una caduta di stile (Gigolò per caso)


Schermata 04-2456770 alle 16.30.37recensione del film:
GIGOLO’ PER CASO

Titolo originale:
Fading Gigolo

Regia:
John Turturro

Principali interpreti:
John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone, Sofía Vergara, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Bob Balaban, M’barka Ben Taleb, Tonya Pinkins, Aubrey Joseph, Dante Hoagland, Jade Dixon, Diego Turturro, Max Casella, Jill Scott, Aida Turturro, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, David Margulies, Eugenia Kuzmina, Loan Chabanol, Ari Barkan, Joseph Basile, Allen Lewis Rickman, Elli, Delphina Belle, Anna Kuchma, Teddy Bergman, Aurelie Claudel, Sol Frieder, Hilma Falkowski, Donna Sue Jahier, Fran Lieu, David Altcheck, Russell Posner, Salimatou Sillah, Abe Altman, Ted Sutherland, Ness Krell, Isaiah Clifton – 98 min. – USA 2013.

Grazie a qualche “geniale” e fantasioso traduttore di titoli, un gigolò sbiadito, scolorito, privo di smalto, triste, (fading) diventa un gigolò per caso, laddove il caso proprio non si vede che cosa c’entri!
Il povero Fioravante (John Turturro) conduce una vita solitaria e grama, e in questo tempo di crisi è più triste e meno brillante del solito. Va detto, in ogni caso, che egli non è un uomo allegro di suo, forse perché è solo, o perché ha un lavoro precario (compone per un negozio eleganti e bellissimi mazzi di fiori) o semplicemente perché pensa che ci sia poco da ridere in questo mondo. E’ molto amico di Murray (Woody Allen), che ha in animo di chiudere la sua bella e antica libreria di Brooklyn, ormai poco frequentata, (la crisi si fa sentire anche lì!). Secondo Murray, però, potrebbero entrambi vivere da ricchi se solo Fioravante accettasse di diventare un gigolò, cioè se si prostituisse. A Murray il compito di procurargli le clienti; a lui quello di accontentarle per guadagnare per sé e per l’amico, trasformato in sfruttatore, “pappone” : c’è giusto una bella e ricca signora (Sharon Stone), dermatologa di Murray e donna di successo, che vuole togliersi qualche capriccio ed è disposta a pagare profumatamente un bravo amante sufficientemente spregiudicato da accettare anche un rapporto a tre. Parrebbe, dunque, l’uovo di Colombo, la via per farsi i soldi cui tiene in modo particolare Murray, che ha una famiglia numerosa cui provvedere. Questa proposta, però, viene accolta da Fioravante con molta riluttanza, poiché, meno cinico dell’amico, è poco incline a vendere il proprio corpo, ed è refrattario a diventare oggetto di trastullo per donne ricche e trasgressive. Il racconto del film oscilla fra il petulante chiacchiericcio torrenziale di Murray-Allen, che utilizza il proprio capzioso laicismo di ebreo eretico per convincere l’amico della innocenza di una così redditizia scelta (è in fondo il mestiere più antico del mondo!) e il progressivo incupirsi di Fioravante -Turturro, che, innamoratosi della giovane e bella vedova di un rabbino, ricorsa alle sue cure per elaborare il lutto, non intende più cimentarsi con quel tipo di prestazioni. Le vicende che si intrecciano a questo nucleo narrativo, pur contenendo alcuni spunti di riflessione interessanti e alcune belle e fulminanti battute sul fondamentalismo religioso e sul razzismo, non cambiano sostanzialmente la struttura del film, che annovera fra i suoi (pochi) pregi la suggestiva fotografia: New York è talmente bella che si presta davvero, ovunque la si guardi, a sfondi meravigliosi, anche se si tratta come in questo caso delle strade e delle case di Brooklyn e non di quelle di Manhattan. Fra i suoi difetti più gravi, checché ne dica la maggior parte dei critici, che, a torto, secondo me, parlano di una presunta levità raffinata della pellicola, la volgarità della situazione è davvero greve, in modo particolare quella del personaggio di Murray, così sgradevole da diventare irritante anche per me, che pure non sono capace di scandalizzarmi neppure di fronte alle scene più osé. Di questa volgarità, credo che la clip che segue possa costituire una buona dimostrazione.

Non riesco a riderne e neppure a sorriderne: che volete, nessuno è perfetto!

tuoni e colpi di fulmine (Tonnerre)


Schermata 04-2456765 alle 08.13.41recensione del film:
TONNERRE

Regia:
Guillaume Brac

Principali interpreti:

Vincent Macaigne, Solène Rigot, Bernard Menez – 106 min. – Francia 2013.

Visto al volo, prima che venisse tolto dalla circolazione. L’unica sala italiana che lo ha proiettato, in lingua originale, per un solo spettacolo al giorno e per due soli giorni (16 e 17 aprile) è la sala 3 del cinema Massimo di Torino (ovvero Museo del Cinema), in occasione di una “Settimana del Cinema Francese”, collegata al Torino Film Festival. Arriverà, in tempi ragionevoli, anche nelle altre sale italiane?

Tonnerre è parola francese che significa tuono. E’ anche il nome di una cittadina della Borgogna, abbastanza simile a tante altre della provincia francese, un po’ sonnolenta ma non priva di attrattive per i turisti: la presenza di importanti cantine di Chablis, un “bianco” francese famoso nel mondo; alcune tracce di un passato ipogeico, di cui restano sbiaditi affreschi, al fondo delle nicchie fra antichi e bui colonnati; un curioso lavatoio-sorgente e, soprattutto, l’origine del suo nome che viene fatto risalire addirittura a Zeus, dio dei tuoni e dei fulmini, che ne nobilita la storia. E’ lo scenario giusto, allora, per un colpo di fulmine, ovvero per il racconto dell’ “amour fou” fra i due protagonisti del film: un alquanto depresso cantante rock, Maxime (Vincent Macaigne, bravissimo), uomo che si avvia verso la quarantina, che in passato aveva goduto di una certa fama e una giovanissima, insicura aspirante giornalista, Mélodie (Solène Rigot, molto bella e altrettanto brava). A corto di contratti e in piena crisi di identità, Maxime ritorna a Tonnerre, sua terra d’origine, dove ancora risiede uno dei personaggi più importanti del film, suo padre, sul passato del quale egli aveva addensato ombrosi sospetti, e sul quale avrebbe scaricato le proprie tensioni irrisolte. 
L’intervista per un giornale locale è la prima occasione d’incontro fra Maxime e Mélodie. L’attrazione reciproca è così forte da saltare agli occhi persino di chi li incontra per caso: nonostante la notevole differenza d’età i due si piacciono e si rivedranno ancora; presto arriverà per entrambi il momento in cui le proprie reciproche frustrazioni e insicurezze troveranno un ascolto partecipe, poi inizierà la storia del loro amore appassionato, finché, sulla loro strada, si metterà di traverso Ivan (Jonas Bloquet). Questi è un bel giovanotto, calciatore della squadra locale, vanitoso e ammirato, con una brillante carriera davanti a sé: con lui Mélodie aveva avuto una storia di cinque anni, quasi un’eternità per una ragazza così giovane. Egli non solo non si era rassegnato all’abbandono di lei, ma stava diventando minaccioso e persecutorio nei confronti di Maxime, cosicché la coppia, ora, è quasi costretta a incontrarsi in luoghi sempre più lontani dalla cittadina e dalla vista del rivale, nelle nebbie dell’umido e nevoso inverno delle colline borgognone, che è un po’ come dire che i due vivevano i momenti del loro amore in luoghi sempre più lontani dalla realtà, dove, inevitabilmente, il loro rapporto funzionava benissimo senza incontrare problemi. L’impatto ineludibile con la vita reale, però, trasformerà, nella seconda parte del film, l’idillio in un drammatico thriller, che si scioglierà (non dico come, perché l’effetto sorpresa non venga sciupato) con il ritorno dell’arioso paesaggio primaverile della Borgogna, simbolico del ritorno alla vita di Maxime, nonché del suo riconciliarsi con la propria esistenza. Nel film assistiamo dunque al succedersi di parecchi momenti e registri narrativi, accuratamente preparati dal regista che, quasi senza che ne siamo immediatamente consapevoli, introduce gli elementi giusti per ispirarci attese inquiete o speranze di catarsi, così da rendere le nuove situazioni del tutto accettabili, anche sotto il profilo stilistico ed espressivo.

Guillaume Brac, il regista al suo primo lungometraggio, ha presentato questo suo film al Festival di Locarno, dove ha ricevuto una buona accoglienza. Successivamente, dopo alcuni rilievi della critica, ne ha rimesso in discussione il montaggio, riducendo il numero delle scene e ricollocandone alcune, fino a raggiungere il risultato pienamente convincente che ho potuto vedere con grande piacere.

Premio Liebster Award


Ringrazio il blog collettivo: Il disoccupato illustre che ha voluto assegnarmi il Liebster Award. Ringrazio soprattutto per avermi fatto conoscere un bel blog e per non avermi inviato medaglie al valore! Sistemerò questa comunicazione in un’apposita pagina del menu, titolandola Premi, destinata anche ad altre, se verranno, il che mi permetterà di mantenere sobria, come piace a me, la Home Page.

Rispondo alle dieci domande, secondo la procedura che mi è stata indicata:

1) Qual è il tuo regista preferito?
Ce ne sono troppi. Ne indico alcuni: Luis Buñuel (è quello che ho studiato più a fondo); i fratelli Coen, Kubrik, Polanski, Scorsese, Tarantino, Lars von Trier, Kim Ki Duck. Fra gli italiani: Fellini, Visconti, Rossellini, Bertolucci, Moretti.

2) Qual è l’obiettivo del tuo blog?
Scrivere sui film che mi sono piaciuti. Non ho altri obiettivi che non siano il piacere della scrittura.

3) Qual è il miglior articolo che hai scritto?
Dovrebbero dirlo i lettori. Per me sono tutti belli!

4) Qual è il miglior film che hai visto?
Ne ho visti davvero troppi. Uno dei migliori, fra i più recenti, Melancholia, ma ne lascio indietro troppi, che sono ugualmente splendidi.

5) Qual è il peggior film che hai visto?
Uno dei peggiori, fra i più recenti, Storia di una ladra di libri.

6) Qual è la peggiore trasposizione cinematografica che hai visto?
Se non mi lapidate, non mi è affatto piaciuto Il Grande Gatsby di Luhrmann.

7) Qual è il miglior cinecomic che hai visto?
Non ne vedo, quindi non so rispondere!

8) Qual è il miglior fumetto che hai letto?
Non ne leggo!

9) Qual è il miglior libro che hai letto?
Negli ultimi tempi: I fratelli Askenazi di Israel Singer, ma ne ho letti troppi per fare una classifica. Mi piacciono molto i romanzi di Edward Morgan Forster (Casa Howard); di Philip Roth (Pastorale Americana), di Thomas Mann (I Buddembrook, La montagna incantata), di Mercé Rodoreda (Piazza del diamante).

10) Quanto ritieni banali le mie domande da 1 a 10?
Più che banali, mi sembrano un po’ troppo ultimative, come se fosse possibile una gara di bellezza fra registi, film, libri che, prodotti in tempi o in luoghi molto diversi, non si prestano a paragoni. Se volete un numero, direi 9.

Chi premiare? Sono imbarazzata! Invito i lettori che mi apprezzano a considerarsi tutti premiati: dovendo ridurre le mie scelte indico, in ordine casuale:

Parole a capo
Kinetografo
Bertini Film
Sempre in penombra
My second Blog
Ripullula il frangente
Adimer Passing
Andrea Magliano
Ivan
Il cavaliere della rosa


Se intendono accettare il premio, dovranno:
1. Per prima cosa ringraziare e linkare il blog di chi li ha nominati.
2. Rispondere alle domande da esso poste.
3. Nominare 10 blog che non hanno un numero eccessivo di follower.
4. Proporre 10 domande.
5. Comunicare la nomination ai 10 blog che hanno scelto.

Limito le domande ai blogger che ho scelto a queste poche:

Avete mai pensato che si potrebbe vivere bene anche senza i premi-catena di Sant’Antonio?
Credete che sia importante che i blogger sappiano scrivere in buon italiano, evitando le abbreviazioni da SMS?
Vi piace il vostro blog?
Lo ritenete:
1) un’occasione per farvi conoscere;
2) uno strumento per aumentare il numero degli amici;
3) un modo per passare un po’ di tempo libero;
4) un’irrinunciabile opportunità per la vostra vanità;
5) l’occasione per confrontare le vostre opinioni con altri;
6) altro (precisare, se possibile).

 Schermata 04-2456766 alle 09.43.55Buona Pasqua a tutti!  

Gustave, concierge in Zubrowka (Gran Budapest Hotel)


Schermata 04-2456758 alle 21.54.07recensione del film:
GRAND BUDAPEST HOTEL

Titolo originale:
The Grand Budapest Hotel

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori – 100 min. – USA 2014.

Nell’inesistente regno di Zubrowka, fra la Polonia e la Germania, il fascinoso Gustave (Ralph Fiennes) era il concierge (e anche un po’ il direttore) di un grande albergo, il Grand Budapest Hotel. Si trattava di uno di quei prestigiosi alberghi presenti nell’immaginario di molti lettori dei romanzi mitteleuropei e perciò anche delle opere di Stefan Zweig* a cui, non a caso, il regista Wes Anderson dedica questa sua ultima fatica. L’Hotel aveva tutte le caratteristiche del luogo di vacanza per vecchi aristocratici e per ufficiali al servizio dell’imperatore asburgico alla vigilia della prima guerra mondiale: era monumentale nell’imponenza delle dimensioni, illeggiadrito, tuttavia, dalle decorazioni Liberty; isolato e lontano dal mondo; in cima a una montagna di difficile accesso e molto spesso innevata **. Il regista, anzi (forse per sottolinearne l’ irraggiungibilità, non solo spaziale, ma anche e soprattutto temporale), ci porta a conoscere il grande edificio dell’albergo utilizzando la tecnica mista del cartoon e della ripresa cinematografica, provocando l’effetto di un approccio singolare, come se la facciata dell’enorme costruzione fosse stata anch’essa disegnata, appiattita sullo sfondo di cartone, per staccarsene progressivamente acquistando profondità e assumendo l’aspetto di un grande albergo vero e proprio, ricco di saloni, lussuosamente arredati, di stanze, appartamenti e corridoi, di cucine e dispense e anche di piccole mansarde senza servizi per la servitù. Dopo la grande guerra l’albergo aveva subito alcuni passaggi di proprietà, per giungere infine nelle mani di un anziano signore, chiamato Zero Moustafa, che aveva potuto venirne in possesso dopo una serie di peripezie, vissute prima della guerra, per la maggior parte con con Gustave.
Zero Moustafa era infatti giunto in quel luogo prestigioso quando era ancora un ragazzino, tanto che, per invecchiarsi un po’, si era creato dei sottili baffi a colpi di matita; egli non sapeva nulla di nulla (si chiamava Zero!), ma era sveglio e dispostissimo a imparare l’arte della conciergérie da Gustave, a sua volta dispostissimo a insegnargliela. Questo suo maestro, però, era anche un gran seduttore di vecchie e facoltose signore sole, che corteggiava senza eccezione alcuna, amandole devotamente e ricevendone ricche ricompense, arte che gli aveva cambiato la vita quando l’ottantaduenne Madame D. (Tilda Swinton, irriconoscibile, e perfettamente “invecchiata” a dovere) si ricordò di lui nell’ultimo testamento, lasciandogli un’eredità così cospicua da innescare violente reazioni a catena nei suoi eredi che, a cominciare dal figlio Dimitri (un Adrien Brody, spassosissimo vendicatore), condussero contro di lui una guerra senza esclusione di colpi, mentre vere guerre fra il 1914 e il 1945 avrebbero sconvolto l’assetto delle gerarchie sociali in ogni parte dell’Europa, spazzando via il mondo da operetta di arciduchi, principesse e sovrani, in vacanza al Grand Budapest Hotel della terra di Zubrowka.
E’ lo stesso Zero Moustafa a raccontare a uno scrittore in cerca di ispirazione (Jude Law) e di passaggio nell’Hotel, ormai profondamente diverso, il tempo passato e le avventurose storie, di cui fu testimone e protagonista, insieme al leggendario concierge, che ne ricambiò fiducia e amicizia, intervenendo più volte in sua difesa, quando la sua condizione di immigrato senza documenti lo rendeva sospetto e indesiderabile in una realtà nella quale, di lì a pochi anni, qualcuno avrebbe creato la propria fortuna politica teorizzando e praticando il più spaventoso razzismo.

Una vicenda, dunque, fantastica nell’impianto, che ripercorre, secondo gli stilemi dei racconti di avventura più classici (i viaggi; il rapporto servo-padrone; la casualità degli eventi e degli incontri; i colpi di scena; i misteri; la lotta fra bene e male) la formazione del giovane Zero, collocandosi però in una realtà storica che ha i contorni ben precisi della “Finis Austriae” e che conferisce al film notevole complessità e un innegabile fascino, senza perdere la leggerezza divertente e un po’ surreale tipica di tutti i bellissimi film di Wes Anderson (I Tennenbaum Il treno per il Darjeeling, Moonrise Kingdoom).
Un cast di attori straordinari (oltre ai già menzionati ricorderei particolarmente Bill Murray e Mathieu Amalric) fa della visione di questo film un’esperienza indimenticabile.
Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Berlino.

* scrittore (1881-1942) viennese le cui opere furono bruciate dai nazisti nel 1933,

**riferimento possibile a La montagna incantata di Thomas Mann?

***Tony Revolori interpreta il personaggio Di Zero Moustafa da giovane; F. Murray Abraham interpreta lo stesso personaggio da anziano

padre e figlio (Father and son)


Schermata 04-2456753 alle 18.20.47recensione del film.
FATHER AND SON

Titolo inglese:
Like father, like son

Regia:
Hirokazu Koreeda

Principali interpreti:
Masaharu Fukuyama, Yôko Maki, Jun Kunimura, Machiko Ono, Kirin Kiki, Isao Natsuyagi, Lily Franky, Jun Fubuki, Megumi Morisaki – 120 minuti – Giappone 2013

Nella vicenda che ci viene raccontata, ambientata nel Giappone di oggi, Ryota è un architetto e manager di successo, molto indaffarato; ha una moglie che lo ama e un figlio, Keita, di soli sei anni. Per curarne l’educazione, la giovane madre gli si dedica a tempo pieno, con tenerezza e costanza, cosicché il piccino cresce nella prospettiva di diventare a sua volta un uomo affermato e ammirato, come il suo papà: egli segue, sia pure senza troppo entusiasmo, le lezioni di piano, così come si impegna attivamente per superare l’ammissione alla speciale scuola creata per selezionare i bambini più bravi e promettenti, quelli che si affermeranno nella vita. Raggiunti alcuni traguardi indispensabili al futuro vagheggiato per lui, tutto nella piccola famiglia sembra procedere senza problemi, nella lussuosa e grande dimora in cui si svolge la vita di ciascuno, allorché, come un fulmine a ciel sereno, arriva la notizia che, per uno scambio in culla, avvenuto in ospedale, dopo il parto, il vero Keita vive ora presso un’ altra famiglia, che sta, a sua volta, facendo crescere un figlio non suo, col nome di Ryudi. L’invito degli psicologi e degli operatori sociali incaricati di seguire i quattro genitori coinvolti in questo brutto pasticcio è di iniziare a frequentarsi con amicizia, ospitando i figli scambiati, per riportarli a casa nel modo più naturale e indolore possibile: di nuovo uno scambio, dunque, in nome dei diritti del sangue, condivisi, con una certa riluttanza, solo da Ryota, ma poco accettabili per le due madri che vorrebbero continuare la vita di prima, come se nulla fosse successo. Le due famiglie, fra le altre cose, non potrebbero essere più diverse: Yudai, l’altro padre, è un uomo buono, molto tollerante e per nulla ambizioso; gestisce un piccolo negozio di materiali elettrici e si ritaglia molto tempo libero da dedicare ai figli (sono altri due, oltre a Ryusei), con i quali gioca volentieri, coinvolgendone l’entusiasmo e la fantasia. La madre, in questo caso, contribuisce col proprio lavoro alle spese della casa, che è assai modesta e in disordine, perché porta le tracce della vitalità dei tre bambini, ancora piccoli. L’amicizia “necessaria” delle due famiglie non è tra le più facili, con la conseguenza che il soggiorno concordato dei rispettivi figlioletti nelle due abitazioni, dapprima accettato come un bel gioco, presenta problemi crescenti quanto più si prolungano i tempi della permanenza: Ryusei, infatti, non è affatto disponibile a impegnarsi per diventare un uomo di successo, ma è sufficientemente autonomo per fuggire, tornando nei luoghi dove era sempre vissuto; Keita, che pure si era molto divertito ed era stato conquistato dai bei giochi dei fratellini e dal volo degli aquiloni, sente, infine, la mancanza degli studi e persino del pianoforte, a cui vorrebbe tornare. Di tutti i personaggi, è proprio lui il più consapevole dell’inganno e il più dolente, quello che vive con indicibile sofferenza l’ingiustizia crudele che sta subendo senza colpe e alla quale non è in grado di opporre alcuna forma di ribellione. Ritrovare il padre, alla fine della separazione insensata e simbolicamente rappresentata nel bellissimo finale del film, sarà sufficiente a sanare la piaga profonda che potrebbe aver minato gravemente le sue sicurezze infantili?

Ancora un film sullo scambio dei neonati, dunque: è di un anno fa la mia recensione dell’interessante Il figlio dell’altra che utilizzava il tema, assai antico, per dimostrare l’assurdità del contrapporsi di Israeliani e Palestinesi.
In questo ottimo lavoro il regista giapponese Hirokazu Koreeda si cimenta con lo stesso soggetto, riflettendo, però, sul significato del diventare padre e sviluppando l’ipotesi che, al contrario della maternità che sarebbe soprattutto un legame naturale, in quanto biologico, fra la donna e il proprio figlio, la paternità sia un legame difficile da accettare essendo principalmente un’acquisizione culturale. Il film ci dice, tuttavia, che si diventa padre assai lentamente e spesso con difficoltà, soprattutto se le famiglie mantengono una divisione rigida dei compiti fra i due genitori, così come era avvenuto in passato, mentre è più facile diventare padri consapevoli in una famiglia organizzata in modo meno convenzionale e meno rigido nella distribuzione delle funzioni genitoriali. La pellicola è molto bella; la narrazione è pulita e priva di retorica, delicata e assai coinvolgente nel parlarci del lungo processo di maturazione di Ryota, che gli farà accettare con piena convinzione la paternità di Keita, anche se non non è fondata sui legami del sangue. Per essere padri quello che conta oggi è la disponibilità ad accogliere e a comprendere che i figli hanno bisogno, soprattutto, dell’amore, fatto di tempo insieme a loro, dedicato ad ascoltarne problemi ed esigenze, magari condividendone la gioia di veder volare gli aquiloni.

il tramonto di una speranza (Quando c’era Berlinguer)


Schermata 03-2456748 alle 23.31.12recensione del film:
QUANDO C’ERA BERLINGUER

Film/ Documentario

Regia e soggetto:

Walter Veltroni

- 117 min. – Italia 2014


Veltroni, oltre a essere stato un politico di rilievo nel nostro paese, è da sempre un appassionato di cinema: credo di aver condiviso con molti altri lettori gli appuntamenti piacevoli del Venerdì di Repubblica, quando egli presentava, con l’ironica competenza che spesso si trova fra i cultori della decima musa, i film che sarebbero comparsi in TV durante la settimana. Allora, tuttavia, non immaginavo, che si sarebbe cimentato direttamente, come invece è avvenuto, nella realizzazione di un film come questo, di cui ha ideato il soggetto e diretto la regia. Questo suo lavoro è in parte un documentario, in parte la ricostruzione affettuosa della vita politica e del carattere umano di Enrico Berlinguer.

Avvalendosi delle testimonianze di chi era stato vicino a Berlinguer, negli anni in cui, fra il 1972 e il 1984, egli era stato il segretario del Partito comunista, Veltroni ne ripercorre la carriera politica e ne descrive l’ umanità che lo rendeva popolare fra le persone per bene che abitavano l’Italia di allora e avrebbero desiderato vivere in un paese più giusto e più libero. Erano comunisti e berlingueriani, infatti, molti lavoratori che si erano spostati dal sud al nord del paese per migliorare le proprie condizioni, molti studenti che, mentre chiedevano l’allargamento del diritto allo studio, avrebbero voluto cambiare la scuola, molte donne che, attraverso il lavoro, rivendicavano la parità dei diritti e la libertà delle loro scelte. Veltroni ci restituisce l’immagine/icona di colui che si batté letteralmente fino alla morte perché venissero legittimate, in vista di un cambiamento del paese, le grandi energie degli uomini, delle donne e dei giovani che si riconoscevano nel suo P.C.I., partito comunista anomalo ed eretico nel panorama del comunismo occidentale. Era diventato un partito diverso, infatti, grazie alla intelligenza politica e alle intuizioni coraggiose di questo segretario, timido, fragile nell’aspetto, ma fermissimo nella difesa degli ideali che intendeva far contare nella società. La morte drammatica, preceduta dal malore durante un comizio a Padova, ostinatamente portato a termine, lo stroncò improvvisamente a soli 62 anni, impedendogli di veder concluso il processo di trasformazione che egli aveva avviato in quel suo partito, che, come viene bene spiegato nel corso del film, esaurì allora la ragione stessa della sua esistenza, anche se solo nel 1989, dopo il crollo del muro di Berlino, il P.C.I. cambiò nome e struttura organizzativa.
Il regista alterna alle interviste dei dirigenti politici di quell’epoca, non solo comunisti, le dichiarazioni di intellettuali, amici e familiari, presentando anche molte riprese filmate, dai telegiornali del tempo, frammenti di un passato altamente drammatico, che è bene venga conosciuto soprattutto fra i più giovani che di quegli anni non sono affatto informati, come dimostrano le agghiaccianti risposte di molti ragazzi e ragazze, oggetto di una breve inchiesta all’inizio del film.

Un film da vedere, per informarsi circa un periodo non conosciuto, o per rivivere i sogni e le speranze di anni che sembrano, ormai, lontanissimi: un altro mondo. Non ci si aspetti altro, però: sarà compito degli storici lavorare sui documenti degli archivi, quando sarà possibile, se mai lo sarà, per indagare a fondo sulle ragioni che rallentarono e infine sconfissero il tentativo di trasformazione che, per impulso di Berlinguer, fu avviato in tutta l’Europa e che va sotto il nome di Eurocomunismo.

P. S.
Quando sarà possibile, se mai lo sarà, gli storici potranno, probabilmente, far luce anche su troppe pagine oscure della nostra storia!

occasione sprecata (Storia di una ladra di libri)


Schermata 03-2456745 alle 12.51.00recensione del film:
STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI

Titolo originale:
The Book Thief

Regia:
Brian Percival

Principali interpreti:
Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch. Drammatico, – 125 min. – USA, Germania 2013

Questo è uno di quei film che non meriterebbe, a mio parere, la fatica di una recensione, se non per il serissimo argomento di cui tratta e che richiede un’ attenta riflessione.
Ci troviamo in una piccola città tedesca nel 1939, perciò in pieno regime hitleriano. Qui, attesa da una coppia di coniugi che si è offerta di adottarla, giunge, accompagnata da alcune volontarie della Croce Rossa Internazionale, Liesel, che ha poco più di dieci anni. In verità l’adozione avrebbe dovuto riguardare anche il fratellino della bimba, ma questi, in precarie condizioni di salute, era morto durante il faticoso trasferimento in treno, cosicché solo Liesel aveva potuto essere accolta nella casa povera, ma ospitale, dei coniugi Hans e Rosa Hubermann (Geoffrey Rush e Emily Watson). Apprendiamo che la madre di Liesel, militante comunista e perseguitata politica, aveva dovuto lasciarla per riparare all’estero e, cosa incredibile, che la piccola era analfabeta, ciò che le provocava molte difficoltà fra i suoi compagni di scuola dai quali era derisa. Sarà Hans a insegnarle non solo a leggere, ma ad apprezzare i libri che Liesel avidamente si sarebbe procurata, sottraendoli, con rischio personale, alla ricca biblioteca del borgomastro della cittadina. Presso casa Hubermann era giunto, inatteso ma generosamente accolto, il giovane ebreo Max Vandenburg, che, lasciata la famiglia per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, aveva evitato il lager, ma si era ammalato per gli stenti e il freddo, spostandosi a piedi, stremato per la stanchezza e la fame. Il suo arrivo aveva aperto gli occhi di Liesel sulla realtà disumana del nazismo: ne aveva già conosciuto l’avversione alla cultura durante il rogo dei libri a cui aveva dovuto assistere con orrore e sgomento; ora ne sperimentava la volontà ferocemente persecutoria del tutto immotivata, nei confronti di creature inermi e innocenti. Farà tesoro degli insegnamenti di Hans e anche degli utilissimi incoraggiamenti di Max, intellettuale colto e raffinato, per progettare il proprio futuro, interamente dedicato alla causa della solidarietà fra gli uomini, alla pace nella libertà e alla cultura. Questi temi di sicuro interesse storico, vengono sviluppati in modo molto superficiale, con molta approssimazione e raccontati grazie alla voce narrante della Morte, artificio retorico del tutto ingiustificato e molto fastidioso. Forse il film è rivolto al pubblico dei pre-adolescenti, che potrebbero essere attratti dal racconto delle sventure di Liesel e di Max, cominciando a farsi un’idea delle nefandezze del nazismo, senza andar troppo per il sottile e senza badare alle inverosimiglianze del film, agli stereotipi e ai troppi registri narrativi che ne rendono incerta la coerenza.
Lo scopo nobile, però, non trasforma un film mediocre in un bel film. Peccato. Ottima prova di tutti gli attori, bambini e adulti, con una speciale menzione a Geoffrey Rush.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di uno scrittore australiano, Markus Zusak, che, pubblicato nel 2005, ha venduto più di otto milioni di copie. L’opera tradotta in italiano è stata pubblicata dall’editore Frassinelli.

passato e presente (Ida)


Schermata 03-2456734 alle 15.08.04recensione del film
IDA

Regia:
Pawel Pawlikowski

Principali interpreti
Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Joanna Kulig, Dawid Ogrodnik, Adam Szyszkowski, Jerzy Trela, Halina Skoczynska – 80 min. – Polonia, Danimarca 2013

Anna è poco più di una bambina e non conosce il mondo se non attraverso l’eco degli eventi esterni che le arriva in convento: abbandonata in tenerissima età alla compassione delle monache, infatti, lì era stata protetta, allevata e accudita. Ora, che vorrebbe farsi suora, porta un corto velo nell’attesa dei voti, ma è molto giovane: la superiora la spinge a dare qualche occhiata alla vita di fuori, prima di decisioni che la impegnino per sempre e, avendone rintracciato una zia che, seppure con riluttanza, sembra disposta a ospitarla, è molto ferma nel proposito di allontanarla per un po’. La realtà in cui, ora, si muoverà Anna è quella della Polonia degli anni ’60, uno stato che porta ancora le vistose ferite della guerra nei luoghi, nelle case e soprattutto nel cuore di molti sopravvissuti, alcuni dei quali avevano partecipato alla resistenza polacca contro i nazisti. E’ appunto il caso di Wanda Gruz, ebrea polacca, donna colta, emancipata e intelligente, ora magistrato: è l’unica superstite di una famiglia di ebrei ed è la zia della giovinetta.
Anna, che in realtà dovrebbe chiamarsi Ida, era stata affidata alle suore per ragioni misteriose, che ora, insieme, le due donne sembrano voler chiarire, intraprendendo un viaggio, che diventa a poco a poco, per entrambe, sia pure in modo diverso, un percorso di formazione, attraversato da tensioni emotive quasi insostenibili. Le dolorose scoperte lungo le dissestate strade polacche, nel grigiore del paesaggio, in mezzo alla povertà dei casolari ancora diroccati e l’imbattersi in una serie di rivelazioni agghiaccianti sviluppano nei loro cuori sentimenti contraddittori, che in Wanda si traducono in un crescendo di comportamenti distruttivi: nell’abuso di alcool, di fumo e anche in avventure sessuali senza gioia e senza seguito, ciò che accentua in lei il senso di vuoto e di frustrazione per l’enorme scarto fra gli ideali che avevano animato la sua lotta partigiana in anni ancor molto vicini e la realtà squallida del presente, nel quale è sempre più difficile realizzare la libertà e la giustizia per le quali si era battuta. Il viaggio le aveva mostrato crudamente anche la realtà di un azzeramento della sua cultura originaria: immagini terribili, come quelle del cimitero ebraico di Lublino, luogo di approdo del viaggio, dove troveranno finalmente riposo i resti dei genitori di Ida ferocemente massacrati, mostrano tombe e lapidi assediate e quasi ricoperte dalle erbacce, in completo abbandono, e testimoniano di un passato non più ricuperabile e di un presente senza memoria, intento a celebrare la vittoria sui nazisti, ma non disposto a riconoscere il prezzo che gli ebrei avevano sopportato per la ferocia non solo dei nazisti, ma anche di molti polacchi che si erano adoperati alacremente per espellerli dalle loro case e impadronirsi dei loro beni.
Preghiera e perdono, invece, sembrano essere il rimedio per Ida, ben decisa a tornare in convento, anche dopo l’incontro con un giovane suonatore di violino, che per la prima volta, aveva suscitato in lei la consapevolezza della propria femminilità.
Sarà indotta a tornare, però, in seguito al suicidio di Wanda. Non aggiungo altro sui problematici sviluppi della vicenda, per non togliere ai lettori il piacere della visione.

Il film, che è girato in un raffinatissimo bianco e nero, che ben sottolinea il grigiore diffuso e lo squallore di quella regione dell’Europa nord-orientale, a pochi anni dalla fine del conflitto mondiale, in pieno stalinismo, si avvale di una fotografia strepitosa e di una eccelsa recitazione delle due attrici protagoniste, in modo particolare di Agata Kulesza, nel difficile ruolo di Wanda, la più complessa fra le due figure femminili, ed è diretto molto bene dal regista Pawel Pawlikowski, che ha alle sue spalle un esiguo numero di film. Molto interessante la tecnica di sottrazione grazie alla quale egli riesce a far emergere in modo minimalistico, ma efficacissimo, le ansie e le contraddizioni delle due donne i cui ritratti sono disegnati con rara efficacia. Tutto ciò in soli 80 minuti! Da non perdere!

storia d’amore nel tempo dei mondi virtuali (Lei)


Schermata 03-2456730 alle 22.15.43recensione del film
LEI

Titolo originale:
Her

Regia:
Spike Jonze

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Caroline Jaden Stussi, Laura Meadows, Portia Doubleday, Sam Jaeger, Rachel Ann Mullins, Katherine Boecher, Alia Janine, Jeremy Rabb, Lynn Adrianna, Luka Jones, Eric Pumphrey – 126 min. – USA 2013.

Scarlett Johansson non appare nel corso del film se non come voce, che si perde nel doppiaggio di Micaela Ramazzotti

E’ quasi impossibile costruire veri rapporti di solidarietà, d’amicizia o d’amore in ambienti sempre più disumanizzati, come la futura, ma non troppo, Los Angeles di questo singolare film in cui la realtà virtuale pare prevalente ovunque, e l’attenzione ai problemi di ciascuno non esiste. Insieme alle non lontane spiagge-formicaio dei weekend, in cui confluiscono migliaia e migliaia di suoi abitanti alla ricerca vana di compagnia, di svago e di riposo, la capitale californiana è scenario ed emblema di questa pellicola di Spike Jonze: bellissima, ma gelida nella ripetitiva tipologia dei grattacieli, nelle strade in cui si aggirano, senza meta né direzione apparenti, anonime e frettolose folle di passanti che, ignorandosi l’un l’altro, sono affaccendati a parlare da soli senza curarsi di tutti gli altri.
Theodore, unico protagonista del film (un bravissimo Joaquin Phoenix), dopo la fallimentare esperienza matrimoniale, conduce un’esistenza solitaria e triste. Per vivere scrive, su commissione, lettere virtuali: deve, cioè, inventare le lettere che avrebbero potuto scrivere coloro che o non sono più in grado di farlo o non vogliono continuare a farlo. A Theodore bastano poche conoscenze per offrire ai committenti calde testimonianze d’amore e d’affetto, capaci di creare l’illusione di non essere stati totalmente abbandonati e dimenticati. Segretario galante dei nostri giorni, egli sa adattare le parole alle circostanze più diverse e sa rendere così credibile e così formalmente elegante quel tipo di corrispondenza che un editore, spontaneamente, gli offre persino di mettere in vendita il volume che contiene il prezioso epistolario*. I rapporti con i suoi colleghi, invece, sono assai distratti: tutti ne ammirano il talento, ma né amicizie vere, né amori profondi sembrano poter attecchire negli uffici eleganti e freddi, in cui dominano i nuovi computer, quelli capaci persino di imitare la grafia di chi scrive, sia pure attraverso l’interposta persona di Theodore, lo scrivano.
Mentre, dunque, nella realtà il bisogno umanissimo di attenzioni e di amicizia non trova risposte, a queste si stanno dedicando gli uffici-studio delle case di software, che riescono infine a creare proprio quello che ci vuole: Samantha. Ha questo nome, nonché voce femminile, il nuovissimo sistema operativo (O.S.1) personalizzato, che dopo aver ottenuto qualche scarna informazione sull’utente, ne coglie le esigenze alle quali adatterà il proprio parlare e il proprio comportamento. Theodore, perciò, sembra aver trovato quello che stava cercando per vincere l’isolamento: Samantha, infatti, presto ne diventerà la segretaria che gli ricorda gli impegni, l’amica fidata con cui parlare, la confidente delle notti insonni, nonché la donna di cui ci si può innamorare, e della quale infatti egli, infatti, si innamora, dopo averne plasmato carattere e modi, come un moderno Pigmalione, che dà vita alla statua forgiata secondo i propri desideri.
Anche Samantha si innamora di Theodore e, sua croce e delizia, vuole essere onnipresente nella sua vita quotidiana, seguendolo ovunque e cercando di comprendere la realtà del mondo attraverso i suoi occhi. Egli, d’altra parte, la porta sempre con sé, in quel minuscolo smartphone che, sporgendo dal taschino, le permette di guardarsi attorno: saprà, grazie a lui, allora, com’è fatta una città, una spiaggia, cos’è il mare, che cosa il mutare del tempo e delle stagioni… Il puro flatus vocis si trasforma a poco a poco in essere pensante, che cresce e acquista autonomia, rivendicando i propri spazi e il proprio diritto a conoscere altri, con cui condividere gioie, dolori, affetti: esigenze di ognuno e perciò anche sue, ciò che scatena ovviamente mugugni e gelosia del suo possessivo amante. Poiché, tuttavia, nessun amore al mondo è per sempre, verrà anche per i due amanti il momento doloroso dell’addio: l’O.S.1 verrà rimpiazzato da un altro più adeguato agli utenti più esigenti, e a lui non resterà che il rimpianto di un amore quasi perfetto.

Il film si presenta come opera di notevole spessore, molto ricca di implicazioni culturali che offrono più di uno spunto di riflessione sul futuro che ci attende fra non molto, quando dovremo fare i conti con la realtà di uomini spiazzati dal mondo virtuale dei social network, e sospinti, senza quasi averne coscienza, ad affrontare da soli, con l’aiuto di piccoli aggeggi intelligenti, i problemi che nei secoli hanno richiesto ovunque sforzi organizzativi collettivi e solidali.
Il film si presta anche a letture di livello più complesso e ripropone, secondo me, in chiave moderna, alcuni miti antichi, fra cui principalmente quello di Pigmalione, cui ho già fatto cenno, e quello del bellissimo Narciso, incapace di amare altri da sé, per amore del quale la ninfa Eco si era tolta la vita riducendosi a pura voce replicante. Per molti aspetti, quindi, la coppia Samantha-Theodore è riconducibile a un solo individuo e al suo doppio, almeno finché lei diventa una persona pienamente dotata di propria individualità, diversa nei gusti, nelle scelte e nelle prospettive.
Il film era molto atteso, dopo due settimane povere di uscite di qualità ed è certo molto interessante e insolito, da vedere imperativamente, almeno una volta, in lingua originale.

*probabile citazione ironica del romanzo autobiografico di John Fante Chiedi alla polvere, ambientato in una Los Angeles in cui gli editori respingono per molto tempo i romanzi dello scrittore, condannandolo a lunghi anni di stentata sopravvivenza. Il film è molto citazionista!

Due o tre cose che andrebbero dette sugli Oscar 2014


laulilla:

Ritengo che questo bell’articolo del blogger Souffle possa essere utilissimo per capire a quale logica risponda l’attribuzione degli Oscar, perché ci spiega chi sono i membri dell’Academy che conferiscono l’ambitissimo premio.

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Ogni anni si svolge la cerimonia degli Oscar e ogni anno i cinefili fanno storie per le nomination, facendo altre storie poi per i vincitore.

Fa parte del gioco, se viene vissuto come un gioco. Se diventa oggetto di rancore perché le cose vengono prese sul serio allora si sfiora il ridicolo. Come quella critica che commenta la famosa “selfie” che vedete qui accanto con un “dovete morire tutti”.oscar1
Proprio i critici dovrebbero ricordare due o tre cose sugli Oscar, la prima delle quali è che si tratta di un premio che chi lavora nell’industria dà a se stesso. Non lo assegna il pubblico né tantomeno la critica. Persino i Golden Globe, noti come “anticipatori” degli Oscar non sono assegnati dai critici, ma dai giornalisti cinematografici.
Diciamolo, alla fine i critici non contano nulla (quelli cinematografici meno di tutti, come capacità di influenzare il pubblico e muovere gli incassi) se…

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