soldati… (Torneranno i prati)


Schermata 2014-11-15 a 15.17.20recensione del film:
TORNERANNO I PRATI

Regia:
Ermanno Olmi

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo, Igor Pistollato
- 80 minuti – Italia 2014

Ispirandosi ai racconti di guerra del grande Federico De Roberto, compresi sotto il titolo La paura, quest’ultimo lavoro di Ermanno Olmi si colloca, secondo me molto opportunamente, fra le riflessioni, i dibattiti e le manifestazioni che si sono svolte per il centenario dallo scoppio della prima guerra mondiale in Europa (1914), che precede di un anno l’entrata in guerra del nostro paese a fianco delle potenze dell’Intesa. In un piccolo film di soli 80 minuti, il regista ci fa vivere il dolore e l’angoscia di quella guerra orribile che già nel 1914 era stata, principalmente, guerra di trincea, e che questo carattere aveva mantenuto anche sul fronte italiano, poiché sugli altipiani delle colline carsiche si erano attestate le nostre truppe e lì erano state scavate le trincee che a queste davano rifugio: nelle trincee si dormiva, si distribuiva la posta (quanto attesa!), si mangiava, ci si ammalava, si veniva curati alla meglio e, soprattutto si moriva. In un bellissimo bianco e nero, il regista ci racconta la nostalgia, il dolore e l’angoscia claustrofobica dentro ai cunicoli in cui vivevano i soldati; la sporcizia e le malattie, nonché le mitragliate che li decimavano, non appena tentassero qualche sortita all’aria aperta. Non mancano nel film gli accenni agli ordini irresponsabili e disumani degli alti comandi militari, che, impartiti per conquistare pochi metri di terreno, esponevano a morte sicura i militari costretti all’obbedienza, dai giovani ufficiali, che talvolta tentavano a loro rischio di ribellarsi per salvaguardare le vite dei giovani a loro affidati, ai soldati, che, uno dopo l’altro venivano fatti uscire dalla trincea e cadevano falciati dai colpi di mitra. Ai morti, crivellati di colpi, si aggiungevano numerosi suicidi o molti casi di autolesionismo, estremo e disperato gesto per sottrarsi al tremendo macello. I prati certamente sarebbero rifioriti nel bellissimo paesaggio del fronte ma, a chi, dopo questa guerra, li avrebbe rivisti in pieno rigoglio, il film vuole ricordare il dolore e le sofferenze costati a troppi giovani caduti. Olmi ci aveva già raccontato, in passato l’orrore della guerra, quando nel 2001 aveva girato il bellissimo film Il mestiere delle armi, narrandoci una guerra diversa ma non meno crudele: quella dei capitani di ventura e delle truppe mercenarie al loro seguito. Allora egli aveva capovolto il tradizionale giudizio storico-letterario, da Petrarca a Machiavelli, circa l’inaffidabilità di quei combattenti, raccontando la vita e la morte atroce di Giovanni dalle Bande nere, tradito dai Signori di Ferrara, per i quali stava prestando servizio. Questo vecchio film, introvabile attualmente su DVD, costituisce, insieme a questo, oggi sugli schermi, un indispensabile contributo alla cultura di pace di cui tutti noi, spero, sentiamo la necessità.

recitare e vivere (Sils Maria)


Schermata 11-2456969 alle 23.48.15recensione del film:
SILS MARIA

Titolo originale:
Clouds of Sils Maria

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz, Lars Eidinger, Johnny Flynn – 124 min. – Francia 2014.

Sils Maria, che è una località svizzera vicino all’Engadina, in questo film è il luogo della dimora di un famoso scrittore e regista cinematografico, Wilhem Melchior, morto all’improvviso, in tarda età, proprio mentre tutta la comunità dei cineasti e dei critici si accingeva a incontrarlo a Zurigo per consegnargli un riconoscimento alla carriera. Maria Enders (Juliette Binoche), attrice molto nota, a quel regista doveva davvero tutto: egli l’aveva lanciata, chiamandola per il suo film, Maloja Snake, che evocava, fin dal titolo, il luogo della sua casa, poiché il passo di Maloja*, nonché i misteri un po’ sinistri che accompagnano la risalita delle nuvole che lo attraversano, inghiottendo cose e persone, è nei pressi di Sils Maria.

In quel film Maria Enders, appena diciottenne, aveva sostenuto, come rispecchiandovisi, la parte di una giovanissima attrice al suo esordio, Sigrid, che era riuscita a emergere, grazie all’amore che aveva suscitato in Helène, matura e celebre sua coprotagonista, presto abbandonata, dopo aver ottenuto la visibilità alla quale aspirava. Maria Enders, ora a distanza di trent’anni da quell’esordio, avrebbe voluto ringraziare di persona l’amico Wilhem che aveva creduto nelle sue qualità interpretative, ma l’incontro di Zurigo, come è ovvio, si era trasformato in una generale e commossa orazione funebre per lui. A Zurigo era arrivato anche il momento, che Maria aveva a lungo evitato, dell’incontro con un giovane regista, che intendeva riprendere in mano la sceneggiatura di Maloja Snake, farne un testo teatrale e affidare a lei la parte di Helène, non avendo più l’età per quella di Sigrid, personaggio per il quale egli puntava su una star hollywoodiana, al momento non presente, idolo degli adolescenti frequentatori di social-network.

Maria, molto legata al personaggio di Sigrid per la sua storia personale, fa subito sapere di non essere disposta ad accettare, ma infine, convinta anche dalle pressioni della propria segretaria, la giovane e affezionata Valentina (Kristen Stewart), comincia a leggere il copione teatrale, e a recitare con lei la parte di Helène, mentre si affollano alla sua mente ricordi e raffronti. Eppure, nonostante ciò che ci aspettiamo da questa lunga premessa, gli sviluppi del film prenderanno inattese direzioni: al centro del film, non è, infatti, se non in minima parte, il tema della memoria e dell’invecchiare irrimediabile, e neppure soltanto quello del gioco dei rispecchiamenti determinato dall’alternarsi delle parti in commedia; è, piuttosto, mi pare, quello del sapersi rinnovare col trascorrere del tempo, non abbandonandosi ai ricordi del passato, che come una invisibile rete, ben celata sotto un’apparenza di rassicuranti punti di riferimento, tendono a fossilizzare comportamenti e ruoli, anche se ormai inaccettabili, finendo per rinchiudere tutti quanti, attori e non, in una gabbia soffocante. Questo significa, per Maria, accogliere la diversità di Jo-Ann (Chloë Grace Moretz), giovanissima Sigrid, anni luce lontana dal suo personaggio, ormai cristallizzato e irrigidito nell’improponibile ruolo di allora.
Maloja Snake, il serpente di nuvole insidioso e sfuggente, pronto a evaporare ai primi raggi del sole, ma anche a tornare continuamente, suscitando inquiete paure, è perciò una complessa immagine metaforica, che ci parla del tempo e della suo eterno e ciclico ritorno; della memoria; del passato e del presente; delle sfide che continuamente affrontiamo nel corso della vita, ma anche della realtà e della sua rappresentazione: dell’arte teatrale e cinematografica e della finzione che ne costituisce l’essenza, né è certamente casuale che a Sils Maria avesse a lungo soggiornato Friedrich Nietzsche, il filosofo che a molti di questi temi aveva dedicato tanta parte della sua riflessione!

Va da sé che Juliette Binoche, vera mattatrice del film, sappia rendere lo sfaccettato personaggio di Maria con grande finezza; molto brava e del tutto degna di lei Kristen Stewart; breve ma notevole anche la prestazione di Chloë Grace Moretz. Un grande Assayas dirige con equilibrio un film oggettivamente assai arduo.
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*Maloja è un un passo alpino che per la sua posizione naturale diventa un luogo di aggregazione delle nuvole che provengono dalle vallate circostanti, creando un fenomeno un po’ misterioso, chiamato Serpente di Maloja (Maloja Snake), oggetto di un documentario del 1924 di Arnold Frank, certamente noto al regista cinefilo di questo film, Olivier Assayas. Potete vederlo, se volete, direttamente da questo blog, QUI

quello che il film dice e quello che non dice (Il giovane favoloso)


Schermata 10-2456962 alle 16.08.30recensione del film:
IL GIOVANE FAVOLOSO

Regia
Mario Martone

Principali interpreti:

Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco, Paolo Graziosi, Iaia Forte, Sandro Lombardi, Raffaella Giordano, Edoardo Natoli, Giovanni Ludeno, Federica de Cola, Giorgia Salari, Isabella Ragonese Biografico, durata 137 min. – Italia 2014

Premetto che non avrei voluto recensire questo film, che ho visto da tempo, perché, essendo fortemente in dissenso dai suoi contenuti, mi sembrava di essere l’unica voce fuori dal coro degli osanna e degli evviva. Non avevo alcuna voglia di polemizzare, sembrandomi  anche ingiusto, viste le difficoltà oggettive che non possono mancare quando si  gira un film su Leopardi e visto l’impegno profuso da tutti coloro che vi si erano dedicati, da Martone, agli attori, fino all’ultimo addetto. Siccome, però, qualcuno mi ha chiesto di esprimermi in merito a questo lavoro, ci provo.

Il film, prevalentemente biografico, racconta la storia del poeta sviluppandola intorno ai tre periodi, che il regista considera i più importanti della sua formazione: quello recanatese, dalla nascita alla tentata fuga dal “natio borgo selvaggio”; quello fiorentino, degli incontri con gli intellettuali liberali del Gabinetto Vieusseux, cui fu introdotto dall’amico Pietro Giordani e, infine, quello napoletano, l’ultimo periodo della sua vita, vissuto con l’amico Antonio Ranieri. La scelta del regista è, per quanto vistosamente omissiva, del tutto legittima e non sarebbe priva di una sua plausibilità se, al suo interno, egli presentasse oltre al percorso psicologico che approda al ribellismo insofferente nei confronti della famiglia, di Recanati e degli intellettuali del suo tempo, anche il percorso culturale attraverso il quale  il “giovane favoloso” venne elaborando la sua weltanschauung, quella filosofia “dolorosa ma vera”, che ne costituì l’originalità, scandalosa e inaccettabile, in un mondo che andava vagheggiando o progetti politici reazionari (come il padre Monaldo) o cambiamenti “rivoluzionari” in vista di imprecisate “magnifiche sorti e progressive” (come il gruppo fiorentino dell’Antologia)

Martone, dunque, oltre a  sorvolare su altri viaggi, tutt’altro che irrilevanti nella formazione del poeta, non ci mette nelle condizioni di conoscere quali letture, quali libri proibiti della biblioteca di casa Leopardi gli avevano fornito l’impulso per portare a livello teorico e filosofico la propria privata conoscenza del dolore, che invece continua a raccontarci nei minimi particolari, né accenna al confronto che il giovane andava maturando fra gli  scritti degli antichi filosofi greci ed ellenistici e quelli di alcune correnti illuministiche, in particolare del sensismo di Condillac, del materialismo ateo di Paul Henri Thiry d’Holbach, e neppure del razionalismo di Voltaire, autori decisivi per la composizione di molti canti e di molte pagine in prosa,  che ci danno la misura della portata davvero rivoluzionaria del suo pensiero, magari poco in sintonia con le povere elaborazioni degli intellettuali italiani dell’epoca, ma certo aperto alle grandi intuizioni del cosiddetto “pensiero negativo” da Shopenauer a Nietzsche. Queste omissioni diventano anche un po’ sospette, a fronte delle facili allusioni (solo attraverso le immagini, per fortuna) ai canti più conosciuti: l’artigiano che apre la sua officina; la tessitrice (un po’ troppo in carne) che abita davanti a casa sua e che morirà giovane, consunta dalla tisi, la vecchietta che parla verso sera con le vicine, il mazzolino di viole, la gallinella che ripete probabilmente il suo verso, per non dire di quella siepe che dovendo celare gli estremi orizzonti è circondata da un po’ di nebbiolina, e neanche di qualche luna che illumina la notte, insieme alla notturna lampa.

Una ripassatina, dunque, dei versi che più facilmente si tengono a mente, oltre al bellissimo finale di Aspasia, alla bella lettura di qualche verso della Ginestra  e persino di Consalvo, accuratamente evitando di rammentare, però,  che “è funesto a chi nasce il dì natale”, cioè (per chi non ricordasse che Funus in latino significa morte), che il solo fatto di nascere ci porterà, fatalmente, alla morte, verso sconvolgente, frutto non del pessimismo, parola vuota davvero, ma del coraggioso realismo di chi è capace di guardare le cose come stanno senza cercare di mistificarle in alcun modo.

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Romano Luperini, uno dei maggiori esponenti della contemporanea critica letteraria in Italia, ha dedicato a questo film e ai suoi limiti un articolo, che ritengo uno dei più interessanti e pertinenti fra quanti sono sul Web.

P.S. Romano Luperini è ancora intervenuto precisando ulteriormente il senso del suo scritto sul rapporto fra voce (poesia) e persona (biografia), con un bellissimo excursus, che rapidamente prende in esame alcune riflessioni di scrittori e studiosi contemporanei

Il tempo di Mason (Boyhood)


Schermata 10-2456955 alle 07.36.00recensione del film:
BOYHOOD

Regia:
Richard Linklater

Principali interpreti:
Ethan Hawke, Patricia Arquette, Ellar Coltrane, Lorelei Linklater, Steven Chester Prince,Tamara Jolaine, Nick Krause, Jordan Howard, Evie Thompson, Sam Dillon, Natalie Wilemon, Shane Graham, Zoe Graham, Brad Hawkins, Mona Lee Fultz, Angela Rawna – 165 min. – USA 2014.

Il regista Richard Linklater ha ha portato a termine questo suo lavoro in dodici anni, essendosi proposto di seguire, durante tutto questo tempo, il processo di crescita e le trasformazioni di Mason, il protagonista del film, un piccino che nel 2002, anno in cui iniziarono le riprese, aveva solo sei anni. Nel mondo magico del cinema, l’invecchiamento dei personaggi è piuttosto frequente, ma di solito si realizza sostituendo gli interpreti bambini con ragazzi più adulti, o “invecchiando” gli attori che girano il film, a colpi di trucco, parrucche e vestiario. E’ più raro, invece (a meno che si tratti di documentari) che i mutamenti nel tempo vengano seguiti dal vivo, come è accaduto in questo caso:  Boyhood  è stato girato, infatti, nel corso di dodici incontri, uno per ogni anno, fra il regista e l’intero cast, secondo le scadenze previste nel progetto originario. Linklater, dopo la severissima selezione che lo aveva portato a scegliere, fra migliaia di bambini, il piccolo Ellar Coltrane, per il ruolo di Mason, aveva affidato la parte della sorella Samantha a sua figlia, Lorelei Linklater e si era avvalso, inoltre, di altri attori professionisti, fra i quali Patricia Arquette (la madre) e Ethan Hawke (il padre). Grazie alla all’impegno da tutti mantenuto nel corso del tempo, il film ha potuto continuare e concludersi secondo le intenzioni iniziali, con le correzioni alla sceneggiatura originaria che le circostanze, mutate e talvolta imprevedibili, avevano reso necessarie. Assistiamo perciò al progressivo trasformarsi, anno dopo anno, dell’aspetto di tutti i protagonisti: vediamo crescere il bambino fino alla conclusione dei suoi studi secondari, invecchiare gli adulti, cambiare i volti e i corpi, e anche mutare le abitudini e la vita di ciascuno. La vicenda, ambientata in Texas, è abbastanza semplice: Mason e Samantha, la sorellina un po’ più grande, vivono da un po’ di anni solo con la mamma, una donna graziosa che inutilmente ricerca, dopo il fallimento del matrimonio, una stabile relazione sentimentale. I due piccoli sono costretti a seguirla nei suoi spostamenti di città in città, riluttanti ad abbandonare la rete di amicizie che erano riusciti a costruire a scuola o coi vicini.  Nei weekend entrambi si incontrano col padre, cui li lega una reciproca tenerezza e un affetto profondo, alimentato dai racconti favolosi di lui, esperto del mondo, delle usanze e delle abitudini di altri popoli. Più tardi, quando Samantha passerà le sue domeniche col boy-friend, Mason e il padre condivideranno la passione per il baseball e qualche confidenza sulle ragazze, fino a che, col termine della scuola secondaria, Mason, ormai quasi adulto, partirà alla volta del College: la sua fanciullezza (Boyhood) si è conclusa.

Come si vede, la storia raccontata è una storia come tante altre: Mason non è diverso dai bambini che come lui crescono, giocano, si fanno i dispetti, combinano bricconate e vanno  a scuola poco volentieri. E’ abbastanza diffusa, anche, l’esperienza della divisione dei genitori, dolorosa per tutti e quindi anche per Mason e Samantha, che spesso sono costretti ad affrontare patrigni inadeguati e ubriaconi, a lasciare gli amici più fidati, a far finta di gradire regali di compleanno degni degli ultraconservatori texani * e ad accorgersi che persino il papà così amato non sempre mantiene le promesse! La narrazione, che avrebbe potuto raccontare cose ovvie e più volte viste al cinema, si mantiene invece sempre interessante e coinvolgente poiché ci conduce, attraverso gli occhi di Mason, nel mondo dell’infanzia, dal quale molto gradualmente egli si allontana, abbandonando elfi e fiabe e imparando dolorosamente ad affrontare le asprezze della vita, che per lui è fatta di poche gioie, di cocenti disinganni, e di solitudine malinconica, che non sempre gli adulti  comprendono come dovrebbero. Il film si sviluppa con fluida dolcezza, senza mai annoiare nelle quasi tre ore di proiezione il che dipende, secondo me, dalla finezza della regia, molto poetica, a cui la lunga durata dei tempi di lavorazione ha offerto probabilmente un’ occasione straordinaria per meditare a fondo, fra un “tournage” e l’altro, sul passaggio più delicato e difficile della vita di tutti.

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* la preziosissima Bibbia o il glorioso fucile di famiglia…

la guerra in classe (Class Enemy)


Schermata 10-2456941 alle 16.32.09 recensione del film:
CLASS ENEMY

Titolo originale:
Razredni sovraznik

Regia:
Rok Bicek

Principali interpreti:
Igor Samobor, Natasa Barbara Gracner, Tjasa Zeleznik, Masa Derganc, Robert Prebil, Voranc Boh, Daša Cupevski, Doroteja Nadrah – 112 min. – Slovenia 2013 

In Slovenia, una classe di liceali saluta l’insegnante di tedesco, prossima alla maternità. Gli studenti, molto affezionati, si erano “tassati” per regalare un bel passeggino al bebé in arrivo, evidente testimonianza del rapporto affettuoso che la docente aveva saputo stabilire con i “suoi” ragazzi: lei era, infatti, una che “sapeva come prenderli”, come avrebbe detto lei stessa alla preside in seguito. Siamo alle prime scene di questo interessante film, che immediatamente ci trasportano nel vivo della vicenda: Robert Zupan (Igor Samobor), il professore nominato al posto di lei, è un bell’uomo sulla trentina, severo e di solida cultura. La classe è poco preparata nella sua materia: questo è ciò che gli appare subito evidente, quasi che l’attenzione verso i problemi personali dei ragazzi da parte della collega che lo aveva preceduto, e che l’aveva resa così amata, avesse alquanto compromesso l’efficacia del suo insegnamento, e avesse creato fra gli studenti, con poche eccezioni, un generale disimpegno nei confronti dello studio. E’ certamente un tratto del carattere di Robert Zupan il rigore intellettuale che, unitamente alla riservatezza e alla scarsa propensione ad ascoltare le confidenze degli studenti, lo rende immediatamente poco simpatico alla classe che lo percepisce ostile. Siamo all’inizio di una guerra sotterranea, che a poco a poco diventerà aperta e crudele persecuzione nei suoi confronti, predestinato capro espiatorio di tensioni irrisolte acuite di lì a poco dal suicidio inaspettato di Sabina, la studentessa più fragile e problematica. La tragedia diventa l’elemento capace di scatenare una guerra vera, condotta senza esclusione di colpi dapprima contro Robert e poi contro l’intero sistema scolastico, attraverso la quale i ragazzi, nel modo più ingiusto e sgangherato, cercano risposte agli interrogativi angosciosi e insostenibili che la morte della loro giovane compagna aveva prodotto nel cuore di ciascuno, come se i mille perché, sollevati da quel gesto, potessero venire placati dalla semplicistica individuazione di una responsabilità inesistente.

Il tema, già affrontato nel precedente film danese di Thomas Vinterberg Il sospetto, è qui meno filosofico, ma diventa l’occasione per raccontare i molti luoghi comuni, universalmente considerati verità inconfutabili, intorno alla scuola e al rapporto fra studenti e docenti. Si offrono al nostro giudizio, impietosamente, alcune scene memorabili che mostrano le discussioni in sala insegnanti, lo studentismo ingenuo e sciocco di alcuni professori, l’insopportabile maternage delle professoresse, il chiacchiericcio vacuo della psicologa, l’atteggiamento irresponsabile e invadente dei genitori, preoccupati esclusivamente di proteggere i loro pargoli: il racconto, insomma, della poca serietà di coloro che si occupano, per ragioni familiari o professionali, dell’educazione degli adolescenti. L’immagine di Robert Zupan, che inizialmente era parsa assai poco simpatica anche a noi, spettatori del film, finisce per crescere nella nostra stima e per apparire gigantesca in mezzo alla quantità di adulti meschini e di giovani troppo vezzeggiati e coccolati per dare il meglio di sé. Un bel film, asciutto e duro, molto ben diretto e ottimamente recitato.

Il regno d’inverno – Winter Sleep


Schermata 10-2456945 alle 06.44.36recensione del film:
IL REGNO D’INVERNO – WINTER SLEEP

Titolo originale
Kis uykusu

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Haluk Bilginer, Melisa Sozen, Demet Akbag, Ayberk Pekcan, Serhat Mustafa Kiliç, , Nejat Isler – 196 min. – Turchia, Francia, Germania 2014.

Dopo aver diretto il bellissimo C’era una volta in Anatolia, il regista Nuri Bilge Ceylan è tornato con questo film, che al Festival di Cannes gli ha fatto guadagnare, finalmente, la Palma d’oro, ancora a parlarci dell’Anatolia, sia pure limitatamente alla regione della Cappadocia. Lo scenario nel quale si svolge il suo ultimo lavoro, quindi, oltre che essere di insolita bellezza e di grande fascino, è anche simbolico del difficile rapporto fra uomo e natura:  le case scavate nella pietra dai tempi più remoti, nei mesi estivi paradiso dei turisti, sono in inverno luoghi freddi e inospitali, che le abbondanti e continue nevicate isolano dal resto del mondo, tanto che lungo le strade, sempre meno percorribili, rari stranieri si avventurano: qualche giapponese o qualche temerario in vena di sfidare il gelo e le insidie della natura. Era nato lì e non se ne era mai allontanato del tutto il protagonista di questo film, l’ enigmatico attore teatrale in pensione Aydin (Haluk Bilginer): nonostante la sua cultura in apparenza occidentale e razionalistica, era tornato a un certo punto della vita alla sua terra gelida, senza abbandonare, tuttavia, l’amore per il teatro che in gioventù lo aveva spinto a Instanbul, la grande metropoli, la più europea delle città anatoliche. Grazie al computer, a Internet e a tutti gli straordinari mezzi della comunicazione globale, ormai arrivati anche in Cappadocia, egli continuava a tenere i contatti col mondo della cultura, indispensabili per completare la stesura dell’opera, da tempo iniziata, sulla storia del teatro turco, coronamento e sintesi della grande passione di tutta la sua vita. Aydin, dunque, si era ritirato in una bella casa di pietra, l’aveva trasformata in un albergo (che aveva chiamato … Othello: un po’ Shakespeare e un po’ hotel) accogliente e confortevole per i turisti più sofisticati, ma non se ne occupava direttamente: la gestione era nelle mani del fedele Hidayet (Ayberk Pekcan). Talvolta vi si facevano vedere le due donne della sua famiglia, entrambe intelligenti ed evolute: la giovane Nihal (Melisa Sozen), la bella moglie, che, pur dipendendo da lui, era faticosamente riuscita a ritagliarsi spazi di libertà personale, conquistando per sé anche un’ala della casa, e Necla (Demet Akbag), la sorella, tornata anche lei da Instanbul, dopo il divorzio. Aydin era molto ricco ed era diventato padrone di molte altre case della zona, che concedeva in affitto a famiglie povere, alcune delle quali stentavano a tirare avanti e perciò non sempre riuscivano a pagarlo. Così era accaduto che nella casa di due fratelli, l’imam Ismail (Nejat Isler) e il fratello Hamdi (Serhat Mustafa Kiliç), Hidayet, senza pensarci troppo, avesse fatto pignorare qualche elettrodomestico. Nel tempo più tranquillo dell’anno e nel luogo apparentemente più immobile e letargico, dunque, stavano emergendo a poco a poco tensioni violente, che, represse a lungo nel cuore dei personaggi, ora si rivelavano in tutta la loro forza esplosiva con la sassata del piccolo Elias, il figlio di Hamdi, all’inizio del film, che fulmineamente ci porta nel cuore dei problemi, ai quali, presto si aggiungeranno la  rabbia impotente di Nihal, la misteriosa uscita di scena di Necla, il falò del denaro verso la fine del film, nonché le inenarrabili e vane discussioni, fra tutti i personaggi del film, gioco al massacro attraverso il quale ciascuno, anziché confrontare con gli altri i propri brandelli di verità, recita ipocritamente la parte che si è assegnato, senza alcuna sincera volontà di comporre i dissidi.

Per tutta la durata del film, i personaggi mantengono in parte l’indecifrabilità che li aveva connotati fin dall’inizio, ma è soprattutto Aydin il più sfuggente, colui che si presenta di volta in volta diverso, come si conviene a un attore della sua consumata esperienza, capace di ribaltare continuamente l’immagine di sé, grazie alle sue abilità verbali e dialettiche, accompagnate da grande forza espressiva, ma grazie soprattutto al potere di persuasione, mai esibito, ma implicito, della sua ricchezza, che ne fa davvero il dominatore degli uomini e delle donne dell’intera comunità, nonché del piccolo Elias e di tutte le creature innocenti, come gli animali che per causa sua soffrono senza reagire e che rappresentano sul piano simbolico il dolore che accomuna tutti quelli che dipendono, in qualche misura, da lui. Chi è dunque davvero Aydin? Che cosa significano la sua affabilità di facciata, i bei modi, la raffinatezza della sua cultura? Il film non dà risposte: a noi tocca interpretare gli indizi che arrivano dalle immagini e dalle vicende  per riflettere sul ruolo non solo sociale e politico, ma filosofico del personaggio a cui dà vita. Il film mi è sembrato davvero molto bello e da vedere, per la bellezza delle immagini, per gli inquietanti interrogativi che solleva, per la finezza dell’analisi che il regista dispiega con molta lentezza (e come potrebbe essere diversamente?), ma con ottima capacità di coinvolgimento dello spettatore, grazie anche all’eccelsa interpretazione di tutti gli attori. Un film che è anche una bella avventura intellettuale per chi guarda: non mi sembra poco!

un amore difficile (Una promessa)


Schermata 10-2456934 alle 23.35.35recensione del film
UNA PROMESSA

Regia:
Patrice Leconte

Principali interpreti:
Rebecca Hall, Alan Rickman, Richard Madden, Toby Murray, Maggie Steed, Shannon Tarbet, Christelle Cornil, Jean-Louis Sbille, Jonathan Sawdon – 98 minuti – Francia, Belgio, 2013

Dopo l’uscita di questo film, spero di trovare anche il racconto di Stefan Zweig del 1929 da cui il regista prende le mosse e che non è di facile reperibilità. In ogni caso, come ho più volte sostenuto, la lettura del piccolo romanzo dell’autore mitteleuropeo (che, evidentemente, il cinema sta riscoprendo, ciò di cui mi compiaccio) non dovrebbe influire sull’interpretazione di quest’opera di Leconte, almeno secondo me, per le ragioni che ho più volte esposto anche su questo blog.

Anno 1912. Friedrich (Richard Madden), giovane ingegnere di famiglia molto modesta, trova lavoro come tecnico in un’acciaieria, alla quale si dedica con tale competente serietà da impressionare molto favorevolmente l’anziano e malato proprietario, Karl Hoffmeister (Alan Rickman). Questi non solo ne ascolta i consigli, utilissimi alle fortune dell’azienda, ma ne promuove la carriera e gli destina una parte della propria grande e ricca abitazione, per ospitarlo come merita, con tutti gli agi (e anche i disagi) che una simile sistemazione comporta.
Qui Friedrich avrà modo di incontrare sempre più spesso la signora Hoffmeister (Rebecca Hall), ovvero la giovane e bella Lotte, moglie di Karl, donna raffinata, colta e sensibile, che pensa di affidare proprio a lui l’educazione del figlio Otto (Toby Murray), il piccolo erede. La forte attrazione che il giovane prova per lei, subito affascinato dalla sua bellezza e dalla sua grazia, diventa una irrealizzabile passione amorosa, per la sua ferma ripulsa, essendo Lotte ben decisa a difendere la rispettabilità che si addice alle proprie prerogative padronali, anche se, segretamente, è a sua volta molto attratta da lui. Il momento della verità e dell’ aperta confessione dell’amore invano represso arriva alla notizia della partenza di Friedrich, inviato da Karl in Messico per  due anni, col compito di seguire oltre oceano gli affari di famiglia: sarà per entrambi un distacco doloroso, temperato dalla promessa di mantenere vivo l’amore attraverso un frequente scambio epistolare: in fondo, che saranno mai due anni? Lo scoppio della guerra mondiale (1914) significa ben presto interruzione delle comunicazioni intercontinentali: le lettere attese si diradano, per cessare del tutto. Friedrich si arruola nell’esercito austro-tedesco: potrà tornare soltanto dopo otto anni, cambiato nel corpo, in seguito alle ferite di guerra e, forse, anche nel cuore. Lotte, rimasta vedova, aveva conservato in sé l’antica fiamma? Il fatto che il film sia definito “commedia sentimentale” lascerebbe intendere di sì, ma il finale contiene anche segnali ambigui, tali da rendere possibile una lettura diversa. Resta l’impressione di una regia molto accurata, attenta a evitare, grazie all’eleganza composta del racconto, gli scivolamenti lacrimosi, interessata soprattutto alla narrazione di una storia malinconica sul tempo che passa  e che ci cambia, vanificando progetti e promesse.

Sceneggiato insieme a Jérôme Tonnerre, col quale il regista aveva già lavorato precedentemente, il film è girato completamente in inglese: inglesi gli attori; inglese la lingua del film (doppiato in italiano); inglese sembra l’ambiente sullo sfondo del quale si svolge la vicenda e, infine, credibilmente inglese anche la rappresentazione del mondo della fabbrica di allora, degli operai e degli impiegati. Molto francese e continentale, invece, mi è sembrato il tema principale della vicenda, quello della lontananza amorosa, nel molteplice significato della lontananza sociale (l’inaccessibilità della donna), della lontananza nello spazio (il Messico) e della lontananza nel tempo (otto anni), che riporta alla memoria il motivo dell’amore da lontano (amor de lohn), centrale della poesia trobadorica sviluppatasi nelle corti di Provenza,  a cui la storia può essere accostata anche per altri temi: la riconoscenza nei confronti del signore, che nonostante le differenze di classe e di ricchezza ospita lui, ben sapendo che tenterà di conquistare il cuore della sua donna; l’assenza di gelosia del marito; il motivo della partenza per la guerra, al centro anche di molte storie d’amore dei romanzi cavallereschi di tradizione franco-germanica. Come si vede, un triangolo amoroso con una lunga storia!

le ultime ore (Pasolini)


Schermata 09-2456929 alle 18.06.28recensione del film:

PASOLINI

Regia:
Abel Ferrara

Principali interpreti:

Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana Asti, Maria de Medeiros, Roberto Zibetti, Andrea Bosca, Giada Colagrande, Francesco Siciliano, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Fabrizio Gifuni, Chiara Caselli – 86 min. Belgio, Italia, Francia 2014.

Abel Ferrara tenta di ricostruire i fatti che hanno preceduto il drammatico epilogo della vita di Pasolini, non per arrivare a una verità diversa da quella del processo contro il suo assassino, ma per ricordare, piuttosto, attraverso la rievocazione di quelle ultime ore, chi era l’intellettuale che fu barbaramente massacrato a Ostia nell’orribile notte del 2 novembre 1975. Ne emerge un ritratto incompleto, ma abbastanza interessante, soprattutto per il modo del racconto, sorta di collage di eventi reali, ricordi, progetti per il futuro, quali avrebbero potuto affacciarsi, verosimilmente, alla mente dello scrittore (così Pasolini voleva essere definito), attraverso un ininterrotto flusso di coscienza. Si alternano, perciò, le immagini della quotidianità, ricostruita con cura rispettosa (il ritorno dalla Svezia, gli affetti familiari, gli appuntamenti, le interviste, gli amici, il lavoro e le ricerche notturne dei ragazzi di vita) a quelle oniriche, che rimandano alla creazione visionaria delle ultime opere, sia quelle già terminate, come Salò o le 120 giornate di Sodoma, sia quelle rimaste incompiute, ma da tempo iniziate, come il romanzo Petrolio, sia, infine, quelle rimaste allo stato di bozza, come il film Porno-Teo Kolossal, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo De Filippo. Di Petrolio, scritto impegnativo e politicamente assai scottante, il regista offre alcune letture, affiancandole alle inquietanti immagini dello sterminato deserto del Senegal e dell’incidente aereo dal quale si era fortunosamente salvato Andrea Fago. Merita un discorso a sé, invece, il tentativo del regista di realizzare un pezzo del film Porno-Teo Kolossal, rimasto allo stato di bozza: Epifanio, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo, è invece interpretato da un Ninetto Davoli un po’ troppo tondeggiante e misticheggiante; mentre l’angelo che lo accompagna sulla scala che porta al Paradiso (e che avrebbe dovuto essere Ninetto Davoli) è Riccardo Scamarcio. Siamo nel mondo della finzione, perciò questo curioso scambio sarebbe accettabile se le facce fossero quelle giuste, ciò che non mi è sembrato del tutto vero.

Squarci di attualità, evocazioni del passato, visioni del futuro: va dato atto al regista, di aver incrociato in modo efficace il fluire di questi diversi momenti, ricostruendo con credibilità non solo l’ambiente in cui maturarono le opere di Pasolini, ma anche la figura di lui, almeno dal punto di vista psicologico. Si avverte invece la mancanza di un approfondimento della complessità del suo pensiero: le posizioni culturali e politiche che emergono dal film sono quelle, notissime, dell’ultima intervista, per altro incompleta, a Furio Colombo, e soprattutto della “lectio facilior” che ne è seguita: certo il regista non è necessariamente né un filosofo, né uno studioso, ma forse potrebbe contribuire, anche solo col guizzo di un’intuizione originale, al dibattito ormai imminente sulla figura di questo nostro grande intellettuale (il prossimo anno sarà il quarantesimo dalla sua morte), ciò che non è avvenuto.
Sono molto belle invece le fotografie scure di una Roma notturna lontana dal cliché della città turistica, in cui si aggirava il poeta alla ricerca non solo di avventure erotiche, ma della conferma che il mondo dei ragazzi poveri, sottoproletari di borgata, potesse costituire il vero riferimento alternativo al dilagare dell’omologazione consumistica, grazie al suo vitalismo sano e genuino. Da uno di questi giovani, a cui si era avvicinato con molta fiduciosa ingenuità e con umana simpatia (bellissimo, sotto questo aspetto, il racconto della cena in trattoria), sarebbe arrivata, purtroppo, la delusione più amara, quasi a confermare gli oscuri presentimenti dell’ultima intervista.
Ottima l’interpretazione di Willem Dafoe, somigliantissimo e perfettamente calato nel personaggio; buona quella di Maria de Medeiros, nei panni di Laura Betti; nella norma quella degli altri attori, con una Adriana Asti dallo sguardo un po’ troppo fisso, nei panni della madre.

tre fratelli in Calabria (Anime nere)


Schermata 09-2456926 alle 23.42.31recensione del film:
ANIME NERE

Regia:

Francesco Munzi

Principali interpreti:

Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Barbora Bobulova, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Pasquale Romeo, Vito Facciolla, Aurora Quattrocchi – 103 min. – Italia, Francia 2014.

Il racconto della vita di tre fratelli originari di Africo*, paesetto della Calabria ai piedi dell’Aspromonte, è al centro di questo film, presentato con successo di critica (soprattutto di quella italiana) e di pubblico all’ultimo Festival veneziano.
E’ una storia che per certi aspetti si colloca all’interno della tradizione regionalistica e neorealistica di molto nostro cinema, ricontestualizzata nella realtà di oggi, però, quando la dimensione internazionale dei problemi non può essere elusa neppure ad Africo, luogo che sembra essersi fermato ai tempi arcaici dei pastori-patriarchi, dove la lingua nazionale non è mai arrivata e dove “Garibaldi fece una brutta fine”. Arrivano dall’estero, infatti, più precisamente dall’Olanda, i soldi che due dei fratelli protagonisti della vicenda destinano alla famiglia: Luigi (Marco Leonardi) ne guadagna molti grazie al controllo del traffico di droga, che ha nel porto di Amsterdam il proprio centro operativo; suo fratello Rocco (Peppino Mazzotta) li ricicla a Milano, ripulendoli con la copertura di una improbabile attività di imprenditore. Il terzo fratello, Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, non si è mai allontanato da Africo, dove conduce orgogliosamente una vita modesta, quasi povera, fra le capre che porta al pascolo e che gli permettono un commercio pulito di prodotti ovini. Non ha rapporti molto stretti con i due fratelli malavitosi, se non nei brevi periodi in cui essi ritornano al paese per rivedere la vecchia madre (Aurora Quattrocchi), per distribuire balocchi e profumi fra la parentela, soprattutto femminile, rimasta lì ad attendere, e, soprattutto, per decidere affari poco chiari, che possano accrescere il prestigio della “famiglia”.

La grande preoccupazione di Luciano è il figlio Leo (Giuseppe Fumo), un ragazzo intorno ai vent’anni che non lavora, come molti altri suoi coetanei non solo in Calabria, né sa come impiegare il proprio tempo: non vuole fare il pastore come il padre e preferisce rimuginare, invece, su una antica faida paesana che Luciano vorrebbe lasciarsi alle spalle, nonostante l’offesa che lo aveva reso orfano da piccolo e che aveva precipitato l’intera famiglia nel “disonore” della povertà e della scarsa considerazione sociale. Egli vede, con angoscia, che il figlio si sta avventurando in pericolose e stolide provocazioni nel paese, e paventa il suo inevitabile avvicinarsi a Luigi e a Rocco, che ai suoi occhi di ragazzo poco riflessivo paiono gli unici capaci di proteggerlo dopo le bravate, nonché gli unici in grado di restituire alla famiglia l’onore e il rispetto che merita. In questo clima matura la tragedia terribile e imprevista che si abbatterà su tutti loro, vanificandone progetti e aspettative e distruggendo ad uno ad uno i colpevoli e gli innocenti, ma spezzando, infine, la catena delle faide e delle vendette. Per questo carattere di catastrofe fatale, inspiegabile e catartica, degna delle antiche rappresentazioni teatrali, alcuni critici hanno parlato di film costruito come una tragedia greca di cui sarebbero ravvisabili almeno alcuni elementi: la prevalenza maschile degli attori; il ruolo subalterno delle donne, sfondo corale della vicenda; la presenza di un protagonista sconfitto nel proposito di evitare a ogni costo la conclusione drammatica; il tema della vendetta; l’elemento satiresco dei capri. Al di là delle esagerazioni, mi pare in ogni caso che il finale della pellicola, assai sorprendente, costituisca la parte migliore dell’intero lavoro, perché, allontanandosi dal carattere documentario della parte centrale, introduce alcuni elementi di riflessione e insinua qualche dubbio circa il ruolo deterministico dell’ambiente sulla storia dei personaggi, rendendola  meno angusta e gettando una luce più interessante su tutto quanto il film, che resta pur sempre radicato, quanto alle immagini, ai comportamenti e alla lingua, nella piccola realtà di Africo. Attenta e accurata la regia; bravissimi gli attori; belle le immagini di una Calabria poco turistica davvero.

Sicilia amara (Belluscone – Una storia siciliana)


Schermata 09-2456917 alle 23.32.43recensione del film
BELLUSCONE – UNA STORIA SICILIANA

Regia:
Franco Maresco

Documentario
– 85 minuti – Italia 2014

 

Una grande amarezza si prova dopo la visione di questo film, il documentario non concluso di Franco Maresco, che, preso dallo sconforto a causa delle continue difficoltà e dei numerosi incidenti che hanno accompagnato i momenti delle riprese, ha abbandonato questo suo lavoro, autorizzando solo successivamente l’amico Tatti Sanguineti a mettere insieme un bel po’ del materiale girato e a farlo uscire per l’ultimo festival di Venezia dove ha ottenuto non solo l’ovazione più lunga di tutta la manifestazione, ma anche il Premio speciale della Giuria per la Sezione Orizzonti. Dell’autore, molto schivo soprattutto dopo la separazione dall’amico Daniele Ciprì al quale era legato da un lungo sodalizio artistico, non si è più saputo molto: ci si augura che riprenda fiducia in se stesso e ci regali altri ottimi film.
Va chiarito, prima di tutto, che il documentario, nonostante il titolo, non è un’opera su Berlusconi, o meglio non è solo su Berlusconi: ci mostra una serie di momenti della storia siciliana (ma anche italiana) degli ultimi sessant’anni e ci parla della sostanziale continuità che l’ha caratterizzata. Questa è bene incarnata nella figura dell’ex barbiere palermitano Calogero Mira, detto Ciccio, indiscusso personaggio d’autorità del quartiere Brancaccio fin dal decennio 1950 – 1960, cioè fin da quando era iniziato il “sacco di Palermo”, con l’avallo più che interessato dei politici locali di area democristiana che permisero la colossale speculazione edilizia che sfigurò la città. Mira era stato capace di convogliare vastissimi consensi elettorali intorno ai politici più collusi con la mafia di allora, delle cui richieste egli si faceva tramite e garante. Lo stesso Ciccio, dopo la fine della prima repubblica, fiutato il mutamento, si era riciclato su posizioni berlusconiane, diventando uno degli artefici del consenso elettorale palermitano attorno al Cavaliere. Aveva utilizzato, a questo scopo, anche l’ingenuità assai sprovveduta degli elettori più giovani, illudendoli che le feste musicali del Brancaccio fossero una scorciatoia sulla strada del successo televisivo e aveva anche promosso l’arrivo a Palermo, da Napoli, di alcuni cantanti neomelodici, legati come è noto alla camorra, prima di finire in carcere, dove, almeno credo, si trova ancora. La rappresentazione del personaggio è veramente da grande regista: ne emerge una figura grottescamente ambigua e reticente, fosca, eppure banale e grigia, ben sottolineata dall’assenza di colore delle scene in cui si lascia intervistare:

Le interviste reticenti a Ciccio Mira costituiscono  la struttura di collegamento degli altri episodi del film,  che fin dall’inizio ci danno il quadro di una realtà tragi-comica, di cui, però difficilmente si riesce a ridere: un pensionato che si toglie la vita facendo esplodere col gas la palazzina in cui è il suo alloggio, terrorizzato dalla convinzione che, dopo la sconfitta elettorale di Berlusconi, gli sarà tolta la pensione; i neomelodici che si danno botte da orbi per rivendicare la paternità dell’inno a Berlusconi;  raccolte di fondi per i mafiosi incarcerati (detti “ospiti dello stato”) che vengono lanciate con successo attraverso le TV locali; la chiara condanna, a prescindere, che è indirizzata al mestiere del carabiniere; l’idea, purtroppo condivisa, che sia esistita una mafia buona (si chiamava, per dire, Stefano Bontade!), dispensatrice di giustizia, al tempo in cui venivano, invece, murati nei pilastri delle costruzioni giornalisti e chiunque volesse far luce sui delitti… L’effetto è, a dir poco, straniante e angoscioso: il mondo alla rovescia si materializza a poco a poco davanti ai nostri occhi, e ci fa piombare in un incubo dal quale non ci si riesce a svegliare, tanto che anche un banale incidente tecnico, occorso durante l’intervista (indimenticabile!) a Marcello dell’Utri, non può che farci pensare a un complotto diabolico. A completare il quadro aggiungo l’uso della lingua italiana, ridotta a puro balbettio da analfabeti, dalla quasi totalità dei protagonisti di queste brutte storie, che tuttavia ritengo utile conoscere.  Se avete sufficiente coraggio, andate a vederlo!