Magic in the Moonlight


Schermata 2014-12-20 alle 22.49.34recensione del film:

MAGIC IN THE MOONLIGHT

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Eileen Atkins, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater, Simon McBurney, Emma Stone- 98 min. – Francia, USA 2014.

Stanley (Colin Firth) è un eccellente illusionista inglese che si esibisce a Berlino alla fine degli anni ’20, destando meraviglia e ammirazione. E’ anche molto onesto e ammette volentieri che i risultati stupefacenti, tanto apprezzati, sono frutto della sua estrema abilità a nascondere i trucchi numerosi cui ricorre immancabilmente. Egli è anche convinto che siano impostori quei suoi colleghi che dichiarano, ricorrendo a fumisterie pseudoscientifiche, di agire spinti da forze occulte di cui essi sarebbero la vivente manifestazione; si diverte, anzi, a smascherarne le menzogne, rovinandone la reputazione. Quando l’amico Howard (Simon McBurney) lo avvisa che esiste una signorina dotata di qualità paranormali davvero eccezionali, egli è assolutamente certo che si tratti di un’abile imbroglioncella, e chiede di conoscerla, purché sia mantenuto il segreto sulla propria identità. La fanciulla in questione è Sophie (Ellen Atkins), un’affascinante giovinetta americana, ospite, sulla Costa Azzurra, nella villa di una ricchissima famiglia di inglesi, presso la quale ha già dato prova delle proprie doti misteriose, attirandosi la particolare ammirazione del giovane erede. Lo stesso Stanley è colpito e turbato dalle qualità di Sophie, ma è ben deciso a venirne a capo, non intendendo ammettere l’esistenza di forze soprannaturali capaci di manifestarsi a qualcuno attraverso esoterici percorsi, anche se, innamorandosi di lei quasi senza accorgersene, dovrà infine riconoscere che almeno l’amore sa sottrarsi misteriosamente (?) al controllo della nostra ragione.

Il finale del film è scontato e prevedibile, la Costa Azzurra è da cartolina un po’ ingiallita, i personaggi, soprattutto quelli femminili (che si tratti della giovane furbacchiona dall’aspetto soave, o delle vecchie zie che la sanno lunga), non riservano grandi sorprese poiché rientrano nei cliché più tradizionali. Non manca tuttavia qualche bella e fulminea battuta, non banale, né qualche sequenza narrativa degna di nota: Magic in the Moonlight è pur sempre il lavoro di uno fra i registi americani più intelligenti e colti, capace di rendere gradevole anche la visione dei suoi film meno riusciti. Il vecchio Woody ha 79 anni e, forse, non ha ancora voglia di andare in pensione, anche se potrebbe farlo, evitando di deludere il pubblico più affezionato, che continua a sperare (davvero irrazionalmente!) nel miracolo.

Pride


Schermata 2014-12-17 alle 12.13.46recensione del film:
PRIDE

Regia:
Matthew Warchus

Principali interpreti:
Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Paddy Considine, George MacKay, Joseph Gilgun, Andrew Scott, Ben Schnetzer, Chris Overton, Faye Marsay, Freddie Fox, Jessica Gunning – 120′- Gran Bretagna 2014.

Ambientata nel Regno Unito ai tempi della “Lady di ferro”, la storia che il film ci racconta è la veridica ricostruzione dell’alleanza anti-tatcheriana che si determinò quando i minatori gallesi, allo stremo per uno sciopero a oltranza contro il piano governativo che avrebbe voluto privatizzare le miniere carbonifere, trovarono sulla loro strada l’ insperata, e per molti aspetti imbarazzante, solidarietà dei gay, che volevano, a loro volta, uscire dal ghetto a cui parevano inesorabilmente condannati dopo l’ultimo Gay Pride. La società dell’epoca era, infatti, nel suo complesso assai chiusa e bacchettona (non solo in quell’angolo di mondo), né il sindacato, né il Labour Party, sua emanazione politica, erano interessati a occuparsi della liceità degli orientamenti sessuali, poiché il pregiudizio era diffuso ovunque, soprattutto negli ambienti prevalentemente maschili.

I minatori, dunque, sentivano l’estrema urgenza di un sostegno solidale anche economico per riuscire a portare ancora avanti la lotta, ma erano anche molto diffidenti nei confronti dei gay, perché era difficile rimuovere il pregiudizio circa le… temibili insidie che sarebbero venute alla loro virilità, soprattutto ora, che si andava diffondendo l’AIDS. I gay, d’altra parte, desideravano essere accettati in famiglia e nella società, affinché non fosse più considerata un’infamia quella diversità, esibita con fierezza orgogliosa nei Gay Pride, soprattutto ora che i reazionari di ogni risma si sentivano incoraggiati alle persecuzioni dal clima politico inaugurato dalla Thatcher, interessata a creare divisioni nel tessuto sociale. Per iniziativa di uno di loro, il giovane Mark, nacque il gruppo degli LGSM (Lesbians and Gays Support The Miners), che, senza nascondersi, iniziò per le vie di Londra la sottoscrizione a favore dei minatori, ultimata la quale, iniziarono i difficili contatti. L’incontro fu la premessa di un’alleanza che in breve tempo tempo divenne molto salda, grazie anche all’amicizia che presto fece piazza pulita di ogni riserva pregiudiziale, ma grazie, soprattutto, al ruolo decisivo delle donne, le mogli, le madri, le sorelle di quei minatori che presto si offrirono, generosamente disponibili, all’ascolto e all’accoglienza, nel ricordo, forse, delle rivendicazioni di un tempo, quando le loro antenate nel 1912 avevano lottato per il “pane”, ma anche per le “rose”, perché mai più in futuro si dimenticasse che l’uomo ha bisogno di cibo, ma anche di bellezza e di amore.

Il regista ci racconta tutto questo con ironia e commossa leggerezza, senza minimizzare i conflitti, ma facendoci rivivere una bella pagina di solidarietà e di speranza (come sottolineano gli applausi che generalmente accompagnano il finale del film), quando, durante il Gay Pride del 1985 tutti quanti, gay, minatori e donne intonano la bellissima e antica canzone Bread and Roses. Il pensiero, certo, corre al bellissimo film di Ken Loach, ma a me, per il modo del racconto è tornato in mente il più recente: We wont Sex, nonché, per lo spirito anti-thatcheriano, Full Monty.

 

 

Melbourne


Schermata 2014-12-10 alle 15.23.53recensione del film:
MELBOURNE

Regia:
Nima Javidi

Principali interpreti:
Peyman Moaadi, Negar Javaherian, Mani Haghighi, Shirin Yazdanbakhsh, Elham Korda, Roshanak Gerami, Alireza Ostadi – 93 min. – Iran 2014.

Il permesso di tre anni per l’espatrio, per ragioni di studio, atteso molto a lungo da due giovani sposi iraniani, Amir  e Sara, è finalmente arrivato: andranno in Australia, a Melbourne, dove altri amici li hanno preceduti e hanno fatto carriera. Tutto è già pronto: i bagagli ultimati; il mobilio in attesa del rigattiere; l’affitto pagato, mentre i parenti e gli amici vanno a porgere i loro saluti, come si conviene in questi casi, in quell’alloggio sottosopra dove si respira aria di smobilitazione imminente.
Alcuni particolari delle prime scene ci ricordano Una separazione: l’attore è lo stesso, Peyman Moaadi; l’ambiente è quello della borghesia di Teheran, di recente urbanizzazione, che non ha ancora acquisito le abitudini della grande città moderne nelle quali, per lo più, ognuno bada ai fatti suoi. Sono diffusi, infatti, comportamenti cordiali che ricordano altri tempi, come lo scambio di cortesie e favori fra vicini di casa: può addirittura accadere che la baby-sitter dei vicini, mostrando una fretta improvvisa, lasci ai due sposini, sul piede di partenza, una neonata da custodire per breve tempo, e può accadere che i due sposini accettino la bimba nella loro casa, senza difficoltà, lontani dal comprendere quali responsabilità si assumano, quasi che badare a un bebé fosse la cosa più semplice di questo mondo, anche in assenza di esperienza e dell’attrezzatura minima per sistemarla. Sara, perciò, la adagia sul lettone matrimoniale e continua a dedicarsi alle complicate e sempre più frenetiche operazioni che precedono la partenza.

Questa bella piccina, però, continua stranamente a dormire, nonostante l’incessante andirivieni nell’alloggio, nonostante il trambusto per lo spostamento dei mobili e nonostante i tentativi di svegliarla da parte di Amir. Il meccanismo, studiato nei particolari, che l’ingegner Amir aveva messo in opera per condurre a termine l’operazione della partenza in modo meticoloso e perfetto, si inceppa inopinatamente per l’evento tragico e imprevedibile della morte della piccina, che potrebbe avere conseguenze inimmaginabili per loro. A questo punto il film diventa un thriller molto angoscioso: la posizione dei due giovani si fa sempre più difficile: il timore di perdere il viaggio, che è anche la grande occasione della loro vita, li induce ad avvitarsi in una serie di menzogne e contraddizioni dalle quali è sempre più difficile uscire, mentre i sensi di colpa e i rimorsi per ciò che non è stato compreso, o per ciò che avrebbe potuto essere fatto, si impadroniscono delle loro coscienze in un crescendo drammatico, che conferisce al film il senso di un interrogarsi sul caso e sull’impotenza umana a dominarlo, come nelle antiche tragedie.

Si tratta, perciò, di una pellicola assai diversa da quelle che la tradizione iraniana ci aveva abituati a vedere, ma il senso di insoddisfazione che ci lascia non dipende tanto dallo scostarsi del racconto da quelli dei precedenti film ai quali in qualche modo, almeno all’inizio, pare somigliare, quanto, piuttosto, dalla difficoltà evidente del regista (è alla sua prima opera) a trovare una convincente unità narrativa.

Mommy


Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.

il divorzio impossibile (Viviane)


Schermata 2014-11-30 alle 14.01.16recensione del film:
VIVIANE

Titolo originale: 
Gett le Procès de Viviane Amsalem

Regia:

Ronit Elkabetz, Shlomi Elkabetz.

Principali interpreti: 

Ronit Elkabetz, Menashe Noy, Simon Abkarian, Sasson Gabai, Eli Gornstein, Gabi Amrani, Rami Danon, Roberto Polak, Dalia Beger, Albert Iluz,Shmil Ben Ari, Abraham Celektar, Evelin Hagoel, Keren Mor, David Ohayon – 115 min. – Israele, Francia, Germania 2014

Questo è il terzo film di una trilogia iniziata dieci anni fa dai due registi israeliani  Shlomi e Ronit Elkabetz (fratello e sorella): era stato girato nel 2004 ed era uscito (non in Italia) nel 2005 Prendre femme; così come era stato girato nel 2008 ed era uscito (non in Italia) nel 2009 Les sept jours. Per effetto di qualche strano miracolo, la distribuzione italiana, questa volta, ha pensato anche a noi, cinefili di questo paese, che meritiamo, forse, di vedere qualcosa di meglio delle solite italiche commedie o dei kolossal più o meno fantascientifici. Grazie!

Il film racconta la storia infinita di una richiesta di divorzio, presentata da Viviane Amsalem a un tribunale rabbinico israeliano. Separata dal marito da tre anni, Viviane (Ronit Elkabetz), madre di famiglia e donna irreprensibile, vive ora del suo lavoro di parrucchiera, in un alloggio che condivide con la sorella. Non può più sopportare il marito Elisha (Simon Abkarian), non vuole più stare con lui e chiede che il tribunale lo convinca a concederle quello che dovrebbe essere un suo diritto, il divorzio. Purtroppo le cose non funzionano così nello stato di Israele, che viene quasi universalmente considerato un avamposto della democrazia occidentale, in un medio oriente generalmente non democratico, perché in materia di diritto matrimoniale vige la legge religiosa, secondo l’interpretazione dei rabbini, attenti a tutelare la “famiglia” attraverso l’applicazione della Torah, del tutto indifferenti alla vetustà di prescrizioni non sempre compatibili con la società di oggi, nella quale le donne, in Israele come nel resto del mondo, intendono contare sulle loro forze, emanciparsi dalla tutela maschile (non solo dei mariti, ma anche dei padri e dei fratelli) e decidere autonomamente della loro vita. In un grottesco succedersi di testimoni, quasi tutti a favore del marito Elisha, un po’ ebete, un po’ furbacchione, quel diritto a divorziare, che in teoria dovrebbe riguardare uomini e donne, a poco a poco si trasforma in capo di imputazione, che coinvolge anche le poche e coraggiose testimoni a favore di Viviane, nonché il suo avvocato, secondo le peggiori tradizioni dei paesi totalitari in cui il solo fatto di difendere gli oppositori trasforma gli avvocati della difesa in imputati, quando non addirittura in rei.

Il film, però, non è solo la denuncia di un intollerabile sopruso che obbliga a riflettere sulla necessità dello stato laico, neutro di fronte a scelte individuali insindacabili: è, infatti, anche un bellissimo ritratto di donna, fiera e orgogliosa, cosciente di sé, non disposta a giustificarsi, paziente (il richiamo parrebbe a Giobbe), sempre più disperata e sgomenta per lo scorrere inesorabile dei mesi e degli anni fra assurdi rinvii, in attesa che giudici ottusi e indifferenti al dolore finalmente decidano.

Girato all’interno del tribunale, cioè in un solo luogo (come nella tragedia classica), che rende appieno il senso di soffocante ingiustizia e di kafkiani, oscuri labirinti, il bellissimo film si lascia seguire con pieno coinvolgimento degli spettatori, sia per l’accuratezza della scrittura, sia per l’eccezionale interpretazione di Ronit Elkabetz, regista, attrice e ottima sceneggiatrice di questo straordinario lavoro.

il lavoro, oggi (Due giorni una notte)


Schermata 2014-11-27 a 12.43.52recensione del film:

DUE GIORNI, UNA NOTTE
Titolo originale Deux Jours, Une Nuit

Regia:

Luc Dardenne e Jean – Pierre Dardenne

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne, Simon Caudry, Catherine Salé, Alain Eloy, Olivier Gourmet, Christelle Cornil - 95 min. – Belgio  2014

Sandra (Marion Cotillard) è una giovane madre di famiglia. Finché la salute glielo aveva permesso, la donna aveva lavorato insieme a sedici colleghi in una piccola fabbrica di pannelli solari. Quando, a seguito di una crudele depressione, aveva dovuto assentarsi dal lavoro, il padrone non l’aveva sostituita, ma, per risparmiare sui costi, aveva utilizzato tutti gli altri operai, aumentandone le ore di lavoro settimanali (tre ore in più ciascuno), cosicché questi avevano arrotondato lo stipendio con gli “straordinari”, ciò che, in momenti di crisi economica dilagante, aveva fatto generalmente comodo. Ora Sandra è guarita e vorrebbe tornare al suo posto. Il padrone non ha intenzione di ri-assumerla (in Belgio, dove si svolgono i fatti, nessun automatismo per il reintegro dopo la malattia è previsto per legge), ma non ha il coraggio di dirglielo apertamente: affida, pertanto, al referendum fra i sedici operai che l’hanno collettivamente sostituita la decisione per il suo eventuale e costoso rientro: essi potranno votare per il sì, rinunciando però al premio  di mille Euro promesso a ciascuno di loro, eccezionale gratifica, senza alcuna relazione con gli “straordinari”, che comunque gli operai avevano percepito. Questo non è un particolare di poco conto, poiché determina, fin dagli inizi, lo schierarsi empatico dello spettatore dalla parte di Sandra, che non chiede ciò che non le spetta, perché chi ha lavorato al posto suo è stato pagato di più, ma chiede di rinunciare a un premio, che dimostra, fra le altre cose, che l’azienda non se la passa così male e che, perciò, le motivazioni economiche addotte dal padrone (la spietata concorrenza dei prodotti asiatici) sono pretestuose e celano altro.

Il film rappresenta perciò una situazione precisa, assolutamente credibile in un’ Europa che continua a vantare il suo Welfare, ma dove, in realtà, non esistono soggetti in grado di promuovere qualche forma di solidarietà: assenti i sindacati, ogni lavoratore è lasciato a sé e si difende come può, soprattutto puntando sulla compassione che riesce a suscitare*, sentimento nobile, ma certo pre -politico e quasi fuori dal nostro tempo, che sembra riportare all’indietro la condizione dei lavoratori, privati della loro dignità, di nuovo ricattabili dal padronato da  cui dipendono completamente, non solo per vivere, ma per mantenere livelli di esistenza accettabili, nonché qualche speranza per migliorare, in prospettiva, la condizione dei propri figli. La denuncia dei Dardenne, a questo proposito, è chiara e forte, coerente con larga parte del loro cinema; anche solo per questo la loro ultima fatica merita di essere vista e apprezzata. Non mi sento di affermare, però, che Due giorni, una notte possa essere considerato all’altezza dei loro film più belli, quali L’enfant, Il matrimonio di Lorna o Il ragazzo con la bicicletta. E’ infatti un po’ schematico e si regge quasi esclusivamente sulla straordinaria interpretazione di Marion Cotillard, attenta a contenere l’eccesso di patetismo (sempre in agguato, proprio per l’impostazione “pietosa” di cui ho parlato), grazie al minimalismo dei toni, alla controllatissima gestualità, alla capacità di dar vita a una dolente immagine femminile, piena di delicato pudore, ritrosa e riservata.

*E che Sandra stessa cercherà di suscitare durante il breve Weekend che la separa dal referendum

soldati… (Torneranno i prati)


Schermata 2014-11-15 a 15.17.20recensione del film:
TORNERANNO I PRATI

Regia:
Ermanno Olmi

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo, Igor Pistollato
- 80 minuti – Italia 2014

Ispirandosi ai racconti di guerra del grande Federico De Roberto, compresi sotto il titolo La paura, quest’ultimo lavoro di Ermanno Olmi si colloca, secondo me molto opportunamente, fra le riflessioni, i dibattiti e le manifestazioni che si sono svolte per il centenario dallo scoppio della prima guerra mondiale in Europa (1914), che precede di un anno l’entrata in guerra del nostro paese a fianco delle potenze dell’Intesa. In un piccolo film di soli 80 minuti, il regista ci fa vivere il dolore e l’angoscia di quella guerra orribile che già nel 1914 era stata, principalmente, guerra di trincea, e che questo carattere aveva mantenuto anche sul fronte italiano, poiché sugli altipiani delle colline carsiche si erano attestate le nostre truppe e lì erano state scavate le trincee che a queste davano rifugio: nelle trincee si dormiva, si distribuiva la posta (quanto attesa!), si mangiava, ci si ammalava, si veniva curati alla meglio e, soprattutto si moriva. In un bellissimo bianco e nero, il regista ci racconta la nostalgia, il dolore e l’angoscia claustrofobica dentro ai cunicoli in cui vivevano i soldati; la sporcizia e le malattie, nonché le mitragliate che li decimavano, non appena tentassero qualche sortita all’aria aperta. Non mancano nel film gli accenni agli ordini irresponsabili e disumani degli alti comandi militari, che, impartiti per conquistare pochi metri di terreno, esponevano a morte sicura i militari costretti all’obbedienza, dai giovani ufficiali, che talvolta tentavano a loro rischio di ribellarsi per salvaguardare le vite dei giovani a loro affidati, ai soldati, che, uno dopo l’altro venivano fatti uscire dalla trincea e cadevano falciati dai colpi di mitra. Ai morti, crivellati di colpi, si aggiungevano numerosi suicidi o molti casi di autolesionismo, estremo e disperato gesto per sottrarsi al tremendo macello. I prati certamente sarebbero rifioriti nel bellissimo paesaggio del fronte ma, a chi, dopo questa guerra, li avrebbe rivisti in pieno rigoglio, il film vuole ricordare il dolore e le sofferenze costati a troppi giovani caduti. Olmi ci aveva già raccontato, in passato l’orrore della guerra, quando nel 2001 aveva girato il bellissimo film Il mestiere delle armi, narrandoci una guerra diversa ma non meno crudele: quella dei capitani di ventura e delle truppe mercenarie al loro seguito. Allora egli aveva capovolto il tradizionale giudizio storico-letterario, da Petrarca a Machiavelli, circa l’inaffidabilità di quei combattenti, raccontando la vita e la morte atroce di Giovanni dalle Bande nere, tradito dai Signori di Ferrara, per i quali stava prestando servizio. Questo vecchio film, introvabile attualmente su DVD, costituisce, insieme a questo, oggi sugli schermi, un indispensabile contributo alla cultura di pace di cui tutti noi, spero, sentiamo la necessità.

recitare e vivere (Sils Maria)


Schermata 11-2456969 alle 23.48.15recensione del film:
SILS MARIA

Titolo originale:
Clouds of Sils Maria

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz, Lars Eidinger, Johnny Flynn – 124 min. – Francia 2014.

Sils Maria, che è una località svizzera vicino all’Engadina, in questo film è il luogo della dimora di un famoso scrittore e regista cinematografico, Wilhem Melchior, morto all’improvviso, in tarda età, proprio mentre tutta la comunità dei cineasti e dei critici si accingeva a incontrarlo a Zurigo per consegnargli un riconoscimento alla carriera. Maria Enders (Juliette Binoche), attrice molto nota, a quel regista doveva davvero tutto: egli l’aveva lanciata, chiamandola per il suo film, Maloja Snake, che evocava, fin dal titolo, il luogo della sua casa, poiché il passo di Maloja*, nonché i misteri un po’ sinistri che accompagnano la risalita delle nuvole che lo attraversano, inghiottendo cose e persone, è nei pressi di Sils Maria.

In quel film Maria Enders, appena diciottenne, aveva sostenuto, come rispecchiandovisi, la parte di una giovanissima attrice al suo esordio, Sigrid, che era riuscita a emergere, grazie all’amore che aveva suscitato in Helène, matura e celebre sua coprotagonista, presto abbandonata, dopo aver ottenuto la visibilità alla quale aspirava. Maria Enders, ora a distanza di trent’anni da quell’esordio, avrebbe voluto ringraziare di persona l’amico Wilhem che aveva creduto nelle sue qualità interpretative, ma l’incontro di Zurigo, come è ovvio, si era trasformato in una generale e commossa orazione funebre per lui. A Zurigo era arrivato anche il momento, che Maria aveva a lungo evitato, dell’incontro con un giovane regista, che intendeva riprendere in mano la sceneggiatura di Maloja Snake, farne un testo teatrale e affidare a lei la parte di Helène, non avendo più l’età per quella di Sigrid, personaggio per il quale egli puntava su una star hollywoodiana, al momento non presente, idolo degli adolescenti frequentatori di social-network.

Maria, molto legata al personaggio di Sigrid per la sua storia personale, fa subito sapere di non essere disposta ad accettare, ma infine, convinta anche dalle pressioni della propria segretaria, la giovane e affezionata Valentina (Kristen Stewart), comincia a leggere il copione teatrale, e a recitare con lei la parte di Helène, mentre si affollano alla sua mente ricordi e raffronti. Eppure, nonostante ciò che ci aspettiamo da questa lunga premessa, gli sviluppi del film prenderanno inattese direzioni: al centro del film, non è, infatti, se non in minima parte, il tema della memoria e dell’invecchiare irrimediabile, e neppure soltanto quello del gioco dei rispecchiamenti determinato dall’alternarsi delle parti in commedia; è, piuttosto, mi pare, quello del sapersi rinnovare col trascorrere del tempo, non abbandonandosi ai ricordi del passato, che come una invisibile rete, ben celata sotto un’apparenza di rassicuranti punti di riferimento, tendono a fossilizzare comportamenti e ruoli, anche se ormai inaccettabili, finendo per rinchiudere tutti quanti, attori e non, in una gabbia soffocante. Questo significa, per Maria, accogliere la diversità di Jo-Ann (Chloë Grace Moretz), giovanissima Sigrid, anni luce lontana dal suo personaggio, ormai cristallizzato e irrigidito nell’improponibile ruolo di allora.
Maloja Snake, il serpente di nuvole insidioso e sfuggente, pronto a evaporare ai primi raggi del sole, ma anche a tornare continuamente, suscitando inquiete paure, è perciò una complessa immagine metaforica, che ci parla del tempo e della suo eterno e ciclico ritorno; della memoria; del passato e del presente; delle sfide che continuamente affrontiamo nel corso della vita, ma anche della realtà e della sua rappresentazione: dell’arte teatrale e cinematografica e della finzione che ne costituisce l’essenza, né è certamente casuale che a Sils Maria avesse a lungo soggiornato Friedrich Nietzsche, il filosofo che a molti di questi temi aveva dedicato tanta parte della sua riflessione!

Va da sé che Juliette Binoche, vera mattatrice del film, sappia rendere lo sfaccettato personaggio di Maria con grande finezza; molto brava e del tutto degna di lei Kristen Stewart; breve ma notevole anche la prestazione di Chloë Grace Moretz. Un grande Assayas dirige con equilibrio un film oggettivamente assai arduo.
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*Maloja è un un passo alpino che per la sua posizione naturale diventa un luogo di aggregazione delle nuvole che provengono dalle vallate circostanti, creando un fenomeno un po’ misterioso, chiamato Serpente di Maloja (Maloja Snake), oggetto di un documentario del 1924 di Arnold Frank, certamente noto al regista cinefilo di questo film, Olivier Assayas. Potete vederlo, se volete, direttamente da questo blog, QUI

quello che il film dice e quello che non dice (Il giovane favoloso)


Schermata 10-2456962 alle 16.08.30recensione del film:
IL GIOVANE FAVOLOSO

Regia
Mario Martone

Principali interpreti:

Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco, Paolo Graziosi, Iaia Forte, Sandro Lombardi, Raffaella Giordano, Edoardo Natoli, Giovanni Ludeno, Federica de Cola, Giorgia Salari, Isabella Ragonese Biografico, durata 137 min. – Italia 2014

Premetto che non avrei voluto recensire questo film, che ho visto da tempo, perché, essendo fortemente in dissenso dai suoi contenuti, mi sembrava di essere l’unica voce fuori dal coro degli osanna e degli evviva. Non avevo alcuna voglia di polemizzare, sembrandomi  anche ingiusto, viste le difficoltà oggettive che non possono mancare quando si  gira un film su Leopardi e visto l’impegno profuso da tutti coloro che vi si erano dedicati, da Martone, agli attori, fino all’ultimo addetto. Siccome, però, qualcuno mi ha chiesto di esprimermi in merito a questo lavoro, ci provo.

Il film, prevalentemente biografico, racconta la storia del poeta sviluppandola intorno ai tre periodi, che il regista considera i più importanti della sua formazione: quello recanatese, dalla nascita alla tentata fuga dal “natio borgo selvaggio”; quello fiorentino, degli incontri con gli intellettuali liberali del Gabinetto Vieusseux, cui fu introdotto dall’amico Pietro Giordani e, infine, quello napoletano, l’ultimo periodo della sua vita, vissuto con l’amico Antonio Ranieri. La scelta del regista è, per quanto vistosamente omissiva, del tutto legittima e non sarebbe priva di una sua plausibilità se, al suo interno, egli presentasse oltre al percorso psicologico che approda al ribellismo insofferente nei confronti della famiglia, di Recanati e degli intellettuali del suo tempo, anche il percorso culturale attraverso il quale  il “giovane favoloso” venne elaborando la sua weltanschauung, quella filosofia “dolorosa ma vera”, che ne costituì l’originalità, scandalosa e inaccettabile, in un mondo che andava vagheggiando o progetti politici reazionari (come il padre Monaldo) o cambiamenti “rivoluzionari” in vista di imprecisate “magnifiche sorti e progressive” (come il gruppo fiorentino dell’Antologia)

Martone, dunque, oltre a  sorvolare su altri viaggi, tutt’altro che irrilevanti nella formazione del poeta, non ci mette nelle condizioni di conoscere quali letture, quali libri proibiti della biblioteca di casa Leopardi gli avevano fornito l’impulso per portare a livello teorico e filosofico la propria privata conoscenza del dolore, che invece continua a raccontarci nei minimi particolari, né accenna al confronto che il giovane andava maturando fra gli  scritti degli antichi filosofi greci ed ellenistici e quelli di alcune correnti illuministiche, in particolare del sensismo di Condillac, del materialismo ateo di Paul Henri Thiry d’Holbach, e neppure del razionalismo di Voltaire, autori decisivi per la composizione di molti canti e di molte pagine in prosa,  che ci danno la misura della portata davvero rivoluzionaria del suo pensiero, magari poco in sintonia con le povere elaborazioni degli intellettuali italiani dell’epoca, ma certo aperto alle grandi intuizioni del cosiddetto “pensiero negativo” da Shopenauer a Nietzsche. Queste omissioni diventano anche un po’ sospette, a fronte delle facili allusioni (solo attraverso le immagini, per fortuna) ai canti più conosciuti: l’artigiano che apre la sua officina; la tessitrice (un po’ troppo in carne) che abita davanti a casa sua e che morirà giovane, consunta dalla tisi, la vecchietta che parla verso sera con le vicine, il mazzolino di viole, la gallinella che ripete probabilmente il suo verso, per non dire di quella siepe che dovendo celare gli estremi orizzonti è circondata da un po’ di nebbiolina, e neanche di qualche luna che illumina la notte, insieme alla notturna lampa.

Una ripassatina, dunque, dei versi che più facilmente si tengono a mente, oltre al bellissimo finale di Aspasia, alla bella lettura di qualche verso della Ginestra  e persino di Consalvo, accuratamente evitando di rammentare, però,  che “è funesto a chi nasce il dì natale”, cioè (per chi non ricordasse che Funus in latino significa morte), che il solo fatto di nascere ci porterà, fatalmente, alla morte, verso sconvolgente, frutto non del pessimismo, parola vuota davvero, ma del coraggioso realismo di chi è capace di guardare le cose come stanno senza cercare di mistificarle in alcun modo.

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Romano Luperini, uno dei maggiori esponenti della contemporanea critica letteraria in Italia, ha dedicato a questo film e ai suoi limiti un articolo, che ritengo uno dei più interessanti e pertinenti fra quanti sono sul Web.

P.S. Romano Luperini è ancora intervenuto precisando ulteriormente il senso del suo scritto sul rapporto fra voce (poesia) e persona (biografia), con un bellissimo excursus, che rapidamente prende in esame alcune riflessioni di scrittori e studiosi contemporanei

P.P.S Ho importato direttamente dal blog di Romano Luperini questo articolo, poiché ora altri lo precedono e si trova perciò con difficoltà. Lo potete trovare QUI, fra i documenti del Blog, sotto il titolo Voce e persona.

Il tempo di Mason (Boyhood)


Schermata 10-2456955 alle 07.36.00recensione del film:
BOYHOOD

Regia:
Richard Linklater

Principali interpreti:
Ethan Hawke, Patricia Arquette, Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Steven Chester Prince,Tamara Jolaine, Nick Krause, Jordan Howard, Evie Thompson, Sam Dillon, Natalie Wilemon, Shane Graham, Zoe Graham, Brad Hawkins, Mona Lee Fultz, Angela Rawna – 165 min. – USA 2014.

Il regista Richard Linklater ha ha portato a termine questo suo lavoro in dodici anni, essendosi proposto di seguire, durante tutto questo tempo, il processo di crescita e le trasformazioni di Mason, il protagonista del film, un piccino che nel 2002, anno in cui iniziarono le riprese, aveva solo sei anni. Nel mondo magico del cinema, l’invecchiamento dei personaggi è piuttosto frequente, ma di solito si realizza sostituendo gli interpreti bambini con ragazzi più adulti, o “invecchiando” gli attori che girano il film, a colpi di trucco, parrucche e vestiario. E’ più raro, invece (a meno che si tratti di documentari) che i mutamenti nel tempo vengano seguiti dal vivo, come è accaduto in questo caso:  Boyhood  è stato girato, infatti, nel corso di dodici incontri, uno per ogni anno, fra il regista e l’intero cast, secondo le scadenze previste nel progetto originario. Linklater, dopo la severissima selezione che lo aveva portato a scegliere, fra migliaia di bambini, il piccolo Ellar Coltrane, per il ruolo di Mason, aveva affidato la parte della sorella Samantha a sua figlia, Lorelei Linklater e si era avvalso, inoltre, di altri attori professionisti, fra i quali Patricia Arquette (la madre) e Ethan Hawke (il padre). Grazie alla all’impegno da tutti mantenuto nel corso del tempo, il film ha potuto continuare e concludersi secondo le intenzioni iniziali, con le correzioni alla sceneggiatura originaria che le circostanze, mutate e talvolta imprevedibili, avevano reso necessarie. Assistiamo perciò al progressivo trasformarsi, anno dopo anno, dell’aspetto di tutti i protagonisti: vediamo crescere il bambino fino alla conclusione dei suoi studi secondari, invecchiare gli adulti, cambiare i volti e i corpi, e anche mutare le abitudini e la vita di ciascuno. La vicenda, ambientata in Texas, è abbastanza semplice: Mason e Samantha, la sorellina un po’ più grande, vivono da un po’ di anni solo con la mamma, una donna graziosa che inutilmente ricerca, dopo il fallimento del matrimonio, una stabile relazione sentimentale. I due piccoli sono costretti a seguirla nei suoi spostamenti di città in città, riluttanti ad abbandonare la rete di amicizie che erano riusciti a costruire a scuola o coi vicini.  Nei weekend entrambi si incontrano col padre, cui li lega una reciproca tenerezza e un affetto profondo, alimentato dai racconti favolosi di lui, esperto del mondo, delle usanze e delle abitudini di altri popoli. Più tardi, quando Samantha passerà le sue domeniche col boy-friend, Mason e il padre condivideranno la passione per il baseball e qualche confidenza sulle ragazze, fino a che, col termine della scuola secondaria, Mason, ormai quasi adulto, partirà alla volta del College: la sua fanciullezza (Boyhood) si è conclusa.

Come si vede, la storia raccontata è una storia come tante altre: Mason non è diverso dai bambini che come lui crescono, giocano, si fanno i dispetti, combinano bricconate e vanno  a scuola poco volentieri. E’ abbastanza diffusa, anche, l’esperienza della divisione dei genitori, dolorosa per tutti e quindi anche per Mason e Samantha, che spesso sono costretti ad affrontare patrigni inadeguati e ubriaconi, a lasciare gli amici più fidati, a far finta di gradire regali di compleanno degni degli ultraconservatori texani * e ad accorgersi che persino il papà così amato non sempre mantiene le promesse! La narrazione, che avrebbe potuto raccontare cose ovvie e più volte viste al cinema, si mantiene invece sempre interessante e coinvolgente poiché ci conduce, attraverso gli occhi di Mason, nel mondo dell’infanzia, dal quale molto gradualmente egli si allontana, abbandonando elfi e fiabe e imparando dolorosamente ad affrontare le asprezze della vita, che per lui è fatta di poche gioie, di cocenti disinganni, e di solitudine malinconica, che non sempre gli adulti  comprendono come dovrebbero. Il film si sviluppa con fluida dolcezza, senza mai annoiare nelle quasi tre ore di proiezione il che dipende, secondo me, dalla finezza della regia, molto poetica, a cui la lunga durata dei tempi di lavorazione ha offerto probabilmente un’ occasione straordinaria per meditare a fondo, fra un “tournage” e l’altro, sul passaggio più delicato e difficile della vita di tutti.

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* la preziosissima Bibbia o il glorioso fucile di famiglia…