Napoli, l’Italia (Le cose belle)


Schermata 07-2456853 alle 15.17.43recensione del film:

LE COSE BELLE
Documentario

Regia:

Agostino Ferrente, Giovanni Piperno

- 88 min. – Italia 2013.

Agostino Ferrente e Giovanni Piperno sono due documentaristi italiani che hanno al loro attivo alcune opere condotte singolarmente: L’orchestra di piazza Vittorio (Ferrente); Il pezzo mancante (Piperno). Hanno diretto insieme, invece, per conto di RAITRE, a Napoli nell’anno 2000, Intervista a mia madre, di cui questo bel documentario costituisce in qualche misura il seguito.
Quando i due registi avevano costruito quel loro primo lavoro, si erano serviti delle storie di quattro ragazzi giovanissimi: Fabio, Enzo, Adele e Silvana, abitanti delle periferie partenopee, pieni di sogni e di speranze per il futuro. Non poteva che essere così: erano tutti molto giovani; avevano tutta la vita da vivere e abitavano in una città, che, per quanto fosse degradata, era in piena fioritura di restauri e di opere. Napoli era, infatti, quella del sindaco Bassolino e stava attraversando il magico momento del “rinascimento napoletano”, ciò che alimentava grande fiducia nel domani e nelle prospettive che sembravano dischiudere, finalmente, anche per questa città e per i suoi abitanti, orizzonti europei. La realtà partenopea non era ancora quella della spazzatura nelle strade, né quella dei fuochi, della diossina che avrebbe inquinato l’aria, dei veleni che sarebbero penetrati nell’acqua e nella terra; né l’illegalità, pur endemicamente presente da sempre, aveva assunto le proporzioni devastanti che oggi conosciamo.
Ferrente e Piperno, tornando dopo più di dieci anni a Napoli e riprendendo i loro contatti di allora, cercano di capire com’è andata per i quattro giovanissimi di un tempo, che nel frattempo sono cresciuti e diventati adulti.
Le cose belle, augurate dai due registi ai ragazzi al momento del commiato, ma anche vagheggiate e apparentemente sul punto di realizzarsi, si stanno ora amaramente confrontando con la situazione dell’oggi, con la fine delle illusioni e con l’accentuarsi della marginalità che per i protagonisti non è ancora diventata così disperata come si potrebbe temere, ma è comunque dolorosissima ed è accompagnata dal timore che diventi una malattia cronica.

Il film, che è altamente consigliabile, è uscito nelle nostre sale solo ora, anche se è stato concluso un anno fa: sembra quasi clandestinamente condannato, come i suoi protagonisti, all’irrilevanza. Se potete, però, andate a vederlo, perché, in fondo, quella infelice città e quei giovani sventurati cercano di sopravvivere come accade a molti loro coetanei anche nel resto d’Italia: speriamo che se la cavino!

un maialino per la pace (Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente)


Schermata 2014-06-24 a 21.44.38recensione del film:
UN INSOLITO NAUFRAGO NELL’INQUIETO MARE D’ORIENTE

Titolo originale:
Le cochon de Gaza

Regia:
Sylvain Estibal

Principali interpreti:
Sasson Gabay, Baya Belal, Myriam Tekaïa, Gassan Abbas, Khalifa Natour,
Lotfi Abdelli, Ulrich Tukur – 98 min. – Francia, Germania, Belgio 2011.

Un grazioso film sui problemi mediorientali, dal titolo Le cochon de Gaza, diventa, per qualche strana pensata made in Italy “Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente”. Quando si dice creatività!

In realtà, le cochon, cioè il porcellino in questione, non è un insolito naufrago, ma è l’oggetto di un’insolita pescata del povero Jafaar, lo sfortunato palestinese che ormai è costretto non solo a vivere in un limitatissimo spazio nella striscia di Gaza, addirittura lungo il muro di separazione dallo stato di Israele, ma anche a  trascinare le sue reti in un angusto tratto di mare, dove scarpe, ciabatte spaiate e vecchi oggetti inservibili  sembrano essere più abbondanti dei pesci. Certo, di maialini, finora, non se ne erano visti mai, anche per la maledizione divina che secondo le due religioni rivelate, ebraismo e islam, colpisce le impure carni di questi impuri animali, che, anche se non hanno mai fatto male a nessuno, sono banditi dalle terre consacrate ad Allah, così come da quelle consacrate al dio di Israele. Da dove provenisse allora il maialino finito nelle reti di  Jafaar nessuno era riuscito a capire; certo per Jafaar l’arrivo inaspettato era quasi il segno, l’ennesimo, di una inspiegabile punizione divina nei suoi confronti.

Eppure… da notizie raccolte qua e là, nel tentativo di sbarazzarsi dell’importuno e temibile animale, Jafaar aveva appreso che un gruppo di ebrei russi, laicamente incurante di tabù e divieti, aveva fatto di un allevamento suino, un prospero business legato all’esportazione dei prodotti delle carni lavorate. Tale attività, che era tollerata all’interno della comunità ebraica (veniva apprezzato molto il fiuto grazie al quale questi animali sono eccezionali nel segnalare gli esplosivi), ora sembrava in procinto di andare a rotoli per l’inaspettata morte del robustissimo maschio il cui sperma era stato fondamentale per riprodurre i suini dell’allevamento in questione. Non mi dilungherò a narrare i grotteschi sviluppi della vicenda, che sono insieme divertenti e tragici: il maialino è costretto a portare dei calzerotti a righe, per muoversi senza contaminare il terreno sotto le sue zampe e a essere camuffato da pecora per evitare scandali, aggressioni e panico  durante gli spostamenti lungo la striscia di Gaza. L’alleanza segreta fra l’allevatrice russa e lo sfortunato Jaffaar produrrà però molti frutti positivi e soprattutto riuscirà ad alleviare la miseria di lui e della moglie Fatima, a dimostrazione che i pregiudizi nati dalla irrazionale valutazione della realtà possono essere superati con molto profitto, tenendo lontana la violenza, del tutto inutile per riportare la giustizia fra gli uomini. D’altra parte, i bisogni umani sono di solito molto più semplici di quanto si creda e accomunano anche le persone apparentemente più lontane: lo aveva già capito Fatima, costretta a convivere, durante la giornata, con i soldati israeliani di guardia che le avevano requisito una parte della casa e che ora seguivano con lei, nel povero calore di ciò che restava di quell’abitazione, i programmi televisivi, raccontandole, intanto, della famiglia lontana, delle loro angosce umanissime, delle loro aspirazioni alla pace. Una bella favola, quasi un apologo pacifista, magari un po’ ingenuo, ma molto utile a riflettere, e interessante grazie anche all’umorismo sorridente delle trovate e alle svolte inattese che costellano lo svolgimento del racconto. Il film, che è del 2011 e che vediamo, come al solito, con ritardo sui nostri schermi, è stato insignito nel 2012 del premio César per la migliore opera prima, ed è, a mio avviso, gradevole da vedere, molto ben diretto e recitato benissimo.

fenomenologia dell’amore (La gelosia)


Schermata 06-2456838 alle 15.10.35recensione del film:
LA GELOSIA

Titolo originale:
La jalousie

Regia:
Philippe Garrel

Principali interpreti:
Louis Garrel, Anna Mouglalis, Rebecca Convenant, Olga Milshtein, Esther Garrel
- 77 min. – Francia 2013.

La gelosia, presentato a Venezia nel settembre 2013, nonostante la buona accoglienza internazionale, è arrivato nelle nostre sale con molto ritardo, dovuto, a mio avviso, al problema di distribuire un film di non facile interpretazione. Il film è abbastanza insolito, infatti, sia per la brevità (77 minuti), sia per l’assenza del colore che gli conferisce di per sé l’aura del film d’autore, sia per la complessità del contenuto, percepibile dallo spettatore attento che non si lasci fuorviare dall’esilità della storia raccontata. Il regista narra una vicenda abbastanza comune: Louis lascia Clothilde, che gli ha dato la piccola figlia Charlotte, perché si è innamorato di Claude in modo “definitivo”, cioè con una tale profondità da non ammettere ulteriori possibilità di innamorarsi. I due vanno a vivere insieme, ma il loro rapporto non funziona, forse compromesso dalle condizioni di povertà a cui la crisi economica li condanna. Louis (Louis Garrel) e Claude (Anna Mougalis) sono entrambi attori teatrali, ma non riescono a realizzarsi nel lavoro: lui si accontenta di piccoli contratti a tempo, assai poco pagati; lei non ottiene neppure quelli: dovrebbe rinunciare al teatro e percorrere altre strade, ma preferisce, infine, gli agi che un affermato architetto è disposto a offrirle: una bella casa, una posizione sociale più accettabile.
Questa svolta della loro storia porta alla disperazione Louis, che tenta il suicidio.

Come si vede, si tratta di una storia triste e non molto originale. Originale è, invece, il modo del racconto, che, pur nella sua brevità, analizza la complessità della fenomenologia amorosa, collegandola a quell’esigenza di possesso totale dell’essere amato, espressa con lucidità da Louis, ma presente in ogni forma di rapporto amoroso: la gelosia non riguarda, infatti, solo i due amanti, ma coinvolge circolarmente tutti i personaggi del film. Clothilde, che ha imparato da tempo a sacrificare le proprie aspirazioni per tenere insieme la famiglia,  svolgendo un lavoro che non le piace, ora che Louis se n’è andato, è gelosa del rapporto di complicità un po’ speciale che la piccola Charlotte riesce a stabilire con Claude, dal quale capisce di essere esclusa (la scena del ritorno a casa di Charlotte col berrettino di Claude è davvero struggente e ci dice molto del suo dolore silenzioso e della sua estraneità inevitabile rispetto a una parte della vita della sua bambina); a sua volta la piccola è gelosa del suo papà, che ama profondamente, ma che comprende esserle lontano, legato probabilmente, oltre che a Claude, anche a un passato familiare troppo lontano nel tempo da lei (l’evocata apparizione del vecchio padre di Louis sembra creare un gioco di specchi col presente: la gelosia del piccolo Louis, allora, era della stessa natura di quella di Charlotte, oggi). Amore e gelosia sembrano sempre e comunque inseparabili, dunque, che si tratti di amore tra amanti, o tra parenti, il che è cagione di tormento e di infelicità. Il film ci dice, infatti, che una parte di noi non può che appartenere solo a noi stessi, sottraendosi a qualsiasi desiderio di possesso assoluto dell’altro, a qualsiasi indagine sul passato e sui recessi più nascosti del cuore: l’amore necessario e definitivo, sognato da Louis, nel suo bisogno di rassicuranti certezze, non può esistere e ha quasi il carattere di una malattia.
In conclusione, l’atteggiamento distaccato di Claude, capace di amare solo in un presente che continuamente si possa riproporre come scelta, senza fantasticare sulla sua eternità nel futuro, pare essere paradossalmente il più utile alla durata del rapporto amoroso. Un piccolo film, ma quasi un teorema.

la storia dei Four Season (Jersey Boys)


Schermata 2014-06-27 a 21.16.36recensione del film:
JERSEY BOYS

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
John Lloyd Young, Erich Bergen, Michael Lomenda, Vincent Piazza, Christopher Walken,Freya Tingley.
– 134 min. – USA 2014.

A Newark, nel New Jersey, non si erano sistemati solo gli emigrati ebrei dell’Europa orientale dei romanzi Di Philip Roth: lì erano approdati anche molti italiani delle regioni del sud, che avevano portato con sé le proprie tradizioni e abitudini. Molti si erano messi a lavorare: non erano diventati ricchi, ma puntavano alla promozione sociale dei propri figli. Alcuni altri, invece, si erano arricchiti in modo spesso illecito: erano mafiosi, malavitosi al loro servizio, o rivali nelle lotte per il controllo del territorio. Il loro capo, temuto e riconosciuto, era Angelo Decarlo, detto Gyp; intorno a lui ruotavano piccoli e grandi malfattori. Nelle strade del quartiere italo-americano crescevano insieme, incontrandosi e organizzando le loro avventure, i figli delle famiglie oneste e anche gli altri, che negli anni ’50 erano adolescenti o poco più, legati dall’amicizia solidale, talvolta omertosa, che derivava soprattutto dall’appartenenza allo stesso quartiere, ma anche dalla condivisione di alcuni valori tradizionali, nonché dei pericoli cui si esponevano durante le poco commendevoli aggressioni o i furti (non sempre piccoli) di cui si rendevano protagonisti. Il rischio per tutti era di finire in galera; qualcuno di loro, infatti, ci era finito; qualcun altro, invece, cercava di immaginare un futuro diverso: un’affermazione di sé, grazie alle proprie personali capacità avrebbe, in effetti, cambiato molte cose e garantito un futuro pulito e dignitoso. Uno dei più giovani di loro, figlio di piccolissimi borghesi, era Frankie Valli, dotato di una voce bella e singolare, tanto da aver colpito e commosso persino Gyp, interpretando una canzone che gli aveva ricordato la madre. Da allora Frankie era diventato un protetto di Gyp, che aveva anche sborsato del denaro, investendo su quella voce. Grazie a lui, Frankie era riuscito a mettere in piedi, con i suoi amici Tommy, Bob e Nick il complesso musicale che col nome di Four Season avrebbe mietuto grandi successi, rinverditi ai nostri giorni da ben otto anni di repliche nel musical in scena a Broadway, nonché dalle numerose tournée che hanno fatto il giro del pianeta.
Clint Eastwod, notoriamente musicofilo e musicista a sua volta, attento a tutto ciò che ha concorso in modo determinante a formare la cultura americana, radicandone le tradizioni, si era interessato alla storia di quel gruppo, che gli era parso quasi emblematico di come, con la forza della volontà e con molti personali sacrifici, si possano raggiungere traguardi apparentemente impossibili. Grazie al racconto dello stesso Frankie (che è anche produttore esecutivo di questo film), che gli ha narrato le traversie, gli ostacoli e gli scontri interni al gruppo stesso, il regista ha diretto questa bella pellicola, film musicale che si chiude addirittura con la conclusione dello spettacolo di Broadway, ma anche ricostruzione di un pezzo di storia degli Stati Uniti, che hanno nel “melting pot” e nella cultura multietnica che ne è derivata le proprie irrinunciabili radici. Va da sé che la rievocazione degli anni ’50 risulti del tutto degna della grandezza del regista e della sua raffinata accuratezza, resa da una bellissima fotografia leggermente sbiadita, nell’insieme classica e perfetta, come tutti i lavori di Clint, che ha ottantaquattro anni portati molto bene!

Fra i bravissimi attori che hanno fatto lo spettacolo, ricordo soprattutto John Lloyd Young (Frankie, anche nello spettacolo di Broadway), Erich Bergen (Bob), Michael Lomenda (Nick), Vincent Piazza (Tommy), Christopher Walken (Gyp Decarlo), Freya Tingley (la moglie di Frankie). Gradevolissimo spettacolo che ci fa trascorrere più di due ore, senza mai annoiare.

arte e verità (Synecdoche, New York)


Schermata 06-2456829 alle 00.18.33recensione del film:
SYNECDOCHE, NEW YORK

Regia:
Charlie Kaufman

Principali interpreti:
Philip Seymour Hoffman, Samantha Morton, Michelle Williams, Catherine Keener, Emily Watson. – 124 minuti – USA 2008

Mi pare quasi obbligatorio premettere alcune osservazioni:
- la più dolorosa – E’ difficile sottrarsi all’impressione che se quell’immenso attore che è stato Philip Seymour Hoffmann non fosse morto, nel modo tragico che sappiamo, questo film, in Italia non sarebbe probabilmente mai arrivato (si tratta, infatti di un film del 2008, selezionato per il Festival di Cannes di quell’anno e successivamente presentato ad altre prestigiose manifestazioni internazionali. Qui se ne era persa ogni traccia!). Mi astengo, per rispetto a lui, da qualunque altro commento in merito;
- il titolo – Il curioso titolo fa riferimento alla sineddoche, ampiamente presente in letteratura e anche nel linguaggio parlato, cioè alla figura retorica o, per meglio dire, al “procedimento linguistico espressivo.. che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità intesa come maggiore o minore estensione, usando per es. il nome della parte per quello del tutto o viceversa (prora o vela per nave; vitello per pelle di vitello), il nome del genere per quello della specie o viceversa (mortali per uomini; felino per gatto), o anche un termine al singolare invece che al plurale o viceversa…” (traggo la citazione dal vocabolario Treccani);
- il luogo – Il film non è stato girato a New York, ma a Schenectady, una piccola città dello stato di Newyork, il cui nome, derivato dalla lingua mohawk (un linguaggio irochese), significa luogo al di là dei pini, che nella pronuncia inglese ricorda la pronuncia inglese di”sineddoche”. (Schenectady è anche il titolo di un altro film, che in italiano è diventato Come un tuono ).

Nel film è raccontata la storia di un regista teatrale, Caden Cotard, che dopo aver ottenuto un importante riconoscimento per il suo lavoro, ha in mente di allestire il suo prossimo spettacolo rappresentando se stesso e l’evolvere della sua vita infelice. Sta attraversando, infatti, un momento assai critico della propria esistenza: la moglie, pittrice, si è allontanata alla volta di Berlino, portando con sé l’amata figlioletta e provocandogli una sofferenza dolorosissima senza conforto possibile, il che gli preclude, di fatto, sereni e appaganti rapporti con altre donne, che pure non gli mancherebbero. Caden è poi da tempo molto preoccupato per se stesso e per le proprie condizioni di salute: vede con orrore che a poco a poco il suo corpo si deteriora, si sente malato ed è continuamente ossessionato dalla convinzione della propria morte imminente, né riceve le rassicurazioni che vorrebbe sentire dai medici che lo hanno in cura.
Nella sua decisione di diventare il principale personaggio del suo nuovo spettacolo è presente anche la speranza di ottenere, attraverso l’arte (il teatro), quelle risposte e quella verità che né la scienza né la vita riescono a fornirgli. L’idea che lo muove pone, però, alcuni problemi di difficilissima soluzione, intanto perché l’arte – verità richiede il continuo mutare degli interpreti che, dovendo rispecchiare fedelmente la vita del personaggio, ne devono seguire sia i mutamenti nel tempo sia l’estendersi delle relazioni interpersonali; e anche perché l’unica e definitiva risposta possibile non potrà che arrivare con la fine dello spettacolo e perciò con la morte del personaggio – autore, nel quale viene perciò in modo sineddotico rappresentata la verità della vita di tutti.
Tutto il film è, a mio avviso, una profonda riflessione sul non senso della vita e perciò sulla morte, incubo presente lungo tutte le due ore della pellicola, e concluso con l’agghiacciante e poetica scena finale della città di Schenectady priva di vita, come quei corpi che dappertutto giacciono sulle strade che furono, un tempo, lo scenario della loro esistenza. Presente anche, lungo tutto il film, il tema dell’arte, del suo significato e dei modi possibili della rappresentazione del reale, con ampie citazioni da Beckett, a Pirandello a Pinter e a molti altri autori del teatro contemporaneo. Una rappresentazione tutt’altro che semplice, recitata con grande intelligenza e grande cuore da Philip Seymor Hoffmann (Caden), sulla cui eccezionale e versatile bravura si regge quasi per intero un film alquanto arduo, che pur parlando più alla ragione che ai sentimenti dello spettatore, non manca di momenti capaci di suscitare emozioni profonde.

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Una coppia matura (Le week-End)


Schermata 06-2456826 alle 22.30.19recensione del film:
LE WEEK-END

Regia:
Roger Michell

Principali interpreti:
Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum, Olly Alexander, Judith Davis, Xavier De Guillebon, Denis Sebbah, Marie-France Alvarez, Brice Beaugier, Sébastien Siroux, Lee Breton Michelsen, Charlotte Léo – 93 minuti – USA, 2013

Forse non è stata davvero brillante, stando agli sviluppi del film, l’idea di tornare a Parigi per rinverdire l’amore un po’ stanco di una matura coppia di insegnanti inglesi, che, dopo trent’anni di matrimonio, vorrebbero ritrovare un po’ della magia di un tempo nei luoghi della loro luna di miele. Come loro, anche i luoghi sono cambiati, a cominciare dal piccolo albergo romantico che allora li aveva accolti, ora irriconoscibile e involgarito. Da quest’albergo decaduto prende le mosse la stizzita e dura reazione di lei, Meg (Linsay Duncan) che non solo non intende affatto soggiornare lì, neppure solo per un weekend, ma sente al contrario crescere dentro di sé l’irritazione nei confronti di Nick (Jim Broadbent), marito inadeguato, che ha organizzato al ribasso questo loro viaggio speciale di anniversario, essendo ormai incapace di far rivivere in sé l’uomo di un tempo, pieno di ideali e di voglia di vivere. Cambiare albergo, allora, frequentare costosi locali sarà finalmente l’avvio di una vita rinnovata da cui la coppia potrebbe trarre nuova linfa vitale? Oppure sarà l’incontro casuale con l’amico di un tempo, Morgan (Jeff Goldblum), già compagno di studi di Nick a Cambridge, l’invito a una festa a casa sua, l’acquisto degli abiti adatti all’occasione a permettere di ricucire un rapporto forse irreparabilmente strappato? O forse il loro rapporto non è così logoro, come soprattutto Meg sembra credere? Nei trent’anni di convivenza si erano alternati, ad alcuni momenti felici, la routine più grigia, le delusioni professionali, il rinnovarsi delle preoccupazioni per i figli ormai adulti, i silenzi di uno scontento non facilmente spiegabile né perciò facilmente comunicabile: di tutto questo ora sta prendendo dolorosamente coscienza Meg, diventando aggressiva e crudele con lui, il quale, invece, nei momenti di inevitabile delusione che la vita gli aveva riservato (come riserva a tutti), non aveva mai cessato di amarla incondizionatamente, facendone il riferimento costante di ogni sua scelta e di ogni sua decisione.

Il film, complessivamente interessante, descrive in modo convincente la crisi dei rapporti di coppia, logorati dalla lunga convivenza, alternando i toni dolorosi, che non diventano mai drammatici, a quelli della commedia , a cui si riconducono, infine, le contraddizioni dei due personaggi. Questo secondo aspetto, il meno riuscito, secondo me, permette di immaginare forse un lieto fine alquanto tradizionale. E’ difficile credere, però, che i due tornino ad amarsi come prima e più di prima; più probabile che l’esperienza, in fondo amara, della loro avventura parigina, li aiuti ad accettarsi per quello che sono diventati ora, anziani e bisognosi di reciproca solidarietà. La buona sceneggiatura del pakistano Hanif Kureishi si accompagna alla regia di Roger Michell, che già aveva firmato Notting Hill, l’amabile pellicola del 1999 che forse più di qualcuno ricorda.
Ottima l’interpretazione degli attori.

Pulp Fiction ha vent’anni


Schermata 04-2456756 alle 23.46.52recensione del film
PULP FICTION

Regia:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Phil LaMarr, Maria de Medeiros, Peter Greene, Frank Whaley, Alexis Arquette, Paul Calderon, Christopher Walken, Quentin Tarantino, Duane Whitaker, Burr Steers, Bronagh Gallagher, Susan Griffiths, Steve Buscemi, Angela Jones, Brenda Hillhouse – 150 min. USA 1994

Sono passati vent’anni da quando Tarantino ha girato questo film: molte sale lo stanno riproponendo in questi giorni in Italia. Io l’ho rivisto sul mio DVD e ora, con questa modestissima recensione, contribuisco come posso alla sua interpretazione.

Il film inizia, nei pressi di Los Angeles, con una scena di vita quotidiana alquanto banale: due innamorati, Zucchino e Coniglietta (Tim Roth e Amanda Plummer) discutono animatamente, mentre fanno colazione in un motel. Si tratta, in realtà, di una coppia di balordi, piccoli malavitosi con esperienze di furti e rapine che, per ottenere il massimo guadagno con il minimo rischio, decidono di improvvisare una rapina anche lì dove si trovano, contando sulla sorpresa e sulla paura degli altri avventori. La scena a questo punto si interrompe, ma se ne apre un’altra: su un’automobile stanno viaggiando Vincent Vega (John Travolta), da poco tornato dall’Europa, e Jules Winnfield, (Samuel L. Jackson). Entrambi sono di ottimo umore e si stanno molto divertendo: Vincent parla con sghignazzante sufficienza delle bizzarre abitudini degli europei in fatto di cibi, di bevande alcoliche e di comportamento, mentre il suo compagno di viaggio lo ascolta con incredulità ironica e curiosa. Si tratta, in verità, di due killer al servizio di Marsellus (Ving Rhames), gangster potentissimo, per incarico del quale si accingono a uccidere un po’ di persone, allo scopo di impadronirsi di una valigetta dal contenuto misterioso. Nuovo cambio di scena: Vincent, un po’ riluttante, porta a ballare Mia (Uma Thurman), la giovane donna di Marsellus che, dovendo assentarsi per qualche giorno, lo ha pregato (si fida pienamente di lui) di farla un po’ divertire. Un twist ballato con impareggiabile e fantasiosa abilità fa guadagnare alla coppia l’ambitissimo trofeo in palio, ma il rientro a casa di lei viene sinistramente turbato da un incidente gravissimo, che manda all’aria i “buoni”propositi di lui.

Ora, la scena cambia di nuovo: è la volta di Butch (Bruce Willis), pugile corrotto: Marsellus se lo era comprato per fargli perdere l’incontro alla seconda ripresa. Il regista, però, ce lo mostra bambino, evocando in una scena di irresistibile comicità grottesca il momento in cui gli era stato consegnato da un commilitone del padre (Christopher Walken) l’orologio di famiglia, che, passando di generazione in generazione, aveva scandito il valore militare degli avi, eroi della prima (il bisnonno) e della seconda guerra mondiale (il nonno). Custodito con cura (sebbene in un luogo quanto mai … improprio) dal padre, durante la guerra del Vietnam, nella quale aveva trovato la morte, l’orologio era ora finalmente nelle mani del piccolo Butch, che anche da adulto non se ne sarebbe mai (o quasi mai) separato.
L’esito dell’incontro truccato, però, non era stato quello previsto e concordato con Marcellus, perché Butch, con un pugno violentissimo, aveva ucciso l’avversario, quasi senza volere, ciò che ora avrebbe davvero messo a rischio la sua vita.
Tutto il film ruota, principalmente, intorno a questi gruppi di personaggi: l’incrociarsi casuale dei loro percorsi deciderà del destino di ciascuno, indipendentemente dalle attese e dai progetti, sempre azzerati dall’imprevedibilità bizzarra del caso, non dominabile dalla forza della volontà. Le armi che sparano da sole o i pugni che colpiscono uccidendo, senza che ci sia intenzione di farlo, sottolineano l’irrilevanza tragicomica degli sforzi che ciascuno dei protagonisti mette in atto per indirizzare la propria esistenza secondo le personali aspirazioni, i gusti, i valori, le capacità. Si tratta, a mio giudizio, di una una delle più corrosive e taglienti negazioni dell’ideologia egemone negli Stati Uniti, quella del self-made man, di cui vengono colti ironicamente gli aspetti più contraddittori. Se Tarantino, però, si limitasse a questo, si muoverebbe (in ogni caso molto bene, con briosa e divertente lucidità) su sentieri già battuti da altri grandi registi americani, almeno a partire dagli anni ’80: i Coen, Scorsese, per alcuni aspetti Altman. Con questo film, invece il regista dà vita anche a un modo di raccontare del tutto nuovo, mescolando i generi e gli stili della cinematografia classica, nonché intervenendo sulla linearità del tempo del racconto e dando così luogo all’alternarsi stupefacente di passato e presente secondo un “disegno” “pulp”: così, infatti, venivano chiamate quelle raccolte disordinate di racconti e novelle o di saggistica popolare che davano l’impressione di mettere sullo stesso piano, in una allegra confusione di generi e di valori, le pagine di chi sapeva scrivere con quelle di chi inviava le proprie sgrammaticate impressioni e i propri sgangherati diari. Palma d’oro al Festival di Cannes del 1994.
I trailer dell’epoca si possono trovare su Youtube, ma quelli italiani sono davvero inguardabili, perché mostrano le preoccupazioni della censura nel presentare come assai edificante un film molto trasgressivo. Volendo esemplificare, però, quanto ho appena detto, circa la mescolanza dei generi, degli stili e dei tempi del racconto, penso che il finale del film, che circolarmente ci dice la conclusione della prima scena (lasciata sospesa per almeno due ore) sia assolutamente esemplare: una ossimorica lunghissima citazione biblica sulle labbra di un killer assai spietato come Jules Winnfield, il manigoldo compagno di delitti di Vincent (per altro da tempo morto per mano di Butch!). Nonostante l’apparente disgregarsi del racconto filmico, questo è uno dei film più attentamente controllati da un montaggio straordinariamente efficace nel mettere in luce una sceneggiatura impeccabile.

Giraffe e intifada (Giraffada)


Schermata 06-2456811 alle 16.34.35recensione del film:
GIRAFFADA

Regia:
Rani Massalha

Principali interpreti:
Saleh Bakri, Laure De Clermont, Roschdy Zem, Ahmed Bayatra, Mohammed Bakri, Loutof Nuweiser – 85 min. – Italia, Francia, Germania, Palestina 2014.

La piccola città di Qalqilya, in Cisgiordania, sorge a ridosso di quel crudele muro che lo stato di Israele aveva costruito qualche anno fa allo scopo di evitare le infiltrazioni terroristiche, incurante di tagliar fuori dai collegamenti vitali le zone abitate da una popolazione nella maggioranza dei casi pacifica e tranquilla. Qui è ambientato questo grazioso e anche drammatico film che, raccontando la storia di due giraffe, particolarmente amate da Ziad (Ahmed Bayatra), il piccolo figlio del fascinoso veterinario dello zoo di Qalqilya, Yacine (Saleh Bakri), ci parla della situazione crudele e paradossale in cui sono costretti a vivere gli abitanti della zona, costantemente assediati dai blocchi militari che sorgono ovunque alle loro spalle.
Ziad si era preso cura di due meravigliose giraffe, Rita e Brownie, che vivevano in cattività, come tutti gli animali dello zoo (e come tutti i palestinesi di quella cittadina), fino alla morte drammatica di Brownie, il maschio della coppia che, fuggendo per il terrore durante un raid notturno israeliano, aveva sbattuto il capo contro il muro, lasciando per sempre Rita, gravida, ora anche anoressica per il dolore. Ziad aveva allora chiesto ad Allah di aiutare Rita offrendo, in cambio, il proprio digiuno sino a che la sua giraffa non fosse tornata a nutrirsi. Si sviluppa da questa piccola storia, parzialmente vera*, l’intero film, che è la narrazione delicata del rapporto d’amore fra il bambino e l’animale, ma anche della difficoltà dei rapporti fra Ziad e Yacine, della nascente storia d’amore fra Yacine e Laura (Laure De Clermont), la bella giornalista francese che non riesce a farsi accettare dal bambino, che pure è orfano di madre. Forse sono un po’ troppi i temi che si intersecano nel film, soltanto parzialmente riuscito, perché il regista, palestinese di origine, ma ora cittadino francese che ha studiato a Parigi, non sempre li domina con sicurezza. Il risultato è una pellicola che , pur trattando argomenti molto interessanti, procede a rilento, soprattutto nella parte centrale. Penso, comunque, che il film sia utile da vedere, intanto perché le informazioni sulle sofferenze degli abitanti dei territori sono ben calate nelle piccole storie individuali, poi perché la vicenda di Ziad e delle giraffe è molto ben raccontata e può piacere molto, soprattutto ai bambini, ai quali perciò il film può essere particolarmente adatto.

*QUI gli interessati possono trovare il racconto del vero veterinario dello zoo di Qalqilya

I nazisti di Bariloche (The German Doctor – Wakolda)


Schermata 05-2456809 alle 14.36.47recensione del film:

THE GERMAN DOCTOR – Wakolda
Titolo originale: The German Doctor

Regia: Lucía Puenzo

Principali interpreti: Alex Brendemühl, Natalia Oreiro, Diego Peretti, Elena Roger, Guillermo Pfening, Ana Pauls, Alan Daicz, Florencia Bado, Abril Braunstein, Juani Martínez – 93 min. – Argentina, Francia, Spagna, Norvegia, Germania 2013.

Lucia Puenzo è la regista argentina di questo film e di altri due precedenti, il primo dei quali dei quali, molto bello, era uscito in Italia, dove era rimasto poco, nel 2007: si intitolava XXY (il titolo alludeva all’errore cromosomico all’origine delle sofferenze del giovane ermafrodita, di cui viene raccontato il calvario per fare accettare la propria diversità). Del secondo, ora reperibile in DVD, in Italia non si era avuto notizia. Eccoci ora, con un anno di ritardo, all’uscita del terzo film.

In quest’opera, tratta dal romanzo da lei stessa scritto, la regista ci racconta alcuni fatti realmente accaduti negli anni ’60 in Argentina, ai tempi di Peron quando il governo argentino accolse a braccia aperte alcuni sopravvissuti fra i gerarchi nazisti più noti e famigerati, permettendo loro di soggiornare nel sud della Patagonia, in un bellissimo e poco abitato paesaggio che pare quasi alpino, di montagne, di nevi e di laghi. Il governo peronista consentì inoltre che i nazisti si organizzassero, creassero una scuola, una biblioteca e proseguissero, perciò, senza dar troppo nell’occhio, l’opera di propaganda del razzismo hitleriano. Nella loro comunità, trovarono spazio e ospitalità anche Eichmann, il meticoloso “contabile della morte” di Auschwitz e Mengele, il medico fanatico e spietato, che sempre ad Auschwitz sperimentò, sulla carne viva delle donne incinte e dei bambini ebrei o zingari, prima di ucciderli, farmaci per l’aumento della statura e per favorire le gravidanze gemellari. Eichmann, catturato in seguito alla caccia ai criminali nazisti avviata dai servizi segreti israeliani in tutto il mondo, fu portato in Israele, processato e condannato a morte. Mengele, pur ricercato e individuato da una donna, la fotografa impiegata nella biblioteca della scuola tedesca di Bariloche, riuscì a farla franca e a sfuggire alla cattura, trovando rifugio, dopo l’Argentina, in altri stati sudamericani, dal Paraguay, all’Uruguay, al Brasile dove morì, a quanto pare per cause naturali, nel 1979 all’età di 67 anni. Lucia Puenzo seguendo le linee narrative del proprio romanzo (intitolato Wakolda, ora tradotto in italiano e pubblicato da Guanda), ci parla dunque del soggiorno dello spietato Mengele a Bariloche, dove era riuscito a introdursi nella vita di una famiglia, guadagnandosi la fiducia incondizionata di una ragazzina di nome Lilith, disposta ad assumere qualunque farmaco pur di trovare un rimedio alla propria bassa statura. Il film, dunque, assume le caratteristiche di un inquietante horror, sia pure molto ovattato, perché i modi del dottore erano gentili ed educati e sembravano riflettere un affetto sincero e una vera preoccupazione per la bambina e per i suoi problemi. Il consenso materno alle “cure sperimentali” non mancava; quello paterno, invece, non ci fu mai, perché il padre, diffidente nei confronti dello strano dottore, era stato tenuto all’oscuro di tutta la vicenda, così come era all’oscuro che anche la gravidanza (gemellare) della moglie venisse seguita farmacologicamente da questo medico. D’altra parte, per non suscitare sospetti, il dottore aveva assecondato con molto zelo la passione del padre per le bambole meccaniche, di cui, addirittura, gli aveva facilitato la produzione in serie: tutte uguali, bionde, con gli occhi azzurri, bellissime e perfette…

Film da vedere, sia perché la narrazione ci permette di capire quanta banalità e quanti luoghi comuni fossero alla base di certe affermazioni pseudoscientifiche sulla purezza del sangue e della razza, sia perché aiuta a non dimenticare gli orrori e le efferatezze che hanno segnato profondamente gran parte del XX secolo. Avrebbe giovato, complessivamente, ai più giovani soprattutto, qualche spiegazione in più circa le mostruose attività di Mengele ad Auschwitz, perché il rischio è che il film venga compreso principalmente da chi possiede già, per conoscenze e studi personali, le notizie storiche necessarie a capirlo.

l’isola di Gelsomina (Le meraviglie)


Schermata 05-2456806 alle 23.12.26recensione del film:
LE MERAVIGLIE

Regia:
Alice Rohrwacher

Principali interpreti: Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Sabine Timoteo, Agnese Graziani, Monica Bellucci – 111 min. – Italia 2014.

IlGrand Prix Spécial della Giuria, al Festival di Cannes che si è appena concluso, è andato al film italiano di Alice Rohrwacher, di cui mi accingo a parlare.

Alice Rohrwacher, la regista che aveva egregiamente diretto Corpo Celeste, la sua opera prima, piccolo e riuscito film di qualche anno fa, ispirato a un romanzo di Annamaria Ortese, ritorna sul tema dell’adolescenza e della difficoltà di crescere, che sembra quindi essere una caratteristica costante della sua ispirazione creativa. In questo secondo film, però, l’indagine sui turbamenti dell’adolescenza è condotta all’interno di una realtà sociale molto più angusta: un nucleo familiare che vive nell’isolamento tenacemente voluto dal padre, quasi un patriarca a cui tutta la famiglia si assoggetta. E’ tedesco e si chiama Wolfgang questo padre-padrone (Sam Louwyck); è acculturato e animato da una profonda volontà, che è anche una scelta ideologica, di isolarsi nella bellezza della natura un po’ selvaggia e anche di isolarvi i suoi cari: egli ha messo in piedi, a questo scopo, in una cascina vicino al Trasimeno, una comunità agricola che dovrebbe diventare autosufficiente, scambiando con altri prodotti il frutto del lavoro familiare, dedicato principalmente all’ apicultura e all’allevamento di ovini. Ci sono quattro figliolette, in questa piccola comunità familiare, tra cui la sola Gelsomina (Maria Alexandra Lungu) è abbastanza grande per lavorare e seguirlo nel lavoro delle api, nel controllo e nella pulizia delle arnie; le sorelline, anche se assai più piccole, aiutano, tuttavia, dopo la smielatura, come possono e come sanno, raccogliendo il miele e badando bene di non farlo uscire dal secchio, perché questo padre è anche molto severo e non tollera il minimo spreco. La madre, Angelica (Alba Rohrwacher), che ha un ruolo marginale nella gestione economica della piccola azienda, perché tutte le scelte, anche le più strampalate, spettano a Wolfgang, ha tuttavia una funzione preziosa per le figlie, che teneramente ama, poiché in qualche misura le protegge dagli scoppi d’ira di Wolfgang. La famigliola, purtroppo, non vive nel migliore dei mondi possibili, perciò la realtà del mondo esterno che il padre avrebbe voluto ignorare e comprimere si insinua nel gruppo familiare senza troppi complimenti: i cacciatori invadono con i loro spari la quiete e il silenzio del luogo; i pesticidi, usati dagli agricoltori non lontani, avvelenano i fiori e le api che ne succhiano il nettare; gli adeguamenti igienici ormai vengono richiesti, a tutela della salute pubblica a tutti quelli che vendono prodotti alimentari; il turismo di massa, invadente e vorace, cerca luoghi nuovi che fagociterà e distruggerà. La televisione, con i suoi concorsi a premi, diventa l’apri-pista di migliaia di turisti in cerca del nuovo, del genuino, del prodotto tipico, e anche di qualche stanza in un posto “rustico”, ma pieno di comfort, da utilizzare magari solo per un weekend. Non per nulla il vicino, quello dei pesticidi, al passo con i tempi, si dedicherà all’agriturismo! Eppure quella TV, volgare e tanto demonizzata dal padre, a Gelsomina piace, perché porta un po’ di novità nella vecchia cascina e anche perché lei aspira, come ogni adolescente, a crearsi un modello di vita diverso da quello familiare; perché, inoltre, vi scorge un simulacro di quella libertà di cui sente l’urgenza per allontanarsi dal mondo dell’infanzia e per progettare il suo futuro. Anche se continua a fare il suo dovere, aiutando il padre, la vita che fa le sta molto stretta. Nella descrizione delle sue inquietudini troviamo le cose migliori del film: la regista è, infatti, davvero bravissima nel rappresentare le emozioni più delicate, i conflitti non detti, e spesso indicibili in quanto non solo generazionali: sono conflitti fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, non sapendo bene, però, che cosa si vorrebbe essere davvero. Gelsomina è allora sorella di Marta, la protagonista del film precedente, nonché di tutti noi che da adolescenti ci siamo sentiti lacerare dalle inquiete contraddizioni di un’età assai difficile, in cui l’amore per la famiglia è ancora forte, ma l’esigenza di emancipazione comincia a farsi sentire, anche violentemente, creando sensi di colpa e molta sofferenza. L’isola del Trasimeno, lontana ma raggiungibile, diventa allora l’emblema di uno spazio privato, tutto da conquistare e da vivere in piena libertà, senza padri, senza madri e anche senza le pesanti responsabilità  che Wolfgang le aveva affidato, contando un po’ troppo sulla propria autorità e sulla sua timida remissività.

Ho tralasciato di parlare di altri personaggi, pur presenti nella storia, come Martin, il giovanissimo in affidamento alla famiglia, a sua volta isolato da un probabile e autistico mutismo elettivo, che tuttavia trova un modo per comunicare, persino con le api… attraverso la sua sopraffina capacità di fischiare e Cocò, la giovane che insieme ad Angelica si occupa di ovini, di cui non mi è sembrata chiara la funzione nella famiglia. Il film, d’altra parte, presenta non pochi difetti, fra i quali, principalmente l’assenza di una spiegazione un po’ più approfondita del comportamento paterno e della sua sciagurata propensione a imporre a tutti la propria volontà, anche quando, sprecando troppi soldi (l’acquisto di un cammello!), accelera la rovina economica della sua piccola comunità.
Si tratta in ogni caso di un film bello, spesso poetico, capace di tener viva l’attenzione dei molti spettatori che seguono trepidanti le vicende di Gelsomina.