L’isola del Mississipi (Mud)


Schermata 08-2456899 alle 09.46.17recensione del film:

MUD

Regia:
Jeff Nichols

Principali interpreti:
Matthew McConaughey, Tye Sheridan, Sam Shepard, Reese Witherspoon, Jacob Lofland, Ray McKinnon, Sarah Paulson, Michael Shannon, Joe Don Baker, Paul Sparks, Bonnie Sturdivant, Stuart Greer, John Ward Jr., Kristy Barrington, Johnny Cheek, Kenneth Hill, Michael Abbott Jr. – 130 min. – USA 2012.

Finalmente approdato anche nelle nostre sale dopo due anni di attesa, eccoci al terzo film di questo giovane regista americano.

Ellis (Tye Sheridan) è un adolescente infelice: si sente tradito dai genitori che, non amandosi più, sono tutti presi dal gioco dei rinfacci e e delle accuse tanto da non accorgersi neppure delle sofferenze che gli infliggono. Il piccolo, che da sempre condivideva la loro condizione di povertà su una casa galleggiante, in un’ ansa paludosa del Mississipi nello Stato dell’Arkansas, non va più a scuola e passa la sua giornata lavorando con l’intrattabile padre pescatore, per conto del quale consegna il pescato alla clientela. Ha un inseparabile amico di giochi, un orfanello che si chiama Neckbone (Jacob Lofland), il quale vive con uno zio lunatico. I due ragazzini, insieme, progettano di spostarsi su una barca a motore, per esplorare l’isola sul grande fiume: hanno saputo di un motoscafo che si trova lì, impigliato fra i rami della foresta e che , forse,  potrebbe servire come rifugio provvisorio, lontano da casa. La traversata del Mississipi, l’arrivo all’isola, l’avvistamento dell’imbarcazione sull’albero e l’incontro con Mud hanno il carattere favoloso dell’inizio di una avventura, condotta anche sulle orme della  scrittura di Mark Twain e ci introducono nel cuore del film. Mud (Matthew McConaughey), uomo singolare, è ricercato dalla polizia poiché si era macchiato, qualche tempo prima, di un delitto, per difendere Juniper, la donna che egli amava da sempre. Approdato sull’isola, aveva trovato la barca che ora considerava una propria piccolissima abitazione e, per sopravvivere nel luogo inabitato e inospitale (su cui intendeva restare, in attesa che Juniper lo raggiungesse), si dedicava alla pesca. Aveva sviluppato, come Robinson Crusoe, molte abilità, nonché una buona conoscenza della natura, ma non disdegnava un po’ di superstizione: certi particolari tatuaggi porta-fortuna, i chiodi incrociati sotto le scarpe, contro gli spiriti maligni… E’ lui stesso a narrare, un po’ alla volta, ai due ragazzini i particolari della propria vita, tranquillamente, dando prova di grandi doti affabulatorie, che affascinano da subito il piccolo Ellis, cui non par vero di aver trovato un uomo come questo, che aveva creduto nell’amore tanto da affrontare le prove più difficili, compresa l’ estrema sfida sull’isola, solitario e braccato dai tutori della legalità, ma anche dai parenti dell’uomo ucciso, assetati di vendetta. Gli pare, anzi, che Mud possieda quelle doti di tenera e affettuosa pazienza che vorrebbe vedere nel padre, poiché potrebbero testimoniare quanto duraturo sia l’amore vero nel tempo: così come dovrà essere per lui, certamente, in futuro! L’aspetto interessante del film, che ne fa un racconto di formazione per certi aspetti anomalo, è nell’avvicendarsi dei viaggi di andata con quelli di ritorno, perché ogni volta i due bambini rientrano alle loro case, cosicché il mondo ideale, quasi edenico, della vita secondo natura si confronta continuamente con la realtà, che non esce mai di scena e che infine ha la meglio: la natura non è, infatti, così buona come aveva creduto il piccolo Ellis (lo imparerà a proprie spese); l’amore (come potrà constatare) è, d’altra parte, un sentimento assai più complicato di quanto gli era sembrato.

Il film potrebbe ricordare, per il paesaggio rappresentato e per la presenza di protagonisti adolescenti, il bellissimo Re della terra selvaggia, di Benh Zeitlin, oppure anche Moonrise Kingdoom di Wes Anderson, ma la diversità del modo di raccontare mi sembra superare di molto queste analogie. Qui, infatti il regista, molto lontano dal mondo onirico e leggendario del film di Zeitlin, nonché da quello fantasioso dei due adolescenti di Wes Anderson, ci introduce nei problemi delle famiglie povere degli Stati Uniti del Sud, con poetico realismo, e si lascia guidare soprattutto dai tempi lenti della presa di coscienza di Ellis, rappresentandone perciò l’ardua crescita, senza mitizzare la difficile realtà degli stati del Sud. Bravissimo Matthew McConaughey; eccezionali i due attori adolescenti. Un film sicuramente da vedere.

una vita per caso (L’uomo che non c’era)


Untitled-2 recensione del film:
L’UOMO CHE NON C’ERA

Titolo originale.
The man who wasn’t there

Regia:
Joel Coen Ethan Coen

Principali interpreti:
Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, John Michael Higgins, Jon Polito, Richard Jenkins, Christopher McDonald, Jack McGee, Scarlett Johansson – 116 min. – USA 2001

Riproposto a tarda ora, qualche giorno fa, da una rete televisiva, me lo sono riguardato con calma dal mio DVD e recensito!

Si chiamava Ed Crane il protagonista di questo film, ovvero l’uomo che non c’era, colui la cui individuazione è problematica, essendo possibile parlarne soprattutto per ciò che lo differenziava da chi viveva felicemente e attivamente intorno a lui. Al di là del carattere individuale di ciascuna di quelle persone, si trattava di donne e uomini accomunati dalla stessa weltanschauung: la condivisa convinzione di trovarsi nel migliore dei mondi possibili. Doris, sua moglie; Frank, suo cognato; Big Dave, suo amico, nonché titolare del negozio in cui Doris lavorava e anche gli altri amici e conoscenti non si ponevano molte domande e non avevano dubbi: non solo questo mondo era perfetto per loro, ma essi avrebbero potuto ulteriormente migliorarlo col lavoro, con gli affari e col denaro. Ed, invece, si poneva continuamente molte domande, senza trovare risposte adeguate, il che non faceva che accrescerne l’incertezza e l’inquietudine: non riuscendo a spiegarsi le incongruenze, le contraddizioni e l’insensatezza del vivere, si accontentava di opporre un ostinato silenzio alle vuote chiacchiere del suo prossimo, di cui egli guardava, con meravigliata e ironica indifferenza, l’arrabattarsi e l’affannarsi per accumulare altro denaro.
Il suo silenzio e lo sguardo assente ci dicono però anche della sua consapevolezza lucida e impotente: aveva intuito nell’esistenza universale una cieca mancanza di finalità, cosicché gli sembrava che ogni forma vitale fosse mossa da un’energia assurda e oscura, quella stessa che rendeva inarrestabile la crescita dei capelli, anche dopo la vita stessa, ciò che per lui era un enigma ossessivo e tormentoso, ma che, invece, per Frank era sicuramente il positivo indizio di un ordine naturale quasi provvidenzialmente finalizzato al proprio benessere individuale e familiare, visto che era parrucchiere!
Ed, l’anti-eroe, lavorava per Frank: ci appare subito, infatti, nel suo camice da barbiere, al lavoro nella bottega del cognato chiacchierone. Come la sua stessa voce narrante tiene a precisare, dentro questo lavoro egli si era trovato, o, per usare le sue parole, “ci si era sposato”, essendo Doris la sorella di Frank. Tutto quanto era accaduto nella sua vita era stato un evento casuale e inopinato: il lavoro, il matrimonio, la casa e persino il tradimento di Doris, che ora se la stava intendendo con Big Dave.

Inatteso e casuale era stato anche l’incontro con l’ambiguo Creighton Tolliver, l’uomo che avrebbe impresso la svolta definitiva alla sua esistenza. Questi, probabilmente un imbroglione in cerca di ingenui da spennare, gli aveva fatto credere che fosse arrivata finalmente anche per lui la possibilità di di farsi stimare per ciò che avrebbe realizzato nel business, allora emergente (il film è ambientato nel 1949), del lavaggio a secco. Ed Crane gli aveva dato retta e, sedotto soprattutto dall’idea di vendicarsi del tradimento di Doris, aveva estorto col ricatto a Big Dave il denaro richiestogli da Creighton per avviargli l’attività.
Del tutto inattesi e imprevedibili, però, gli sviluppi della faccenda: Big Dave, completamente rovinato, aveva scoperto che era stato Ed a ricattarlo e ora stava per strangolarlo, costringendolo, per difendersi, a ucciderlo; Doris era stata accusata del delitto e rischiava la pena di morte; Frank si era indebitato per procurarle un avvocato capace di farla uscire dai guai; Creighton sembrava essere sparito con il malloppo.
Il film, che nella prima parte aveva presentato i personaggi della vicenda, delineandone i tratti connotativi, ora assume sempre più marcatamente il carattere di un thriller molto teso, al termine del quale Ed Crane finirà stritolato. La verità dei fatti si era rivelata impossibile da ricostruire per gli uomini che avevano condotto le indagini dopo il sorprendente ritrovamento del corpo di Creighton, esattamente come per Ed Crane era stato impossibile, durante tutta la sua vita inquieta, penetrare oltre le apparenze del reale che smentivano continuamente le certezze della maggioranza degli uomini.
Le parole dell’avvocato di Doris, a questo proposito, non potrebbero essere più chiare:

Il principio di indeterminazione, dunque, (quello stesso principio che i fratelli Coen riproporranno di fronte all’interrogarsi di Larry, ai suoi perché angosciosi nell’altro loro bellissimo film del 2009, A serious Man) è tutto ciò che un fisico “crucco” (per dirla con l’avvocato) di nome Heisenberg, stimato anche da Einstein, era riuscito a stabilire circa le possibilità conoscitive della scienza e perciò stesso nostre! In altri termini,  nulla. Ed Crane, il barbiere-filosofo l’aveva intuito!
Il film è girato a colori e successivamente desaturato, con effetti stupefacenti, che rappresentano quasi visivamente il brancolare nel buio di Ed alla ricerca inutile della verità ed è recitato in modo superlativo da Billy Bob Thornton (Ed Crane); Frances McDormand (Doris), James Gandolfini (Big Dave), Michael Badalucco (Frank), Jon Polito (Creighton). Fugace ma interessante l’apparire di Scarlett Johansson, giovanissima, in un ruolo secondario, ma decisivo verso la fine del film, che è bellissimo, quasi un capolavoro!

guerra per bande in Norvegia (In ordine di sparizione)


recensione del film:

Schermata 08-2456880 alle 18.25.17IN ORDINE DI SPARIZIONE

Titolo originale:

Kraftidioten

Regia:

Hans Petter Moland

Principali interpreti:

Stellan Skarsgård, Bruno Ganz, Pål Sverre Hagen, Jakob Oftebro, Birgitte Hjort Sørensen – 110 min. – Norvegia, Svezia 2014.

Nella terra di Norvegia, considerata fra le più civili e tranquille del mondo, si svolge questa movimentata e divertentissima commedia nera, al centro della quale è un traffico di droga gestito da due organizzazioni criminali (una delle quali serba), che da qualche tempo si erano spartite il territorio per lo spaccio. L’accordo fra i gangster era stato visto con tacito favore persino dalla polizia locale: l’ordine pubblico ne aveva guadagnato; erano spariti gli inseguimenti, gli  scontri feroci nelle città, i morti sulle strade. Fin dalle prime scene, però, comprendiamo che il problema dello spaccio non riguardava solo i drogati: era accaduto, infatti, che un ragazzo, sicuramente non drogato, per uno strano insieme di circostanze, fosse morto per overdose; era anche accaduto che a Nils (Stellan Skarsgård), il padre del poveretto, che avrebbe voluto vederci chiaro, la polizia avesse dichiarato la propria indisponibilità ad aprire un’inchiesta. Nils, perciò, si era sentito quasi costretto a indagare da solo, muovendosi in un ambiente pericolosissimo e insolito per lui, cittadino modello, molto apprezzato, anche dalle autorità locali, che lo avevano onorato alla vigilia della pensione, per il suo lavoro insostituibile e per gli studi grazie ai quali il suo spazzaneve era diventato efficientissimo, consentendo velocemente i collegamenti stradali.

Nils, dunque, in breve tempo, era riuscito a ricostruire i movimenti e gli incontri del figlio, quelli che ne avevano preceduto la morte, e aveva anche individuato i colpevoli, ai quali aveva riservato una fine crudelissima, facendo sparire i loro corpi, coll’ausilio del suo potentissimo automezzo, usato certamente in modo molto improprio. Egli, però, aveva capito di aver appena sfiorato una struttura di potere criminale assai complessa, e aveva coscienza che non se ne sarebbe accontentato: individuare i vertici e ucciderli, questo era adesso diventato il suo irrinunciabile obiettivo.

Il regista costruisce il film affiancando alle vicende della guerra privata di Nils, quelle dei due boss della droga, il serbo detto Papa (Bruno Ganz) e il norvegese, detto il Conte (Pål Sverre Hagen). Papa, per la verità, era stato richiamato d’urgenza in Norvegia dalle notizie che gli arrivavano di lì, dove i suoi uomini erano in grande allarme, in seguito alle sanguinose provocazioni che, di questo non dubitavano, erano arrivate dagli scherani del Conte, che, evidentemente, secondo loro, aveva rotto la tregua, con atto unilaterale. Il Conte, invece, aveva creduto a una rottura dell’accordo da parte dei serbi che, di questo non dubitava, avevano fatto sparire molti dei suoi uomini: sul colossale equivoco era ripresa allora la guerra per bande, cosicché altro sangue sarebbe stato versato sulle nevi candide della Norvegia, fino al redde rationem finale. Il racconto procede con grottesca ironia, evidente anche nell’elenco, sempre più lungo, dei nomi dei morti ammazzati, che compaiono sullo schermo nero, preceduti dalle croci più diverse (anche una stella di Davide!), a indicare anche la diversa appartenenza religiosa delle vittime.

Molto ben scritto e condotto con grande intelligenza, il film ci consegna gli indimenticabili e ironici ritratti del Conte e di Papa, apparentemente diversissimi, ma entrambi accomunati dalla persistenza dei rispettivi pregiudizi xenofobi e dalla percezione distorta dei fenomeni reali, che si traduce in una serie di affermazioni e di battute di irresistibile comicità.

I richiami al cinema di Tarantino appaiono assolutamente pertinenti, data l’abbondanza di effetti talmente splatter da risultare caricaturali, ma mi pare da sottolineare che anche la lezione dei Coen è molto presente nel corso di tutta la narrazione, dall’inizio al sorprendente finale, per il ruolo che il regista affida al caso, che spesso spiazza intenzioni e progetti dei diversi personaggi, ma anche le aspettative dei divertiti spettatori. Grande prova d’attore di Bruno Ganz, di Stellan Skarsgård e del semi-sconosciuto Pål Sverre Hagen, perfetto Conte, contraddittoriamente oscillante fra amore per il figlio e gli animali e ottuso odio per l’umanità. Da vedere!

 

l’amore è uno zingaro, anche a CapeTown (U-Carmen e Khayelitsha)


Schermata 08-2456875 alle 19.09.59recensione del film:
U-CARMEN E KHAYELITSHA

Regia:
Mark Dornford-May

Principali interpreti:
Pauline Malefane, Andile Tshoni, Zweilungile Sidloyi, Lungelwa Blou, AndiswaKedama – 120 min. – Sudafrica2005″

Qualche volta può capitare di trovare, anche nei mesi estivi, qualche buona scelta nelle sale, come in questo caso.

A Città del Capo è ambientata un’altra versione cinematografica della Carmen di Bizet, che, infatti, non per la prima volta, diventa un film.

La storia vera della gitana, sigaraia di Siviglia, uccisa per gelosia, venne conosciuta da Prosper Mérimée durante un suo viaggio in Andalusia. Egli ne trasse ispirazione per una novella (1845) che Bizet mise in musica, su commissione, terminandone la composizione nel 1875. La fortuna di questo suo lavoro non fu immediata: per il pubblico benpensante dell’Opéra parigina non era piacevole né vedere, da protagonista, un’operaia, né accettare che la sua “dissolutezza” venisse esibita così sfacciatamente, mentre sulla scena la facevano da padroni briganti e contrabbandieri. Nel corso del tempo, tuttavia, intorno a questa grande opera lirica crebbe il consenso dei critici e del pubblico e si moltiplicarono ovunque le sue rappresentazioni; di li a poco sarebbero spuntate le sue versioni cinematografiche, la più nota delle quali è stata, forse, Carmen Jones di Otto Preminger, Palma d’oro a Cannes nel 1954. Del 1984 è, invece, Prénom Carmen di Jan-Luc Godard (1984). In entrambe queste pellicole Carmen è nera, così come lo è in questo lavoro sudafricano, girato nella periferia povera di Città del Capo, a Khayelitsha, in mezzo alla popolazione di lingua Xoso, che è anche la lingua in cui è stato tradotto il libretto dell’opera, notevolmente rimaneggiato e adattato alla situazione locale. Soltanto il famosissimo pezzo dell’Habanera è stato tradotto alla lettera, mantenendo le parole originarie. L’amore è perciò, anche a Khayelitsha uno zingaro che non ha mai conosciuto leggi*; anche lì il gioco della seduzione (di cui Carmen è l’indiscusso simbolo) è fatto di asimmetriche corrispondenze e di dolore, e, da ultimo, di morte. Manca, naturalmente, la Plaza de Toros; manca il bastione di Siviglia; Escamillo è diventato una specie di rock-star, mentre è rimasta quasi intatta la storia di Michaela, della madre e dell’anello, ovvero dell’amore tranquillo, benedetto dalla famiglia, verso il quale Don José non sembra molto attratto. I nomi dei protagonisti sono altri, tranne quello di Carmen, che è e rimane Carmen, anche in lingua Xoso. Una bella trasposizione, coloratissima e vitale, molto gradevole da vedere.

*L’amour est enfant de bohème,
il n’a jamais, jamais connu de loi :
Si tu ne m’aimes pas, je t’aime ;
si je t’aime, prends garde à toi
!

IMG0093-copy La settecentesca Fabbrica del Tabacco di Siviglia, ora rettorato dell’Università (foto mia).

 

Novecento 2


Schermata 08-2456876 alle 23.53.56recensione del film:
NOVECENTO
(ancora sull’Atto primo – Atto secondo)

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti del secondo atto:
Alida Valli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Gerard Depardieu, Laura Betti, Pietro Longari Ponzoni, Robert De Niro, Werner Bruhns

Schermata 08-2456873 alle 08.57.38Alfredo aveva conosciuto Ada a Parma, nella casa dello zio Ottavio, dov’era approdato dopo l’avventura del mattino, invero poco onorevole, quando, insieme al suo amico Olmo,  si era imbattuto in una giovane prostituta epilettica. Olmo ne era tornato molto turbato: Anita, con po’ di ceffoni, lo aveva liberato dal senso di colpa. Alfredo invece, a casa dello zio, aveva incontrato lei, la bellissima Ada. Al primo impatto, in verità, non aveva potuto vederla molto bene, perché il suo viso era celato da una massa di capelli bagnati che stava cercando di asciugare. Poi, liberando la fronte, la donna aveva scoperto i suoi bellissimi occhi e acceso un sigaro, cosa assai singolare, allora, soprattutto per uno come lui, cresciuto e allevato in campagna. Ada si rivelava, poco dopo, intenditrice d’arte e di cultura, nonché capace di guidare l’auto, altra cosa rara per l’epoca, e di scrivere poesie secondo la moda futurista. Affascinante nei modi, elegante, spregiudicata e apparentemente sicura di sé, nutrita di buone letture, lasciava trasparire un’ottima educazione e una intelligente curiosità per le esperienze più diverse; aborriva la volgarità dei fascisti e la loro violenza che rifiutava di vedere, ragione per la quale talvolta si fingeva cieca. Alfredo ne era rimasto incantato: sarà lei a riportarlo a casa sull’auto dello zio. Lungo il percorso la sua particolare “cecità” si era manifestata, quando, durante il sorpasso di un convoglio di squadristi, aveva messo a rischio la propria vita e quella di lui. Saranno insieme, con Olmo e Anita, al ballo che precede l’incendio della casa del popolo.

Nella scena dell’incontro è compendiato, mirabilmente, il ritratto di Ada, connotata, nel corso di tutto il film, dall’inafferrabilità, splendidamente espressa da quei capelli che la nascondono. E’ davvero un personaggio singolare e sfuggente, come aveva avvertito subito, del resto, lo stesso Alfredo, continuamente spiazzato dal suo comportamento. Diversamente da altri, Ada era capace di astrarsi dal presente per non vedere gli orrori e le brutture che le stavano intorno, volgendo altrove, più in alto, forse, quegli occhi magnifici e limpidi, che forse cercavano aria pulita, al di sopra delle soffocanti nebbie della “Bassa”. Nei suoi pensieri inquieti, sognava di spostarsi con Alfredo verso lidi che sperava, invano, finalmente lontani dalle camicie nere: per questo insieme a lui aveva raggiunto Capri, dove zio Ottavio si stava dilettando con la fotografia artistica (ritraendo divinità boscherecce, ovvero ignudi giovanotti in posa sugli alti faraglioni). Talvolta si assentava dal presente anche attraverso viaggi “altri”, nei paradisi artificiali della cocaina, che lo stesso Ottavio si procurava su quell’isola*. L’Aventino dorato dei due innamorati a Capri, però, non sarebbe durato a lungo: un telegramma aveva avvisato lui della morte improvvisa del padre. Alla morte di Giovanni, il matrimonio di Ada e Alfredo, poco opportunamente annunciato e quasi subito celebrato, aveva acceso la speranza che nella proprietà dei Berlinghieri qualcosa sarebbe cambiato nei rapporti con i contadini. Olmo e anche Ada, a più riprese, avevano inutilmente chiesto ad Alfredo l’allontanamento di Attila, ormai convinto e spietato squadrista, a cui il giovane padrone non aveva voluto togliere la conduzione dei poderi e della casa, neppure quando, in sua presenza, Attila, che aveva appena violentato e ucciso il piccolo Patrizio Vanzini, con la complicità perversa di Regina, la sua diabolica amante, aveva cercato di massacrare di botte Olmo, accusandolo del delitto. Il fatto è che Alfredo, anche se non aveva mai amato i fascisti, aveva bisogno dei loro servigi, come tutti gli altri padroni della zona (e anche come molti industriali del nord): gli mancava la voglia, e la capacità di occuparsi direttamente delle proprietà; era diverso dal nonno che non aveva temuto di condividere con i suoi stallieri e con i contadini “sterco e sudore” e qualche buona bottiglia, talvolta. Era un “rentier”, che avrebbe preferito occuparsi d’altro, ritenendo che poche e salutari mortificazioni sarebbero state sufficienti a ristabilire le giuste distanze fra lui (era o no il padrone?) e il suo “cane da guardia”, così come Attila si lasciava definire dalla stessa Regina. Le umiliazioni, però, non facevano altro che accrescere la rabbia impotente e invidiosa del suo fattore, nonché i propositi di vendetta, anche da parte di Regina. Ora si stava sgretolando il matrimonio con Ada, che era nato troppo in fretta e male: i festeggiamenti erano stati turbati da alcuni sinistri presagi. In primo luogo Alfredo aveva notato con dispiacere l’assenza di Olmo, (Anita era morta da qualche tempo, durante il parto della loro bambina, che si sarebbe chiamata come lei): probabilmente l’amico aveva preferito andarsene per i fatti suoi, piuttosto di accettare l’umiliazione di festeggiare le nozze nella stanza dei servi. Non si era visto neppure lo zio Ottavio, che era arrivato in ritardo, ma con un un regalo speciale per la sposa: lo splendido cavallo bianco (dal nome evocativo: Cocaina), che le avrebbe consentito di allontanarsi subito, ancora coll’abito nuziale, pur di non vedere il dilagare sguaiato delle camicie nere nella bella casa, tollerato da tutti gli invitati, mentre in quello stesso giorno Attila e Regina avrebbero orribilmente stuprato e successivamente massacrato il piccolo Patrizio. Il rientro di Olmo e di Ada sul suo bel cavallo e il ritrovamento del corpo straziato del piccino, seguito dal tentativo non riuscito di  massacrare il sovversivo Olmo Dalcò, avevano chiuso una giornata da dimenticare. Ada, però, non dimenticava né l’immobilità del marito di fronte ai soprusi e alle ingiustizie di Attila, né l’ostilità aperta di Regina; aveva cercato di far qualcosa di utile, insegnando alla bambina di Olmo a leggere e a scrivere, ma questo suo impegno non era stato apprezzato né da Olmo, né da Alfredo, che di Olmo stava diventando geloso. Avrebbe allora cominciato un altro viaggio, un doloroso percorso di abbrutimento, attraverso il vino, negato nella sua casa (era Regina a custodire le chiavi della dispensa), ma ottenuto nelle osterie più sordide, dove in una memorabile e nevosa notte di Natale Alfredo era riuscito a scovarla. La scoperta, al loro ritorno, di un nuovo delitto (ancora Attila!) aveva fatto maturare in lei la decisione di troncare ogni rapporto col marito, dapprima rinchiudendosi in camera sua e successivamente abbandonando per sempre la casa e facendo perdere definitivamente le proprie tracce. Si era forse congiunta ai movimenti di resistenza che clandestinamente si stavano organizzando sull’Appennino?
Alla fine del film, cioè nel racconto del 25 aprile che, circolarmente, ci riporta al suo inizio, potrebbero indurci a crederlo alcune affermazioni di Olmo, che a quella lotta clandestina aveva partecipato ed era tornato “bello di fama e di sventura”, come l’Ulisse foscoliano. E’ certo, però, che ancora una volta la donna aveva spiazzato tutti, confermando la sua sfuggente inafferrabilità, così come la sua limpida e ferma ripulsa di ogni violenza. Torna ancora in mente quel suo sguardo alla ricerca di un mondo pulito, rispecchiandosi nel quale, il regista sembra, in conclusione, esprimere il suo giudizio su tutti i suoi personaggi.

Si è spesso rimproverato a Bertolucci una sorta di faziosità manichea, che lo avrebbe spinto a fare un film in cui tutti i buoni sono dalla parte degli antifascisti e tutti i cattivi sono dall’altra, come dimostrerebbe proprio la figura di Attila, vero genio del male. Non riesco a leggere il film in questo modo: tutte le figure rilevanti di questo film, andrebbero considerate per ciò che rappresentano emblematicamente: Olmo, tenacemente legato ai valori dei Dalcò, è ingenuo e un po’schematico nel modo di pensare e nel comportamento, incarna un modo di far politica senza molte mediazioni culturali: è un eroe coraggioso, che può suscitare simpatia, ma col quale è difficile identificarsi; Alfredo è un antifascista più complesso e tormentato, ma non è sufficientemente coraggioso per rompere decisamente con gli altri agrari impegnati a oltranza nella difesa della “roba” e, in ogni caso, è incapace di elaborare una proposta politica in grado di coinvolgere gli altri proprietari in una forma di opposizione liberale. Attila non è il cattivo per antonomasia, né lo è in quanto fascista: è un uomo mediocre, senza qualità, vile e invidioso; non è il male incarnato (che lo renderebbe un personaggio tragico), ma è piuttosto l’incarnazione della banalità del male, favorito dalla degenerazione dello stato, che rinunciava al suo compito istituzionale di far rispettare le leggi, uguali per tutti i suoi cittadini.

Schermata 08-2456875 alle 23.44.16In tutto il film, però, il vero protagonista è il “quarto stato”, esplicitamente evocato nei titoli di testa e di coda, sovrapposti al celebre dipinto di Pelizza da Volpedo e identificato qui con l’intero popolo della Bassa, che con la sua umanità e anche con la sua memoria fatta di canti, di danze, di espressioni dialettali, ma soprattutto di storie direttamente vissute o sentite raccontare, permette al regista la realizzazione di questo grande affresco corale, la ricostruzione di un’epoca, che è un pezzo fondamentale della nostra storia. E’ quasi un invito a ricordare, che si dispiega per tutta la durata della pellicola, stupefacente per la quantità di emozioni che ancora suscita, dopo tanti decenni. Mi sembra questa l’eredità duratura del film, che al di là delle singole scene, più o meno riuscite, ci dà, attraverso una serie di quadri potentissimi, un’indimenticabile rappresentazione di come eravamo.

E’ un film di parte? Lo è, ma questo è un pregio, non un limite: Bertolucci non aveva voluto affatto mettersi al centro di “opposti estremismi”, aveva voluto, invece, chiarire da quale parte ci si era dovuti schierare per opporsi all’arroganza e all’ingiustizia dei potenti, nelle zone emiliane, come dappertutto! Di questo, credo, tutti dovremmo prendere coscienza. Grazie allora a questo nostro grande regista per lo splendore lirico della prima parte, per i cupi drammi della seconda, per i personaggi indimenticabili che ancora vivono, amano e soffrono davanti ai nostri occhi, per gli attori straordinari (popolari e professionisti) che hanno dato se stessi, per le musiche meravigliose che accompagnano le scene, per la splendida fotografia di Vittorio Storaro, e grazie anche al mirabile restauro che ci restituisce il film in tutta la sua suggestione.
___
* la sniffata e la successiva danza hanno probabilmente ispirato la scena famosa dell’overdose di Uma Thurman in Pulp Fiction di Tarantino, che ha citato sicuramente questo film anche nelle Jene: il taglio dell’orecchio dell’atto 1

___
Le immagini del soggiorno a Capri di Ada e Alfredo, cioè l’inizio dell’atto 2, sono attualmente visibili su Youtube. Potete raggiungerle attraverso questo documento direttamente dal blog.

Novecento


Schermata 07-2456864 alle 21.22.18recensione del film:
NOVECENTO
(Atto primo)

regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:
Gerard Depardieu, Robert de Niro, Burt Lancaster, Romolo Valli, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Francesca Bertini, Laura Betti, Donald Sutherland, Sterling Hayden, Roberto Maccanti, Paolo Pavesi, Pietro Longari Ponzoni, Werner Bruhns – 318 minuti Italia, Francia 1976

Bernardo Bertolucci, evocando in una lunga intervista il tempo in cui venne girato questo bellissimo film, ricostruisce il clima politico e culturale della fine degli anni ’70, quando, dopo il grande successo internazionale del suo precedente L’ultimo tango a Parigi, gli si aprirono le porte degli Stati Uniti. Lì, il regista ottenne, infatti, cospicui finanziamenti a scatola chiusa, che gli permisero di creare questa nuova opera nel modo e col tempo che gli parvero necessari, avvalendosi, oltre che di un numero enorme di personaggi popolari, anche di un cast molto prestigioso e blasonato (i nomi più famosi all’epoca erano quelli di Burt Lancaster, Alida Valli, Francesca Bertini, cui si aggiungevano lo straordinario Sterling Hayden, nonché i giovani e bellissimi Gerard Depardieu e Robert De Niro, il quale aveva al suo attivo, comunque, già alcuni film di tutto rispetto, fra i quali la seconda parte del Padrino di Coppola). Questa illimitata apertura di credito non impedì tuttavia che, all’uscita del film, proprio dal produttore americano arrivassero al regista i primi violenti attacchi: troppo lunga la proiezione di più di cinque ore per il pubblico americano; troppo ideologico l’insieme; troppe bandiere rosse nel film. Eravamo nel 1976, in piena guerra fredda!
Schermata 08-2456876 alle 23.31.00In Italia, invece, dove si decise di dividere il film in due parti che furono proiettate separatamente, il film ebbe un sicuro successo di pubblico, ma anche alcuni problemi giudiziari che, dopo le vicissitudini incredibili del suo film precedente, sembravano essere diventati inseparabili da Bertolucci. L’assoluzione piena non gli alleviò l’amarezza per la gelida accoglienza da parte della sinistra del tempo, di quel PCI cui il giovane regista avrebbe voluto dedicare quest’ultima sua fatica: erano i tempi del compromesso storico berlingueriano e dei timori che il richiamo identitario al popolo della sinistra avrebbe potuto nuocere a quella strategia. Quasi una ennesima dimostrazione della perenne inattualità degli artisti!

Il film inizia con la rappresentazione della “festa d’aprile” nella campagna emiliana presso Parma (l’ambiente in cui si svolgono le vicende raccontate). E’ il 25 aprile 1945, il giorno della Liberazione dell’Italia dal dominio nazifascita: dalle fattorie e dai poderi accorrono numerosi i contadini, mentre, ancora armati e violenti, gli uomini più compromessi col fascismo di Salò cercano scampo alla loro ira, alcuni ancora sparando e uccidendo. Il festoso e drammatico racconto del ritorno alla vita democratica costituisce la premessa dell’intero film, indispensabile per ricostruire i primi decenni del ‘900, così come erano stati vissuti in quelle campagne sia dai proprietari della famiglia Berlinghieri, il vecchio Alfredo (Burt Lancaster) e suo figlio Giovanni (Romolo Valli), sia dai numerosi lavoratori agricoli, che alle loro dipendenze sopportavano condizioni di pesante sfruttamento, sorretti dalla fierezza dell’appartenenza di classe, che condividevano col vecchio Leo Dalcò (Sterling Hayden), patriarca amato e rispettato da tutti

La morte di Verdi, avvenuta nel gennaio del 1901, aveva chiuso definitivamente, in ogni senso, il secolo XIX. La notizia si era sparsa velocemente nelle campagne, urlata dal deforme “Rigoletto” paesano, ed era stata immediatamente seguita, nella narrazione del film, dagli auspici beneauguranti di due nascite: stavano per vedere la luce, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, Olmo (Roberto Maccanti / Gerard Depardieu), l’ultimo nipote di Leo, e Alfredo (Paolo Pavesi / Robert de Niro), l’erede atteso dei Berlinghieri. Dopo essersi soffermato sulle litigate fra i due bambini, così diversi per collocazione sociale, il regista si appresta a tratteggiare, con grande finezza analitica, il complesso rapporto di amicizia e di ostilità che li connota e che costituisce, forse, il tema centrale di tutto il film, quello attraverso il quale egli filtra gli eventi storici straordinari del primo ventennio del ‘900.
Educato con la severità autoritaria comune alle famiglie patriarcali, vestito sempre come un piccolo lord, col suo collettino inamidato, il piccolo Alfredo prova ammirazione e anche un po’ d’invidia per la libertà anarchica di Olmo, sempre libero di sporcarsi, di non avere paura dei disagi della vita naturale, di agguantare le rane per infilarle crudelmente nel proprio cappellaccio, di entrare vestito nelle acque stagnanti della campagna circostante. Olmo, inoltre, era capace di prodezze strabilianti, di atti di straordinario coraggio: sapeva stendersi sui binari al passaggio del treno, uscendone magari molto sporco, ma vivo, senza un graffio. Una vera delizia, poi, per Alfredo, poter allontanarsi dalle tensioni familiari, dal padre prepotente, dal parentado scroccone, dalla madre lamentosa, dal nonno molto affettuoso, ma anziano e trattato da demente. La drammatica morte di quest’ultimo, la farsa del testamento dettato al notaio compiacente, le fantasie di evasione nei mondi lontani dello stravagante e diseredato zio Ottavio (Werner Bruhns), la morte di Leo, il treno del Soccorso Rosso a sostegno dello sciopero dei contadini, scandiscono le tappe del tormentato e progressivo staccarsi di Alfredo dalla sua poco amata famiglia, simbolicamente rappresentato dalla coraggiosa decisione di sdraiarsi a sua volta sui binari al passaggio del treno pieno di bandiere rosse che sta portando a Genova Olmo insieme agli altri figli dei contadini in sciopero. Ora si dichiarano entrambi “socialisti dalle tasche buche”, ciò che li dovrebbe rendere molto simili, anche se lontani, in tutti i sensi: Alfredo non ha bisogno del Soccorso rosso e perciò non andrà a Genova.
Con un bellissimo passaggio, preceduto da un attimo di buio sullo schermo, ecco un altro treno: una sigaretta che si accende è sufficiente per illuminare le divise dei soldati di ritorno dal fronte della prima guerra mondiale, quelli più giovani, che erano stati arruolati negli ultimi mesi del conflitto. E’ così raccontato il ritorno di Olmo alla proprietà dei Berlinghieri, uno dei momenti emozionanti del film: poche le parole, ma tanta la gioia e la commozione: il lavoro lo aspetta. Che fine ha fatto Alfredo? Alfredo non è partito neanche questa volta, neppure per la guerra: ha indossato inutilmente la divisa da tenente e ha comprato inutilmente una lucidissima spada. I soldi del padre gli hanno evitato la partenza; si è allora accontentato di aspettare, in compagnia di Regina (Laura Betti), la cuginetta un tempo presuntuosa e insopportabile che ora egli cerca di allontanare da sé.
La vecchia amicizia con Olmo si rinnova, ma i tempi non sono più quelli. La guerra aveva privato la cascina di molte braccia: Giovanni aveva cercato di rimediarvi acquistando un certo numero di macchine e assumendo un fattore, servile, odioso e ambiziosissimo, Attila (Donald Sutherland), per controllare il raccolto e il lavoro dei contadini. Si diceva, però, che altri proprietari della zona avessero cominciato a sfrattare dalle abitazioni, per lunga tradizione assegnate a loro, le famiglie degli agricoltori “eccedenti”, magari tornati, feriti e invalidi, dal fronte. Il disagio era profondo e investiva davvero tutti: gli agrari che non intendevano ragione diversa da quella del profitto; i contadini che non avevano alcuna colpa di ciò che era successo e che ora si vedevano costretti a lasciare non solo il lavoro, ma le case avite. Questa volta, però, qualcuno sembrava finalmente in grado di organizzare una vera protesta: la Lega dei braccianti, animata dalla giovane maestra Anita Furlan (Stefania Sandrelli), profuga veronese, accolta dai Dalcò dopo che aveva perso nella guerra casa e parenti. Politicamente molto vicini e reciprocamente attratti, Anita e Olmo si innamorano.

Le ragioni degli sfrattati, dunque, erano riuscite a fermare l’esercito che i padroni avrebbero voluto si schierasse, come in passato, a difesa delle loro proprietà. In realtà si stava creando, e Bertolucci lo dice in modo impareggiabile col linguaggio del cinema, l’esplosiva miscela di violenza, odio, frustrazioni, arrivismo e invidia sociale che in breve tempo avrebbe portato all’affermarsi del fascismo. Una chiesa è lo sfondo del patto scellerato che agrari, preti, aspiranti nuovi padroni e frustrati di ogni specie stringeranno, in una scena memorabile, al fine di organizzare le prime squadre fasciste nelle campagne emiliane: è presente l’ambizioso Attila, è lì anche Regina, frustrata per essere stata estromessa dalle stanze del cugino, che avrebbe voluto sposare, c’è il conte Pioppi (Pietro Longari Ponzoni), il proprietario che aveva dovuto arrendersi davanti ai suoi contadini e c’è anche Giovanni, che lì aveva convocato imperativamente il fratello Ottavio e il figlio Alfredo, il cui allontanamento sdegnoso sarà, forse, l’elemento decisivo, quello che lo spingerà ad allinearsi alle posizioni più estremiste che in un primo momento sembrava aver rifiutato. I frutti di quella riunione non si sarebbero fatti attendere: la spaventosa violenza delle squadracce infierì con inaudita ferocia: l’incendio della casa del popolo e il rogo in cui morirono bruciati gli anziani che erano di guardia diffuse il terrore fra tutti gli altri, cosicché i funerali delle vittime si svolsero nell’indifferenza dei più, senza alcuna solidarietà della popolazione, ben barricata in casa, nonostante le invocazioni di Olmo e i pianti di Anita, che ora comprendeva la portata della sconfitta e intuiva la fine prossima di qualsiasi opposizione sociale.
E’ l’autunno triste delle lotte contadine: la piazza vuota, la banda con la solita musica, il corteo con le solite facce; è la fine di un’epoca, la cessazione di ogni forma di mediazione sociale, il trionfo dell’arbitrio e dell’arroganza, come la scena agghiacciante e simbolica del massacro del gatto, che conclude il primo atto del film, lascia chiaramente presagire.
La prima parte di questo lungo film è una vera grande epopea delle lotte contadine, priva di retorica, girata con cura e resa affascinante dalla bellissima fotografia che, grazie al restauro avvenuto qualche anno fa, siamo finalmente in grado di apprezzare pienamente. La seconda parte, che non è, almeno secondo me, altrettanto convincente, sarà oggetto della mia prossima recensione, insieme alla storia dell’amore molto tormentato fra Ada (Dominique Sanda) e Alfredo, che è probabilmente uno degli aspetti più interessanti del film.

Napoli, l’Italia (Le cose belle)


Schermata 07-2456853 alle 15.17.43recensione del film:

LE COSE BELLE
Documentario

Regia:

Agostino Ferrente, Giovanni Piperno

- 88 min. – Italia 2013.

Agostino Ferrente e Giovanni Piperno sono due documentaristi italiani che hanno al loro attivo alcune opere condotte singolarmente: L’orchestra di piazza Vittorio (Ferrente); Il pezzo mancante (Piperno). Hanno diretto insieme, invece, per conto di RAITRE, a Napoli nell’anno 2000, Intervista a mia madre, di cui questo bel documentario costituisce in qualche misura il seguito.
Quando i due registi avevano costruito quel loro primo lavoro, si erano serviti delle storie di quattro ragazzi giovanissimi: Fabio, Enzo, Adele e Silvana, abitanti delle periferie partenopee, pieni di sogni e di speranze per il futuro. Non poteva che essere così: erano tutti molto giovani; avevano tutta la vita da vivere e abitavano in una città, che, per quanto fosse degradata, era in piena fioritura di restauri e di opere. Napoli era, infatti, quella del sindaco Bassolino e stava attraversando il magico momento del “rinascimento napoletano”, ciò che alimentava grande fiducia nel domani e nelle prospettive che sembravano dischiudere, finalmente, anche per questa città e per i suoi abitanti, orizzonti europei. La realtà partenopea non era ancora quella della spazzatura nelle strade, né quella dei fuochi, della diossina che avrebbe inquinato l’aria, dei veleni che sarebbero penetrati nell’acqua e nella terra; né l’illegalità, pur endemicamente presente da sempre, aveva assunto le proporzioni devastanti che oggi conosciamo.
Ferrente e Piperno, tornando dopo più di dieci anni a Napoli e riprendendo i loro contatti di allora, cercano di capire com’è andata per i quattro giovanissimi di un tempo, che nel frattempo sono cresciuti e diventati adulti.
Le cose belle, augurate dai due registi ai ragazzi al momento del commiato, ma anche vagheggiate e apparentemente sul punto di realizzarsi, si stanno ora amaramente confrontando con la situazione dell’oggi, con la fine delle illusioni e con l’accentuarsi della marginalità che per i protagonisti non è ancora diventata così disperata come si potrebbe temere, ma è comunque dolorosissima ed è accompagnata dal timore che diventi una malattia cronica.

Il film, che è altamente consigliabile, è uscito nelle nostre sale solo ora, anche se è stato concluso un anno fa: sembra quasi clandestinamente condannato, come i suoi protagonisti, all’irrilevanza. Se potete, però, andate a vederlo, perché, in fondo, quella infelice città e quei giovani sventurati cercano di sopravvivere come accade a molti loro coetanei anche nel resto d’Italia: speriamo che se la cavino!

un maialino per la pace (Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente)


Schermata 2014-06-24 a 21.44.38recensione del film:
UN INSOLITO NAUFRAGO NELL’INQUIETO MARE D’ORIENTE

Titolo originale:
Le cochon de Gaza

Regia:
Sylvain Estibal

Principali interpreti:
Sasson Gabay, Baya Belal, Myriam Tekaïa, Gassan Abbas, Khalifa Natour,
Lotfi Abdelli, Ulrich Tukur – 98 min. – Francia, Germania, Belgio 2011.

Un grazioso film sui problemi mediorientali, dal titolo Le cochon de Gaza, diventa, per qualche strana pensata made in Italy “Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente”. Quando si dice creatività!

In realtà, le cochon, cioè il porcellino in questione, non è un insolito naufrago, ma è l’oggetto di un’insolita pescata del povero Jafaar, lo sfortunato palestinese che ormai è costretto non solo a vivere in un limitatissimo spazio nella striscia di Gaza, addirittura lungo il muro di separazione dallo stato di Israele, ma anche a  trascinare le sue reti in un angusto tratto di mare, dove scarpe, ciabatte spaiate e vecchi oggetti inservibili  sembrano essere più abbondanti dei pesci. Certo, di maialini, finora, non se ne erano visti mai, anche per la maledizione divina che secondo le due religioni rivelate, ebraismo e islam, colpisce le impure carni di questi impuri animali, che, anche se non hanno mai fatto male a nessuno, sono banditi dalle terre consacrate ad Allah, così come da quelle consacrate al dio di Israele. Da dove provenisse allora il maialino finito nelle reti di  Jafaar nessuno era riuscito a capire; certo per Jafaar l’arrivo inaspettato era quasi il segno, l’ennesimo, di una inspiegabile punizione divina nei suoi confronti.

Eppure… da notizie raccolte qua e là, nel tentativo di sbarazzarsi dell’importuno e temibile animale, Jafaar aveva appreso che un gruppo di ebrei russi, laicamente incurante di tabù e divieti, aveva fatto di un allevamento suino, un prospero business legato all’esportazione dei prodotti delle carni lavorate. Tale attività, che era tollerata all’interno della comunità ebraica (veniva apprezzato molto il fiuto grazie al quale questi animali sono eccezionali nel segnalare gli esplosivi), ora sembrava in procinto di andare a rotoli per l’inaspettata morte del robustissimo maschio il cui sperma era stato fondamentale per riprodurre i suini dell’allevamento in questione. Non mi dilungherò a narrare i grotteschi sviluppi della vicenda, che sono insieme divertenti e tragici: il maialino è costretto a portare dei calzerotti a righe, per muoversi senza contaminare il terreno sotto le sue zampe e a essere camuffato da pecora per evitare scandali, aggressioni e panico  durante gli spostamenti lungo la striscia di Gaza. L’alleanza segreta fra l’allevatrice russa e lo sfortunato Jaffaar produrrà però molti frutti positivi e soprattutto riuscirà ad alleviare la miseria di lui e della moglie Fatima, a dimostrazione che i pregiudizi nati dalla irrazionale valutazione della realtà possono essere superati con molto profitto, tenendo lontana la violenza, del tutto inutile per riportare la giustizia fra gli uomini. D’altra parte, i bisogni umani sono di solito molto più semplici di quanto si creda e accomunano anche le persone apparentemente più lontane: lo aveva già capito Fatima, costretta a convivere, durante la giornata, con i soldati israeliani di guardia che le avevano requisito una parte della casa e che ora seguivano con lei, nel povero calore di ciò che restava di quell’abitazione, i programmi televisivi, raccontandole, intanto, della famiglia lontana, delle loro angosce umanissime, delle loro aspirazioni alla pace. Una bella favola, quasi un apologo pacifista, magari un po’ ingenuo, ma molto utile a riflettere, e interessante grazie anche all’umorismo sorridente delle trovate e alle svolte inattese che costellano lo svolgimento del racconto. Il film, che è del 2011 e che vediamo, come al solito, con ritardo sui nostri schermi, è stato insignito nel 2012 del premio César per la migliore opera prima, ed è, a mio avviso, gradevole da vedere, molto ben diretto e recitato benissimo.

fenomenologia dell’amore (La gelosia)


Schermata 06-2456838 alle 15.10.35recensione del film:
LA GELOSIA

Titolo originale:
La jalousie

Regia:
Philippe Garrel

Principali interpreti:
Louis Garrel, Anna Mouglalis, Rebecca Convenant, Olga Milshtein, Esther Garrel
– 77 min. – Francia 2013.

La gelosia, presentato a Venezia nel settembre 2013, nonostante la buona accoglienza internazionale, è arrivato nelle nostre sale con molto ritardo, dovuto, a mio avviso, al problema di distribuire un film di non facile interpretazione. Il film è abbastanza insolito, infatti, sia per la brevità (77 minuti), sia per l’assenza del colore che gli conferisce di per sé l’aura del film d’autore, sia per la complessità del contenuto, percepibile dallo spettatore attento che non si lasci fuorviare dall’esilità della storia raccontata. Il regista narra una vicenda abbastanza comune: Louis lascia Clothilde, che gli ha dato la piccola figlia Charlotte, perché si è innamorato di Claude in modo “definitivo”, cioè con una tale profondità da non ammettere ulteriori possibilità di innamorarsi. I due vanno a vivere insieme, ma il loro rapporto non funziona, forse compromesso dalle condizioni di povertà a cui la crisi economica li condanna. Louis (Louis Garrel) e Claude (Anna Mougalis) sono entrambi attori teatrali, ma non riescono a realizzarsi nel lavoro: lui si accontenta di piccoli contratti a tempo, assai poco pagati; lei non ottiene neppure quelli: dovrebbe rinunciare al teatro e percorrere altre strade, ma preferisce, infine, gli agi che un affermato architetto è disposto a offrirle: una bella casa, una posizione sociale più accettabile.
Questa svolta della loro storia porta alla disperazione Louis, che tenta il suicidio.

Come si vede, si tratta di una storia triste e non molto originale. Originale è, invece, il modo del racconto, che, pur nella sua brevità, analizza la complessità della fenomenologia amorosa, collegandola a quell’esigenza di possesso totale dell’essere amato, espressa con lucidità da Louis, ma presente in ogni forma di rapporto amoroso: la gelosia non riguarda, infatti, solo i due amanti, ma coinvolge circolarmente tutti i personaggi del film. Clothilde, che ha imparato da tempo a sacrificare le proprie aspirazioni per tenere insieme la famiglia,  svolgendo un lavoro che non le piace, ora che Louis se n’è andato, è gelosa del rapporto di complicità un po’ speciale che la piccola Charlotte riesce a stabilire con Claude, dal quale capisce di essere esclusa (la scena del ritorno a casa di Charlotte col berrettino di Claude è davvero struggente e ci dice molto del suo dolore silenzioso e della sua estraneità inevitabile rispetto a una parte della vita della sua bambina); a sua volta la piccola è gelosa del suo papà, che ama profondamente, ma che comprende esserle lontano, legato probabilmente, oltre che a Claude, anche a un passato familiare troppo lontano nel tempo da lei (l’evocata apparizione del vecchio padre di Louis sembra creare un gioco di specchi col presente: la gelosia del piccolo Louis, allora, era della stessa natura di quella di Charlotte, oggi). Amore e gelosia sembrano sempre e comunque inseparabili, dunque, che si tratti di amore tra amanti, o tra parenti, il che è cagione di tormento e di infelicità. Il film ci dice, infatti, che una parte di noi non può che appartenere solo a noi stessi, sottraendosi a qualsiasi desiderio di possesso assoluto dell’altro, a qualsiasi indagine sul passato e sui recessi più nascosti del cuore: l’amore necessario e definitivo, sognato da Louis, nel suo bisogno di rassicuranti certezze, non può esistere e ha quasi il carattere di una malattia.
In conclusione, l’atteggiamento distaccato di Claude, capace di amare solo in un presente che continuamente si possa riproporre come scelta, senza fantasticare sulla sua eternità nel futuro, pare essere paradossalmente il più utile alla durata del rapporto amoroso. Un piccolo film, ma quasi un teorema.

la storia dei Four Season (Jersey Boys)


Schermata 2014-06-27 a 21.16.36recensione del film:
JERSEY BOYS

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
John Lloyd Young, Erich Bergen, Michael Lomenda, Vincent Piazza, Christopher Walken,Freya Tingley.
– 134 min. – USA 2014.

A Newark, nel New Jersey, non si erano sistemati solo gli emigrati ebrei dell’Europa orientale dei romanzi Di Philip Roth: lì erano approdati anche molti italiani delle regioni del sud, che avevano portato con sé le proprie tradizioni e abitudini. Molti si erano messi a lavorare: non erano diventati ricchi, ma puntavano alla promozione sociale dei propri figli. Alcuni altri, invece, si erano arricchiti in modo spesso illecito: erano mafiosi, malavitosi al loro servizio, o rivali nelle lotte per il controllo del territorio. Il loro capo, temuto e riconosciuto, era Angelo Decarlo, detto Gyp; intorno a lui ruotavano piccoli e grandi malfattori. Nelle strade del quartiere italo-americano crescevano insieme, incontrandosi e organizzando le loro avventure, i figli delle famiglie oneste e anche gli altri, che negli anni ’50 erano adolescenti o poco più, legati dall’amicizia solidale, talvolta omertosa, che derivava soprattutto dall’appartenenza allo stesso quartiere, ma anche dalla condivisione di alcuni valori tradizionali, nonché dei pericoli cui si esponevano durante le poco commendevoli aggressioni o i furti (non sempre piccoli) di cui si rendevano protagonisti. Il rischio per tutti era di finire in galera; qualcuno di loro, infatti, ci era finito; qualcun altro, invece, cercava di immaginare un futuro diverso: un’affermazione di sé, grazie alle proprie personali capacità avrebbe, in effetti, cambiato molte cose e garantito un futuro pulito e dignitoso. Uno dei più giovani di loro, figlio di piccolissimi borghesi, era Frankie Valli, dotato di una voce bella e singolare, tanto da aver colpito e commosso persino Gyp, interpretando una canzone che gli aveva ricordato la madre. Da allora Frankie era diventato un protetto di Gyp, che aveva anche sborsato del denaro, investendo su quella voce. Grazie a lui, Frankie era riuscito a mettere in piedi, con i suoi amici Tommy, Bob e Nick il complesso musicale che col nome di Four Season avrebbe mietuto grandi successi, rinverditi ai nostri giorni da ben otto anni di repliche nel musical in scena a Broadway, nonché dalle numerose tournée che hanno fatto il giro del pianeta.
Clint Eastwod, notoriamente musicofilo e musicista a sua volta, attento a tutto ciò che ha concorso in modo determinante a formare la cultura americana, radicandone le tradizioni, si era interessato alla storia di quel gruppo, che gli era parso quasi emblematico di come, con la forza della volontà e con molti personali sacrifici, si possano raggiungere traguardi apparentemente impossibili. Grazie al racconto dello stesso Frankie (che è anche produttore esecutivo di questo film), che gli ha narrato le traversie, gli ostacoli e gli scontri interni al gruppo stesso, il regista ha diretto questa bella pellicola, film musicale che si chiude addirittura con la conclusione dello spettacolo di Broadway, ma anche ricostruzione di un pezzo di storia degli Stati Uniti, che hanno nel “melting pot” e nella cultura multietnica che ne è derivata le proprie irrinunciabili radici. Va da sé che la rievocazione degli anni ’50 risulti del tutto degna della grandezza del regista e della sua raffinata accuratezza, resa da una bellissima fotografia leggermente sbiadita, nell’insieme classica e perfetta, come tutti i lavori di Clint, che ha ottantaquattro anni portati molto bene!

Fra i bravissimi attori che hanno fatto lo spettacolo, ricordo soprattutto John Lloyd Young (Frankie, anche nello spettacolo di Broadway), Erich Bergen (Bob), Michael Lomenda (Nick), Vincent Piazza (Tommy), Christopher Walken (Gyp Decarlo), Freya Tingley (la moglie di Frankie). Gradevolissimo spettacolo che ci fa trascorrere più di due ore, senza mai annoiare.