Le ragioni del no (No-I giorni dell’arcobaleno)


Schermata 05-2456428 alle 23.25.49recensione del film:

NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO

Titolo originale:

No

Regia:

Pablo Larrain

Principali interpreti:

Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luis Gnecco, Marcial Tagle  -110 min. – Cile 2012. -

Questo è il terzo film di Pablo Larrain sulla tragedia cilena del secolo scorso: con Tony Manero e Post Mortem il regista aveva raccontato, attraverso immagini dai toni cupi e molto drammatici, il golpe del generale Pinochet (11 settembre 1973), nonché la cruenta repressione militare che aveva spazzato via i partiti della sinistra e costretto all’esilio molti intellettuali e artisti prestigiosi. Con quest’ultimo suo lavoro Larrain ci racconta la fine, dopo quasi vent’anni, del regime golpista e l’inizio del cambiamento democratico in Cile. La sconfitta della feroce dittatura militare fu dovuta alla vittoria dei NO al referendum del 5 ottobre 1988, con il quale Pinochet chiedeva al popolo cileno l’autorizzazione a  prolungare per altri otto anni il proprio mandato presidenziale. La vittoria dei SI era largamente prevedibile avendo la dittatura, col terrore, eliminato qualsiasi forma di opposizione, ed esercitato, perciò, il controllo delle fonti di informazione più diffuse nel paese: radio, televisione, giornali. Difficile, poi, immaginare una larga partecipazione al voto: certo, avrebbero votato gli elettori dei ceti medi, che in passato, in maggioranza, si erano opposti ad Allende e avevano appoggiato il golpe, beneficiando del tumultuoso sviluppo economico liberista voluto da Pinochet e sostenuto dal governo americano di Nixon. I poveri, invece, enormemente aumentati di numero per le privatizzazioni selvagge, ma privi di riferimenti politici, erano orientati a non votare, anche perché questa sembrava essere una delle scelte prospettate da alcuni oppositori, divisi come non mai al loro interno, quasi polverizzati e incerti sul da farsi in futuro. Grazie all’intuizione di René Saavedra, giovane pubblicitario deciso a sfruttare anche i pochi minuti assegnati, in notturna, dalla televisione di stato, per pochi giorni, al Comitato per il NO fu possibile convincere anche i più sfiduciati a capovolgere, col loro voto, il pronostico sfavorevole. La campagna elettorale che aveva in mente Saavedra puntava soprattutto a trasmettere un messaggio positivo e di speranza; un messaggio semplice e allegro che comunicasse la voglia di vivere liberi, in pace e di voltare pagina. L’arcobaleno, il logo connotativo della battaglia per il NO sui volantini, sulle magliette, sullo sfondo delle trasmissioni televisive, diventando simbolico della pluralità delle opinioni, proponeva anche alla  sinistra una sfida politica: continuare a coltivare il dolore, nella purezza settaria dell’isolamento, oppure aprirsi alla società in una prospettiva di alleanze per cambiare? Non fu facile per il giovane René far accettare la sua campagna elettorale a molti membri del Comitato: i lutti, le umiliazioni, le torture e le ingiustizie subite ancora bruciavano sulla pelle di troppe persone, che avrebbero preferito trasformare le trasmissioni di propaganda in trasmissioni di denuncia  dei crimini della giunta militare, anche nella convinzione che il referendum fosse, per la dittatura, il modo di legittimarsi davanti all’opinione pubblica internazionale. Quanto efficace, però, fosse il semplice messaggio di Saavedra fu subito chiaro al regime, che tentò con le violente intimidazioni, con le minacce e successivamente nascondendo i risultati del voto, di rovesciare il verdetto popolare, senza successo, però, perché l’aria nuova della libertà fu gradita anche dai militari, che abbandonando Pinochet, gli impedirono di reprimere, nuovamente nel sangue, la festosa gioia del popolo cileno per la vittoria democratica.*

Il film è molto bello, interessante ed emozionante in ogni momento della proiezione. E’ soprattutto un film di riflessione politica sulle ragioni del consenso e sulle alleanze necessarie per ottenerlo in  situazione difficilissima, anche se, a quanto vedo, molti, sul web, lo intendono come film che dimostra l’importanza eccessiva della televisione nella comunicazione politica. Mi pare che qui non sia in discussione il mezzo, ma il messaggio: per questa ragione la pellicola potrebbe diventare oggetto di utile meditazione anche da parte della frammentatissima sinistra del nostro paese. E’ ben diretto da Larrain, che inserisce nella narrazione parecchi spezzoni di documenti d’epoca, come aveva fatto nei due precedenti suoi film ed è, inoltre, molto ben interpretato dai suoi attori, fra i quali troviamo ancora  il grande Alfredo Castro, anche qui nella odiosa  parte del sostenitore del regime. 

*Di recente alcuni documenti, che proverebbero essere stata questa l’intenzione di Pinochet, sono stati pubblicati dalla National Security Archives. Chi volesse approfondire potrebbe trovare su questo sito le notizie che lo interessano.

essere padri (Come un tuono)


Schermata 05-2456423 alle 00.06.04recensione del film:

COME UN TUONO

Titolo originale: 

The Place Beyond the Pines

Regia:

Derek Cianfrance.

Principali interpreti:

Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes, Dane DeHaan, Emory Cohen, Mahershalalhashbaz Ali - 140 min. – USA 2012.

Come il precedente Blue Valentine, anche questo ultimo lavoro di Derek Cianfrance si occupa di paternità, ma il progetto è più ambizioso, e presenta alcuni difetti nella realizzazione, il che, tuttavia, non impedisce una valutazione abbastanza positiva del film. Anche qui è protagonista, almeno per la prima parte, Ryan Gosling, stavolta nei panni alquanto sdruciti di Luke, lo stunt man, l’eroe dei poveracci che si divertono a guardarlo mentre, insieme a due altri colleghi fegatosi, rischia la pelle, lanciando la moto a tutta velocità, dentro una specie di sferica gabbia metallica, riuscendo a non urtarli e a non farsi male. Un bel primo piano del busto un po’ troppo tatuato di Luke, che si accinge all’esibizione, ci dice subito che all’origine dei suoi successi è una ben scolpita massa muscolare, indizio delle cure che egli ha per sé: non a caso, però, per quasi tutta la sequenza, ci viene mostrato senza la testa. Privo di cervello, forse, ma non di memoria: non appena vede Romina (Eva Mendes) spuntare fra gli ammiratori, si ricorda di lei e vorrebbe riprendere il breve flirt dell’anno precedente. Ora la donna, però, ha un compagno che, per amore di lei, fa da padre a Jason, il figlio nato da quel breve flirt, di cui Luke ignorava l’esistenza. La rivelazione improvvisa gli sconvolge la vita: decide di fare il padre, per assumere su di sé la responsabilità del bambino, abbandonando la vita spericolata e dedicandosi a qualche lavoro che gli permetta di mantenere e seguire il figlio. Il fatto è che non sapendo far altro che guidare molto bene la moto, su suggerimento dell’amico che lo ospita, decide di sfruttare questa sua abilità per svaligiare le banche della zona di Schenectday (nello Stato di New York). Uno scontro a fuoco conclude la sua vita dissennata, nonché la prima parte del film.

La narrazione segue, quindi, la vita di un altro padre: il poliziotto Avery Cross (ottimo Bradley Cooper), colui che ha ucciso il bandito Luke. Dopo la lunga degenza in ospedale, la lunga indagine e il periodo di riabilitazione fisica e psicologica, il giovane Avery torna al suo lavoro, circondato dall’aura dell’eroe. Figlio di un giudice, sposato, padre di AJ, un bambino che ha l’età di Jason, Avery non tarda a capire quanto sia corrotto il mondo dei suoi colleghi, dai quali, ancora convalescente, era stato coinvolto in  una illegale operazione ai danni di Romina e del suo compagno. Li denuncerà, ma dovrà lasciare la polizia, scegliendo di candidarsi come procuratore del dipartimento di Schenectday. Ora è un uomo che porta con sé l’ assillante senso di colpa per aver aver tolto il padre a Jason, il piccino che ha l’età del suo. Presto, però, il film ci mostrerà quale padre sia Avery, quale e quanta parte di responsabilità si assuma nella cura e nell’educazione del proprio figlio: i primi dubbi, del resto, erano stati espressi dalla moglie che, già al tempo della sua convalescenza, mal sopportava la sua inutile permanenza in casa. La coppia si dividerà e il piccolo AJ vivrà con la madre.

Ci avviamo alla conclusione del film. Dopo 15 anni i giovani AJ e Jason sono diventati compagni di liceo. AJ è riuscito, avendo compiuto sedici anni, a scegliere di abitare col padre, diventato giudice affermato e rispettato. Avery, però, è riluttante ad accoglierlo, perché non intende occuparsi di lui, anteponendogli la propria carriera. La sua assenza sarà devastante, perché AJ è un ragazzo viziato e capriccioso, che fa uso di droghe e che è pervaso dalla crudele volontà di mettere nei guai Jason.

Il film è molto articolato, poiché, attraverso una tecnica narrativa inusuale nel cinema americano, non racconta tanto la storia di uno o più personaggi, quanto piuttosto l’incrociarsi di vicende complesse che hanno come sfondo la realtà sociale di Schenectday, cittadina nella quale le differenze di reddito e di cultura sono talmente profonde da impedire qualsiasi forma di scambio e di comunicazione fra i gruppi sociali, prevalendo la diffidenza reciproca sul riconoscimento della comune umanità. I due protagonisti, Luke ed Avery, a loro volta, incarnano modi diversi e contraddittori di vivere la propria paternità. Luke, velleitariamente, pensa che la tenerezza affettuosa sia sufficiente a far crescere suo figlio, ma non sa né come mantenerlo, né come organizzare attorno a lui un nido sicuro, né intende responsabilmente riconoscere al patrigno Kofi il ruolo sostitutivo che gli competerebbe e che in effetti avrà: essere padre, infatti, non è un fatto biologico, come ricorderà lo stesso Kofi a Jason, ormai quasi adulto e alla ricerca delle proprie origini. Avery, invece, è consapevole dell”importanza del ruolo paterno nell’educazione del figlio, ma vi rinuncia, cosicché, anche se ad AJ non fa mancare nulla, lo trascura, né muterà vivendo con lui: raramente lo vedrà per fermarsi ad ascoltarne i problemi e le necessità. L’unico che si mostrerà un vero padre è Kofi, paradossalmente proprio colui che non ha figli suoi. In questo complesso film, la narrazione è alquanto disuguale: analitica e molto coinvolgente nella prima parte, un po’ intricata nella seconda, alquanto melodrammatica nell’ultima parte, per riscattarsi infine, senza riuscire, però, a cancellare l’impressione che il racconto diventi, col passare del tempo, un po’ troppo televisivo. Cianfrance ha girato questo suo lavoro “en plein air” a Schenectday, avvalendosi anche della partecipazione di poliziotti veri, infermieri e medici veri, banche, ospedali, ambienti giudiziari e di polizia reali, e coinvolgendo nel racconto anche gli attori, all’improvvisazione recitativa dei quali viene talvolta lasciato spazio, il che ha conferito alla narrazione quel tocco di verità e di originalità che fa perdonare anche molti difetti.

Imperdonabili, invece, trailer e titolo italiano, fuorvianti per gli spettatori, indotti erroneamente ad aspettarsi un film d’azione che non vedranno.

inquietanti pillole (Effetti collaterali)


Schermata 05-2456416 alle 22.46.28recensione del film:

EFFETTI COLLATERALI

Titolo originale:

Side Effects

Regia:

Steven Soderbergh

Principali interpreti:

 Jude Law, Rooney Mara, Catherine Zeta-Jones, Channing Tatum, Vinessa Shaw, David Costabile, Polly Draper, Laila Robins, Ashlie Atkinson, Kerry O’Malley,James Martinez, Greg Paul, Andrea Bogart, Nicole Ansari-Cox, Carol Commissiong, Peter Y. Kim, Kevin Cannon, Kelly Southerland, Dennis Rees – 106 min. – USA2013. -

E’ un buon giallo questo film di Soderbergh, ben costruito e sufficientemente teso per tener desta l’attenzione lungo tutta la sua durata. Ci racconta della depressione di Emily, dei tentativi di cura, del suo peggioramento, della somministrazione di psicofarmaci rischiosi, non essendo stati sperimentati a sufficienza. Emily (Rooney Mara) sembra trarre giovamento dal loro uso, ma gli inquietanti fenomeni di sonnambulismo, da cui è tormentata da un po’ di tempo (da quando li assume), potrebbero, per l’appunto, provocare effetti secondari sul comportamento, certo non voluti. Solo così si spiegherebbero le letali tre coltellate inferte all’amato Martin (Channing Tatum), il marito da poco tornato a casa, dopo quattro anni di galera. Che cosa fosse successo fra i due si viene a sapere subito, perché l’inizio del film ci presenta, oltre all’epilogo tragico della loro vicenda, tutti gli antecedenti della loro vita di coppia: matrimonio d’amore, per entrambi; festoso banchetto nuziale all’aperto; Emily felice al settimo cielo; improvviso arrivo della polizia che circonda Martin e se lo porta via. E’ accusato di insider trading: speculazioni illecite sui titoli di borsa, condotte utilizzando o diffondendo informazioni illegali. Da questo momento ha inizio la lunga vicenda della depressione della giovane donna: il sogno di felicità distrutto; il ricorso alla psicologa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones); l’alternarsi di momenti scuri a momenti più sereni; finalmente, poi, il ritorno di Martin. Il problema è, però, che la depressione è ancora lì, a insidiare il loro rapporto, a turbare i rari momenti della loro vita sociale, a mettere in forse la stessa esistenza di lei: un oscuro schianto contro il muro che indica l’uscita di un garage sotterraneo richiede il suo ricovero all’ospedale per sospetta commozione cerebrale, nonché un intervento, forse più qualificato di quello della psicologa Victoria, per sospetto tentato suicidio. Entra in scena a questo punto un brillante psichiatra, promettente giovane medico di origine londinese, ora a New York (sfondo splendido dell’intero film ), dove ha preso moglie e  fa da padre, affettuosissimo, al bambino di lei. E’ il dottor Banks (perfetto Jude Law), che, essendo consulente dell’industria produttrice di un diffusissimo e molto reclamizzato farmaco tranquillante, non potrebbe, a rigor di logica e di conflitto di interessi, consigliarlo o prescriverlo, essendone nota, tra l’altro, la relativa efficacia nei casi di agitazione un po’ troppo euforica, ma ignoto l’effetto sui casi di depressione. 

Della vicenda e dei suoi risvolti giudiziari non aggiungerò altro, per non togliere il piacere della visione ai miei lettori. L’aspetto interessante, però, al di là dell’efficacia della suspense e della narrazione molto equilibrata ed elegante, è la capacità del regista di collocare la fiction sullo sfondo della società che vive nelle grandi città americane, dove, grazie a una martellante e capillare pubblicità, persino i farmaci e gli psicofarmaci vengono diffusi come surrogati  efficaci della felicità, come antidoti delle angosce e delle paure che travagliano le donne e gli uomini che in quelle città vivono nella più completa solitudine, proprio ciò che è all’origine delle loro nevrosi e delle ansie quotidiane. Le vicende del film ci dicono anche quanto sia diversa la verità dall’immagine di essa: i personaggi celano quasi tutti una vita assai torbida e ipocrita, un po’ come la bellissima New York in cui vivono, che nasconde i fantasmi inquietanti delle stazioni buie e solitarie del Metro, sotto le imponenti facciate dei suoi edifici, le magnifiche luci, le immagini rutilanti della sua vita convulsa.

melodrammatico fumettone (Treno di notte per Lisbona)


Schermata 04-2456413 alle 22.49.56recensione del film:

TRENO DI NOTTE PER LISBONA

Titolo originale:                                               Night Train To Lisbon

Regia:

Bille August

Principali interpreti:

Jeremy Irons, Mélanie Laurent, Jack Huston, Martina Gedeck, Tom Courtenay, Christopher Lee, Charlotte Rampling - 111 min. Svizzera, Portogallo, Germania, 2013.

Tratto da un romanzo di successo, questo film racconta la storia di Raimund Gregorius, un grigio insegnante di liceo, che, in una grigia Berna, è vissuto finora in modo così monotono e piatto da essere stato lasciato al proprio destino dalla moglie un po’ più vispa di lui. La sua vita, però, ora  sta per cambiare: in un giorno piovoso e triste, mentre sta andando a scuola, si imbatte in una giovane aspirante suicida, che mette in salvo e porta in classe con sé, senza però riuscire a impedirne la fuga improvvisa: tra le mani gli resta solo il suo rosso impermeabile. Incurante degli studenti, che abbandona senza esitare, il professor Gregorius la rincorre, inutilmente, ma trova, nella tasca dell’indumento, un libretto dello sconosciuto scrittore portoghese Amadeu Prado, le cui  riflessioni gli paiono scritte proprio per lui. Nel medesimo libriccino trova anche un biglietto ferroviario per Lisbona, quasi un segnale per dare una  scossa alla propria vita. Si mette, dunque, in viaggio alla volta di una città non conosciuta, ma proprio per questo intrigante e desiderabile, abbandonando, con impulsiva decisione, la sua quotidiana attività. L’urgenza di andarsene non gli permette neppure di rifornirsi del minimo indispensabile per sopravvivere in una città, senza apparire un barbone: la sua carta di credito farà probabilmente il miracolo (evidentemente a Lisbona è accettata proprio da tutti), visto che il suo aspetto è sempre quello di un signore bello, rasato e pulito. I suoi studenti? Fanno naturalmente una tale cagnara festosa, per l’inaspettata “vacanza”, da richiamare l’attenzione del preside, che anziché licenziare il professore, come avverrebbe persino nel nostro lassista paese, si affanna a cercarlo col cellulare, lo invita a tornare, lo prega, non solo quel giorno, ma anche nei giorni successivi, senza per questo riuscire a smuoverlo dalla volontà di rimanere là per trovare le tracce che lo conducano all’identità della mancata suicida. Lisbona è bella e solare e certo meno noiosa di Berna, ma tutto ciò che nel film avviene successivamente assume sempre più il carattere di un’inverosimile storia in cui le coincidenze casuali sono davvero troppe per essere credibili.

Non intendendo addentrarmi negli intricati sviluppi della vicenda, mi limito a dire che una provvidenziale rottura degli occhiali lo porta a incontrare la donna in grado di fargli conoscere i sopravvissuti della “rivoluzione dei garofani” (quella che nel 1974 mise fine alla lunga e feroce dittatura fascista di Salazar in Portogallo), nel cui ambito era maturata l’attività di Amadeu Prado, medico e fiero oppositore del regime. Le parole degli ormai anziani protagonisti di quegli anni mettono in luce, oltre alle rispettive storie di militanti politici, dolorose e molto dure, anche le rivalità amorose e le gelosie violente e sanguinose che erano scoppiate fra Amadeu e un altro di loro: melodrammatica ricostruzione, che trasforma due coraggiosi studenti, che rischiavano la pelle per mantenere i collegamenti con altri antisalazaristi presenti nel paese, in due rozzi duellanti rusticani per il possesso di una donna. Il regista, pur avvalendosi di una bellissima e raffinata fotografia  e di un cast di attori di tutto rispetto, ha dato vita a un film dai contorni grossolani, attento a soddisfare soprattutto il pubblico che cerca le emozioni più facili, incline alla lacrima liberatoria, che, infatti, sgorgava fluente e copiosa, durante tutta la proiezione del film, dagli occhi delle signore sedute non lontane da me. 

Ho visto questo film soprattutto per la curiosità che il trailer aveva suscitato in me e anche per comprendere perché la critica avesse stroncato quasi unanimemente un film molto amato dal pubblico. Ora ho compreso! Il problema è che i pochi a cui viene da ridere rischiano il linciaggio.

Leviatano (Il ministro-L’esercizio dello stato)


Schermata 04-2456405 alle 13.43.54recensione del film:

IL MINISTRO-L’ESERCIZIO DELLO STATO

Titolo originale:

L’exercice de l’Etat.

Regia:

Pierre Schoeller

Principali interpreti:

Olivier Gourmet, Michel Blanc, Zabou Breitman, Laurent Stocker, Sylvain Deblé. – -112 min. – Francia, Belgio2011

Dopo ben due anni dalla sua presentazione al Festival di Cannes, arriva finalmente in Italia il film di Pierre Schoeller L’Exercice de l’Etat, titolo ben più significativo della scialba traduzione italiana, Il ministro, che crea nello spettatore l’attesa di un film psicologico sul potere. Il film è, invece,  una riflessione sul potere politico, così come oggi, in piena economia globalizzata, si presenta agli occhi di chi sa guardare e comprendere.

La prima scena del film, dal forte carattere allegorico, presenta una bella donna nuda attratta da un orribile e gigantesco coccodrillo, alle cui fauci mostruosamente spalancate, quasi ipnotizzata, si avvicina per farsi inghiottire, mentre misteriosi uomini, col volto celato da spessi veli neri, assistono e ci fanno assistere al singolare evento. Comprendiamo subito che si tratta del sogno, anzi dell’incubo, di un uomo, il ministro Bertrand Saint Jean (Olivier Gourmet), che, nel cuore della notte, sta dormendo accanto alla moglie, appena prima  che una telefonata gli comunichi la notizia di un gravissimo incidente nella zona delle Ardenne con morti e feriti, fra cui molti bambini. Dovrà recarsi, al più presto, sul luogo del disastro, a testimonianza della solidarietà del governo, del quale egli fa parte come ministro dei trasporti. Il suo staff, molto efficiente è pronto ad aiutarlo e assisterlo anche in momenti duri e difficili come questo. Nel gruppo dei suoi addetti si distingue Pauline, la segretaria, che non si limita a ricordargli tutti gli impegni, anche quelli familiari (compresi i compleanni della moglie), ma che gli suggerisce persino le parole, le battute e le risposte nonché l’abbigliamento e i comportamenti adatti, di volta in volta, alle circostanze: tutto ciò che, evitandogli gaffes e imprudenze, può far crescere il consenso attorno all’esecutivo. Si distingue anche, fra i suoi più stretti collaboratori, il fedelissimo Gilles (eccezionale interpretazione di Michel Blanc), il suo capo di gabinetto, Grand Commis alla francese, di quelli che si formano alla grande e severissima scuola dei funzionari pubblici, che ha un’altissima concezione dei compiti e delle funzioni dello stato e che si dedica con molta serietà e lealtà al suo servizio, consigliando o tacendo, al momento opportuno ed eseguendo con scrupolo e apparente distacco gli ordini senza mai discuterli. Appare chiaro immediatamente, però, che il compito di molti dello staff di Bertrand non è soltanto quello di offrirgli l’assistenza tecnica che gli occorre, quanto piuttosto quello di costruire la sua immagine e il suo personaggio, in modo che risulti funzionale a raccogliere attorno a tutto il governo e non solo a lui il massimo consenso elettorale, indispensabile per portare avanti in modo quasi indolore, con gradualità, una politica estremamente impopolare, di cui la privatizzazione delle stazioni ferroviarie, nella prospettiva dello smantellamento del trasporto pubblico, è la decisione più urgente. Su questo tema, il ministro Bertrand sembra deciso a opporre una certa resistenza, proprio perché paventa lo scontento sociale che infatti non tarderà a emergere attraverso grandi manifestazioni sindacali. Gilles sta però pensando di abbandonare il suo servizio, poiché ha maturato, insieme a pochi altri, un profondo pessimismo circa le prerogative rimaste allo stato quando, ormai, le decisioni economiche sono prese da gruppi molto ristretti di privilegiati, fuori dai confini nazionali, che, nascondendo il loro vero volto, riescono nell’ombra a orientare le scelte politiche dei governi nazionali, a cui rimane il solo compito di studiare le strategie per mettere in atto progetti “alieni”, incaricandosi anche di “smorzare,smorzare,smorzare”… l’inevitabile protesta popolare.

Percorrere un’altra strada è molto rischioso, come presto capirà Bertrand, a proprie spese. In ogni caso, se proprio non vorrà cedere, un altro ministero, magari quello del lavoro, è già pronto per lui e, forse, anche per Gilles che potrebbe seguirlo ancora, nelle mutate condizioni. Il film è magnifico: una grande regia, tiene saldamente in mano l’intreccio del racconto, molto originale e denso di allegorie e simboli capaci di tradursi in avvincente narrazione, in cui al chiacchiericcio, molto spesso incomprensibile, dei politici per interposta persona, si alternano squarci drammatici di una realtà umana molto viva e talvolta tragica, che forze oscure destinano alla crescente irrilevanza sociale. Straordinaria la recitazione di Olivier Gourmet, ministro senza qualità, uomo plasmabile da un potere opaco, capace di ogni ferocia.

Il Leviatano del mio titolo di lancio fa riferimento al mostro biblico, di derivazione fenicia, identificato in passato col coccodrillo. Il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) titolò nel 1651 “Leviathan” la sua più famosa opera politica che indaga, richiamandosi a quel mostro, sulle origini del potere assoluto dello stato. Chi vuole approfondire può cliccare sul link seguente: http://www.treccani.it/enciclopedia/leviatano_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/

lo scrittore (Nella casa)


Schermata 04-2456401 alle 23.30.23recensione del film:

NELLA CASA

Titolo originale:

Dans la maison

Regia:

François Ozon

Principali interpreti:

Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emanuelle Seigner, Denis Menochet – 105 min.- Francia 2012.

Un professore di letteratura francese, Germain, tornando al lavoro dopo le vacanze estive, apprende dal preside che il suo liceo, il liceo Flaubert, è diventato una “scuola pilota”. In conseguenza di ciò, fra le altre novità, tutti gli studenti dovranno indossare una bella uniforme, per distinguersi dagli altri liceali, grazie alla loro appartenenza proprio a questa scuola. Al di là della divisa che li renderebbe tutti “uguali” (una bellissima sequenza animata ce li mostra così uguali che rassomigliano alle celeberrime zuppe Campbell dell’arte pop di Andy Warhol) si direbbe che quegli studenti appartengano soprattutto al poco glorioso mondo di chi impara poco e presume molto: non sanno scrivere correttamente, non sanno ragionare, non sanno far di conto, né se ne preoccupano; sembrano, anzi, sempre pronti a dar giudizi affrettati e superficiali sugli insegnanti e su quei rarissimi loro compagni che non si adeguano all’andazzo corrente. Uno di questi è Claude, il ritratto stesso della solitudine: abbandonato dalla madre, un padre invalido; nella classe è nell’ultimo banco (nessuno gli si siede accanto), gli piace apprendere e soprattutto sa scrivere molto bene, suscitando l’interesse di Germain, che, come molti colleghi, all’inizio del nuovo corso, aveva chiesto ai propri studenti, per conoscerli un po’ meglio, una breve descrizione del loro ultimo weekend. L’espediente retorico grazie al quale Claude riesce ad attirare l’attenzione del suo prof. è il modo curioso di chiudere la propria pagina: un interlocutorio Continua, fra parentesi, che fa pensare alla volontà di mantenere con l’insegnante un dialogo aperto, il che puntualmente avviene. Claude racconta della sua passione a osservare (e successivamente a descrivere), dalla panchina del parco di fronte, ciò che avviene nella casa del suo compagno Rapha, essendo attratto dall’apparenza piccolo borghese di quella sua famiglia, unita e tranquilla. Gli incontri fra Germain e Claude, che continua a raccontare per scritto ciò che vede e ciò che immagina nella casa di Rapha, diventano quasi un rito, dopo le normali lezioni, tra le pareti della scuola. Germain è uno scrittore fallito: ha scritto un libro che non ha avuto successo e ora è affascinato dal racconto che procede dalla penna di Claude, che riesce ad approfondire la conoscenza della famiglia di Rapha offrendosi di spiegargli la matematica, scusa con la quale può entrare nella sua abitazione, osservarla ben bene e insieme osservare i comportamenti dei genitori del suo compagno: Rapha padre (si chiama come lui il che non è senza significato) ed Esther, la graziosa madre casalinga dai troppi sogni irrealizzati.

Le correzioni di Germain si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica. Il film è molto bello, perché la riflessione sull’arte e sulla creazione artistica si trasformano in un racconto cinematografico, talvolta teso e inquietante, talvolta ironico e divertente e talvolta anche drammatico, pieno di una sua verità, che non è però la verità di tutti, ma quella esclusiva dell’artista che crea la sua realtà, componendo e scomponendo gli elementi che arrivano dall’osservazione. Il racconto è molto ben costruito, coinvolgente, ma non troppo, perché anche allo spettatore viene chiesto di distinguere fra realtà e finzione, in un gioco di specchi leggero e intelligente, interessantissimo sempre. Magnifiche le interpretazioni di Fabrice Luchini, il professore, e di Ernst Umhauer, lo studente solitario, che non rassomiglia a nessun altro.

business class (Gli amanti passeggeri)


Schermata 04-2456394 alle 00.55.39

recensione del film:

GLI AMANTI PASSEGGERI

Regia:
Pedro Almodóvar
Principali interpreti:

Antonio de la Torre, Hugo Silva, Miguel Angel Silvestre, Laya Martí, Javier Cámara, Carlos Areces, Raúl Arévalo, José María Yazpik, Guillermo Toledo, José Luis Torrijo, Lola Dueñas, Blanca Suárez, Cecilia Roth, Antonio Banderas,Penelope Cruz, Paz Vega, Carmen Machi, Pepa Charro – 90 min. – Spagna 2013.

Questo è un film che  si accetta o si odia, ma che difficilmente si ama. Ciò dipende, seondo me, dall’effetto di straniamento che si prova nel vedere scorrere sullo schermo immagini che paiono fuori luogo, oggi, quando gli spagnoli (come gli italiani, del resto) sono così preoccupati del loro immediato futuro da non aver più voglia di “movida”. Non sentono più, cioè, in sé quell’energia vitale e trasgressiva che si scatenava di notte, lungo le strade di Madrid, dopo la morte di Francisco Franco (1975).  Almodovar fu, in quel periodo, uno dei protagonisti della movida madrilena, frequentatore spesso “en travesti” degli ambienti underground della capitale spagnola, mentre cominciava a girare con entusiasmo e intelligente vivacità i suoi film “scandalosi”, quelli che mettevano in scena temi che in Spagna erano stati, fino ad allora, tabù: la marijuana, l’omosessualità, la gioia della sessualità libera e disinibita. Proprio nel momento che stiamo vivendo, secondo Almodovar, occorre che gli uomini e le donne, se non vogliono essere presi dallo sconforto e dalla depressione, ritrovino la gioia di vivere perduta e si abbandonino alle esperienze del piacere non ancora esplorato, cacciando la tristezza e aspettando che passino i guai**. Non interessa se ne usciranno vivi o morti; quello che conta è che vivano, davvero, fino in fondo e fino all’ultimo istante nella gioia e nella speranza. Tanto, lo svolgersi dei fatti non dipende dalla loro volontà, perché è il caso a indirizzare i loro percorsi: si salveranno forse per quel fortuito scarto imponderabile del fato, che talvolta è capace di deviare gli eventi, in modo imprevedibile, verso una diversa direzione (la scena della caduta del cellulare dal viadotto, per infilarsi nella borsa giusta, non ha forse proprio questo significato?).

La storia, ampiamente metaforica, è ambientata su un aereo che dovrebbe raggiungere Città del Messico da Madrid, ma che è costretto da un’avaria al carrello a girare a vuoto su Toledo, in attesa che si liberi una pista aeroportuale che permetta la rischiosa manovra di atterraggio. Nell’attesa il nervosismo si diffonde dapprima nella cabina di pilotaggio, quindi nella busines class, mentre i passeggeri, molto più numerosi, della tourist class se la dormono della grossa, essendo stati narcotizzati dall’equipaggio. La paura di morire, tenuta a freno con intrugli alcoolici e mescalina, induce i passeggeri della prima classe a scatenare, violando le convenzioni che fino a quel momento avevano regolato la loro vita sociale e familiare, una nuova e insolita voglia di movida e una disinibita e promiscua sessualità accompagnata da un uso altrettanto disinibito del linguaggio e dall’irrefrenabile desiderio di mettere tutti gli altri passeggeri al corrente delle proprie storie personali, attraverso una sincerità desueta e liberatoria. L’atterraggio, che dovrebbe portare tutti in salvo, è il momento più ambiguo di tutto il film poiché  lo spesso strato di schiuma col quale la pista viene ricoperta rassomiglia molto a un fitto mantello di nuvole al di sopra delle quali si potrebbe ravvisare un aldilà pronto per tutti.

Il film è una commedia, da intendersi nel senso classico della parola, non tanto per quel che riguarda il finale, che come ho detto è alquanto ambiguo, quanto per la rappresentazione anche volgare degli appetiti e dei bisogni corporali, tipica del genere, come sa chiunque conosca un po’ della “teoria degli stili” che ha regolato la rappresentazione comica fino al romanticismo. La trasgressione di Almodovar sta allora nell’aver usato, per narrare la deriva comica e un po’ pecoreccia della storia, non i personaggi plebei della tradizione teatrale classica, ma quelli delle classi “alte”, davvero corrotti e volgari i cui comportamenti vengono finalmente smascherati. Una rappresentazione divertente e irriverente, degna di questo geniale regista.

**Pedro Almodovar ha rilasciato a questo proposito un’interessante intervista alquotidiano La Stampa, che potete trovare QUI


 

una donna afghana (come pietra paziente)


Schermata 04-2456388 alle 23.17.39recensione del film:

COME PIETRA PAZIENTE 

Titolo originale:

Syngué Sabour

Regia:

Atiq Rahimi

Principali interpreti:

Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Massi Mrowat, Hassina Burgan. – 103 min. – Francia, Germania, Afghanistan 2012.

Secondo la leggenda afghana, la pietra paziente (Syngué Sabour), cui allude il titolo del film, è quella che viene individuata come adatta a ricevere le confidenze di chi vuole parlare rivelando i propri segreti: il carico delle sofferenze di cui ci si vuole liberare si fa, col tempo, così pesante per quella pietra da determinarne infine lo scoppio e la disintegrazione in mille pezzettini. La protagonista senza nome di questo film (la stessa straordinaria e bellissima attrice iraniana di About Elly e Pollo alle prugne, Golshifteh Farahani) ha trovato nel marito, a sua volta senza nome, in coma da molti giorni per una pallottola nel collo, la sua pietra paziente: a lui, assente e silenzioso, infatti, la donna vuole affidare le proprie confessioni. E’ sua moglie da dieci anni, sono nate due bambine, ma non ha mai potuto parlargli di sé, come avviene in tutti quei paesi in cui i matrimoni mirano unicamente alla riproduzione. Ci troviamo in Afghanistan, in un quartiere di Kabul, sconquassato dai lanci incrociati di missili, che distruggono cose e ricordi, case e uomini. Le donne, ultima ruota del carro in quella sciagurata realtà, sono, a dire il vero, le persone sulle cui spalle ricade totalmente il peso del conflitto: non possono lavorare e sono costrette, tuttavia, a portare avanti la casa e la famiglia: i bambini hanno fame e sete; i malati hanno bisogno di cure, ma pochi sono coloro disposti ad aiutarli, per solidarietà o per compassione. La donna trova solo nella zia, tenutaria di un bordello, quel necessario soccorso che tutti le negano: presso di lei le sue bambine potranno finalmente mangiare e dormire in un luogo sicuro; mentre il suo posto continua a essere accanto all’uomo che l’ha sposata, la sua pietra paziente. In un crescendo di confessioni, sempre più drammatiche, la donna metterà a nudo gli angoli più nascosti del suo cuore, rivelando i segreti sempre taciuti: le paure infantili, come quella di essere venduta, come sua sorella, da un padre bisognoso di soldi per continuare a scommettere sulle quaglie; il fidanzamento senza di lui, lo sconosciuto che non si fa neppure vedere; il matrimonio celebrato, in una cerimonia senza gioia, ancora una volta in assenza di lui, trattenuto dai ben più importanti impegni di guerra; la paura di essere ripudiata perché ritenuta sterile. L’irruzione imprevista di un gruppo di soldati, armati fino al collo, nella sua abitazione potrebbe essere per lei il preludio di una svolta drammatica, di un’estrema umiliazione, ma diventa l’occasione attesa della sua vita: si farà strada in lei, a poco a poco, un nuovo sentire, un cambiamento del cuore,  un bisogno di sincerità profonda da cui si originerà il bellissimo finale del film, molto ben costruito, inatteso e terribile. Nel film è presente la denuncia di una condizione femminile intollerabile, insieme alla rivendicazione di diritti umani che non possono essere ancora a lungo così atrocemente calpestati. Tuttavia i due personaggi, quello di lei, accuratamente e finemente disegnato attraverso un’attenta analisi introspettiva, così come quello di lui, eterno assente, eroe guerriero senza qualità e senza meriti, rappresentano sul piano metaforico la condizione stessa dell’intera società afghana, nella quale l’immobilismo comatoso e violento dei maschi è ben rappresentato dalla condizione del malato incapace di risvegliarsi per ascoltare con umana comprensione, finalmente, la donna che, nonostante tutto, continua a farsi carico delle pesanti responsabilità della vita familiare e sociale, cosicché si perpetua la situazione di separatezza dei sessi, rigidamente incatenati nei ruoli tradizionali, che potrebbe durare ancora per molto tempo e di cui la donna del film massimamente esprime le contraddizioni.

Il regista di questo magnifico film è lo scrittore afgano Atiq Rahimi, che vive e lavora a Parigi dove fu accolto anni fa come rifugiato politico e dove scrisse numerosi romanzi, oltre a Pierre de patience*, che nel 2008 gli fece conquistare il Prix Goncourt, cioè il premio letterario più prestigioso di Francia. A indurlo a trasformare in opera cinematografica il romanzo fu Jean Claude Carrière, il grande sceneggiatore di moltissimi famosi film (fra i quali alcuni celeberrimi di Luis Buñuel: Quell’oscuro oggetto del desiderio, Bella di giorno , Il fantasma della libertà, La via lattea e altri) la cui scrittura ha certamente contribuito alla riuscita di questo lavoro, che presenta molti caratteri della lenta narrazione del cinema iraniano e afghano, insieme a un uso molto francese dell’indagine psicologica, e della rappresentazione stilizzata, quasi teatrale, del conflitto fra  due visioni del mondo. 

* Il romanzo, che è stato tradotto col titolo Pietra di pazienza per Einaudi, è, pertanto, disponibile anche nella nostra lingua. Invito i miei lettori a leggere qui le dichiarazioni di Atiq Rahimi, fondamentali per comprendere lo scenario terribile in cui romanzo e film sono maturati.

andarsene per dimenticare (Un giorno devi andare)


Schermata 04-2456384 alle 22.38.48recensione del film:

UN GIORNO DEVI ANDARE

 

Regia:

Giorgio Diritti.

Principali interpreti:

Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Sonia Gessner, Pia Engleberth, Amanda Fonseca Galvao, Paulo De Souza, Eder Frota Dos Santos, Manuela Mendonça Marinho – 110 min. – Italia, Francia 2013.

Un uomo abbandona la moglie poiché ha perso il primo figlio, insieme alla speranza di averne altri in futuro: si direbbe una brutta storia molto italiana, una storia di ordinaria prepotenza maschile, di chi non vuole capire il dolore delle donne. E’ invece la premessa da cui nasce il terzo film di Giorgio Diritti: dopo essere stata lasciata dal marito, infatti, la giovane Augusta decide di andarsene dal nostro paese, per uscire dalla sua comprensibile angoscia e per ritrovare il senso della propria vita, spingendosi fino alla lontana Amazzonia, a fianco di un’ amica di sua madre, suor Franca, che meritoriamente si occupa da tempo dei nativi di quei luoghi, della salvezza delle loro anime, nonché di quella dei loro corpi. L’infelice Augusta, però, non ci mette molto a comprendere che la religiosità di Franca, pur animata dalle migliori intenzioni, è assai discutibile poiché, tutta tesa com’è all’evangelizzazione di quegli uomini, sottovaluta del tutto la loro cultura,  legata alla terra, madre di tutti i viventi, tanto rispettata e amata da loro, quanto tenuta in poco conto dalla missione cattolica cui suor Franca fa riferimento. Attraverso i missionari, infatti, e forse oltre la loro volontà, sta penetrando anche laggiù la logica del tutto eurocentrica dello sfruttamento della terra e della cosiddetta valorizzazione turistica, con tanto di disboscamento e crescita dei supermercati e degli hotel: si sta ripetendo in Amazzonia ciò che era avvenuto in Africa e in tutte le terre cosiddette selvagge in cui l’arrivo dei missionari, nonostante i migliori propositi, aveva aperto, nel corso dei secoli, la strada allo sfruttamento coloniale. Questo è detto nel film attraverso immagini che illustrano con chiarezza documentaristica le trasformazioni antropologiche e naturalistiche peggiorative a cui l’Amazzonia sta per essere soggetta. Se Augusta volesse mettersi a lavorare con un movimento di opposizione e di resistenza, potrebbe ritrovare il senso perduto della vita, in una realtà sociale che ha bisogno di gente come lei, solidale e lucidamente in grado di contribuire ad arginare, con strategie mirate, la devastazione di quei territori. Preferisce, invece, lo splendido isolamento della vita solitaria, vivendo di ciò che la natura le offre e continuando a piangere lacrime amare sul proprio destino. Ogni tanto, ricordandosi di lei, qualcuno arriva con un po’ di cibo o le porta i propri bambini, perché possano giocare con lei, dandole un po’ di gioia. Il film utilizza, però, almeno due registri narrativi, che non riesce a fondere compiutamente: quello del documentario e quello della storia privata di Augusta che è l’elemento debole di tutta la pellicola. Vengono inoltre spesso introdotte, del tutto inutilmente ai fini della narrazione, altre immagini, belle e suggestive, per altro, del convento di suor Franca in Trentino, dove spesso va, per parlare della figlia, la madre di Augusta, oppure altre immagini della nonna di lei morente in ospedale, occasione forse per mostrare la giovane donna amazzonica strappata ai propri cari da suor Franca e portata in Italia per assistere i malati. Gli aspetti positivi del film vanno colti nella serie delle bellissime e straordinarie sequenze che ci presentano un paesaggio fascinoso, o quelle dei coloratissimi riti collettivi delle danze locali; nonchè, come ho detto, nell’analisi documentaristica del degrado incipiente; tutto il resto è inutile e spurio e poco aggiunge alla storia. Un vero peccato per chi si illudeva, come me, di vedere uno splendido film non inferiore ai due bellissimi di Giorgio Diritti che l’avevano preceduto: Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà. 

una scelta d’amore? (La scelta di Barbara)


Schermata 03-2456373 alle 18.41.12recensione del film

LA SCELTA DI BARBARA

Titolo originale.

Barbara

Regia:

Christian Petzold

Principali interpreti:

Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Jasna Fritzi Bauer, Mark Waschke, Rainer Bock, Rosa Enskat, Peter Benedict, Peter Weiss, Christina Hecke, Claudia Geisler, Deniz Petzold, Carolin Haupt, Peer-Uwe, Teska, Elisabeth Lehmann, Thomas Neumann, Anette Daugardt, Thomas Bading, Susanne Bormann – 105 min. – Germania 2012.

Il film racconta la storia di Barbara,  una giovane donna, già medico a Berlino Est, quando il muro che divideva in due l’antica capitale tedesca era ancora saldamente in piedi. Di lei e del suo passato berlinese si conosce poco, poiché il film ce la mostra mentre svolge la sua professione nell’ospedale di una cittadina presso il Baltico, alquanto tetra. Si apprende che la donna è stata qui confinata per aver chiesto un permesso di espatrio, ragione sufficiente perché i suoi movimenti ora siano controllati continuamente da persone che ne osservano spostamenti e attività, come l’uomo della Stasi, che staziona, con l’ auto, in permanenza, sotto casa sua, o come la portiera dello stabile, che cerca ogni scusa per spiarla o come il medico André, che lavora con lei all’ospedale e che di lei conosce tutto. Questa parte del film è decisamente la più interessante e la meglio costruita, perché ci immerge, con molta semplicità, grazie anche alla straordinaria qualità dell’interpretazione severa dell’attrice Nina Hoss, nell’atmosfera soffocante della dittatura, che ha messo in atto un sistema capillare di spionaggio della vita privata di ciascuno, seminando angoscia e costringendo tutti a sospettare di chiunque: di chi si incontra per strada, del collega di lavoro, di chi suona alla porta di casa. Le visite inattese, infatti, per Barbara sono quasi sempre foriere di violente perquisizioni, di umilianti visite corporali, di sgradevoli interrogatori, cosicché, quando arriva un artigiano, inviato da André, in grado di riparare il suo pianoforte scordato, l’utilizzo del quale potrebbe rasserenarla e farle dimenticare lo squallore dell’abitazione che le è stata assegnata, il panico si impadronisce di lei, inducendola ad accoglierlo con aggressività dura e scortese, assai comprensibile, però.

André, il suo collega di lavoro, giovane medico confinato anche lui in quell’ospedale, costretto a interrompere una brillante carriera da ricercatore (in seguito a un incidente gravissimo di cui porta la responsabilità), vorrebbe diventarle amico, o magari qualcosa di più: vedendo il suo agire affettuoso e quasi materno nei confronti dei  giovani ricoverati si è convinto che la scorza dura di lei ne nasconda la fragilità e la profonda capacità di amare teneramente. Ogni tentativo di demolirne le difese, tuttavia, non ha successo, anche perché Barbara ha un fidanzato danese, Jörg, col quale si incontra, quando può, eludendo i suoi sorveglianti con mille sotterfugi e fra mille difficoltà. Con Jörg la donna vorrebbe andare a vivere in Danimarca, seguendo un piano di fuga attraverso il mare che in breve tempo dovrebbe portarla da lui. Nel frattempo, però, alcuni misteri si diradano e rendono il giudizio di lei sulle persone che le stanno appresso meno affrettato e meno sospettoso, ciò che avvia il film verso un finale diverso (ma non troppo!) da quello che ci si aspetta, in realtà, però, alquanto pasticciato e lacrimoso. Anche in questo caso, dunque, ci troviamo di fronte a un’opera  che non riesce a concludere in modo convincente le vicende molto ben presentate all’inizio, cosicché, certo al di là delle intenzioni del regista, consente anche maliziose interpretazioni, che modificano un po’ l’immagine che di Barbara il regista ci aveva voluto offrirePersonalmente, siccome non mi commuovo facilmente, ho avuto qualche dubbio circa l’avvicinamento di Barbara ad André che, guarda caso, avviene dopo che la donna ha potuto osservare la bella casa di lui, piena di libri e di begli oggetti, immersa nel verde di un giardino bello e accogliente…La Danimarca può attendere! Nessun rapporto, nonostante quanto afferma la locandina, col film Le vite degli altri, finora il solo drammatico e bellissimo racconto della Germania comunista e della feroce dittatura che vi dominava.