Gustave, concierge in Zubrowka (Gran Budapest Hotel)


Schermata 04-2456758 alle 21.54.07recensione del film:
GRAND BUDAPEST HOTEL

Titolo originale:
The Grand Budapest Hotel

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori – 100 min. – USA 2014.

Nell’inesistente regno di Zubrowka, fra la Polonia e la Germania, il fascinoso Gustave (Ralph Fiennes) era il concierge (e anche un po’ il direttore) di un grande albergo, il Grand Budapest Hotel. Si trattava di uno di quei prestigiosi alberghi presenti nell’immaginario di molti lettori dei romanzi mitteleuropei e perciò anche delle opere di Stefan Zweig* a cui, non a caso, il regista Wes Anderson dedica questa sua ultima fatica. L’Hotel aveva tutte le caratteristiche del luogo di vacanza per vecchi aristocratici e per ufficiali al servizio dell’imperatore asburgico alla vigilia della prima guerra mondiale: era monumentale nell’imponenza delle dimensioni, illeggiadrito, tuttavia, dalle decorazioni Liberty; isolato e lontano dal mondo; in cima a una montagna di difficile accesso e molto spesso innevata **. Il regista, anzi (forse per sottolinearne l’ irraggiungibilità, non solo spaziale, ma anche e soprattutto temporale), ci porta a conoscere il grande edificio dell’albergo utilizzando la tecnica mista del cartoon e della ripresa cinematografica, provocando l’effetto di un approccio singolare, come se la facciata dell’enorme costruzione fosse stata anch’essa disegnata, appiattita sullo sfondo di cartone, per staccarsene progressivamente acquistando profondità e assumendo l’aspetto di un grande albergo vero e proprio, ricco di saloni, lussuosamente arredati, di stanze, appartamenti e corridoi, di cucine e dispense e anche di piccole mansarde senza servizi per la servitù. Dopo la grande guerra l’albergo aveva subito alcuni passaggi di proprietà, per giungere infine nelle mani di un anziano signore, chiamato Zero Moustafa, che aveva potuto venirne in possesso dopo una serie di peripezie, vissute prima della guerra, per la maggior parte con con Gustave.
Zero Moustafa era infatti giunto in quel luogo prestigioso quando era ancora un ragazzino, tanto che, per invecchiarsi un po’, si era creato dei sottili baffi a colpi di matita; egli non sapeva nulla di nulla (si chiamava Zero!), ma era sveglio e dispostissimo a imparare l’arte della conciergérie da Gustave, a sua volta dispostissimo a insegnargliela. Questo suo maestro, però, era anche un gran seduttore di vecchie e facoltose signore sole, che corteggiava senza eccezione alcuna, amandole devotamente e ricevendone ricche ricompense, arte che gli aveva cambiato la vita quando l’ottantaduenne Madame D. (Tilda Swinton, irriconoscibile, e perfettamente “invecchiata” a dovere) si ricordò di lui nell’ultimo testamento, lasciandogli un’eredità così cospicua da innescare violente reazioni a catena nei suoi eredi che, a cominciare dal figlio Dimitri (un Adrien Brody, spassosissimo vendicatore), condussero contro di lui una guerra senza esclusione di colpi, mentre stava iniziando la vera guerra, che fra il 1914 e il 1918 avrebbe sconvolto l’assetto delle gerarchie sociali in ogni parte dell’Europa, spazzando via il mondo da operetta di arciduchi, principesse e sovrani, in vacanza al Grand Budapest Hotel della terra di Zubrowka.
E’ lo stesso Zero Moustafa a raccontare a uno scrittore in cerca di ispirazione (Jude Law) e di passaggio nell’Hotel, ormai profondamente diverso, il tempo passato e le avventurose storie, di cui fu testimone e protagonista, insieme al leggendario concierge, che ne ricambiò fiducia e amicizia, intervenendo più volte in sua difesa, quando la sua condizione di immigrato senza documenti lo rendeva sospetto e indesiderabile in una realtà nella quale, di lì a pochi anni, qualcuno avrebbe creato la propria fortuna politica teorizzando e praticando il più spaventoso razzismo.

Una vicenda, dunque, fantastica nell’impianto, che ripercorre, secondo gli stilemi dei racconti di avventura più classici (i viaggi; il rapporto servo-padrone; la casualità degli eventi e degli incontri; i colpi di scena; i misteri; la lotta fra bene e male) la formazione del giovane Zero, collocandosi però in una realtà storica che ha i contorni ben precisi della “Finis Austriae” e che conferisce al film notevole complessità e un innegabile fascino, senza perdere la leggerezza divertente e un po’ surreale tipica di tutti i bellissimi film di Wes Anderson (I Tennenbaum Il treno per il Darjeeling, Moonrise Kingdoom).
Un cast di attori straordinari (oltre ai già menzionati ricorderei particolarmente Bill Murray e Mathieu Amalric) fa della visione di questo film un’esperienza indimenticabile.
Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Berlino.

* scrittore (1881-1942) viennese le cui opere furono bruciate dai nazisti nel 1933,

**riferimento possibile a La montagna incantata di Thomas Mann?

***Tony Revolori interpreta il personaggio Di Zero Moustafa da giovane; F. Murray Abraham interpreta lo stesso personaggio da anziano

padre e figlio (Father and son)


Schermata 04-2456753 alle 18.20.47recensione del film.
FATHER AND SON

Titolo inglese:
Like father, like son

Regia:
Hirokazu Koreeda

Principali interpreti:
Masaharu Fukuyama, Yôko Maki, Jun Kunimura, Machiko Ono, Kirin Kiki, Isao Natsuyagi, Lily Franky, Jun Fubuki, Megumi Morisaki – 120 minuti – Giappone 2013

Nella vicenda che ci viene raccontata, ambientata nel Giappone di oggi, Ryota è un architetto e manager di successo, molto indaffarato; ha una moglie che lo ama e un figlio, Keita, di soli sei anni. Per curarne l’educazione, la giovane madre gli si dedica a tempo pieno, con tenerezza e costanza, cosicché il piccino cresce nella prospettiva di diventare a sua volta un uomo affermato e ammirato, come il suo papà: egli segue, sia pure senza troppo entusiasmo, le lezioni di piano, così come si impegna attivamente per superare l’ammissione alla speciale scuola creata per selezionare i bambini più bravi e promettenti, quelli che si affermeranno nella vita. Raggiunti alcuni traguardi indispensabili al futuro vagheggiato per lui, tutto nella piccola famiglia sembra procedere senza problemi, nella lussuosa e grande dimora in cui si svolge la vita di ciascuno, allorché, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia che, per uno scambio in culla, avvenuto in ospedale, dopo il parto, il vero Keita vive ora presso un’ altra famiglia, che sta, a sua volta, facendo crescere un figlio non suo, col nome di Ryudi. L’invito degli psicologi e degli operatori sociali incaricati di seguire i quattro genitori coinvolti in questo brutto pasticcio è di iniziare a frequentarsi con amicizia, ospitando i figli scambiati, per riportarli a casa nel modo più naturale e indolore possibile: di nuovo uno scambio, dunque, in nome dei diritti del sangue, condivisi, con una certa riluttanza, solo da Ryota, ma poco accettabili per le due madri che vorrebbero continuare la vita di prima, come se nulla fosse successo. Le due famiglie, fra le altre cose, non potrebbero essere più diverse: Yudai, l’altro padre, è un uomo buono, molto tollerante e per nulla ambizioso; gestisce un piccolo negozio di materiali elettrici e si ritaglia molto tempo libero da dedicare ai figli (sono altri due, oltre a Ryusei), con i quali gioca volentieri, coinvolgendone l’entusiasmo e la fantasia. La madre, in questo caso, contribuisce col proprio lavoro alle spese della casa, che è assai modesta e in disordine, perché porta le tracce della vitalità dei tre bambini, ancora piccoli. L’amicizia “necessaria” delle due famiglie non è tra le più facili, con la conseguenza che il soggiorno concordato dei rispettivi figlioletti nelle due abitazioni, dapprima accettato come un bel gioco, presenta problemi crescenti quanto più si prolungano i tempi della permanenza: Ryusei, infatti, non è affatto disponibile a impegnarsi per diventare un uomo di successo, ma è sufficientemente autonomo per fuggire, tornando nei luoghi dove era sempre vissuto; Keita, che pure si era molto divertito ed era stato conquistato dai bei giochi dei fratellini e dal volo degli aquiloni, sente, infine, la mancanza degli studi e persino del pianoforte, a cui vorrebbe tornare. Di tutti i personaggi, è proprio lui il più consapevole dell’inganno e il più dolente, quello che vive con indicibile sofferenza l’ingiustizia crudele che sta subendo senza colpe e alla quale non è in grado di opporre alcuna forma di ribellione. Ritrovare il padre, alla fine della separazione insensata e simbolicamente rappresentata nel bellissimo finale del film, sarà sufficiente a sanare la piaga profonda che potrebbe aver minato gravemente le sue sicurezze infantili?

Ancora un film sullo scambio dei neonati, dunque: è di un anno fa la mia recensione dell’interessante Il figlio dell’altra che utilizzava il tema, assai antico, per dimostrare l’assurdità del contrapporsi di Israeliani e Palestinesi.
In questo ottimo lavoro il regista giapponese Hirokazu Koreeda si cimenta con lo stesso soggetto, riflettendo, però, sul significato del diventare padre e sviluppando l’ipotesi che, al contrario della maternità che sarebbe soprattutto un legame naturale, in quanto biologico, fra la donna e il proprio figlio, la paternità sia un legame difficile da accettare essendo principalmente un’acquisizione culturale. Il film ci dice, tuttavia, che si diventa padre assai lentamente e spesso con difficoltà, soprattutto se le famiglie mantengono una divisione rigida dei compiti fra i due genitori, così come era avvenuto in passato, mentre è più facile diventare padri consapevoli in una famiglia organizzata in modo meno convenzionale e meno rigido nella distribuzione delle funzioni genitoriali. La pellicola è molto bella; la narrazione è pulita e priva di retorica, delicata e assai coinvolgente nel parlarci del lungo processo di maturazione di Ryota, che gli farà accettare con piena convinzione la paternità di Keita, anche se non non è fondata sui legami del sangue. Per essere padri quello che conta oggi è la disponibilità ad accogliere e a comprendere che i figli hanno bisogno, soprattutto, dell’amore, fatto di tempo insieme a loro, dedicato ad ascoltarne problemi ed esigenze, magari condividendone la gioia di veder volare gli aquiloni.

il tramonto di una speranza (Quando c’era Berlinguer)


Schermata 03-2456748 alle 23.31.12recensione del film:
QUANDO C’ERA BERLINGUER

Film/ Documentario

Regia e soggetto:

Walter Veltroni

- 117 min. – Italia 2014


Veltroni, oltre a essere stato un politico di rilievo nel nostro paese, è da sempre un appassionato di cinema: credo di aver condiviso con molti altri lettori gli appuntamenti piacevoli del Venerdì di Repubblica, quando egli presentava, con l’ironica competenza che spesso si trova fra i cultori della decima musa, i film che sarebbero comparsi in TV durante la settimana. Allora, tuttavia, non immaginavo, che si sarebbe cimentato direttamente, come invece è avvenuto, nella realizzazione di un film come questo, di cui ha ideato il soggetto e diretto la regia. Questo suo lavoro è in parte un documentario, in parte la ricostruzione affettuosa della vita politica e del carattere umano di Enrico Berlinguer.

Avvalendosi delle testimonianze di chi era stato vicino a Berlinguer, negli anni in cui, fra il 1972 e il 1984, egli era stato il segretario del Partito comunista, Veltroni ne ripercorre la carriera politica e ne descrive l’ umanità che lo rendeva popolare fra le persone per bene che abitavano l’Italia di allora e avrebbero desiderato vivere in un paese più giusto e più libero. Erano comunisti e berlingueriani, infatti, molti lavoratori che si erano spostati dal sud al nord del paese per migliorare le proprie condizioni, molti studenti che, mentre chiedevano l’allargamento del diritto allo studio, avrebbero voluto cambiare la scuola, molte donne che, attraverso il lavoro, rivendicavano la parità dei diritti e la libertà delle loro scelte. Veltroni ci restituisce l’immagine/icona di colui che si batté letteralmente fino alla morte perché venissero legittimate, in vista di un cambiamento del paese, le grandi energie degli uomini, delle donne e dei giovani che si riconoscevano nel suo P.C.I., partito comunista anomalo ed eretico nel panorama del comunismo occidentale. Era diventato un partito diverso, infatti, grazie alla intelligenza politica e alle intuizioni coraggiose di questo segretario, timido, fragile nell’aspetto, ma fermissimo nella difesa degli ideali che intendeva far contare nella società. La morte drammatica, preceduta dal malore durante un comizio a Padova, ostinatamente portato a termine, lo stroncò improvvisamente a soli 62 anni, impedendogli di veder concluso il processo di trasformazione che egli aveva avviato in quel suo partito, che, come viene bene spiegato nel corso del film, esaurì allora la ragione stessa della sua esistenza, anche se solo nel 1989, dopo il crollo del muro di Berlino, il P.C.I. cambiò nome e struttura organizzativa.
Il regista alterna alle interviste dei dirigenti politici di quell’epoca, non solo comunisti, le dichiarazioni di intellettuali, amici e familiari, presentando anche molte riprese filmate, dai telegiornali del tempo, frammenti di un passato altamente drammatico, che è bene venga conosciuto soprattutto fra i più giovani che di quegli anni non sono affatto informati, come dimostrano le agghiaccianti risposte di molti ragazzi e ragazze, oggetto di una breve inchiesta all’inizio del film.

Un film da vedere, per informarsi circa un periodo non conosciuto, o per rivivere i sogni e le speranze di anni che sembrano, ormai, lontanissimi: un altro mondo. Non ci si aspetti altro, però: sarà compito degli storici lavorare sui documenti degli archivi, quando sarà possibile, se mai lo sarà, per indagare a fondo sulle ragioni che rallentarono e infine sconfissero il tentativo di trasformazione che, per impulso di Berlinguer, fu avviato in tutta l’Europa e che va sotto il nome di Eurocomunismo.

P. S.
Quando sarà possibile, se mai lo sarà, gli storici potranno, probabilmente, far luce anche su troppe pagine oscure della nostra storia!

occasione sprecata (Storia di una ladra di libri)


Schermata 03-2456745 alle 12.51.00recensione del film:
STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI

Titolo originale:
The Book Thief

Regia:
Brian Percival

Principali interpreti:
Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch. Drammatico, – 125 min. – USA, Germania 2013

Questo è uno di quei film che non meriterebbe, a mio parere, la fatica di una recensione, se non per il serissimo argomento di cui tratta e che richiede un’ attenta riflessione.
Ci troviamo in una piccola città tedesca nel 1939, perciò in pieno regime hitleriano. Qui, attesa da una coppia di coniugi che si è offerta di adottarla, giunge, accompagnata da alcune volontarie della Croce Rossa Internazionale, Liesel, che ha poco più di dieci anni. In verità l’adozione avrebbe dovuto riguardare anche il fratellino della bimba, ma questi, in precarie condizioni di salute, era morto durante il faticoso trasferimento in treno, cosicché solo Liesel aveva potuto essere accolta nella casa povera, ma ospitale, dei coniugi Hans e Rosa Hubermann (Geoffrey Rush e Emily Watson). Apprendiamo che la madre di Liesel, militante comunista e perseguitata politica, aveva dovuto lasciarla per riparare all’estero e, cosa incredibile, che la piccola era analfabeta, ciò che le provocava molte difficoltà fra i suoi compagni di scuola dai quali era derisa. Sarà Hans a insegnarle non solo a leggere, ma ad apprezzare i libri che Liesel avidamente si sarebbe procurata, sottraendoli, con rischio personale, alla ricca biblioteca del borgomastro della cittadina. Presso casa Hubermann era giunto, inatteso ma generosamente accolto, il giovane ebreo Max Vandenburg, che, lasciata la famiglia per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, aveva evitato il lager, ma si era ammalato per gli stenti e il freddo, spostandosi a piedi, stremato per la stanchezza e la fame. Il suo arrivo aveva aperto gli occhi di Liesel sulla realtà disumana del nazismo: ne aveva già conosciuto l’avversione alla cultura durante il rogo dei libri a cui aveva dovuto assistere con orrore e sgomento; ora ne sperimentava la volontà ferocemente persecutoria del tutto immotivata, nei confronti di creature inermi e innocenti. Farà tesoro degli insegnamenti di Hans e anche degli utilissimi incoraggiamenti di Max, intellettuale colto e raffinato, per progettare il proprio futuro, interamente dedicato alla causa della solidarietà fra gli uomini, alla pace nella libertà e alla cultura. Questi temi di sicuro interesse storico, vengono sviluppati in modo molto superficiale, con molta approssimazione e raccontati grazie alla voce narrante della Morte, artificio retorico del tutto ingiustificato e molto fastidioso. Forse il film è rivolto al pubblico dei pre-adolescenti, che potrebbero essere attratti dal racconto delle sventure di Liesel e di Max, cominciando a farsi un’idea delle nefandezze del nazismo, senza andar troppo per il sottile e senza badare alle inverosimiglianze del film, agli stereotipi e ai troppi registri narrativi che ne rendono incerta la coerenza.
Lo scopo nobile, però, non trasforma un film mediocre in un bel film. Peccato. Ottima prova di tutti gli attori, bambini e adulti, con una speciale menzione a Geoffrey Rush.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di uno scrittore australiano, Markus Zusak, che, pubblicato nel 2005, ha venduto più di otto milioni di copie. L’opera tradotta in italiano è stata pubblicata dall’editore Frassinelli.

passato e presente (Ida)


Schermata 03-2456734 alle 15.08.04recensione del film
IDA

Regia:
Pawel Pawlikowski

Principali interpreti
Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Joanna Kulig, Dawid Ogrodnik, Adam Szyszkowski, Jerzy Trela, Halina Skoczynska – 80 min. – Polonia, Danimarca 2013

Anna è poco più di una bambina e non conosce il mondo se non attraverso l’eco degli eventi esterni che le arriva in convento: abbandonata in tenerissima età alla compassione delle monache, infatti, lì era stata protetta, allevata e accudita. Ora, che vorrebbe farsi suora, porta un corto velo nell’attesa dei voti, ma è molto giovane: la superiora la spinge a dare qualche occhiata alla vita di fuori, prima di decisioni che la impegnino per sempre e, avendone rintracciato una zia che, seppure con riluttanza, sembra disposta a ospitarla, è molto ferma nel proposito di allontanarla per un po’. La realtà in cui, ora, si muoverà Anna è quella della Polonia degli anni ’60, uno stato che porta ancora le vistose ferite della guerra nei luoghi, nelle case e soprattutto nel cuore di molti sopravvissuti, alcuni dei quali avevano partecipato alla resistenza polacca contro i nazisti. E’ appunto il caso di Wanda Gruz, ebrea polacca, donna colta, emancipata e intelligente, ora magistrato: è l’unica superstite di una famiglia di ebrei ed è la zia della giovinetta.
Anna, che in realtà dovrebbe chiamarsi Ida, era stata affidata alle suore per ragioni misteriose, che ora, insieme, le due donne sembrano voler chiarire, intraprendendo un viaggio, che diventa a poco a poco, per entrambe, sia pure in modo diverso, un percorso di formazione, attraversato da tensioni emotive quasi insostenibili. Le dolorose scoperte lungo le dissestate strade polacche, nel grigiore del paesaggio, in mezzo alla povertà dei casolari ancora diroccati e l’imbattersi in una serie di rivelazioni agghiaccianti sviluppano nei loro cuori sentimenti contraddittori, che in Wanda si traducono in un crescendo di comportamenti distruttivi: nell’abuso di alcool, di fumo e anche in avventure sessuali senza gioia e senza seguito, ciò che accentua in lei il senso di vuoto e di frustrazione per l’enorme scarto fra gli ideali che avevano animato la sua lotta partigiana in anni ancor molto vicini e la realtà squallida del presente, nel quale è sempre più difficile realizzare la libertà e la giustizia per le quali si era battuta. Il viaggio le aveva mostrato crudamente anche la realtà di un azzeramento della sua cultura originaria: immagini terribili, come quelle del cimitero ebraico di Lublino, luogo di approdo del viaggio, dove troveranno finalmente riposo i resti dei genitori di Ida ferocemente massacrati, mostrano tombe e lapidi assediate e quasi ricoperte dalle erbacce, in completo abbandono, e testimoniano di un passato non più ricuperabile e di un presente senza memoria, intento a celebrare la vittoria sui nazisti, ma non disposto a riconoscere il prezzo che gli ebrei avevano sopportato per la ferocia non solo dei nazisti, ma anche di molti polacchi che si erano adoperati alacremente per espellerli dalle loro case e impadronirsi dei loro beni.
Preghiera e perdono, invece, sembrano essere il rimedio per Ida, ben decisa a tornare in convento, anche dopo l’incontro con un giovane suonatore di violino, che per la prima volta, aveva suscitato in lei la consapevolezza della propria femminilità.
Sarà indotta a tornare, però, in seguito al suicidio di Wanda. Non aggiungo altro sui problematici sviluppi della vicenda, per non togliere ai lettori il piacere della visione.

Il film, che è girato in un raffinatissimo bianco e nero, che ben sottolinea il grigiore diffuso e lo squallore di quella regione dell’Europa nord-orientale, a pochi anni dalla fine del conflitto mondiale, in pieno stalinismo, si avvale di una fotografia strepitosa e di una eccelsa recitazione delle due attrici protagoniste, in modo particolare di Agata Kulesza, nel difficile ruolo di Wanda, la più complessa fra le due figure femminili, ed è diretto molto bene dal regista Pawel Pawlikowski, che ha alle sue spalle un esiguo numero di film. Molto interessante la tecnica di sottrazione grazie alla quale egli riesce a far emergere in modo minimalistico, ma efficacissimo, le ansie e le contraddizioni delle due donne i cui ritratti sono disegnati con rara efficacia. Tutto ciò in soli 80 minuti! Da non perdere!

storia d’amore nel tempo dei mondi virtuali (Lei)


Schermata 03-2456730 alle 22.15.43recensione del film
LEI

Titolo originale:
Her

Regia:
Spike Jonze

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Caroline Jaden Stussi, Laura Meadows, Portia Doubleday, Sam Jaeger, Rachel Ann Mullins, Katherine Boecher, Alia Janine, Jeremy Rabb, Lynn Adrianna, Luka Jones, Eric Pumphrey – 126 min. – USA 2013.

Scarlett Johansson non appare nel corso del film se non come voce, che si perde nel doppiaggio di Micaela Ramazzotti

E’ quasi impossibile costruire veri rapporti di solidarietà, d’amicizia o d’amore in ambienti sempre più disumanizzati, come la futura, ma non troppo, Los Angeles di questo singolare film in cui la realtà virtuale pare prevalente ovunque, e l’attenzione ai problemi di ciascuno non esiste. Insieme alle non lontane spiagge-formicaio dei weekend, in cui confluiscono migliaia e migliaia di suoi abitanti alla ricerca vana di compagnia, di svago e di riposo, la capitale californiana è scenario ed emblema di questa pellicola di Spike Jonze: bellissima, ma gelida nella ripetitiva tipologia dei grattacieli, nelle strade in cui si aggirano, senza meta né direzione apparenti, anonime e frettolose folle di passanti che, ignorandosi l’un l’altro, sono affaccendati a parlare da soli senza curarsi di tutti gli altri.
Theodore, unico protagonista del film (un bravissimo Joaquin Phoenix), dopo la fallimentare esperienza matrimoniale, conduce un’esistenza solitaria e triste. Per vivere scrive, su commissione, lettere virtuali: deve, cioè, inventare le lettere che avrebbero potuto scrivere coloro che o non sono più in grado di farlo o non vogliono continuare a farlo. A Theodore bastano poche conoscenze per offrire ai committenti calde testimonianze d’amore e d’affetto, capaci di creare l’illusione di non essere stati totalmente abbandonati e dimenticati. Segretario galante dei nostri giorni, egli sa adattare le parole alle circostanze più diverse e sa rendere così credibile e così formalmente elegante quel tipo di corrispondenza che un editore, spontaneamente, gli offre persino di mettere in vendita il volume che contiene il prezioso epistolario*. I rapporti con i suoi colleghi, invece, sono assai distratti: tutti ne ammirano il talento, ma né amicizie vere, né amori profondi sembrano poter attecchire negli uffici eleganti e freddi, in cui dominano i nuovi computer, quelli capaci persino di imitare la grafia di chi scrive, sia pure attraverso l’interposta persona di Theodore, lo scrivano.
Mentre, dunque, nella realtà il bisogno umanissimo di attenzioni e di amicizia non trova risposte, a queste si stanno dedicando gli uffici-studio delle case di software, che riescono infine a creare proprio quello che ci vuole: Samantha. Ha questo nome, nonché voce femminile, il nuovissimo sistema operativo (O.S.1) personalizzato, che dopo aver ottenuto qualche scarna informazione sull’utente, ne coglie le esigenze alle quali adatterà il proprio parlare e il proprio comportamento. Theodore, perciò, sembra aver trovato quello che stava cercando per vincere l’isolamento: Samantha, infatti, presto ne diventerà la segretaria che gli ricorda gli impegni, l’amica fidata con cui parlare, la confidente delle notti insonni, nonché la donna di cui ci si può innamorare, e della quale infatti egli, infatti, si innamora, dopo averne plasmato carattere e modi, come un moderno Pigmalione, che dà vita alla statua forgiata secondo i propri desideri.
Anche Samantha si innamora di Theodore e, sua croce e delizia, vuole essere onnipresente nella sua vita quotidiana, seguendolo ovunque e cercando di comprendere la realtà del mondo attraverso i suoi occhi. Egli, d’altra parte, la porta sempre con sé, in quel minuscolo smartphone che, sporgendo dal taschino, le permette di guardarsi attorno: saprà, grazie a lui, allora, com’è fatta una città, una spiaggia, cos’è il mare, che cosa il mutare del tempo e delle stagioni… Il puro flatus vocis si trasforma a poco a poco in essere pensante, che cresce e acquista autonomia, rivendicando i propri spazi e il proprio diritto a conoscere altri, con cui condividere gioie, dolori, affetti: esigenze di ognuno e perciò anche sue, ciò che scatena ovviamente mugugni e gelosia del suo possessivo amante. Poiché, tuttavia, nessun amore al mondo è per sempre, verrà anche per i due amanti il momento doloroso dell’addio: l’O.S.1 verrà rimpiazzato da un altro più adeguato agli utenti più esigenti, e a lui non resterà che il rimpianto di un amore quasi perfetto.

Il film si presenta come opera di notevole spessore, molto ricca di implicazioni culturali che offrono più di uno spunto di riflessione sul futuro che ci attende fra non molto, quando dovremo fare i conti con la realtà di uomini spiazzati dal mondo virtuale dei social network, e sospinti, senza quasi averne coscienza, ad affrontare da soli, con l’aiuto di piccoli aggeggi intelligenti, i problemi che nei secoli hanno richiesto ovunque sforzi organizzativi collettivi e solidali.
Il film si presta anche a letture di livello più complesso e ripropone, secondo me, in chiave moderna, alcuni miti antichi, fra cui principalmente quello di Pigmalione, cui ho già fatto cenno, e quello del bellissimo Narciso, incapace di amare altri da sé, per amore del quale la ninfa Eco si era tolta la vita riducendosi a pura voce replicante. Per molti aspetti, quindi, la coppia Samantha-Theodore è riconducibile a un solo individuo e al suo doppio, almeno finché lei diventa una persona pienamente dotata di propria individualità, diversa nei gusti, nelle scelte e nelle prospettive.
Il film era molto atteso, dopo due settimane povere di uscite di qualità ed è certo molto interessante e insolito, da vedere imperativamente, almeno una volta, in lingua originale.

*probabile citazione ironica del romanzo autobiografico di John Fante Chiedi alla polvere, ambientato in una Los Angeles in cui gli editori respingono per molto tempo i romanzi dello scrittore, condannandolo a lunghi anni di stentata sopravvivenza. Il film è molto citazionista!

Due o tre cose che andrebbero dette sugli Oscar 2014


laulilla:

Ritengo che questo bell’articolo del blogger Souffle possa essere utilissimo per capire a quale logica risponda l’attribuzione degli Oscar, perché ci spiega chi sono i membri dell’Academy che conferiscono l’ambitissimo premio.

Originally posted on Percorsi diversi:

Ogni anni si svolge la cerimonia degli Oscar e ogni anno i cinefili fanno storie per le nomination, facendo altre storie poi per i vincitore.

Fa parte del gioco, se viene vissuto come un gioco. Se diventa oggetto di rancore perché le cose vengono prese sul serio allora si sfiora il ridicolo. Come quella critica che commenta la famosa “selfie” che vedete qui accanto con un “dovete morire tutti”.oscar1
Proprio i critici dovrebbero ricordare due o tre cose sugli Oscar, la prima delle quali è che si tratta di un premio che chi lavora nell’industria dà a se stesso. Non lo assegna il pubblico né tantomeno la critica. Persino i Golden Globe, noti come “anticipatori” degli Oscar non sono assegnati dai critici, ma dai giornalisti cinematografici.
Diciamolo, alla fine i critici non contano nulla (quelli cinematografici meno di tutti, come capacità di influenzare il pubblico e muovere gli incassi) se…

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rimpiangendo Django (12 anni schiavo)


Schermata 03-2456723 alle 14.36.00recensione del film:
12 ANNI SCHIAVO

Titolo originale:
12 years a slave

Regia:
Steve McQueen

Principali interpreti.

Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti, Lupita Nyong’o, Sarah Paulson, Brad Pitt, Alfre Woodard, Scoot McNairy, Taran Killam, Garret Dillahunt, Michael K. Williams, Quvenzhané Wallis, Ruth Negga, Bryan Batt, Chris Chalk, Dwight Henry, Anwan Glover, Marc Macaulay, Mustafa Harris – 134 min. – USA 2013.

Solomon Northup era un cittadino libero di Saratoga, città nello Stato di NewYork dove viveva, apprezzato violinista e artigiano, insieme alla moglie e alle due figlie, godendo della stima e del rispetto generale. La pelle nera non gli aveva creato ostacoli nella vita sociale e familiare fino al 1841, anno in cui venne rapito da un’organizzazione schiavistica che, dopo averlo ingannato con la promessa di un vantaggioso contratto di lavoro, lo aveva intontito con un intruglio di vino e belladonna e trasportato in catene nel Sud schiavista. Delle sue vicissitudini, durate fino al 1853 (anno in cui, grazie all’intervento di un canadese abolizionista, gli venne riconosciuto il diritto di tornare a Saratoga e alla sua famiglia), Northup lasciò la drammatica testimonianza di un racconto autobiografico, l’unico, a quanto ho letto, in cui la schiavitù dei neri negli Stati Uniti sia stata raccontata da chi l’aveva vissuta di persona.
A questa narrazione si ispira fedelmente il film di Steve Mc Queen che, dopo aver ricostruito con cura gli scenari in cui Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) si muoveva liberamente, tra Saratoga e Washington, si sposta direttamente nei campi di cotone della Louisiana, cioè nei luoghi della schiavitù del suo personaggio, ripercorrendone le tappe. Solomon, infatti, non ebbe un solo padrone, ma tre, l’ultimo dei quali, Edwin Epps (Michael Fassbender) è, dei tre, il più cupamente feroce e anche il più complesso e contraddittorio, dominato totalmente a sua volta da una moglie possessiva e gelosa. Il regista sembra suggerirci non tanto che esistono diversi modi di essere schiavisti, dal più brutale, al più tormentato, al più “umano”, ma che lo schiavismo sia soprattutto la condizione mentale di chi accetta che esistano, per un presunto ordine naturale o divino, privilegi e privilegiati. Se è così,lo stesso Solomon, che non riesce a liberarsi dell’idea di soffrire per un ingiusto equivoco dovuto alla perdita dei propri documenti, non è estraneo a quella mentalità, neppure nel momento in cui Bass, il canadese provvidenziale (Brad Pitt), comparirà come un deus ex machina nella sua vita e riuscirà a restituirgli, con sentenza del tribunale federale, i diritti conculcati, con molte scuse: tanto gli spetta, per il fatto di essere stato un uomo libero e pazienza se i suoi compagni di umiliazioni e di dolore rimangono dov’erano, nei luoghi maledetti del Sud! Sappiamo solo dalle scritte che compaiono alla conclusione del film che egli lotterà successivamente per l’abolizione della schiavitù.

L’argomento trattato è certamente interessante e promettente, ma questo non si è tradotto quasi mai in un linguaggio cinematograficamente apprezzabile, poiché il racconto è molto piatto e difficilmente riesce a coinvolgere lo spettatore: si esce, anzi, con l’impressione che molto spesso le brutalità efferate siano il pretesto di rappresentazioni estetizzanti, del tutto fuori luogo, quasi che i corpi piagati e sanguinanti dei poveretti che le subiscono si trasformassero in eleganti e cupe pitture materiche informali. Quali fatti storici abbiano favorito il diffondersi della vendita di uomini e donne non viene detto, né quali distorsioni abbia prodotto l’obiettivo dell’arricchimento a qualsiasi costo, né perché gli abolizionisti come Bass si muovessero nelle campagne del Sud, cosicché tutto il film non trova né un accettabile riferimento storico-politico, e neppure un colpo d’ala narrativo che riesca a renderlo davvero coinvolgente, ciò che è più grave dal punto di vista della rappresentazione cinematografica. Inevitabile, anche se probabilmente ingiusto, il paragone con il bel film di Tarantino, Django unchained in cui schiavi e schiavisti avevano trovato una rappresentazione davvero indimenticabile!
Se 12 anni schiavo non avesse portato a casa l’Oscar più prestigioso, quello per il miglior film, non l’avrei recensito, per non infierire su un regista che ho apprezzato molto nei due precedenti film Hunger e  Shame.

un fumetto francese per un kolossal (Snowpiercer)


Schermata 02-2456717 alle 14.33.15recensione del film:
SNOWPIERCER

Titolo originale:
Seolguk-yeolcha

Regia:
Bong Joon-ho

Principali interpreti:
Chris Evans, Kang-ho Song, Ed Harris, John Hurt, Tilda Swinton, Jamie Bell, Octavia Spencer, Ko A-sung, Kenny Doughty, Ewen Bremner – 126 min. – Corea del sud, USA, Francia 2013.

Una glaciazione inattesa impedisce all’umanità di sopravvivere, ma pochi fortunati si mettono in salvo su un’Arca dei nostri tempi, un treno che percorre a folle velocità il pianeta innevato e ospita sui suoi vagoni i salvati. All’interno dell’Arca si trovano i mezzi necessari per la sopravvivenza, che un occulto potere ha predisposto e organizzato, sulla base di avanzate conoscenze scientifiche, grazie alle quali è possibile sfruttare quelle poche risorse che la natura è in grado di offrire ancora: l’acqua principalmente, ricavabile dalla neve e riciclabile con severi criteri di razionamento. Analogamente, le risorse alimentari, distribuite con razionalità, senza nulla sprecare e molto riciclando (anche troppo!), si rivelano sufficienti per i superstiti. Non tutto, però, funziona secondo le previsioni del misterioso ideatore del congegno, Wildorf (Ed Harris): vediamo, fin dalle prime scene di questo film, che una quantità considerevole di sopravvissuti, laceri, sporchi e macilenti, sono anche molto scontenti della loro vita e si stanno organizzando per ribellarsi contro di lui, responsabile delle miserevoli condizioni in cui vivono. I criteri con i quali l’inavvicinabile Wildorf ha organizzato il convoglio sono, a ben vedere, assai poco trasparenti, ma si ispirano in primo luogo alla durissima repressione di qualunque forma di dissenso: la salvezza è possibile solo a patto che venga mantenuta una ferrea disciplina (chi si ribella verrà punito con inaudita efferatezza), e in secondo luogo a una organizzazione rigidamente classista dei diversi vagoni che non può, per nessuna ragione, essere discussa. Nel lunghissimo treno, infatti, vivono, ignorandosi, uomini, donne, bambini, vecchi, che sono poco o mediamente o molto privilegiati, a seconda della classe sociale di appartenenza. Quelli dell’ultimo vagone, cui vengono affidati i compiti più umili e faticosi, e che ora vogliono ribellarsi, hanno il solo “privilegio” di essere sopravvissuti e di continuare a vivere, ma la loro vita si fa sempre più pesante e dolorosa, ai limiti dell’insopportabilità. Gli ospiti degli altri vagoni vivono, invece, in condizioni meno terribili, poiché Wildorf ha creato per loro ambienti più accettabili e consoni alle abitudini di quel ceto medio da cui provengono: serre bellissime, ricche di fiori e frutti, biblioteche e scuole dove una volonterosa insegnante spiega ai bambini che la cosa più riprovevole è quella di non accettare la propria condizione sociale. Vicini alla locomotiva guidata da Wilford, poi, viaggiano gli ospiti di riguardo, nel lusso di sempre. Solo una persona si può spostare dal primo all’ultimo vagone con grande libertà, poiché gode della fiducia incondizionata del guidatore: la signora Mason (Tilda Wilson), portavoce e distributrice di punizioni feroci, affiancata e aiutata da soldati ubbidienti e minacciosi.

Durante le due ore di proiezione, dunque, il film ci offre non tanto un quadro fantascientifico post apocalittico, che lo farebbe assomigliare, sia pur lontanamente a The Road, dal romanzo di Cormac McCarty, quanto una metafora del mondo d’oggi e delle ingiustizie su cui si fonda la gerarchia del potere, dei privilegi e dei privilegiati della Terra, incalzati da popoli che non accettano più di subire il dominio di chi si ritiene meritevole, per nascita, dei vantaggi e dei lussi che lo differenziano dal resto degli uomini nel mondo: quasi un monito per l’Occidente.
Il film esce nelle nostre sale preceduto dall’attesa di molta parte del pubblico e degli addetti ai lavori, anche per il gran nome del regista, poco conosciuto in Italia, ma molto apprezzato a livello della critica specializzata. Ispirato a un fumetto francese, “Le Transperceneige”, di Jacques Lob, e girato col concorso determinante della produzione americana, il lavoro di Bong Joon-ho è costato un occhio: è infatti il film coreano più caro della storia; ha richiesto un enorme lavoro anche solo la costruzione di quel treno lunghissimo; ha impegnato un grandissimo numero di attori, alcuni dei quali di grande richiamo internazionale; contiene, inoltre, sequenze molto belle, grazie anche allo spettacolare scenario di ghiaccio e di neve (il paesaggio è quello dei dintorni di Praga) e alla accurata ricostruzione delle città disseccate dal gelo e rese inabitabili. Un Kolossal, dunque, che sviluppa un tema inquietante, molto attuale, in modo spesso molto sgradevole, il che può anche avere il suo perché.

la bisbetica e il furbacchione (Saving Mister Banks)


Schermata 02-2456714 alle 14.49.15recensione del film:
SAVING MISTER BANKS

Regia:
John Lee Hancock

Principali interpreti:
Tom Hanks, Emma Thompson, Colin Farrell, Paul Giamatti, Jason Schwartzman, B.J. Novak, Bradley Whitford, Ruth Wilson, Annie Rose Buckley, Melanie Paxson – 120 min. – USA 2013

Nonostante la mia diffidenza “a prescindere” per tutto quello che riguarda Walt Disney e il suo mondo zuccheroso e consumistico, caratteristico anche di quella specie di paese dei balocchi molto kitsch che è presente dappertutto, sul nostro pianeta, col nome di Disneyland, devo ammettere che questo film, prodotto da Walt Disney e girato interamente negli studi disneyani, col supporto dell’Archivio lì conservato, è un bel film, molto ben realizzato e a tratti anche molto emozionante: non mi sono pentita di averlo visto.

Mary Poppins ha cinquant’anni: era comparso, infatti, sugli schermi nel 1964 il film con questo titolo, uno dei più famosi di Walt Disney, il quale aveva cercato da circa vent’anni di accaparrarsi i diritti sul romanzo di Pamela Lyndon Travers, dopo aver visto i suoi figli appassionarsi a leggere le avventure della celebre “tata” creata dalla scrittrice australiana. Per vent’anni, circa, la Travers, che ora abitava a Londra, aveva resistito alle lusinghe e alle insistenze disneyane: cedette quando fu sopraffatta dalle esigenze economiche, che non le permettevano di fare troppo la schizzinosa; mai seppe, tuttavia, superare la riluttanza per un mondo troppo superficiale e ottimisticamente americano, che sentiva lontano da sé e dalla sua cultura e per il quale provava un profondo disgusto. La vicenda della nascita molto travagliata di Mary Poppins è ricostruita dal regista John Lee Hancock con grande accuratezza, in questo film, ed è stata resa possibile grazie alla pignoleria puntigliosa e bisbetica con la quale la scrittrice aveva seguito la sceneggiatura del romanzo e la musica (che i fratelli Sherman avevano da tempo predisposto a insaputa di lei). La Travers aveva preteso infatti che ogni seduta di preparazione del film prevedesse la sua presenza e la sua approvazione, e che venisse registrata, per poter in seguito controllare se le variazioni rispetto al romanzo erano state tutte concordate. Eppure, appena arrivata a Los Angeles da Londra, tutto lo staff disneyano si era prodigato per accoglierla con gli onori che Disney stesso aveva organizzato senza risparmio, dall’accoglienza in albergo, all’autista personale, ai dolci (anche troppi) che mai sarebbero mancati sul tavolo di lavoro, agli sforzi per accontentarla in ogni momento e in ogni capriccio. La classe (come la cultura), però, non è acqua e la matura Pamela, eternamente scontenta e bizzosa, non perdeva occasione per rimarcarlo e sottolinearlo, così come il furbissimo Walt non perdeva occasione per calmarla, ascoltando e accogliendo nei limiti del possibile ogni sua pretesa. Questo non impedì la rottura che, a film quasi concluso, fu voluta ostinatamente da lei. Quando arrivò sui giornali la notizia del gran gala previsto per l’inaugurazione del film, la Travers scoprì di non essere stata invitata e volle, orgogliosamente, essere presente a proprie spese, vestita con eleganza e un po’ addolcita nello sguardo e nei modi. La contrapposizione molto ben ricostruita ci ricorda che si era trattato dello scontro fra due mondi e di due diverse weltanschauung, però, oltre che dello scontro fra una matura signorina un po’ altezzosa e un cineasta un po’ troppo ricco: si erano fronteggiati in realtà il mondo europeo, colto e inquieto, pieno di ansie e problemi irrisolti, di cui la stessa miss Travers era l’esempio vivente, e il mondo solare e volontaristicamente ottimista della California, ostentatamente ricco e pieno di una gioia di vivere che agli occhi di Pamela doveva apparire del tutto ingiustificata. Saving Mister Banks, tuttavia, contiene molti altri motivi di grande interesse, il primo dei quali è l’evocazione di Mister Banks, il padre di Pamela, l’uomo che era stato capace di comprenderne la voglia di vivere nel mondo fantastico dei sogni e di incoraggiarla a scriverne, tenendola lontana dalle banalità e dalle angosce della vita quotidiana. L’uomo, che era morto giovane, era stato, in realtà, un pessimo padre e un pessimo marito, malato, ma sempre ubriaco e fragile, pieno di figli e irresponsabile nei loro confronti, così come nei confronti della moglie. Questo aveva reso a Pamela molto difficile parlare di lui, oggetto del suo amore e anche delle sue delusioni. Il rapporto difficile col proprio passato si era trasformato, nel romanzo, nella volontà di idealizzare la figura paterna, ciò che l’”ingenuo” americano Walt Disney aveva capito ed era riuscito a spiegarle, inducendola a un comportamento meno severo con se stessa e col suo prossimo. I flashback che costellano i film, e che riportano in vita quello scambio tenerissimo tra lei bambina bellissima e quel padre che ne incoraggiava i voli e gli slanci fantasiosi, nonché la scrittura, sono tra le pagine più belle del film, emozionanti e struggenti, perché raccontano insieme all’infanzia di Pamela, l’infanzia incantata di tutti i bambini, con delicato pudore e con immagini che la fotografia, ingiallita, leggermente sfocata e piena di fascino rende estremamente suggestive. Gli attori sono straordinari: Emma Thompson, indimenticabile Pamela Travers; Tom Hanks, eccezionale Walt Disney, Colin Farrell, perfetto Mister Banks e Paul Giamatti, straordinario autista personale della scrittrice. E’ un film da vedere!