le ultime ore (Pasolini)


Schermata 09-2456929 alle 18.06.28recensione del film:

PASOLINI

Regia:
Abel Ferrara

Principali interpreti:

Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana Asti, Maria de Medeiros, Roberto Zibetti, Andrea Bosca, Giada Colagrande, Francesco Siciliano, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Fabrizio Gifuni, Chiara Caselli – 86 min. Belgio, Italia, Francia 2014.

Abel Ferrara tenta di ricostruire i fatti che hanno preceduto il drammatico epilogo della vita di Pasolini, non per arrivare a una verità diversa da quella del processo contro il suo assassino, ma per ricordare, piuttosto, attraverso la rievocazione di quelle ultime ore, chi era l’intellettuale che fu barbaramente massacrato a Ostia nell’orribile notte del 2 novembre 1975. Ne emerge un ritratto incompleto, ma abbastanza interessante, soprattutto per il modo del racconto, sorta di collage di eventi reali, ricordi, progetti per il futuro, quali avrebbero potuto affacciarsi, verosimilmente, alla mente dello scrittore (così Pasolini voleva essere definito), attraverso un ininterrotto flusso di coscienza. Si alternano, perciò, le immagini della quotidianità, ricostruita con cura rispettosa (il ritorno dalla Svezia, gli affetti familiari, gli appuntamenti, le interviste, gli amici, il lavoro e le ricerche notturne dei ragazzi di vita) a quelle oniriche, che rimandano alla creazione visionaria delle ultime opere, sia quelle già terminate, come Salò o le 120 giornate di Sodoma, sia quelle rimaste incompiute, ma da tempo iniziate, come il romanzo Petrolio, sia, infine, quelle rimaste allo stato di bozza, come il film Porno-Teo Kolossal, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo De Filippo. Di Petrolio, scritto impegnativo e politicamente assai scottante, il regista offre alcune letture, affiancandole alle inquietanti immagini dello sterminato deserto del Senegal e dell’incidente aereo dal quale si era fortunosamente salvato Andrea Fago. Merita un discorso a sé, invece, il tentativo del regista di realizzare un pezzo del film Porno-Teo Kolossal, rimasto allo stato di bozza: Epifanio, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo, è invece interpretato da un Ninetto Davoli un po’ troppo tondeggiante e misticheggiante; mentre l’angelo che lo accompagna sulla scala che porta al Paradiso (e che avrebbe dovuto essere Ninetto Davoli) è Riccardo Scamarcio. Siamo nel mondo della finzione, perciò questo curioso scambio sarebbe accettabile se le facce fossero quelle giuste, ciò che non mi è sembrato del tutto vero.

Squarci di attualità, evocazioni del passato, visioni del futuro: va dato atto al regista, di aver incrociato in modo efficace il fluire di questi diversi momenti, ricostruendo con credibilità non solo l’ambiente in cui maturarono le opere di Pasolini, ma anche la figura di lui, almeno dal punto di vista psicologico. Si avverte invece la mancanza di un approfondimento della complessità del suo pensiero: le posizioni culturali e politiche che emergono dal film sono quelle, notissime, dell’ultima intervista, per altro incompleta, a Furio Colombo, e soprattutto della “lectio facilior” che ne è seguita: certo il regista non è necessariamente né un filosofo, né uno studioso, ma forse potrebbe contribuire, anche solo col guizzo di un’intuizione originale, al dibattito ormai imminente sulla figura di questo nostro grande intellettuale (il prossimo anno sarà il quarantesimo dalla sua morte), ciò che non è avvenuto.
Sono molto belle invece le fotografie scure di una Roma notturna lontana dal cliché della città turistica, in cui si aggirava il poeta alla ricerca non solo di avventure erotiche, ma della conferma che il mondo dei ragazzi poveri, sottoproletari di borgata, potesse costituire il vero riferimento alternativo al dilagare dell’omologazione consumistica, grazie al suo vitalismo sano e genuino. Da uno di questi giovani, a cui si era avvicinato con molta fiduciosa ingenuità e con umana simpatia (bellissimo, sotto questo aspetto, il racconto della cena in trattoria), sarebbe arrivata, purtroppo, la delusione più amara, quasi a confermare gli oscuri presentimenti dell’ultima intervista.
Ottima l’interpretazione di Willem Dafoe, somigliantissimo e perfettamente calato nel personaggio; buona quella di Maria de Medeiros, nei panni di Laura Betti; nella norma quella degli altri attori, con una Adriana Asti dallo sguardo un po’ troppo fisso, nei panni della madre.

tre fratelli in Calabria (Anime nere)


Schermata 09-2456926 alle 23.42.31recensione del film:
ANIME NERE

Regia:

Francesco Munzi

Principali interpreti:

Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Pasquale Romeo, Vito Facciolla, Aurora Quattrocchi – 103 min. – Italia, Francia 2014.

Il racconto della vita di tre fratelli originari di Africo*, paesetto della Calabria ai piedi dell’Aspromonte, è al centro di questo film, presentato con successo di critica (soprattutto di quella italiana) e di pubblico all’ultimo Festival veneziano.
E’ una storia che per certi aspetti si colloca all’interno della tradizione regionalistica e neorealistica di molto nostro cinema, ricontestualizzata nella realtà di oggi, però, quando la dimensione internazionale dei problemi non può essere elusa neppure ad Africo, luogo che sembra essersi fermato ai tempi arcaici dei pastori-patriarchi, dove la lingua nazionale non è mai arrivata e dove “Garibaldi fece una brutta fine”. Arrivano dall’estero, infatti, più precisamente dall’Olanda, i soldi che due dei fratelli protagonisti della vicenda destinano alla famiglia: Luigi (Marco Leonardi) ne guadagna molti grazie al controllo del traffico di droga, che ha nel porto di Amsterdam il proprio centro operativo; suo fratello Rocco (Peppino Mazzotta) li ricicla a Milano, ripulendoli con la copertura di una improbabile attività di imprenditore. Il terzo fratello, Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, non si è mai allontanato da Africo, dove conduce orgogliosamente una vita modesta, quasi povera, fra le capre che porta al pascolo e che gli permettono un commercio pulito di prodotti ovini. Non ha rapporti molto stretti con i due fratelli malavitosi, se non nei brevi periodi in cui essi ritornano al paese per rivedere la vecchia madre (Aurora Quattrocchi), per distribuire balocchi e profumi fra la parentela, soprattutto femminile, rimasta lì ad attendere, e, soprattutto, per decidere affari poco chiari, che possano accrescere il prestigio della “famiglia”.

La grande preoccupazione di Luciano è il figlio Leo (Giuseppe Fumo), un ragazzo intorno ai vent’anni che non lavora, come molti altri suoi coetanei non solo in Calabria, né sa come impiegare il proprio tempo: non vuole fare il pastore come il padre e preferisce rimuginare, invece, su una antica faida paesana che Luciano vorrebbe lasciarsi alle spalle, nonostante l’offesa che lo aveva reso orfano da piccolo e che aveva precipitato l’intera famiglia nel “disonore” della povertà e della scarsa considerazione sociale. Egli vede, con angoscia, che il figlio si sta avventurando in pericolose e stolide provocazioni nel paese, e paventa il suo inevitabile avvicinarsi a Luigi e a Rocco, che ai suoi occhi di ragazzo poco riflessivo paiono gli unici capaci di proteggerlo dopo le bravate, nonché gli unici in grado di restituire alla famiglia l’onore e il rispetto che merita. In questo clima matura la tragedia terribile e imprevista che si abbatterà su tutti loro, vanificandone progetti e aspettative e distruggendo ad uno ad uno i colpevoli e gli innocenti, ma spezzando, infine, la catena delle faide e delle vendette. Per questo carattere di catastrofe fatale, inspiegabile e catartica, degna delle antiche rappresentazioni teatrali, alcuni critici hanno parlato di film costruito come una tragedia greca di cui sarebbero ravvisabili almeno alcuni elementi: la prevalenza maschile degli attori; il ruolo subalterno delle donne, sfondo corale della vicenda; la presenza di un protagonista sconfitto nel proposito di evitare a ogni costo la conclusione drammatica; il tema della vendetta; l’elemento satiresco dei capri. Al di là delle esagerazioni, mi pare in ogni caso che il finale della pellicola, assai sorprendente, costituisca la parte migliore dell’intero lavoro, perché, allontanandosi dal carattere documentario della parte centrale, introduce alcuni elementi di riflessione e insinua qualche dubbio circa il ruolo deterministico dell’ambiente sulla storia dei personaggi, rendendola  meno angusta e gettando una luce più interessante su tutto quanto il film, che resta pur sempre radicato, quanto alle immagini, ai comportamenti e alla lingua, nella piccola realtà di Africo. Attenta e accurata la regia; bravissimi gli attori; belle le immagini di una Calabria poco turistica davvero.

Sicilia amara (Belluscone – Una storia siciliana)


Schermata 09-2456917 alle 23.32.43recensione del film
BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA

Regia:
Franco Maresco

Documentario
– 85 minuti – Italia 2014

 

Una grande amarezza si prova dopo la visione di questo film, il documentario non concluso di Franco Maresco, che, preso dallo sconforto a causa delle continue difficoltà e dei numerosi incidenti che hanno accompagnato i momenti delle riprese, ha abbandonato questo suo lavoro, autorizzando solo successivamente l’amico Tatti Sanguineti a mettere insieme un bel po’ del materiale girato e a farlo uscire per l’ultimo festival di Venezia dove ha ottenuto non solo l’ovazione più lunga di tutta la manifestazione, ma anche il Premio speciale della Giuria per la Sezione Orizzonti. Dell’autore, molto schivo soprattutto dopo la separazione dall’amico Daniele Ciprì al quale era legato da un lungo sodalizio artistico, non si è più saputo molto: ci si augura che riprenda fiducia in se stesso e ci regali altri ottimi film.
Va chiarito, prima di tutto, che il documentario, nonostante il titolo, non è un’opera su Berlusconi, o meglio non è solo su Berlusconi: ci mostra una serie di momenti della storia siciliana (ma anche italiana) degli ultimi sessant’anni e ci parla della sostanziale continuità che l’ha caratterizzata. Questa è bene incarnata nella figura dell’ex barbiere palermitano Calogero Mira, detto Ciccio, indiscusso personaggio d’autorità del quartiere Brancaccio fin dal decennio 1950 – 1960, cioè fin da quando era iniziato il “sacco di Palermo”, con l’avallo più che interessato dei politici locali di area democristiana che permisero la colossale speculazione edilizia che sfigurò la città. Mira era stato capace di convogliare vastissimi consensi elettorali intorno ai politici più collusi con la mafia di allora, delle cui richieste egli si faceva tramite e garante. Lo stesso Ciccio, dopo la fine della prima repubblica, fiutato il mutamento, si era riciclato su posizioni berlusconiane, diventando uno degli artefici del consenso elettorale palermitano attorno al Cavaliere. Aveva utilizzato, a questo scopo, anche l’ingenuità assai sprovveduta degli elettori più giovani, illudendoli che le feste musicali del Brancaccio fossero una scorciatoia sulla strada del successo televisivo e aveva anche promosso l’arrivo a Palermo, da Napoli, di alcuni cantanti neomelodici, legati come è noto alla camorra, prima di finire in carcere, dove, almeno credo, si trova ancora. La rappresentazione del personaggio è veramente da grande regista: ne emerge una figura grottescamente ambigua e reticente, fosca, eppure banale e grigia, ben sottolineata dall’assenza di colore delle scene in cui si lascia intervistare:

Le interviste reticenti a Ciccio Mira costituiscono  la struttura di collegamento degli altri episodi del film,  che fin dall’inizio ci danno il quadro di una realtà tragi-comica, di cui, però difficilmente si riesce a ridere: un pensionato che si toglie la vita facendo esplodere col gas la palazzina in cui è il suo alloggio, terrorizzato dalla convinzione che, dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi, gli sarà tolta la pensione; i neomelodici che si danno botte da orbi per rivendicare la paternità dell’inno a Berlusconi;  raccolte di fondi per i mafiosi incarcerati (detti “ospiti dello stato”) che vengono lanciate con successo attraverso le TV locali; la chiara condanna, a prescindere, che è indirizzata al mestiere del carabiniere; l’idea, purtroppo condivisa, che sia esistita una mafia buona (si chiamava, per dire, Stefano Bontade!), dispensatrice di giustizia, al tempo in cui venivano, invece, murati nei pilastri delle costruzioni giornalisti e chiunque volesse far luce sui delitti… L’effetto è, a dir poco, straniante e angoscioso: il mondo alla rovescia si materializza a poco a poco davanti ai nostri occhi, e ci fa piombare in un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare, tanto che anche un banale incidente tecnico, occorso durante l’intervista (indimenticabile!) a Marcello dell’Utri, non può che farci pensare a un complotto diabolico. A completare il quadro aggiungo l’uso della lingua italiana, ridotta a puro balbettio da analfabeti, dalla quasi totalità dei protagonisti di queste brutte storie, che tuttavia ritengo utile conoscere.  Se avete sufficiente coraggio, andate a vederlo!

ritratto di donna (Frances Ha)


Schermata 09-2456912 alle 22.26.44recensione del film:
FRANCES HA

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Greta Gerwig, Mickey Sumner, Adam Driver, Michael Zegen, Patrick Heusinger
– 86 min. – USA 2012

Emerge da questo film un magnifico ritratto di donna, costruito con episodi che, come tessere di un mosaico, ne compongono l’ aspetto e, soprattutto, la singolare personalità. Chi lo vedrà non si attenda, perciò, una vera e propria trama, quanto, piuttosto, il delinearsi attraverso significativi momenti della vita di Frances (splendida Greta Gerwik) del profilo spesso contraddittorio di una giovane che sta cercando “casa”, intendendo con ciò sia il luogo fisico e geografico in cui vivere, sia la propria collocazione nel mondo.
Di origini californiane (a Sacramento vive la sua famiglia di origine), Frances, pur avendo ormai 27 anni, non sa ancora bene che cosa farà da grande: ha  pochi soldi, nessun lavoro e un sogno nel cassetto: diventare ballerina. Frequenta per questo una scuola di danza di New York, dove affitta un appartamentino con l’amica Sophie, condividendo con lei le spese e le confidenze affettuose circa i propri sogni e le proprie aspirazioni. Quando Sophie, però, decide di andare a vivere col proprio ragazzo, alla giovane viene a mancare un importante punto di riferimento: entra in crisi e cerca di mantenersi a galla, annaspando fra un poco entusiasmante ritorno a Sacramento per il Natale, un viaggio insperato a Parigi, desiderato da tempo, ma sciupato per la sua incapacità di organizzarsi, e la breve permanenza, quanto mai precaria fin dalle origini, presso l’ alloggio di due fratelli di ottima famiglia, uno dei quali si era vanamente interessato a lei: se ne era allontanato, infatti, dopo averla definita “infrequentabile”, rendendosi conto della sua fanciullaggine, e della sua incapacità di assumere comportamenti e responsabilità da persona adulta! La soave leggerezza con la quale Frances attraversa situazioni sempre più dolorose, in attesa di realizzare i propri sogni impossibili di ballerina, potrebbe prestarsi a una impietosa rappresentazione, a una irridente canzonatura, ciò che invece non avviene grazie all’eccezionale empatia con la quale Greta Gerwig interpreta la singolare eroina che lei stessa ha ideato col regista, e di cui riveste i panni con grazia affettuosa ed equilibrata adesione psicologica, regalandoci uno dei personaggi femminili più interessanti del cinema degli ultimi anni, almeno secondo me.
Il regista Noah Baumbach è, come ho accennato, autore con la Gerwig della studiatissima e saldissima sceneggiatura, e conferma con questo lavoro il proprio interesse per quei personaggi “irregolari” e un po’ “disadattati” nella società dei nostri giorni, così come già aveva mostrato nel delizioso film del 2010, Lo stravagante mondo di Greenberg, quando aveva disegnato, con minore compassione, però, il ritratto di un altro strano personaggio: QUI potete trovare la mia recensione di allora.

Formatosi alla scuola di Wes Anderson, per il quale aveva scritto la sceneggiatura di due film, il regista sta mostrando di aver raggiunto una propria autonomia creativa e un’interessante originalità, che merita davvero l’attenzione di tutti coloro che amano il cinema. Il film è girato interamente in digitale, per la fondamentale esigenza di mantenere i costi molto bassi, e in un bellissimo bianco e nero, che ci riporta alla mente il vecchio Manhattan di Woody Allen. Da vedere!

l’attesa e la speranza (E fu sera e fu mattina)


Schermata 09-2456909 alle 11.41.03recensione del film
E FU SERA E FU MATTINA

Regia:
Emanuele Caruso

Principali interpreti:
Albino Marino, Lorenzo Pedrotti, Simone Riccioni, Sara Francesca Spelta, Francesca Risoli – 110 minuti – Italia 2014.

Parlo molto volentieri di questo film, opera prima del regista Emanuele Caruso che, affiancato da un gruppo di giovani coraggiosi, l’ha infine realizzato, grazie al crowdfunding, vale a dire alla raccolta di denaro dal basso, fra tutti coloro che erano interessati, per le ragioni più varie, a concorrere alla riuscita del progetto, evitando le tradizionali forme di finanziamento degli enti pubblici e della RAI, poco praticabili in questi momenti di difficoltà economica. La tenacia di tutti ha permesso non soltanto di raccogliere la somma necessaria a girare il film e a coprire le spese, ma forse anche di cominciare a guadagnare un po’, magari in vista di un altro lavoro! Il successo di quest’opera, però, non è misurabile soltanto valutando gli incassi: c’è un pubblico che continua a vederlo; ci sono delle sale che continuano a proiettarlo: prima era solo il cinema Reposi di Torino, città in cui, in altre sale, continua a essere presente; ora è anche a  Milano e in altre città d’Italia*; ci sono Festival nazionali e internazionali per i quali è stato selezionato. Questo avviene nonostante le non poche difficoltà, la prima delle quali è l’uso frequente del dialetto piemontese, nella sua variante langarola: lingua certo non facile da intendere, ma assai ben sottotitolata.

La vicenda ci presenta una piccola comunità in un immaginario paese di Langa, Avila (in realtà La Morra), i cui pochi abitanti sono sconvolti dalla notizia, diffusa in TV dell’imminente esaurirsi del calore solare e della fine prossima della vita sulla terra. Rimangono pochi giorni per decidere cosa fare del tempo ancora disponibile. Ognuno dà le proprie risposte, che diventano anche importanti manifestazioni di che cosa conti davvero per loro nella vita. Il tema dell’attesa della fine imminente e senza possibilità di scampo  mette, dunque, ciascuno di fronte a se stesso, ai propri rimorsi, ai propri rimpianti, ai sensi di colpa, alle ansie: alla consapevolezza, insomma, di un tempo irrimediabilmente perduto, che forse avrebbe potuto essere meglio utilizzato. Naturalmente il paesetto è il simbolico microcosmo nella cui essenzialità si possono in qualche modo riconoscere tutti gli uomini: la fine del mondo diventa un pretesto proprio per parlare delle contraddizioni comuni, delle nostre meschinità, così come dei nostri slanci generosi, della nostra fragile natura, perciò. Lo sfondo è quello di una Langa bellissima e malinconica, con prevalenti riprese al tramonto e all’alba, quando la luce radente addolcisce, attraverso la nebbiolina diffusa, un paesaggio unico e poco noto: non è infatti quello del vino e delle viti, per le quali è noto nel mondo, ma un paesaggio dell’anima, in perfetta sintonia coll’attesa dell’evento straordinario, sempre più vicino. Ottima la sceneggiatura, che riesce a dominare bene le situazioni più diverse che coinvolgono i personaggi; magnifica la recitazione sia dei principali personaggi (attori quasi sempre dotati di eccellente preparazione), sia dei volontari che hanno prestato volto e voce alla rappresentazione della collettività paesana. Tutti quanti sono stati diretti da un regista che ha ventotto anni, ma idee molto chiare e mature, carisma e polso molto fermo.

L’invito è : vedetelo, se ne avete l’occasione: è un bel film, non turistico, né fantascientifico. Parla di noi.

*Qui, tra i documenti del blog, potete vedere Emanuele Caruso che spiega in che cosa è consistito il sistema del crowdfunding, grazie al quale il film è stato prodotto e distribuito.

Qui potete leggere, invece, una bella intervista a Emanuele Caruso;

Qui l’elenco le sale italiane che tra poco lo proietteranno: dal 5 settembre è a Milano!

efferatezze seriali (One on One)


recensione del film:

Schermata 09-2456904 alle 20.12.02ONE ON ONE

Titolo originale:
Il-dae-il

Regia:
Kim Ki Duk

Principali interpreti:
Dong-seok Ma, Young-min Kim, Yi-Kyeong Lee, Dong-in Jo, Teo Yoo, Ji-hye Ahn, Jae-ryong Cho, Jung-ki Kim, Hee-Joong Ju, Gwi-hwa Choi, Hwa-Young Im, Su-dam Park – 122 min. – Sud Corea 2014.

Oh Min-ju è il nome di una studentessa che di notte in una strada di Seul, senza apparente motivo, viene aggredita e soffocata col robusto nastro adesivo che alcuni energumeni le stringono sul volto fino a provocarne la morte. A questa prima scena del film seguono un po’ di telefonate in cui i killer annunciano a un misterioso interlocutore il pieno successo dell’operazione. Non è dato sapere né chi fosse quella sfortunata signorina, né per quale motivo un’organizzatissima associazione a delinquere avesse pensato a lei per farla morire in modo così atroce. Un’altra misteriosa organizzazione, con a capo un signore ferocissimo coll’aria dell’ orientale tranquillo (verrà alla fine fatta notare la sua somiglianza con l’effigie del Budda), si è data il compito di fare “giustizia” e perciò di punire tutti gli assassini di Oh Min-ju, killer e mandanti. Ha inizio perciò il pedinamento e la cattura dei malvissuti della prima organizzazione, che non verranno uccisi, ma torturati secondo un rito che costantemente si ripete (con qualche fantasiosa e se possibile più sadica variazione) e che termina con la confessione del delitto contro la studentessa, “firmata” dai colpevoli con l’impronta di una mano ridotta a sanguinolenta appendice. Alcuni dei torturatori, però, entrano in crisi di fronte all’efferatezza crescente del loro capo, e lo abbandonano piangente, preda dello sconforto, su una collina con vista della città, dove egli affronterà un’ultima sfida. Molto in breve, naturalmente, questo è il poco allettante contenuto dell’ultimo film di Kim Ki Duk, il più cupo e più scuro dei suoi ultimi e anche, a mio giudizio, il meno convincente.
Il regista ha dichiarato che i Coreani sanno bene che Oh Min-ju nella loro lingua significa Oh democrazia, presentandoci in questo modo, se non la probabile chiave di lettura della pellicola, almeno gli intenti che gliel’hanno ispirata. Dovremmo quindi trovarci di fronte a un’opera che è fondamentalmente una denuncia politica: la morte della democrazia, sottolineata anche da alcuni passaggi del film: l’importanza del denaro, per il quale diventa lecito ogni crimine; la fine di ogni solidarietà, che coincide anche con la fine della coscienza del bene e del male; la violenza crescente che attira altra violenza in una rincorsa infernale alla vendetta; la solitudine degli uomini probi e il loro disorientamento; l’inquinarsi anche dei rapporti d’amore, spesso ridotti a pura sopraffazione maschile. Non mi sembra però che qualche affermazione sparsa qua e là e qualche scena interessante riescano a cancellare l’impressione complessiva  che il film sia in realtà dominato da una violenza ossessiva, il cui schematico reiterarsi, infine, anziché provocare il giusto sdegno, produca soprattutto indifferenza in chi guarda, nonché un po’ di tristezza, nel considerare in quale deplorevole stato sia ridotto, oggi,  il cinema del grande regista coreano. Che peccato!

Chi vuole può trovare qui la mia recensione a Pietà, il film che due anni fa aveva procurato a Kim Ki Duk il Leone d’oro a Venezia.

L’isola del Mississipi (Mud)


Schermata 08-2456899 alle 09.46.17recensione del film:

MUD

Regia:
Jeff Nichols

Principali interpreti:
Matthew McConaughey, Tye Sheridan, Sam Shepard, Reese Witherspoon, Jacob Lofland, Ray McKinnon, Sarah Paulson, Michael Shannon, Joe Don Baker, Paul Sparks, Bonnie Sturdivant, Stuart Greer, John Ward Jr., Kristy Barrington, Johnny Cheek, Kenneth Hill, Michael Abbott Jr. – 130 min. – USA 2012.

Finalmente approdato anche nelle nostre sale dopo due anni di attesa, eccoci al terzo film di questo giovane regista americano.

Ellis (Tye Sheridan) è un adolescente infelice: si sente tradito dai genitori che, non amandosi più, sono tutti presi dal gioco dei rinfacci e e delle accuse tanto da non accorgersi neppure delle sofferenze che gli infliggono. Il piccolo, che da sempre condivideva la loro condizione di povertà su una casa galleggiante, in un’ ansa paludosa del Mississipi nello Stato dell’Arkansas, non va più a scuola e passa la sua giornata lavorando con l’intrattabile padre pescatore, per conto del quale consegna il pescato alla clientela. Ha un inseparabile amico di giochi, un orfanello che si chiama Neckbone (Jacob Lofland), il quale vive con uno zio lunatico. I due ragazzini, insieme, progettano di spostarsi su una barca a motore, per esplorare l’isola sul grande fiume: hanno saputo di un motoscafo che si trova lì, impigliato fra i rami della foresta e che , forse,  potrebbe servire come rifugio provvisorio, lontano da casa. La traversata del Mississipi, l’arrivo all’isola, l’avvistamento dell’imbarcazione sull’albero e l’incontro con Mud hanno il carattere favoloso dell’inizio di una avventura, condotta anche sulle orme della  scrittura di Mark Twain e ci introducono nel cuore del film. Mud (Matthew McConaughey), uomo singolare, è ricercato dalla polizia poiché si era macchiato, qualche tempo prima, di un delitto, per difendere Juniper, la donna che egli amava da sempre. Approdato sull’isola, aveva trovato la barca che ora considerava una propria piccolissima abitazione e, per sopravvivere nel luogo inabitato e inospitale (su cui intendeva restare, in attesa che Juniper lo raggiungesse), si dedicava alla pesca. Aveva sviluppato, come Robinson Crusoe, molte abilità, nonché una buona conoscenza della natura, ma non disdegnava un po’ di superstizione: certi particolari tatuaggi porta-fortuna, i chiodi incrociati sotto le scarpe, contro gli spiriti maligni… E’ lui stesso a narrare, un po’ alla volta, ai due ragazzini i particolari della propria vita, tranquillamente, dando prova di grandi doti affabulatorie, che affascinano da subito il piccolo Ellis, cui non par vero di aver trovato un uomo come questo, che aveva creduto nell’amore tanto da affrontare le prove più difficili, compresa l’ estrema sfida sull’isola, solitario e braccato dai tutori della legalità, ma anche dai parenti dell’uomo ucciso, assetati di vendetta. Gli pare, anzi, che Mud possieda quelle doti di tenera e affettuosa pazienza che vorrebbe vedere nel padre, poiché potrebbero testimoniare quanto duraturo sia l’amore vero nel tempo: così come dovrà essere per lui, certamente, in futuro! L’aspetto interessante del film, che ne fa un racconto di formazione per certi aspetti anomalo, è nell’avvicendarsi dei viaggi di andata con quelli di ritorno, perché ogni volta i due bambini rientrano alle loro case, cosicché il mondo ideale, quasi edenico, della vita secondo natura si confronta continuamente con la realtà, che non esce mai di scena e che infine ha la meglio: la natura non è, infatti, così buona come aveva creduto il piccolo Ellis (lo imparerà a proprie spese); l’amore (come potrà constatare) è, d’altra parte, un sentimento assai più complicato di quanto gli era sembrato.

Il film potrebbe ricordare, per il paesaggio rappresentato e per la presenza di protagonisti adolescenti, il bellissimo Re della terra selvaggia, di Benh Zeitlin, oppure anche Moonrise Kingdoom di Wes Anderson, ma la diversità del modo di raccontare mi sembra superare di molto queste analogie. Qui, infatti il regista, molto lontano dal mondo onirico e leggendario del film di Zeitlin, nonché da quello fantasioso dei due adolescenti di Wes Anderson, ci introduce nei problemi delle famiglie povere degli Stati Uniti del Sud, con poetico realismo, e si lascia guidare soprattutto dai tempi lenti della presa di coscienza di Ellis, rappresentandone perciò l’ardua crescita, senza mitizzare la difficile realtà degli stati del Sud. Bravissimo Matthew McConaughey; eccezionali i due attori adolescenti. Un film sicuramente da vedere.

una vita per caso (L’uomo che non c’era)


Untitled-2 recensione del film:
L’UOMO CHE NON C’ERA

Titolo originale.
The man who wasn’t there

Regia:
Joel Coen Ethan Coen

Principali interpreti:
Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, John Michael Higgins, Jon Polito, Richard Jenkins, Christopher McDonald, Jack McGee, Scarlett Johansson – 116 min. – USA 2001

Riproposto a tarda ora, qualche giorno fa, da una rete televisiva, me lo sono riguardato con calma dal mio DVD e recensito!

Si chiamava Ed Crane il protagonista di questo film, ovvero l’uomo che non c’era, colui la cui individuazione è problematica, essendo possibile parlarne soprattutto per ciò che lo differenziava da chi viveva felicemente e attivamente intorno a lui. Al di là del carattere individuale di ciascuna di quelle persone, si trattava di donne e uomini accomunati dalla stessa weltanschauung: la condivisa convinzione di trovarsi nel migliore dei mondi possibili. Doris, sua moglie; Frank, suo cognato; Big Dave, suo amico, nonché titolare del negozio in cui Doris lavorava e anche gli altri amici e conoscenti non si ponevano molte domande e non avevano dubbi: non solo questo mondo era perfetto per loro, ma essi avrebbero potuto ulteriormente migliorarlo col lavoro, con gli affari e col denaro. Ed, invece, si poneva continuamente molte domande, senza trovare risposte adeguate, il che non faceva che accrescerne l’incertezza e l’inquietudine: non riuscendo a spiegarsi le incongruenze, le contraddizioni e l’insensatezza del vivere, si accontentava di opporre un ostinato silenzio alle vuote chiacchiere del suo prossimo, di cui egli guardava, con meravigliata e ironica indifferenza, l’arrabattarsi e l’affannarsi per accumulare altro denaro.
Il suo silenzio e lo sguardo assente ci dicono però anche della sua consapevolezza lucida e impotente: aveva intuito nell’esistenza universale una cieca mancanza di finalità, cosicché gli sembrava che ogni forma vitale fosse mossa da un’energia assurda e oscura, quella stessa che rendeva inarrestabile la crescita dei capelli, anche dopo la vita stessa, ciò che per lui era un enigma ossessivo e tormentoso, ma che, invece, per Frank era sicuramente il positivo indizio di un ordine naturale quasi provvidenzialmente finalizzato al proprio benessere individuale e familiare, visto che era parrucchiere!
Ed, l’anti-eroe, lavorava per Frank: ci appare subito, infatti, nel suo camice da barbiere, al lavoro nella bottega del cognato chiacchierone. Come la sua stessa voce narrante tiene a precisare, dentro questo lavoro egli si era trovato, o, per usare le sue parole, “ci si era sposato”, essendo Doris la sorella di Frank. Tutto quanto era accaduto nella sua vita era stato un evento casuale e inopinato: il lavoro, il matrimonio, la casa e persino il tradimento di Doris, che ora se la stava intendendo con Big Dave.

Inatteso e casuale era stato anche l’incontro con l’ambiguo Creighton Tolliver, l’uomo che avrebbe impresso la svolta definitiva alla sua esistenza. Questi, probabilmente un imbroglione in cerca di ingenui da spennare, gli aveva fatto credere che fosse arrivata finalmente anche per lui la possibilità di di farsi stimare per ciò che avrebbe realizzato nel business, allora emergente (il film è ambientato nel 1949), del lavaggio a secco. Ed Crane gli aveva dato retta e, sedotto soprattutto dall’idea di vendicarsi del tradimento di Doris, aveva estorto col ricatto a Big Dave il denaro richiestogli da Creighton per avviargli l’attività.
Del tutto inattesi e imprevedibili, però, gli sviluppi della faccenda: Big Dave, completamente rovinato, aveva scoperto che era stato Ed a ricattarlo e ora stava per strangolarlo, costringendolo, per difendersi, a ucciderlo; Doris era stata accusata del delitto e rischiava la pena di morte; Frank si era indebitato per procurarle un avvocato capace di farla uscire dai guai; Creighton sembrava essere sparito con il malloppo.
Il film, che nella prima parte aveva presentato i personaggi della vicenda, delineandone i tratti connotativi, ora assume sempre più marcatamente il carattere di un thriller molto teso, al termine del quale Ed Crane finirà stritolato. La verità dei fatti si era rivelata impossibile da ricostruire per gli uomini che avevano condotto le indagini dopo il sorprendente ritrovamento del corpo di Creighton, esattamente come per Ed Crane era stato impossibile, durante tutta la sua vita inquieta, penetrare oltre le apparenze del reale che smentivano continuamente le certezze della maggioranza degli uomini.
Le parole dell’avvocato di Doris, a questo proposito, non potrebbero essere più chiare:

Il principio di indeterminazione, dunque, (quello stesso principio che i fratelli Coen riproporranno di fronte all’interrogarsi di Larry, ai suoi perché angosciosi nell’altro loro bellissimo film del 2009, A serious Man) è tutto ciò che un fisico “crucco” (per dirla con l’avvocato) di nome Heisenberg, stimato anche da Einstein, era riuscito a stabilire circa le possibilità conoscitive della scienza e perciò stesso nostre! In altri termini,  nulla. Ed Crane, il barbiere-filosofo l’aveva intuito!
Il film è girato a colori e successivamente desaturato, con effetti stupefacenti, che rappresentano quasi visivamente il brancolare nel buio di Ed alla ricerca inutile della verità ed è recitato in modo superlativo da Billy Bob Thornton (Ed Crane); Frances McDormand (Doris), James Gandolfini (Big Dave), Michael Badalucco (Frank), Jon Polito (Creighton). Fugace ma interessante l’apparire di Scarlett Johansson, giovanissima, in un ruolo secondario, ma decisivo verso la fine del film, che è bellissimo, quasi un capolavoro!

guerra per bande in Norvegia (In ordine di sparizione)


recensione del film:

Schermata 08-2456880 alle 18.25.17IN ORDINE DI SPARIZIONE

Titolo originale:

Kraftidioten

Regia:

Hans Petter Moland

Principali interpreti:

Stellan Skarsgård, Bruno Ganz, Pål Sverre Hagen, Jakob Oftebro, Birgitte Hjort Sørensen – 110 min. – Norvegia, Svezia 2014.

Nella terra di Norvegia, considerata fra le più civili e tranquille del mondo, si svolge questa movimentata e divertentissima commedia nera, al centro della quale è un traffico di droga gestito da due organizzazioni criminali (una delle quali serba), che da qualche tempo si erano spartite il territorio per lo spaccio. L’accordo fra i gangster era stato visto con tacito favore persino dalla polizia locale: l’ordine pubblico ne aveva guadagnato; erano spariti gli inseguimenti, gli  scontri feroci nelle città, i morti sulle strade. Fin dalle prime scene, però, comprendiamo che il problema dello spaccio non riguardava solo i drogati: era accaduto, infatti, che un ragazzo, sicuramente non drogato, per uno strano insieme di circostanze, fosse morto per overdose; era anche accaduto che a Nils (Stellan Skarsgård), il padre del poveretto, che avrebbe voluto vederci chiaro, la polizia avesse dichiarato la propria indisponibilità ad aprire un’inchiesta. Nils, perciò, si era sentito quasi costretto a indagare da solo, muovendosi in un ambiente pericolosissimo e insolito per lui, cittadino modello, molto apprezzato, anche dalle autorità locali, che lo avevano onorato alla vigilia della pensione, per il suo lavoro insostituibile e per gli studi grazie ai quali il suo spazzaneve era diventato efficientissimo, consentendo velocemente i collegamenti stradali.

Nils, dunque, in breve tempo, era riuscito a ricostruire i movimenti e gli incontri del figlio, quelli che ne avevano preceduto la morte, e aveva anche individuato i colpevoli, ai quali aveva riservato una fine crudelissima, facendo sparire i loro corpi, coll’ausilio del suo potentissimo automezzo, usato certamente in modo molto improprio. Egli, però, aveva capito di aver appena sfiorato una struttura di potere criminale assai complessa, e aveva coscienza che non se ne sarebbe accontentato: individuare i vertici e ucciderli, questo era adesso diventato il suo irrinunciabile obiettivo.

Il regista costruisce il film affiancando alle vicende della guerra privata di Nils, quelle dei due boss della droga, il serbo detto Papa (Bruno Ganz) e il norvegese, detto il Conte (Pål Sverre Hagen). Papa, per la verità, era stato richiamato d’urgenza in Norvegia dalle notizie che gli arrivavano di lì, dove i suoi uomini erano in grande allarme, in seguito alle sanguinose provocazioni che, di questo non dubitavano, erano arrivate dagli scherani del Conte, che, evidentemente, secondo loro, aveva rotto la tregua, con atto unilaterale. Il Conte, invece, aveva creduto a una rottura dell’accordo da parte dei serbi che, di questo non dubitava, avevano fatto sparire molti dei suoi uomini: sul colossale equivoco era ripresa allora la guerra per bande, cosicché altro sangue sarebbe stato versato sulle nevi candide della Norvegia, fino al redde rationem finale. Il racconto procede con grottesca ironia, evidente anche nell’elenco, sempre più lungo, dei nomi dei morti ammazzati, che compaiono sullo schermo nero, preceduti dalle croci più diverse (anche una stella di Davide!), a indicare anche la diversa appartenenza religiosa delle vittime.

Molto ben scritto e condotto con grande intelligenza, il film ci consegna gli indimenticabili e ironici ritratti del Conte e di Papa, apparentemente diversissimi, ma entrambi accomunati dalla persistenza dei rispettivi pregiudizi xenofobi e dalla percezione distorta dei fenomeni reali, che si traduce in una serie di affermazioni e di battute di irresistibile comicità.

I richiami al cinema di Tarantino appaiono assolutamente pertinenti, data l’abbondanza di effetti talmente splatter da risultare caricaturali, ma mi pare da sottolineare che anche la lezione dei Coen è molto presente nel corso di tutta la narrazione, dall’inizio al sorprendente finale, per il ruolo che il regista affida al caso, che spesso spiazza intenzioni e progetti dei diversi personaggi, ma anche le aspettative dei divertiti spettatori. Grande prova d’attore di Bruno Ganz, di Stellan Skarsgård e del semi-sconosciuto Pål Sverre Hagen, perfetto Conte, contraddittoriamente oscillante fra amore per il figlio e gli animali e ottuso odio per l’umanità. Da vedere!

 

l’amore è uno zingaro, anche a CapeTown (U-Carmen e Khayelitsha)


Schermata 08-2456875 alle 19.09.59recensione del film:
U-CARMEN E KHAYELITSHA

Regia:
Mark Dornford-May

Principali interpreti:
Pauline Malefane, Andile Tshoni, Zweilungile Sidloyi, Lungelwa Blou, AndiswaKedama – 120 min. – Sudafrica2005″

Qualche volta può capitare di trovare, anche nei mesi estivi, qualche buona scelta nelle sale, come in questo caso.

A Città del Capo è ambientata un’altra versione cinematografica della Carmen di Bizet, che, infatti, non per la prima volta, diventa un film.

La storia vera della gitana, sigaraia di Siviglia, uccisa per gelosia, venne conosciuta da Prosper Mérimée durante un suo viaggio in Andalusia. Egli ne trasse ispirazione per una novella (1845) che Bizet mise in musica, su commissione, terminandone la composizione nel 1875. La fortuna di questo suo lavoro non fu immediata: per il pubblico benpensante dell’Opéra parigina non era piacevole né vedere, da protagonista, un’operaia, né accettare che la sua “dissolutezza” venisse esibita così sfacciatamente, mentre sulla scena la facevano da padroni briganti e contrabbandieri. Nel corso del tempo, tuttavia, intorno a questa grande opera lirica crebbe il consenso dei critici e del pubblico e si moltiplicarono ovunque le sue rappresentazioni; di li a poco sarebbero spuntate le sue versioni cinematografiche, la più nota delle quali è stata, forse, Carmen Jones di Otto Preminger, Palma d’oro a Cannes nel 1954. Del 1984 è, invece, Prénom Carmen di Jan-Luc Godard (1984). In entrambe queste pellicole Carmen è nera, così come lo è in questo lavoro sudafricano, girato nella periferia povera di Città del Capo, a Khayelitsha, in mezzo alla popolazione di lingua Xoso, che è anche la lingua in cui è stato tradotto il libretto dell’opera, notevolmente rimaneggiato e adattato alla situazione locale. Soltanto il famosissimo pezzo dell’Habanera è stato tradotto alla lettera, mantenendo le parole originarie. L’amore è perciò, anche a Khayelitsha uno zingaro che non ha mai conosciuto leggi*; anche lì il gioco della seduzione (di cui Carmen è l’indiscusso simbolo) è fatto di asimmetriche corrispondenze e di dolore, e, da ultimo, di morte. Manca, naturalmente, la Plaza de Toros; manca il bastione di Siviglia; Escamillo è diventato una specie di rock-star, mentre è rimasta quasi intatta la storia di Michaela, della madre e dell’anello, ovvero dell’amore tranquillo, benedetto dalla famiglia, verso il quale Don José non sembra molto attratto. I nomi dei protagonisti sono altri, tranne quello di Carmen, che è e rimane Carmen, anche in lingua Xoso. Una bella trasposizione, coloratissima e vitale, molto gradevole da vedere.

*L’amour est enfant de bohème,
il n’a jamais, jamais connu de loi :
Si tu ne m’aimes pas, je t’aime ;
si je t’aime, prends garde à toi
!

IMG0093-copy La settecentesca Fabbrica del Tabacco di Siviglia, ora rettorato dell’Università (foto mia).