la bella infelice (Marilyn)


recensione del film:
MARILYN

Titolo originale
My Week with Marilyn

regia:
Simon Curtis

Principali interpreti:
Michelle Williams, Eddie Redmayne, Julia Ormond, Kenneth Branagh, Pip Torrens, Geraldine Somerville, Michael Kitchen, Miranda Raison, Karl Moffatt, Simon Russell Beale, Emma Watson, Judi Dench, Dougray Scott, Toby Jones, Pete Noakes, Dominic Cooper, Derek Jacobi – 99 min. – Gran Bretagna, USA 2011.

Il titolo originale dice, meglio di quello italiano, di che cosa si parla nel film: vi si narra della settimana con Marilyn vissuta da Colin Clark, giovane neolaureato di Oxford, col pallino del cinema. Egli si era trasferito dalla casa di campagna a Londra, proprio per lavorare in quell’ambito e, grazie alla sua insistenza, era riuscito a farsi assumere dallo staff di Lawrence Olivier, come terzo aiuto regista, per il film che si stava preparando e che si titolerà Il principe e la ballerina. Siamo nel 1957: Marilyn Monroe, che all’epoca aveva trent’anni, era da pochi mesi la moglie del drammaturgo americano Arthur Miller. Alle sue spalle, una vita resa spesso abietta dalla povertà, ora riscattata dal successo, seguito all’interpretazione di alcuni film che avrebbero fatto epoca: Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, e Quando la moglie è in vacanza, grazie ai quali si stava affermando anche come straordinario sex symbol. Non ha ancora girato il film-capolavoro A qualcuno piace caldo, ma solo pochi anni la separano dall’ultimo suo Gli spostati, diretto da John Huston alla vigilia, quasi, della morte avvenuta, in circostanze misteriose, nel 1962. Secondo il racconto che Colin Clark affidò alle pagine delle sue memorie (My week with Marilyn), l’arrivo di Marilyn era stato preceduto dai preparativi e dagli adempimenti organizzativi, burocratici e … sindacali di tutto lo staff, impegnato a garantirle la migliore accoglienza possibile in un cottage fuori Londra, e aveva introdotto, nel sonnolento mondo della campagna inglese, un misto di euforia e di inquietudine, che si trasmise a tutti, in modo particolare allorché, col pretesto di rivedere i suoi figli, Miller ripartì per New York, abbandonando lei nella più disperata solitudine. Proprio in questa circostanza si creò lo speciale rapporto di amicizia confidente, e forse d’amore, che legò la bellissima al giovane Colin, innamorato di lei, come tutti coloro che con lei o per lei avevano lavorato.
Cominciavano già a delinearsi le crepe del matrimonio, che Miller, intellettuale di mezz’età in odore di comunismo (siamo in piena guerra fredda), aveva tenacemente voluto e nel quale anche Marilyn aveva creduto, finché non aveva ritenuto di scorgere, in alcune pagine di lui, apprezzamenti poco lusinghieri sul proprio conto. Si delinea nel film un ritratto, forse non originale, ma certo umanissimo, della donna più desiderata del mondo, combattuta fra l’istintiva gioia di vivere, che la porterebbe a uscire dal suo rifugio per immergersi nel bellissimo paesaggio della campagna londinese in piena libertà, nella natura, ma anche fra gli ammiratori che accorrono ad adorarla (bellissima la scena degli studenti di Eton che le si fanno intorno) e l’insicurezza profonda. A questo disagio si aggiungono il terrore di non saper recitare, che si manifesta nell’apparentemente capriccioso comportamento sul set (non è mai puntuale, non ricorda le battute, cerca di rubare la scena), nonché l’oscuro desiderio di oblio e forse di morte che la porta a consumare micidiali quantità di aloolici e sonniferi, che la rendono sempre meno presente a se stessa e sempre più infelice.
Il giovane Collin, nella settimana più critica del suo soggiorno inglese, offre a Marilyn una compagnia leale e affettuosamente disinteressata, nonché qualche momento di pace, lontano dall’angoscia che la fa sentire inadeguata a recitare e a vivere come chiunque non sia prigioniero, come lei era, di un personaggio, senza il quale, per altro, ormai non saprebbe che fare.

Il film ci racconta perciò con pietà e ironia molto britannica cose che si sono più volte dette e lette, ma merita di essere visto per due ragioni fondamentali: per riflettere sul mito ancora vivo e presente, anche se da cinquant’anni Marilyn ci ha lasciati, e infine per ammirare la straordinaria recitazione di Michelle Williams, grandissima e credibilissima Marilyn, al di là della sua scarsa rassomiglianza fisica, che presto viene ignorata, tanto vero e palpitante è il personaggio cui dà forma.

un bambino in difficoltà (Molto forte, incredibilmente vicino)


recensione del film:
MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Titolo originale:
Extremely Loud and Incredibly Close

Regia:
Stephen Daldry

Principali interpreti:
Tom Hanks, Sandra Bullock, Thomas Horn, Max von Sydow, Viola Davis, John Goodman, Jeffrey Wright – 129 min. – USA 2012.

Anche questa è la storia di un bambino, un bambino un po’ speciale, di quelli che vengono in genere definiti “borderline” rispetto a quella severissima forma di disagio mentale, che è l’autismo.
Il piccolo Oskar soffre, infatti, come ci viene detto, di “sindrome di Asperger”, espressione di un disagio particolare, di origine genetica, che investe soprattutto la vita di relazione, nonché il comportamento.
Che cos’ha Oskar di tanto diverso dagli altri bambini? Nulla e tutto: ogni segno della sua “diversità” non indica di per sé alcuna “anormalità”: la somma di ognuno di questi segni e la presenza di altri più inquietanti sembrano invece indizi di malattia.
Ogni bambino, infatti, ha un rapporto privilegiato con uno dei genitori, col quale condivide segreti o un lessico particolare; oppure crea per sé un mondo fantasioso; oppure ama rifugiarsi in un angolo della casa per stare da solo, sotto il letto, o sotto il tavolo; ogni bambino ha inoltre paure e angosce non sempre razionali. Nella vita di Oskar questi comportamenti si accompagnano, però, ad altri meno diffusi: una logorrea irrefrenabile e ossessiva, per parlare soprattutto di sé; una scarsissima curiosità del mondo e delle persone che lo abitano, nei cui confronti, anzi, prova diffidenza e paura; una terribile tendenza autolesionista, la propensione a classificare cose e fenomeni secondo lunghi elenchi. Questo bimbo, così problematico ha un rapporto particolare col suo papà, che lo accetta com’è, assecondandone bizzarrie e sogni e anche insegnandogli che la realtà non è così temibile: basta interpretarne gli indizi, per scoprirne i segreti, che se indagati a dovere ci fanno comprendere il mondo: così, grazie a pochi segni, è possibile risalire addirittura all’esistenza di un fantomatico VI Distretto di New York… Questo padre, che ha una piccola gioielleria a New York, per puro caso, ha un appuntamento, l’11 settembre 2001, al World Trade Center: sarà una delle vittime dell’attentato alle Twin Towers.

La famiglia, che aveva trovato un modo per vivere con indulgente amore il rapporto con Oskar, ne verrà sconvolta, così come rischierà di essere per sempre perduto il precario equilibrio del bambino. Una chiave misteriosa, trovata in una busta che reca la scritta Black, emersa dall’armadio degli abiti del padre, sembrerà al piccolo Oskar l’ultimo segnale della presenza dell’uomo, quello che egli andava cercando per fare ordine negli eventi caotici e senza senso della sua esistenza: quando troverà la serratura alla quale la chiave era destinata, sentirà di aver ritrovato il padre e sarà, infine, uscito dal lutto. La sua ricerca, quasi un viaggio di formazione, sarà per un tratto accompagnata da un anziano signore muto, di un mutismo elettivo, dopo la terribile esperienza dei bombardamenti di Dresda. L’assenza della parola non gli impedisce però di comunicare e di parlare col piccolo facendosi benissimo intendere, attraverso la scrittura, efficacissimo suo surrogato. In questa seconda parte del film, interessante e densa di significati simbolici, il lavoro del regista assume, però, a mio avviso toni di patetismo furbo, strappalacrime e poco sopportabile, mentre ingiustificatamente ottimistica appare la prospettiva futura di “magnifiche sorti e progressive” per Oskar: un po’ troppo, se è vero che il piccolo, comunque, soffre di una malattia genetica! Non ho letto il romanzo di Jonathan Safran Foer, da cui il film è tratto, perciò non sono in grado di fare raffronti: mi limito a esprimere, come è giusto che sia, secondo me, il mio giudizio di perplessità su quell’opera autonoma che deve essere un film, anche rispetto al romanzo che l’ha ispirato. Notevole prova d’attore del bambino (Thomas Horn), così come quella dell’anziano che lo accompagna nella ricerca (Max von Sydow).

l’origine della crisi (Margin Call)


recensione del film
MARGIN CALL

Regia:
J.C. Chandor

Principali interpreti:
Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto, Penn Badgley, Simon Baker, Mary McDonnell, Demi Moore, Stanley Tucci, Aasif Mandvi, Ashley Williams, Susan Blackwell, Maria Dizzia, Jim Kirk, Al Sapienza, Jimmy Palumbo, Peter Y. Kim, Grace Gummer, Rich Campbell, Jason Denuszek, Stephen Fletcher, Kevin Keels, Kayden Kessler, Anna Kuchma, Toshiko Onizawa, Brigid Ryan, Lynn Spencer, Laura-Love Tode, Rob Tode, Naeem Uzimann, Reginald Veneziano, Steven Weisz – 109 min. – USA 2011.

Quando, qualche anno fa, il mondo delle banche e della finanza venne travolto dal fallimento della Lehman Brothers, su tutti i quotidiani apparvero, icone dell’evento, le immagini degli impiegati che a frotte uscivano dalla sede della società, percorrendo Wall Street con gli scatoloni nei quali avevano raffazzonato alla svelta i propri effetti personali, dopo aver ricevuto l’annuncio del licenziamento.
In questo film, che ricostruisce, in modo del tutto immaginario, quello storico fallimento, il regista cerca di far luce sulle frustrazioni individuali e sui drammi che tale evento ha comportato per quanti avevano riposto nell’azienda fiducia e speranza per il futuro, come il giovane manager Seth Bregmann sedotto soprattutto dal guadagno altamente remunerativo per un impegno un po’ acritico, ma anche per quelli che da trent’anni ci avevano lavorato senza risparmio, credendoci, come Sam Rogers, a cui tutto il denaro del mondo non sarebbe stato sufficiente consolazione per la perdita dolorosa del proprio cane.
La perdita del lavoro è un fatto gravissimo ovunque, poiché comporta la diminuzione dell’autostima, oltre che la fine delle prospettive di miglioramento e di carriera, ma in questo ambito, molto particolare, dei dirigenti, nel mondo americano, implica anche la perdita di status e di “privilegi”, quali la cessazione delle comunicazioni dirette col mondo manageriale attraverso il cellulare dedicato e la perdita dell’assicurazione sanitaria, che negli Stati Uniti non è garantita a tutti i cittadini.
Allorché, completando i calcoli di Eric Dale, dirigente di mezz’età appena licenziato, Peter Sullivan (ex promettente ingegnere, sedotto dall’ottima prospettiva di guadagno offerto dalla finanziaria) si rende conto dell’impossibilità di frenare la crisi incombente, viene decisa in piena notte la convocazione urgentissima dei responsabili dell’azienda ai livelli più alti. La società non verrà salvata (in ogni caso sarebbe stato difficile), poichè il Boss dei Boss, John Tuld, con una scelta condivisa, o per lo meno, non troppo contrastata, decide di venderne precipitosamente i titoli in borsa, facendone scendere il prezzo, ma garantendo un’abbondante spartizione delle spoglie fra i dirigenti più alti e fra quelli che sapevano. Che fine faranno i risparmiatori, i piccoli azionisti, i possessori dei titoli derivati che sono in ogni angolo del pianeta? La risposta di John Tuld è di un realismo spietato e di una impressionante lucidità: saranno le vittime di turno, non dissimili da quelle che hanno costellato, con il loro sacrificio, i decenni e i secoli; le leggi del mercato lo esigono: questa è la loro volta!
Il film spiega con immagini di icastica drammaticità tutto questo: il mercato, idolo crudele di una società che condanna la povertà come colpa, non può che emarginare coloro che, non occupando le stanze del potere economico e finanziario, non sono in grado né di resistere ai suoi richiami, né di controllare i propri investimenti, per ingenuità, per pigrizia, per incapacità: così va il mondo, così è sempre andato.
Ottima la regia J.C. Chandor, che dirige con sicurezza e senza alcun patetismo lo splendido cast di attori, fra i quali spiccano in modo particolare, Kevin Spacey, Jeremy Iron, Zachary Quinto, Stanley Tucci, nonché un’algida Demi Moore, aspirante e sgomitante executive woman.
Lo scenario della vicenda si alterna fra la visione gelida degli uffici in cui si consuma il dramma della società fallita, decisivo per la sorte di milioni di persone, e il panorama notturno mozzafiato di New York, che, vista di lì, appare ancora più attraente e maliosa del solito, città dal fascino quanto mai ambiguo, sirena che pare quasi invitare al suicidio, come viene detto in un bellissimo momento del film, quando in quella terribile notte, nell’attesa del super boss, un gruppo di giovani dirigenti esce sulla scala di sicurezza per fumare, affacciandosi sulla stupenda metropoli illuminata.

Marilyn Monroe, cinquant’anni dopo


L’amica pittrice Maria Giulia Alemanno mi prega di segnalare su questo blog la prossima inaugurazione di una mostra dedicata a Marilyn Monroe a cinquant’anni dalla morte. Come dirle di no? Siamo o non siamo cinefili?
Ecco, dunque, a voi, tutto ciò che può essere interessante e utile per visitare la mostra

Leggiamo dal comunicato stampa:

…S’intitola MARILYN MONROE 50 anni fa come oggi IL MITO la mostra allestita dal 26 maggio al 10 giugno 2012, nei locali dell’ Ex Cinema Moderno, viale Po 15 a Crescentino (Vercelli), dove, negli anni 60, lo struggente splendore dell’ attrice tante volte ha illuminato il grande schermo. Non ci sarebbe dunque spazio più adatto per ospitare l’eccezionale esposizione, frutto dell’appassionata ricerca di un collezionista, di oltre 500 immagini e di un gran numero di riviste, cartoline, poster, locandine e documenti, alcuni unici e rari, legati alla vicenda pubblica e privata di una diva e di un donna indimenticabile.

…Una fotografia del 1945 ci svela Marilyn diciannovenne. Si chiama Norma Jean Baker, è ragazza dallo sguardo triste vestita in modo austero. In altri scatti sorride sulla neve o sorregge un agnellino, apparentemente spensierata. Ha già alle spalle il naufragio di un matrimonio quando inizia la carriera di fotomodella. Apparirà scandalosamente sul primo numero di Playboy e presto i suoi capelli castani diventeranno biondo platino. Sta nascendo la stella destinata a conquistare Hollywood ed il mondo.
E’ del 1948 una rara fotografia di Scudda Hoo! Scudda Hay! il primo film in assoluto di Marilyn. Niente più di una breve apparizione ma la sua straordinaria bellezza non può passare inosservata.
La mostra segue, passo dopo passo, la sua ascesa d’attrice, proponendo scene memorabili di Niagara e di Quando la moglie è in vacanza (il suo sorriso disarmante e compiaciuto nella celebre sequenza della gonna bianca, che si alza sulla griglia di areazione della metropolitana, è uno dei momenti più celebri della storia del cinema). E ancora, per citarne alcuni, Gli uomini preferiscono le bionde, Fermata d’autobus, A qualcuno piace caldo, tutti film che esaltano il fascino, la voce ed il talento di questa donna baciata dal successo e dalla fortuna, eppure drammaticamente sola.
Così, nell’esposizione, accanto alle immagini del trionfo sugli schermi, si susseguono quelle di una vita segnata da una disperata richiesta d’amore: il naufragio dei suoi matrimoni con Joe Di Maggio ed Arthur Miller, le tante avventure, gli eccessi impietosamente riportati dai rotocalchi, le storie intrecciate con i fratelli Kennedy, la sua tragica fine dell’agosto del 1962, ancor oggi avvolta nel mistero, che ha contribuito, tristemente, alla nascita del mito.
I curatori, per ricordarla a 50 anni dalla scomparsa, bandendo ogni morbosità, suggeriscono una visione ed una lettura della mostra cariche di tenerezza e delicata partecipazione. Come spiega il critico d’arte Massimo Olivetti nella presentazione in catalogo: “Mito e sogno s’intrecciano, si confondono e si alimentano nella raccolta e nella rassegna di immagini che ripropongono attimi e momenti, che replicano all’infinito ogni pezzetto di Marilyn, del suo sorriso, del suo latteo candore, della sua sconfinata infelicità alla ricerca di un salvatore. A lei ed a noi è dedicata questa mostra, alla sua persona e alle nostre chimere. Alberto Barbera, direttore del Museo Nazionale del Cinema di Torino, custode dei sogni e dei miti in celluloide, ne ha colto il significato offrendo il patrocinio. Ed Ugo Nespolo, presidente del medesimo museo, lo ha affiancato, esponendo una sua opera dedicata a Marilyn.

Ugo Nespolo © Marilyn, Multiplo in serigrafia, cm 60X60 – 2011.jpg

MARILYN MONROE
50 anni fa come oggi IL MITO, ideata, organizzata e curata da CMT, Collezioni Mostre Turismo Onlus
, gode del patrocinio della Città di Crescentino – Assessorato alle Manifestazioni, della Regione Piemonte, della Provincia di Vercelli, del Consiglio Regionale del Piemonte, del Museo Nazionale del Cinema di Torino ed è stata possibile grazie all’ aiuto e alla collaborazione dell’ Associazione Culturale Onlus Elegguà e dell’ Agriturismo Riso Greppi, a cui si deve la pubblicazione del catalogo.”

inutili desideri (Tutti i nostri desideri)


recensione del film:
TUTTI I NOSTRI DESIDERI

Titolo originale:
Toutes nos envies

Regia:
Philippe Lioret

Principali interpreti:
Vincent Lindon, Amandine Dewasmes, Marie Gillain, Yannick Renier, Pascale Arbillot,Isabelle Renauld, Laure Duthilleul, Emmanuel Courcol, Christophe Dimitri Réveille – 120 min. – Francia 2011.

Attento ai problemi sociali del nostro tempo, Lioret questa volta affronta un tema diverso rispetto a quello dell’immigrazione, (Welcome): quello del credito erogato dalle banche a chi ne abbia necessità o creda di averne. Molto spesso, come avviene nel film, infatti, ci si indebita per soddisfare piccoli capricci, bisogni indotti dalla pubblicità martellante e spregiudicata, che provoca talvolta dissennati acquisti, per i quali qualcuno, in genere chi è più fragile culturalmente, ricorre al prestito, facendosi trascinare nella spirale senza fine dei debiti. In Europa, come negli Stati Uniti, sempre più spesso i tribunali si occupano di questo problema, perché lì si “risolvono”, con la mazzata definitiva sui più deboli, le richieste di restituzione secondo contratto. La prima parte del film ci presenta per l’appunto una situazione di questo tipo: davanti a Claire (Marie Gillain), giudice a Lione, si presenta una poveretta, Celine (Amandine Dewasmes), madre di famiglia abbandonata dal marito.
Claire la riconosce (i figli dell’una e dell’altra sono compagni di scuola e si frequentano anche fuori), ne prende a cuore la causa e cerca di salvarla dalla rovina economica. La aiuterà nell’impresa Stéphane (Vincent Lindon) giudice più anziano, esperto nella materia e idealmente solidale nella lotta contro i signori del credito, ma ormai disilluso per le troppe cause vinte e successivamente annullate in appello, quasi a sancire l’ intoccabile arroganza dei potenti.

Il rapporto fra Claire e Stéphane costituisce il secondo filone narrativo del film. La giovinezza di lei, la sua voglia di giustizia sociale, la fermezza limpida del suo sguardo sembrano restituirgli slancio e desiderio di lottare. In realtà, Claire è condannata a morire in breve tempo poiché è affetta da una aggressiva forma di tumore cerebrale: l’ha appena saputo e ha deciso di non tentare neppure le devastanti e inutili “cure” che le vengono proposte, così come ha deciso di tenere per sé la notizia, per non turbare un marito che è un buon padre, ma sarebbe incapace di reagire a una simile batosta con la razionalità necessaria a mantenere la serenità dei figli.
Stéphane lo apprenderà fortuitamente e rispetterà le decisioni di lei, con una tenerezza e una dedizione che lasciano immaginare che l’amore possa essere anche questo generoso dono di sé, privo di prospettive, ma non per questo meno intenso, meno vero e meno profondo. Direi che è la parte migliore del film: la gita sul lago, il tentativo di rivivere i momenti felici del passato, la nuotata gioiosa che sta per tramutarsi in tragedia, ma anche il comunicare alla fine solo con brevi sguardi, attraverso le palpebre semi-chiuse, o con particolari movimenti delle mani che si stringono…queste sono pagine di grande finezza introspettiva, bellissime e poetiche, che non si dimenticano facilmente. Non sempre, però, i temi del film si integrano in modo soddisfacente, il che determina, alla fine della visione, la sensazione di qualche cosa di irrisolto: il lavoro che, pure, sviluppa adeguatamente i diversi temi, non sempre riesce a fonderli in modo convincente; in ogni caso è un film molto interessante e perciò da vedere sicuramente. Ottima la recitazione di tutti gli attori, in modo particolare di Vincent Lindon e Marie Gillain.

piccoli Dardenne crescono (Sister)


recensione del film:
SISTER

Titolo originale:
L’enfant d’en haut

Regia:
Ursula Meier

Principali interpreti:
Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin – 100 min. – Francia, Svizzera 2012.

Vedendo questo bel film, mi è tornato alla mente Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne, nonché la loro attenta e asciutta indagine sull’infanzia e sulla adolescenza nei quartieri marginali delle nostre ricche città occidentali.
Qui siamo in una località svizzera di montagna, frequentata da turisti che arrivano da altri luoghi, pieni di soldi e assai distratti. Capita, infatti, che se un ragazzino povero rubacchia il cibo dai loro zaini, o i guanti, o gli occhiali, o la giacca a vento o addirittura un paio di sci lasciati incustoditi, questi signori non se ne preoccupino e provvedano subito a riacquistare il maltolto, senza problemi.
Questo è ciò che vediamo sbigottiti davanti allo schermo, mentre trepidiamo per il ladruncolo, Simon, un piccino senza nessuno che si occupi di lui, che vive in una “torre” cioè in un casermone popolare e solitario, appena al di sotto delle piste innevate, che egli raggiunge in funivia, vestito come deve essere vestito un bambino che scia, con il casco, la giacca a vento, gli occhialoni, i guanti. Nessuno nota la sua solitudine: tutti invece credono con indifferenza alle sue spiegazioni: i genitori non sono con lui perché hanno ben altro da fare, in quanto gestiscono un grande albergo. In realtà Simon non ha genitori: sono morti, apprenderemo in un primo momento. La giovane ragazza, Louise, che invece abita con lui e che lavora fuori, assentandosi per lunghi periodi, in cui Simon si sente ancora più solo, è sua sorella. Non tarderemo a capire che alle assenze per lavoro Louise somma anche assenze per incontri più o meno turbolenti con uomini che ama o che crede di amare e che sono tutti, in ogni caso, prepotenti e violenti. Vivere con Simon le pesa, perché sembra che il piccolo ostacoli il suo tentativo di crearsi una relazione stabile con un uomo che le piaccia, come l’ultimo, che convive qualche giorno con lei nel casermone e che vorrebbe che Simon si allontanasse per un po’. Sempre più dolorosamente escluso, Simon si vendicherà semplicemente raccontandogli la verità su Louise.
Naturalmente io non lo farò, limitandomi a dire che da questo momento il film diventa un’altra cosa: il colpo di scena ci farà assumere su tutta la vicenda un punto di vista più complesso, aprendo, anche sulla storia dolorosissima di Louise, squarci inquietanti che mettono in crisi molti luoghi comuni sulla maternità e sui ruoli genitoriali. Il passaggio tra i due racconti non è brusco, il registro narrativo rimane quello di un’analisi attenta dei comportamenti e delle loro motivazioni, all’origine delle quali possiamo comunque sempre scorgere un’estrema povertà materiale e culturale, che infine si traduce in un disperato bisogno di amore e di sicurezza, soprattutto per Simon.
Il racconto, anche se può sembrare patetico, quanto al contenuto, scorre fluidamente, lasciando attonito e sorpreso lo spettatore, che ha vissuto in piena empatia con Simon e in fondo anche con Louise, senza angoscia e senza lacrime, grazie alla durezza veristica e priva di compiacimenti dello stile della bravissima regista, al suo secondo film.
Aggiungo che questa pellicola ha conquistato l’Orso d’argento a Berlino e che la recitazione del piccolo attore, nella parte di Simon, è assolutamente eccezionale.

“…j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais…” Charles Baudelaire (L’ultimo tango a Parigi)


recensione del film:
L’ULTIMO TANGO A PARIGI

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:
Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti, Gitt Magrini, Catherine Allégret, Luce Marquand, Marie-Hélène Breillat, Catherine Breillat, Dan Diament, Mauro Marchetti, Peter Schommer, Catherine Sola, Veronica Lazar, Massimo Girotti, Jean-Pierre Léaud – 132 min. – Italia 1972

Questo articolo ha partecipato al Contest che quest’anno, a partire da venerdì 4 maggio, la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha organizzato, “su alcuni degli autori che sono stati o saranno parte integrante della sua storia.”
Ringrazio tutti quelli che mi hanno seguita in questa avventura.

Il film ha un incipit che richiama alla mia memoria una lirica di Baudelaire (À une passante): La rue assourdissante autour de moi hurlait… Paul (Marlon Brando) cammina lungo un viadotto che attraversa la Senna, scosso dal frastuono assordante della linea esterna del Metro: il suo volto è pietrificato dal dolore: la moglie Rosa si è inaspettamente uccisa. Sul suo stesso percorso incontra fugacemente (Un éclair… puis la nuit!) Jeanne (Marie Schneider), la bella giovinetta che si affretta a sorpassarlo, voltandosi, però, a guardarlo incuriosita dal suo gesticolare solitario. I due si incontreranno ancora, in modo altrettanto casuale e fugace, all’interno di un caffé: lei è lì per telefonare; si ritroveranno infine in quell’appartamento vuoto che entrambi vorrebbero affittare e che diventerà lo scenario della loro passione amorosa. Quello che sappiamo dei due emerge a poco a poco dall’intrecciarsi di più racconti che si inseriscono con sorprendente naturalezza nel film: Paul è un americano squattrinato, che, sposando Rosa e sistemandosi nell’infimo albergo di lei, ha risolto il problema del come vivere a Parigi, accettando, però, tacitamente che fra i clienti alloggi l’amante di lei. Jeanne è invece fidanzata con Tom, aspirante regista che ora ha un contratto con la televisione per girare un film che dovrebbe parlare di lei, della sua storia molto “normale”, all’interno di una famiglia di piccoli borghesi conservatori, in una casa di campagna, appena fuori Parigi, ancora piena dei ricordi della carriera militare del padre. Jeanne considera con ironia indulgente l’ipocrisia che ha tenuto insieme la vita della sua famiglia, e, pur ritenendo che una spruzzata di modernità potrebbe giovare ai moderni legami matrimoniali (la famiglia pop!), pensa di poterne riprodurre il modello (con tanto di adulterio, quale corollario) sposando Tom, del quale, pure, sa valutare lucidamente mediocrità e limiti: ritiene, infatti, di aver bisogno di lui per dare alla sua vita la rispettabile normalità di facciata cui aspira. L’esistenza di entrambi, dunque, si è svolta, fino a un certo punto, secondo un copione abbastanza risaputo, recitato senza entusiasmo, dando per scontato il sacrificio delle più profonde e naturali pulsioni sull’altare della “normalità”, come quel Marcello, che Bertolucci aveva disegnato nel film di due anni prima, Il conformista. La morte di Rosa, la coscienza dell’inevitabile invecchiare, l’incontro con Jeanne, ancora infantile nel volto espressivo, innocente e provocante nel vestitino sexy, ricoperto dal lungo cappotto, ora insinuano in Paul un’improvvisa voglia di voltare pagina, di vivere una storia d’amore vero, senza compromessi, un amore “assoluto”, cioè sciolto da ogni legame di spazio e di tempo, in quella sorta di Eden senza giardino che diventerà l’appartamento degli incontri con lei.

Là dove ingiallite coperte celano le tracce delle vite di chi era vissuto in quelle stanze, anch’essi celeranno nome e passato e qualsiasi altro elemento potenzialmente rivelatore della loro individuale identità, diventando pura energia, vitalità primigenia e innocente, diretta esclusivamente a ricercare nell’altro gioia e piacere, senza costrizioni o norme, come se, rifuggendo dal principio di realtà, il piacere allo stato puro potesse offrire agli amanti l’ ambito in cui si riesce ad abbandonare ogni tabù per realizzare il sogno della più totale libertà, quel non luogo, in cui ci si può rifugiare a costruire un presente di felicità pura senza memoria e senza progetti. Eppure, l’insoddisfazione è in agguato: la buffa ricerca di un linguaggio “naturale”, evocativo dei richiami degli animali innamorati, non colma il senso di vuota solitudine che li attanaglia dopo l’amore, fin dal loro primo incontro, ma indicata, addirittura, come leitmotiv del film dalle due tavole di Bacon che significativamente accompagnano i titoli di testa. L’amore è più complicato di quello immaginato dai due innamorati: non si accontenta della sola conoscenza carnale, né della complicità sessuale, vuole sapere tutto dell’altro, della sua storia dei suoi sogni dei suoi progetti, poiché tende a imbrigliarlo in una prospettiva temporale che ne condizioni il futuro. La realtà, cacciata fuori dal bow window parigino, non tarderà a presentarsi prepotentemente, facendo tragicamente fallire il tentativo di felicità senza storia di Paul e di Jeanne.

L’ultimo tango a Parigi nel 2012 compie quarant’anni. E’ stato uno dei più celebri film del nostro cinema, per motivi che, purtroppo, hanno avuto poco a che vedere con la sua straordinaria e complessa bellezza: le vicende giudiziarie che ne hanno determinato il sequestro, nonché la condanna definitiva al rogo (!), coll’ eccezione di una sola copia, lo hanno circondato di un’aura morbosa, che non ha reso giustizia alla sua qualità artistica e all’impegno profuso da quanti ci hanno lavorato con cultura e intelligenza: il suo regista in primo luogo, che ha duramente pagato la propria libertà creativa con la privazione, per ben cinque anni, dei diritti politici, oltre che con l’ostracismo culturale. Bertolucci ha splendidamente diretto uno staff di grandi collaboratori, decisivi per la riuscita dell’opera, dallo sceneggiatore, al fotografo, al musicista, agli attori, magnifici interpreti che hanno dato vita a personaggi indimenticabili.

Bobby Sands (Hunger)


recensione del film:
HUNGER

Regia:
Steve McQueen

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Liam Cunningham, Stuart Graham, Brian Milligan, Liam McMahon.
- 96 min. – Gran Bretagna, Irlanda 2008.

Questo è il primo film di Steve McQueen, il regista londinese, precedentemente video-artista, che ha diretto Shame, notevole successo degli ultimi mesi, grazie al quale, probabilmente, questa interessante opera d’esordio cinematografico ora ha visto la luce anche da noi, quando il resto del mondo aveva potuto vederla già quattro anni fa. Meglio tardi che mai? Forse, ma, data la scadente programmazione delle nostre sale, personalmente preferirei una meno pessimistica considerazione dell’intelligenza del pubblico da parte della distribuzione nostrana. Certo, questo lavoro non ha le caratteristiche consolatorie e facilone che tanto piacciono a molti nostri connazionali: è, al contrario, un durissimo film di denuncia e di riflessione storica che ricostruisce le circostanze della morte per fame dell’uomo simbolo della lotta per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito, Bobby Sands (1954 – 1981). Scrittore e poeta, dal carcere di Long Kesh, Bobby divenne anche un ascoltatissimo opinionista, e accettò la pesante responsabilità politica di dirigere il movimento repubblicano, portando fino in fondo lo sciopero della fame intrapreso per attirare, attraverso il sacrificio personale di sé e di alcuni altri militanti incarcerati, l’attenzione del mondo sulla dolorosa questione irlandese e sul trattamento bestiale cui i detenuti politici furono sottoposti dal governo inglese di Margareth Thatcher.
McQueen si ispira alle memorie di Bobby, abilmente fatte uscire dal carcere, che subito dopo la morte del loro autore divennero un libro fra i più venduti in Irlanda: Un giorno della mia vita. Nella prima parte il film narra la vita nel Maze, il braccio-labirinto in cui i detenuti politici vissero lo sciopero cosiddetto delle coperte, e quello detto “durty strike”, il rifiuto di accedere ai bagni della prigione per evitare i brutali pestaggi delle guardie. Segue l’incontro fra Bobby Sand e un prete cattolico, inviato dalla Chiesa irlandese per dissuadere il detenuto dall’intraprendere lo sciopero suicida della fame. Il drammatico colloquio, molto essenziale, contrappone due diverse concezioni della lotta politica, più realistica quella del prete, ispirata alle convinzioni e alla prassi della Chiesa istituzionale; più idealistica e rigida quella dell’attivista dell’Ira, dottrinaria e quasi fanatica nel sostenere le ragioni di una lotta così estrema. L’ultima parte ci parla dei terribili ultimi giorni di Bobby, della sua straziante agonia e della sua morte per inedia, rappresentati attraverso una cupa e bellissima fotografia di espressionistica drammaticità. Il bravissimo Michael Fassbender, recita con grande efficacia la parte di Bobby Sand, rivelandosi, già in questo primo film, l’attore ideale di questo regista di grande talento.

se il Cile è vicino (Diaz – Non pulire questo sangue)


recensione del film:
DIAZ – NON PULIRE QUESTO SANGUE

Regia:
Daniele Vicari

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou,
Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Birladeanu, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin Prandi, Michaela Bara, Sarah Barecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blümel, Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico – 120 min. – Italia 2012.

Quando, nel luglio del 2001, si svolsero a Genova i lavori del G8, si videro, nel giro di due giorni, fatti che nessun democratico avrebbe voluto vedere: un manifestante venne ucciso in piazza Alimonda; alcune zone della città vennero messe a ferro e fuoco da individui mascherati, i cosiddetti Black Block, che nessuno si sognò di contrastare e fermare o anche solo di cercar di individuare, lasciando perciò spazio a maliziosi sospetti e illazioni; un uomo politico, che ha fatto carriera (e, si spera, autocritica), si insediò nelle stanze della questura di Genova, dando disposizioni, a insaputa del ministro dell’Interno che era Scajola (ma allora è un vizio!) per mantenere, si fa per dire, l’ordine pubblico, attraverso un’operazione volta a trovare le armi nei locali della scuola Diaz. Qui erano stati ospitati per dormire molti giovani e pacifici manifestanti, che non erano riusciti a partire col treno, come avrebbero voluto, perché il convoglio non venne fatto partire. Insieme a loro si erano fermati per la stessa ragione un giornalista bolognese che aveva voluto lasciare la sua scrivania, in redazione, per vedere di persona quello che stava accadendo; un vecchio sindacalista che, finita la manifestazione, aveva rimandato il viaggio di ritorno per portare fiori a Staglieno sulla tomba della figlia; un manager industriale che non aveva trovato posto negli alberghi, ai quali un ordine della Questura aveva vietato di accogliere nuovi avventori. La scuola si rivelò una vera e propria trappola: gli ospiti divennero il capro espiatorio, le vittime incolpevoli dei giorni di tensione vissuti coi nervi a fior di pelle dalle forze dell’ordine, cui sarebbe bastato molto meno che un invito abbastanza esplicito a scovare i terroristi e le loro armi, che si erano rifugiati, così venne loro detto, in quel “manufatto”, cioè in quella scuola, rinominata in burocratese in questo modo.
Il film ci racconta le premesse e le orrende conseguenze dell’assalto violento alla scuola Diaz (e anche degli abusi avvenuti parallelamente nella caserma di Bolzaneto), con occhio obiettivo, visto che la ricostruzione dei fatti avviene attraverso i resoconti degli atti processuali e anche riproponendo le stesse immagini interpretate in modo diverso. Contro i giovani impauriti, che non reagirono e non tentarono neppure di difendersi, fu messa in atto una violenza inaudita; eppure erano giovani ai quali, al massimo, si potrebbe rimproverare l’eccesso di ingenuità fiduciosa e generosa con cui organizzarono la loro partecipazione; ma certo la loro età e la loro inesperienza mai potrebbero diventare una colpa. Altri erano, al contrario, quelli che avrebbero dovuto vigilare, per garantire la serenità di chi voleva manifestare: questo è il compito della polizia in un paese democratico, a meno che qualcuno avesse sperato di liquidare il dissenso attraverso un’operazione “cilena”. Questo dubbio emerge più di una volta, in chi vede il film e pare confermato, purtroppo, dall’agghiacciante finale senza immagini, in cui scorrono davanti ai nostri occhi gli esiti processuali di tanta violenza e di tanto orrore: quasi nessuna condanna e quelle poche a pene lievi; nessun poliziotto allontanato dal delicato compito, prossima prescrizione per tutti i reati e i rei finora non perseguiti.
Fra i meriti del film vorrei sottolineare anche quello di mettere in rilievo il linguaggio burocratico ed eufemistico con cui, durante i vertici in Questura gli alti dirigenti impartivano ordini che, perciò, risultavano capolavori di ipocrisia, simile a quella di Berlusconi, che concluso il summit del G8, in conferenza stampa avallò la versione ufficiale della polizia, sciorinando i successi delle forze di polizia contro i terroristi, prontamente disarmati e arrestati!
Un film italiano coraggioso, in cui finalmente si racconta il nostro paese e un pezzo della sua storia più recente in modo pulito, duro e asciutto.

fermare il tempo (I colori della passione)


recensione del film:
I COLORI DELLA PASSIONE

Titolo originale:
The Mill and the Cross

Regia:
Lech Majewski

Principali interpreti:
Rutger Hauer, Michael York, Charlotte Rampling, Joanna Litwin, Oskar Huliczka – 97′ – Svezia, Polonia, 2011.

Il regista polacco Lech Majewski ricrea in questo splendido film l’ambiente in cui nacque il celebre dipinto di Pieter Bruegel il vecchio, intitolato Salita al Calvario (1564), il quale, mentre rappresenta le torture e le violenze inflitte a Cristo dai suoi carnefici, allude metaforicamente alla condizione della sua terra di Fiandra, i cui abitanti, ribellandosi all’occupazione spagnola e al tentativo di imporre il cattolicesimo con la forza, vennero violentemente sottoposti a feroci massacri*. Majewski ci introduce dapprima nella vita quotidiana di un villaggio delle Fiandre alla fine del XVI secolo mettendoci davanti agli occhi le occupazioni degli uomini che ci vivono, le frequenti maternità delle donne, i giochi dispettosi dei bambini, le stanze buie anche in pieno giorno in cui le famiglie convivono promiscuamente con gli animali domestici. La bellissima e nettissima fotografia, che accompagna la ricostruzione storica scrupolosa e attenta, mette in luce molto spesso la perfezione dell’ingranaggio del mulino, che sorge in posizione dominante su tutto il villaggio.
Questo mulino scandisce il tempo; il mugnaio che ne mette in moto il meccanismo, e che lo può fermare a suo piacimento, assume nel corso del film un significato simbolico sempre più chiaro: è Dio che determina, secondo i suoi disegni, le vicende umane, come intuisce lo stesso Bruegel, che non a caso lo colloca in cima a un’altissima roccia, sulla sinistra del dipinto, a dominare la scena di orrore e di dolore che si svolge sotto i suoi occhi, ma lontano da essa. In primo piano, invece, una selva di uomini e donne, oppressi e oppressori, in coerenza con la visione che l’artista aveva della pittura e che costituisce, secondo Majewski, una peculiarità della pittura bruegeliana: far sì che l’occhio del fruitore dell’arte colga soprattutto, a una prima lettura, i particolari che lo coinvolgono di più, anche se sono i meno importanti, perché sono parte del vivere quotidiano. Si snoda, allora, davanti ai nostri occhi il processo di ideazione e di realizzazione del quadro, nel quale l’artista, come Dio, è riuscito a fermare il tempo, per mostrarci i particolari di quel vero calvario che ha contrassegnato un periodo molto buio della storia delle Fiandre e dell’Europa.

Pieter Bruegel d. Ä. 007
Salita al Calvario di Pieter Bruegel

*Credo sia utile ricordare che le Fiandre, dalla fine del 1482 patrimonio ereditario degli imperatori asburgici, erano diventate nel 1556, dopo l’abdicazione di Carlo V, parte integrante del Regno di Spagna, da poco diviso dal resto dell’Impero. Questa ricca e prospera regione imperiale, perciò, si trovò ad essere governata da uno dei più retrivi e bigotti sovrani Europei, Filippo II, che cercò di stroncare, con una selvaggia repressione, le scelte religiose riformatrici filo-protestanti della popolazione.