui perdono interesse anche le ottime prove che gli attori danno di sé. Peccato!

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*Mentre qualsiasi forma di prostituzione rimane illegale in tutto il paese, esiste l’istituzione definita del “matrimonio temporaneo” (Shiah, ma chiamata solitamente Sigheh in Iran),  che consente rapporti contrattuali a breve termine tra i due sessi: viene consegnata una dote alla moglie temporanea e l’unione scade automaticamente senza alcun bisogno di ricorrere al divorzio. Secondo un piccolo numero di studiosi, quest’istituto è attuato in modo abusivo come copertura legale della prostituzione. (fonte: Wikipedia)

 

Senso


 

SENSO 1recensione del film:
SENSO

Regia:
Luchino Visconti

Principali interpreti:
Alida Valli, Farley Granger, Massimo Girotti, Heinz Moog, Rina Morelli, Christian Marquand, Tino Bianchi, Ivy Nicholson, Sergio Fantoni, Mimmo Palmara, Marcella Mariani, Tonio Selwart, Franco Arcalli, Nando Cicero, Goliarda Sapienza, – 115 min. – Italia 1954.

Sono passati quarant’anni dalla morte di Luchino Visconti, uno dei più grandi registi del nostro cinema, di quelli che hanno maggiormente contribuito a farlo conoscere e amare nel mondo. Difficile rendergli l’omaggio che gli si deve, dopo i fiumi d’inchiostro e le parole che per decenni hanno tentato di interpretarne l’opera. Nel mio piccolo, però, voglio provarci anch’io parlando di uno dei film che ho amato di più.

Un incipit memorabile

Il film si apre sulla scena della Fenice di Venezia dove, il 27 maggio 1866, si rappresentava Il Trovatore. Al termine della cabaletta famosa, Di quella pira (era evidentemente il momento convenuto), dal loggione veniva lanciata  sulla platea, che ancora applaudiva il tenore, una pioggia di volantini tricolori, mentre ad alta voce risuonavano gli inviti a sostenere la guerra imminente (sarebbe scoppiata il 20 giugno e durata fino al 12 agosto) contro gli Austriaci che ancora occupavano Venezia*. Con gli alti ufficiali austriaci del parterre si mescolavano ora i garibaldini, uno dei quali, Roberto Ussoni (Massimo Girotti), coordinava l’arruolamento dei volontari a supporto del fronte meridionale della guerra. Il lancio dei volantini aveva provocato un vero parapiglia: allo sgomento degli ufficiali occupanti e del veneziano conte Serpieri (Heinz Moog), che con questi aveva stabilito rapporti d’affari, facevano eco le parole sprezzanti del tenente austriaco Franz Mahler (Farley Granger), prontamente e imprudentemente rintuzzate dall’Ussoni: ne era seguita l’immancabile sfida a duello, nonché l’arresto e l’esilio del “sovversivo”. Poche scene per descrivere il concitato succedersi degli eventi e presentarne lo sfondo sociale e politico: un incipit tra i più memorabili della storia del cinema.

Una brutta storia

I fatti di quella sera avrebbero cambiato per sempre la vita di Franz Mahler e di Livia Serpieri, la moglie del conte, legata a Roberto Ussoni da rapporti di cuginanza e dagli ideali irredentisti. Livia (Alida Valli), che era una bella donna molto più giovane del marito (che le offriva tuttavia agi, prestigio sociale oltre che rispettosa devozione), aveva seguito con apprensione da un palco l’increscioso incidente che stava compromettendo il futuro dell’impulsivo cugino e ora chiedeva di conoscere il tenente responsabile dell’offesa, fiduciosa che la vicenda si potesse comporre pacificamente grazie alla propria mediazione. Nacque, da quell’incontro, la storia del suo amore appassionato per Franz, sullo sfondo eccezionale di una Venezia bellissima sia nell’oscurità inquieta di quella notte sia al levarsi del sole, quando le calli, le fondamente, i porticati, gli approdi, le prospettive del mare aperto manifestavano con caldi colori luminosi la ripresa della vita e delle attività cittadine. Questa Venezia, stupefacente e tutta viscontiana, lontana dalla città dei viaggiatori sette-ottocenteschi, stava rivelando a poco a poco il proprio fascino segreto, e sembrava quasi corrispondere all’inquietudine e alla dolcezza dell’amore nascente nel cuore di lei. I loro incontri erano proseguiti nella clandestinità delle camere d’affitto fino allo scoppio della guerra, quando Franz aveva dovuto seguire il suo battaglione nel veronese, mentre la famiglia Serpieri si trasferiva nella tenuta familiare di Aldeno, fra Trento e Rovereto.
Chi era il tenente Franz Mahler? Era un giovane disincantato fino al cinismo (e non lo nascondeva), un tenace corteggiatore delle signore ricche e insoddisfatte della buona società veneziana. Per lui, come per tutti gli ufficiali austriaci, si stava avvicinando il momento dell’impegno militare diretto: la vita da ufficiale nella zona occupata, per quanto non priva di rischi per l’ostilità latente della popolazione locale, gli aveva finora permesso di vivere fra piaceri e gioco d’azzardo senza essere soggetto a una disciplina troppo severa. La prospettiva della guerra, unita alla coscienza della probabilissima sconfitta e del progressivo e inarrestabile sgretolarsi dell’impero austriaco, metteva in forse le sue abitudini e i vizi consolidati e imponeva un impegno difficile, richiedeva sacrifici, sostenuti da una visione ideale e da uno slancio del tutto estranei alla sua edonistica visione del mondo. Franz non aveva alcuna voglia di morire né tantomeno di perdere la bellezza del suo giovane corpo per le ferite o le mutilazioni orribili, così comuni nei reduci, per di più in una guerra che percepiva come incomprensibile, senza senso. Egli, anzi, cercava i soldi delle sue ricche amanti per comprare la propria diserzione e contava sull’amore di Livia per ottenerli, ben sapendo che la donna aveva davvero perso la testa per lui: gli avrebbe infatti consegnato i denari destinati ai volontari garibaldini, attestati ora non lontani da Aldeno.
L’illusione amorosa di Livia precipitava verso la deriva abietta del tradimento degli ideali risorgimentali; sarebbe poi arrivata l’umiliazione cocente dell’ultimo incontro con Franz, a Verona, che l’avrebbe indotta a denunciarlo presso i comandi militari per aver comprato la diserzione: vendetta feroce, perseguita con determinazione orgogliosa. Al tradimento degli ideali garibaldini nei quali aveva creduto erano seguite, dunque, la delazione e la fucilazione immediata di lui, in un crescendo melodrammatico sottolineato dalla musica di Anton Brukner (Sinfonia n° 7 in Mi Maggiore). Una storia di inganni e tradimenti, attraverso la quale Visconti lucidamente racconta la più vasta crisi del progetto risorgimentale e di quei settori della società che l’avevano sostenuto. Le vicende della guerra, d’altra parte, avevano messo in luce i difetti organizzativi e politici dell’esercito italiano, le rivalità e la confusione fra i comandanti (e fra loro e il re), causa non secondaria del disastro di Custoza, a cui il film dedica una pagina lunga e importante, soffermandosi particolarmente sulle atroci sofferenze dei militari impegnati nel combattimento inutile e crudele poiché il destino di Venezia si era deciso altrove, sul piano diplomatico e non su quello militare, mentre la vittoria dei garibaldini nel Trentino (l’unica italiana in quella orribile guerra) era stata considerata irrilevante ai fini dell’annessione di quel territorio, che sarebbe diventato italiano solo alla fine della prima guerra mondiale (1918)

Visconti si era ispirato dichiaratamente a un  racconto di Camillo Boito (1836 – 1914)** di cui egli volle conservare, dopo alcune incertezze della produzione, il titolo, sia pure trasformandone la vicenda, cosicché il singolare ritratto di donna che Boito delinea assume un considerevole spessore storico e anche emblematico, facendo confluire nella sua crisi personale la vicenda di un’intera società in uno dei momenti più critici del periodo post-unitario, non dissimile, forse, da quello che egli vedeva nell’Italia dei suoi anni, coll’affievolirsi degli slanci ideali che avevano animato poco tempo prima la lotta antifascista a cui aveva egli stesso partecipato.

Al termine di questo tentativo di analisi di un film bello e difficile come questo, vorrei segnalare ai lettori le pagine dedicate a quest’opera da un’appassionata studiosa delle opere di Luchino Visconti , l’amica blogger Teresa Antolin, che ricostruisce, attraverso gli articoli dei giornalisti e dei critici di allora il clima politico e culturale all’interno del quale il film fu girato: dai dubbi della produzione, ai pesantissimi interventi della censura, ai problemi che avevano preceduto o accompagnato le riprese, alle dichiarazioni dello stesso regista, alle discussioni sul titolo, ai costumi e alla loro ispirazione iconografica…

Si tratta sempre di articoli di grandissimo interesse documentario che forniscono elementi di giudizio assai importanti.

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/2/

https://ricercavisconti.wordpress.com/tag/senso-1954/page/3/

 

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*era la vigilia della Terza guerra d’indipendenza, ovvero della guerra che avrebbe opposto all’Austria la Prussia, alla quale si era alleato il giovane stato italiano in vista della probabile disfatta austriaca che avrebbe permesso l’annessione del Veneto. Un riassunto abbastanza chiaro della situazione politica e militare italiana prima e durante la Terza guerra d’indipendenza italiana può utilmente essere consultato sulle pagine di Wikipedia QUI

 

**Delle opere letterarie di Camillo Boito (1836 – 1914) , nonostante l’apprezzamento di Benedetto Croce, poco ci si ricorda, forse perché egli scrisse poco e soprattutto scrisse (senza molto crederci) per sé, essendosi dedicato quasi esclusivamente alla professione di architetto progettista e restauratore in cui particolarmente si distinse (QUI le notizie); più noto di lui è il fratello Arrigo, librettista d’opera, poeta e letterato annoverato fra i nostri maggiori “scapigliati” della seconda metà dell’ottocento.

Kiki & i segreti del sesso


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recensione del film:

KIKI & I SEGRETI DEL SESSO

Titolo originale:
Kiki, el amor se hace

Regia:
Paco León

Principali interpreti:
Natalia de Molina, Álex García, Paco León, Ana Katz, Belén Cuesta, Candela Peña, Luis Callejo, Luis Bermejo, Alexandra Jiménez, Jacobo Sánchez, Silvia Rey, Eduardo Recabarren, Blanca Apilánez – 102 min. – Spagna 2016.

Ancora  una pessima e volgare trasposizione italiana del titolo originale, che pure, di per sé, dovrebbe essere abbastanza esplicito*. Per nostra fortuna al raccapricciante titolo nella nostra lingua non corrisponde la sostanza del film, che è certamente una commedia erotica, ma non banale, né volgare. Il regista, infatti,  ci introduce nel mondo poco conosciuto  di alcune “perversioni” sessuali dai nomi strani che ne chiariscono la natura: alcuni (sonnofili) provano desiderio sessuale e  piacere solo guardando dormire il proprio partner; altri (arpaxofili) solo in situazioni di pericolo o di aggressione violenta; altri (elefili) mostrano una passione smodata per certi tessuti; altri ancora (dacrifili) per le lacrime del loro partner… e via elencando. Da queste situazioni che non sembrano in verità molto perverse (va da sé che le aggressioni violente siano simulate) nascono gli episodi raccontati dal film con tono spigliato e insieme garbatamente ironico. Una Madrid estiva, colorata e bellissima, costituisce lo sfondo in cui si intrecciano, alternandosi sullo schermo, le storie dei personaggi, la cui  “devianza”sessuale (ma esiste davvero la normalità in questo privatissimo ambito?) li caccia in situazioni quasi sempre imbarazzanti, talvolta buffe e talvolta patetiche e dolorose, ciò che costituisce l’oggetto del film, raccontato con umana e pietosa partecipazione. Il regista, che è al suo terzo lungometraggio, in questo lavoro ricopre anche un ruolo d’attore  non proprio secondario: dal desiderio del suo personaggio (Paco) di far rivivere la passione d’amore per la moglie (che ora è un po’ languente) nasce la coscienza della molteplicità delle fantasie erotiche che possono far bene al rapporto di coppia, riportando gioia e serenità laddove mugugni e silenzi potrebbero mettere in crisi anche il legame più solido. 
Il film, che è un remake dell’australiano The Little Death di Josh Lawson (non mi risulta essere arrivato in Italia), è in realtà molto “spagnolo” ed evoca soprattutto i primi film di Almodovar, per la vivacità e la naturalezza del racconto, per il gusto trasgressivo che lo attraversa e per la sincerità liberatoria dell’erotismo che lo caratterizza. Non un grande capolavoro, ma un film gradevolmente divertente.

 

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*il regista (QUI l’intera intervista ) dichiara:
“Kiki viene dall’Inglese quickly. Esiste anche il nome francese Kiki e un altro africano; ed è un termine inglese che si riferisce ad un tipo di festa: una canzone molto famosa degli Scissor Sisters si intitola Let´s have a kiki: facciamo una festa. Così kiki si usava per tutto: l’eufemismo infantile di fare un kiki rende la cosa festosa e internazionale”.

 

L’uomo dal braccio d’oro


Schermata 2016-04-28 alle 09.19.42recensione del film:
L’UOMO DAL BRACCIO D’ORO

Titolo originale:
The Man with the Golden Arm

Regia:
Otto Preminger

Principali interpreti:
Frank Sinatra, Kim Novak, Eleanor Parker Darren McGavin, Arnold Stang – 119 min. – USA 1955

 

Un vecchio film, un ottimo cast ben diretto dal grande Otto Preminger e una grande prova d’attore di Frank Sinatra, qui nei panni troppo appiccicosi del tossicodipendente da morfina Frankie Machine che ha già provato, apparentemente con successo, a liberarsi di quegli abiti scomodi, ma che ora è tornato a drogarsi alla grande con conseguenze devastanti.

Frankie Machine ha un braccio d’oro: così aveva sentenziato il musicista, docente di  batteria, che aveva provato a ricuperarlo durante il suo soggiorno in galera, dov’era finito per ragioni che, se pure non del tutto chiarite, certamente avevano a che vedere col  gioco d’azzardo e col consumo di droga. Siamo in un quartiere “a rischio” di un’imprecisata città americana, in cui un’umanità marginale e povera passa le proprie giornate nella noia e nell’avvilimento sempre presenti in chi, non avendo lavoro, cerca di sopravvivere tentando la sorte coi magri guadagni del gioco d’azzardo, nelle bische clandestine retrostanti i locali equivoci dove si aggirano sfruttatori privi di scrupoli, spacciatori avidi di guadagno, ballerine in cerca di compagnia e personaggi strani, come Sparrow, socialmente poco accettati. La storia di Frankie si colloca in questo contesto degradato, nel quale resistere alla droga era difficilissimo, anche perché sarebbe stata necessaria quella forza di carattere che in genere chi si droga non ha, soprattutto se, come era accaduto a lui, le scelte più importanti della sua vita erano state (e continuavano a essere) pesantemente condizionate dai ricatti emotivi di una moglie possessiva e asfissiante (Eleanor Parker), che gli attribuiva la responsabilità delle proprie permanenti disgrazie (la donna si fingeva paralizzata alle gambe in seguito a un incidente stradale avvenuto per colpa di lui), ed esigeva da lui denaro e attenzioni. Dilaniato dai sensi di colpa e incapace di dire di no, egli si era sentito costretto a lasciare Molly (Kim Novak), la donna che amava e che avrebbe voluto sposare.

Il braccio d’oro del grande batterista si stava trasformando ora in un braccio pieno di lividi e buchi, tracce delle assunzioni di droga che lo stavano riportando al vizio antico, al peso soffocante della “scimmia”, talvolta diventando anche il braccio quasi infallibile del giocatore d’azzardo, nella bisca dei falsi amici ai quali, ancora, era stato incapace di dire di no.

La cupa storia del progressivo sfacelo fisico e morale di Frankie ci viene raccontata con impassibile e duro realismo nel corso del film, che viola consapevolmente il codice Hays, ovvero il sistema di norme moralistiche a cui, a partire dagli anni ’30 (1934), i registi avrebbero dovuto sottoporre le riprese dei loro film, in modo da evitare il turbamento delle persone “per bene” a cui erano indirizzati. Nel contempo, però,  questo modo insolito della rappresentazione offre agli spettatori un quadro davvero impressionante anche dei bassifondi delle città americane, del mondo degli emarginati che lo abitavano in attesa che avesse termine in qualche modo la loro solitaria disperazione vissuta nell’assenza di qualsiasi forma di solidarietà, tra imbroglioni e sfruttatori di ogni risma, mai perseguiti dalla polizia che appare tollerante di questo stato di cose e propensa piuttosto a perseguirne le vittime.

Otto Preminger trasse il film dal romanzo omonimo di Nelson Algren, ma fu costretto dal produttore a discostarsene nel finale, sostituendo al suicidio di Frankie l’happy ending, che tuttavia appare in ogni caso molto, molto amaro. Bellissimo accompagnamento musicale composto da Elmer Bernstein.